Roberto Mancini, il poliziotto romano che si ammalò di cancro indagando sulle discariche abusive in Campania

Fonte: Settimanale Giallo di Angela Corica – Roberto era così: o lo amavi o lo odiavi. Non ha mai guardato in faccia nessuno, faceva il suo lavoro con onestà, impegno e passione. In polizia ha portato i suoi ideali, la sua voglia di cambiare le cose. La sua abilità investigativa gli ha fatto identificare un sistema criminale sconvolgente. Per questo è passato alla storia come il poliziotto che ha scoperto la Terra dei fuochi ed è morto per aver messo a nudo una realtà incredibile, respirando in prima persona il veleno che aveva contaminato quei luoghi”.
si E AMMALATO INALANDO i VELENI

Sono queste le commoventi parole di Monika Dobrowolska Mancini, 44 anni, la moglie dell’ispettore della Criminalpol Roberto Mancini, il primo investigatore in Italia ad aver indagato sul disastro ambientale in Campania causato dallo smaltimento illecito di rifiuti speciali. Questi materiali di scarto tossici, infatti, venivano sotterrati nei territori campani con la complicità di criminali, camorristi, istituzioni e professionisti. Roberto Mancini è una vittima del dovere: nei suoi lunghi anni di lavoro, mentre si sporcava le scarpe nei terreni pieni di immondizia e inalava veleno, si è ammalato di cancro.

L’agente è morto il 30 aprile 2014, a 54 anni: la sua vita è stata così eroica da aver ispirato la fiction “Io non mi arrendo”, trasmessa la scorsa settimana su Rai 1. A interpretare Roberto Mancini è Beppe Fiorello, che ha anche curato la prefazione del libro di Nello Trocchia e Luca Ferrari “Io, morto per dovere”, sempre ispirato al lavoro di Roberto. Racconta Monika Dobrowolska Mancini: «Tutto iniziò nel 1996. Quell’anno mio marito depositò in Procura, a Napoli, un documento in cui faceva nomi e cognomi dei criminali che avevano prodotto la devastazione territoriale in Campania. Roberto aveva scoperto il traffico illecito dei rifiuti seguendo “la puzza” del denaro sporco.

Indagando su una banca dove confluivano i capitali dei clan, infatti, era emersa in particolare la figura dell’avvocato Cipriano Chianese, considerato dalla Procura di Napoli “il re” dell’ecomafia. Un uomo potente e protetto: si figuri che, a distanza di 20 anni, è a processo solo oggi. Chianese aveva rapporti con i servizi segreti, con generali dei carabinieri, ex magistrati e massoni. Mio marito li aveva scoperti, documentando tutto. La sua informativa, però, non venne considerata a sufficienza all’epoca, nonostante dimostrasse lo sconvolgente business che, in Campania, girava attorno allo smaltimento dei rifiuti in aree non autorizzate.»

LE INDAGINI CONTRO IL CLAN DEI CASALESI Intanto, nel 2001, durante le sue clamorose indagini Roberto Mancini si ammalò. Quando venne chiamato a deporre, molti anni dopo, la sua salute era già gravemente compromessa. Solo nel 2010 la Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Napoli ha ripreso le indagini di Mancini, che sono diventate una delle colonne portanti del processo per disastro ambientale contro il clan dei casalesi. Disse Roberto poco prima di morire: «Se qualcuno avesse preso in considerazione prima la mia indagine, forse non ci sarebbe stata Gomorra», cioè il famoso libro di Roberto Saviano che denuncia l’impero economico costruito del clan dei casalesi proprio sullo smaltimento dei rifiuti. Ora la moglie Monika e Beppe Fiorello si fanno portavoce di un messaggio di Roberto Mancini destinato allo Stato. Dice Monika Mancini: «Attenzione a non affidare le bonifiche di quei territori ai figli di coloro che hanno causato il disastro ambientale. Io e Beppe abbiamo legato moltissimo e vederlo nei panni di mio marito mi ha commosso. Quando, sul set della fiction, l’ho visto senza capelli, con le occhiaie, l’ho abbracciato per dieci minuti. Poi, scherzando, gli ho detto: “Allontanati, altrimenti m’innamoro di nuovo!”. D’altra parte, ricordo come se fosse ieri il mio primo incontro con Roberto. Ci conoscemmo a Roma, in Questura. Lui era preso dalla sua indagine, mentre io ero arrivata da poco in Italia con la mia famiglia, ed ero lì per il mio permesso di soggiorno. Fu amore a prima vista: da allora, io e lui abbiamo condiviso tutto. Anche i miei genitori sono morti di cancro per il disastro di Chernobyl. Adesso io incontro i ragazzi nelle scuole e parlo loro di Roberto e di legalità, dell’importanza della denuncia. Lo faccio per lui e per nostra figlia Alessia. Lei aveva solo otto mesi quando Roberto si è ammalato: fin da piccola ha capito che il suo papà stava molto male. Si sono fatti forza a vicenda. E oggi, nei suoi occhi, vedo il suo papà».

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