Il patto di Renzi per il mezzogiorno: Il premier non si fa vedere dalla folla per paura

Renzi in visita al Sud da Reggio Calabria a Palermo per firmare il Patto per il sud ricordando Pio La Torre

Il Premier Matteo Renzi nella giornata di ieri è stato in visita nel sud e nello specifico a Reggio Calabria e poi a Palermo. “Faremo ripartire il sud in due anni”, ha dichiarato il Premier Matteo Renzi che ha deposto un fiore nel luogo dove è stato ucciso Pio La Torre. “Assieme al mio partito oggi ho portato un fiore nel luogo in cui Pio La Torre è stato ucciso.

E’ un modo per dire a nome di tutti che la lotta contro criminalità, mafia e tutte le forme di illegalità è una priorità che deve unire tutti gli italiani. Nel ricordo dei martiri c’e’ un seme, i loro sogni camminano sulle nostre gambe”, ha aggiunto ancora il Premier Renzi tra li applausi e dove ha incontrato numerosi lavoratori dell’Almaviva, da settimane in lotta contro il piano dell’azienda che prevede 2988 unità, 1670 dei quali nel capoluogo siciliano.

Il Premier è intervenuto nel deposito del tram Roccella dove sigla il Patto per PalermoRenzi e il sindaco di Palermo hanno firmato il patto da 332 milioni di euro a carico dello Stato, che secondo il primo cittadino mobilita risorse per quasi un miliardo di euro.Il Premier è andato non solo in Sicilia ma anche in Calabria, dove ad accoglierlo vi erano tanti sostenitori ma anche tanti manifestanti che hanno protestano contro lo stesso e contro il governo. «Tutti insieme per i prossimi due anni mettiamo da parte le polemiche e lasciamole ai professionisti del no. Dico solo basta a chi racconta il Sud come un luogo dove va tutto male. A questi io dico di provare a dire per una volta sì», ha dichiarato il Premier nel corso dell’inaugurazione del museo archeologico.  “La rinascita del museo archeologico nazionale di Reggio Calabria costituisce un’opportunità di crescita sociale, civile ed economica di questo territorio e più in generale del Meridione che è doveroso cogliere, costruendo un percorso virtuoso di sviluppo incentrato sul turismo culturale, rispettoso del contesto e capace di portare ricchezza” ha aggiunto il Ministro Franceschini intervenendo alla cerimonia di apertura del museo.

Il Premier ha anche affrontato il tema della criminalità sostenendo che tutti insieme entro i prossimi due anni dovremmo mettere da parte le polemiche, e soprattutto bisogna evitare tutti coloro i quali continuano a sostenere che il Sud è solo un luogo dove tutto va male. «Il Museo archeologico di Reggio Calabria è stato aperto. C’è un direttore scelto con una competizione internazionale. Adesso, però, bisogna correre» ha detto Renzi. «Noi faremo di tutto per creare un collegamento tra la bellezza di questa città e quella della Calabria. Di fronte a tanta bellezza non è possibile che questa struttura sia sotto i 200 mila visitatori all’anno. Servono interventi specifici e puntuali», ha aggiunto il Premier. Proprio dopo la sua visita in Calabria, il Premier Renzi si è trasferito in Sicilia, e nello specifico a Catania dove ha incontrato il sindaco Enzo Bianco, nel teatro Bellini per firmare il patto per il Sud.

«Siamo convinti che qualcosa si sta muovendo, noi ci proviamo rispetto a chi, dall’alto di una cattedra, spesso rivolgendosi allo specchio, non fa che criticare, senza sporcarsi neppure le mani». Il tour di Matteo Renzi nel Mezzogiorno passa per la Calabria e la Sicilia dove inaugura il museo archeologico che a Reggio ospita i Bronzi di Riace e il viadotto crollato in aprile della Palermo-Catania.

Mentre rispunta il toto nomine al ministero dello Sviluppo per il quale resta favorito Claudio De Vincenti pur in presenza di indiscrezioni che danno per credibile la scelta di Chicco Testa, il presidente del Consiglio spiega che Il Sud è un’opportunità per tutto il Paese per «dare spazio all’Italia che vuole dire sì e vuole guardare al futuro». Nell sala dei Bronzi, accompagnato dal ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini, il presidente dl Consiglio, firma il patto per la Calabria con il governatore Mario Oliverio (Pd) e il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà (Pd), e promette per luglio farà «un nuovo sopralluogo nei cantieri della Salerno Reggio Calabria» perché «il governo intende rispettare l’impegno preso per la chiusura dei lavori prevista per il 23 dicembre 2016». Investimenti che devono partire, come quello della Fiat a Termini Imerese, ma anche lotta alla criminalità «perché questa non è ancora vinta. Ecco perché noi – aggiunge il premier – siamo in prima fila con i giudici e con le forze dell’ordine per sconfiggere ogni forma di criminalità».
Quattro livelli di esposizione permanente e circa 200 vetrine i cui reperti spaziano dal Paleolitico alla tarda età romana. Ma è «impensabile» per Renzi che il museo di Reggio Calabria sia visitato ogni anno solo da 200 mila persone. Strade e ferrovie per portare i turisti anche al Sud visto che solo il 15% degli stranieri scende sotto Roma. Complimenti al Crotone, neo promosso in serie A e uno scherzoso monito riferito forse alla candidata romana Raggi che tifa Lazio ma ora anche Roma: «Diffidate dai politici che cambiano squadra di calcio per due voti in più».

Dopo la Calabria è la volta della Sicilia con la firma del patto per il Sud nel teatro Bellini di Catania a fianco del sindaco Enzo Bianco, e poi ancora a Palermo dove rende omaggio a Pio La Torre nel giorno dell’anniversario della morte dell’ex segretario del Pci siciliano. «È un modo per dire a nome di tutti che la lotta contro criminalità, mafia e tutte le forme di illegalità è unapriorità che deve unire tutti gli italiani», sostiene Renzi nel deposito del tram Roccella dove sigla il Patto per Palermo e incontra numerosi lavoratori dell’Almaviva, da settimane in lotta contro il piano dell’azienda che prevede consistenti tagli di personale, molti nel capoluogo siciliano.
«Per passare dalle chiacchiere e dai convegni ai fatti c’è bisogno di serietà, rigore e impegno concreto e che le classi dirigenti ha sostenuto il premier – invece di dialogare nei convegni assumano la responsabilità reciproca di controllarsi gli uni con gli altri». L’accordo firmato a Palermo prevede interventi per oltre 770 milioni di euro di cui 330 a carico dello Stato. «Se manteniamo le opere – ha chiarito Renzi – se mettiamo a posto i viadott» «se cioè facciamo l’ordinaria amministrazione, allora ci renderemo conto che l’Italia non finisce a Salerno».

 Bronzi e non solo Bronzi. I colossi, fieri e seducenti nell’aura di enigmatica bellezza, sono il gran finale che toglie il fiato. E da ieri hanno un prologo all’altezza della loro griffe. Un esercito di reperti chiusi per decenni nei depositi, e ora passati sotto le mani dei restauratori, che offrono un viaggio nelle meraviglie della Magna Grecia. Un percorso di visita che diventa l’anima del nuovo Museo Nazionale Archeologico di Reggio Calabria. Fino ad oggi considerata la povera casa dei Bronzi di Riace, oggi rivendica una personalità più eclettica.

Ma il traguardo non è stato facile. Una delle storia più affannose e contorte della cultura italiana. Oltre dieci anni complessivi di lavori (era il 2005 quando cominciò l’operazione di rilancio del Museo della Magna Grecia) per riqualificare e ammodernare un edificio considerato obsoleto, progettato alla fine degli anni trenta dall’architetto Marcello Piacentini, ad un passo dalla guerra. Le ambizioni titaniche hanno dovuto fare i conti con progetti arditi, frenate brusche e i balletti per raccogliere risorse. Ci si riusciva a fatica incastrando fondi del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, della Regione Calabria e del Cipe, fino a fondi europei. Ma il cantiere cresce. Si
creano nuovi ambienti sotterranei funzionanti come depositi, si punta ad allestire un nuovo spazio per il patrimonio librario e l’archivio, fino ad ampliare le sale per mostre temporanee.

Nel 2013 si parla già di «lavori estenuanti». E i costi lievitavano. Da 10 a 33 milioni di euro. L’allestimento delle nuove sale per l’esposizione è figlio di intoppi burocratici, dove cominciano a pesare come macigni i ritardi per l’aggiudicazione dei bandi di gara. Nel frattempo, l’inappellabile chiusura. I Bronzi rimanevano senza vetrina dal dicembre del 2009. Un buio per i due capolavori eccelsi. All’epoca vennero alimentate ipotesi di trasferimento momentaneo, e addirittura venne indetto dalla Regione Calabria un referendum sulla proposta di realizzare una copia perfetta delle statue da far viaggiare in tutto il mondo. Tutto bocciato. Nel frattempo, con la chiusura del museo, i Bronzi vennero sottoposti al restauro con tanto di montaggio sui dadi piedistallo iper-tecnologici antisismici (con progetto dell’Enea). Solo il pianoterra con i Bronzi riaprì nel 2013. Calamitarono un’attenzione me- diatica impressionante.

Quanto alle visite turistiche, si distinsero soprattutto le scolaresche locali. Ora gli spazi aumentano (11mila metri quadrati), il sistema espositivo si aggiorna (200 vetrine e pannelli didattici hi-tech), e il design punta alla modernità con i virtuosismi del pool di architetti ABDR. Costo complessivo, 35 milioni di euro. Ma il museo è «efficiente, accogliente, sicuro», come lo definisce Carmelo Malacri- no il nuovo volenteroso e appassionato direttore nominato con bando internazionale l’estate scorsa. Lo spettacolo è da vertigine. Franceschini si dice soddisfatto: «Il Museo di Reggio Calabria dimostra come si può vincere la sfida del sistema museale italiano». Ma resterà un’oasi nel deserto? Il rischio è forte, lontano co- m’è dai circuiti archeologici di massa. Renzi ne sembra consapevole: «Dobbiamo impegnarci per creare collegamenti necessarie per incrementare i visitatori». Anche perché da qui i Bronzi non si sposteranno mai. «Se i Bronzi fossero altrove, non avrebbero lo stesso significato».

Oggi parliamo bene del Sud.
E cosa è successo?
Dopo dieci anni è stato finalmente inaugurato a Reggio Calabria il museo dei Bronzi di Riace. Il British Museum di Londra dedica una mostra eccezionale alla Sicilia. A Pompei sono state aperte al pubblico la Villa Imperiale e l’Antiquarium. Il discorso su Riace ci permetterà di dire qualcosa sul sindaco di quella piccola città (1.800 abitanti), che la rivista Fortune ha incluso, unico italiano, al quarantesimo posto tra i 50 uomini più potenti della Terra.
Come mai?
Lo diciamo dopo. Prima facciamo un discorso generale sulla nostra invincibile tendenza ad autodenigrarci, a non credere in niente di quel che facciamo, a farci beffe di tutti in una colpevole dissipazione delle speranze. Non è vero che è tutta una porche-
ria, non è vero che siamo tutti corrotti, esistono anche oggi italiani che ci credono, si sforzano, non stanno lì a contare i minuti del contratto di lavoro e portano a casa risultati. Questo è vero al Nord ed è altrettanto vero al Sud, dove il desiderio di darsi da fare vale il doppio perché il Mezzogiorno, come sa, ha un Pil ufficiale che è la metà di quello del Nord. Quindi, la Camorra, la ‘Ndrangheta, la Mafia, la Corona Unita, gli intrallazzi e le inefficienze mille volte denunciate non riescono sempre a far breccia. È un po’ il discorso che ha fatto ieri il premier andando a inaugurare il museo di Reggio, con i due bronzi. Si deve sapere che per arrivare all’apertura ci sono voluti dieci anni, attraversati da scandali di ogni tipo, inchieste antimafia e pressioni della malavita per partecipare alla spartizione. Però ieri i Bronzi sono tornati visibili e, come s’è visto a Pompei, forse la prossima volta ci sarà meno fango intorno a un’opera tanto preziosa. Renzi ha detto: «Dobbiamo riuscire a continuare la battaglia contro la criminalità perché questa
non è ancora vinta. Ecco perché noi siamo in prima fila con i giudici e con le forze dell’ordine per sconfiggere ogni forma di criminalità». Il governo ha stanziato 132 milioni per lo sviluppo infrastrutturale dell’area. Il sindaco Giuseppe Falcomatà, che s’è insediato dopo che il comune era stato commissariato per mafia, è atteso al varco di quello che saprà fare.
Dica qualcosa sui bronzi, è una storia meravigliosa.
Si tratta di due sculture di straordinaria bellezza, trovate a trecento metri dalla costa di Riace. Stavano otto metri sott’acqua. Era il 16 agosto 1972. Il sub, un chimico romano che si chiama Stefano Mariottini, vide un braccio, pensò che fosse un cadavere, scappò via. Dopo che le statue furono recuperate, si cominciò a studiarle. Intanto chi erano, poi chi le aveva create. Non c’è una risposta certa a nessuna domanda, e naturalmente il mistero ne aumenta la bellezza. S’è capito che per tut- t’e due è stata adoperata la tecnica della cera persa: un modello in cera, ricoperto d’argilla e
poi di bronzo, con un buco, di solito all’altezza del tallone, che permette di far scorrere via la cera disciolta. Poi è abbastanza sicuro che una viene da Argo e l’altra da Atene. Si tratta di opere del V secolo (480-450 a.C.) che una nave, poi naufragata (ma non s’è trovato niente), stava probabilmente portando a Roma. Non le ha create la stessa mano. Il cosiddetto Giovane potrebbe essere stato modellato da Ageladas di Argo o addirittura da Fidia. L’Adulto da Al- camene di Lemno o forse da Policleto, l’autore del Canone che fissò le proporzioni della bellezza adottate poi nel nostro Rinascimento.
Veniamo a Londra e a Pompei.
Gli inglesi hanno sempre avuto una gran passione per la Sicilia e mostrano adesso, al British Museum, duecento oggetti che descrivono la Sicilia antica, quella della prima colonia di Naxos (735 a.C), e quella dell’anno Mille, relativa all’invasione normanna. L’assessorato regionale siciliano ha collaborato, il pubblico accorre numeroso e paga dieci sterline a biglietto, insomma gli inglesi ci fanno il favore di distrarre il mondo dallo stereotipo che ci riguarda, di essere solo dei mafiosi, mandolinisti e cialtroni. Quanto a Pompei, le nuove aperture dell’altro giorno hanno mostrato un sito tenuto in perfetto ordine, ben sorvegliato, dove forse non dovremo più registrare i crolli di una volta. C’è stato uno stanziamento di cento milioni e non risultano tangenti di sorta. Voglio solo ricordare che quando nel 2014 fu nominato sovrintendente Massimo Osanna, a cui va il merito di questi buoni risultati, 83 funzionari del ministero scrissero la solita lettera piena di indignazione perché Osanna non era un interno del ministero.
Resta da dire qualcosa sul sindaco di Riace.
Si chiama Domenico Lucano, è sindaco da tre mandati. Quando si insediò, il paese era ridotto a 400 abitanti. Le case vuote non si contavano. Arrivò un veliero carico di curdi, e invece di fare il pianto, Lucano li alloggiò nelle case disabitate. In quasi vent’an- ni il paese è rinato, i curdi si sono fatti calabresi, Riace è diventato luogo privilegiato di tantissimi migranti, ne sono passati, in vent’anni, più di seimila. Da tutto il mondo vengono a studiare il caso ed ecco spiegata la classifica di Fortune. Dice Lucano: «Quello che è successo qui dimostra che un altro modo di agire è possibile».

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