Raggi debutta con il figlio in braccio E il direttorio Cinque Stelle in prima fila

Roma, primo giorno di lavoro e prima assemblea capitolina per il sindaco Raggi presentata giunta nell’Aula Giulio Cesare

Primo giorno di lavoro per il neo sindaco di Roma Virginia Raggi che nella giornata di ieri ha presenziato ad una riunione in Campidoglio,  alla quale hanno partecipato anche tutti i componenti della sua giunta,  una riunione che è servita per lo più per stilare  quelli che sono i punti più importanti e più urgenti di cui discutere per riportare la città di Roma ai vecchi splendori.

“Ricordiamoci da dove siamo partiti: siamo cittadini e tra i cittadini dobbiamo rimanere, girando per la città, restando tra i romani e riavvicinando la politica alle persone“, sono state queste le prime parole pronunciate dal sindaco Raggi  rivolgendosi alla sua giunta che ha presentato nella giornata di ieri nell’aula Giulio Cesare, una cerimonia aperta al pubblico e dove ad attenderla vi erano anche i tuoi familiari compreso il figlio Matteo che l’ha portato verso Leinì ciclo riservato al consiglio comunale facendolo sedere anche sul suo scranno da sindaco.

Virginia Raggi dunque raggiunto insieme al figlio Matteo il suo posto di prima cittadina facendo sedere proprio come già anticipato il tuo fiorista Mattia, con il quale ha voluto condividere questo momento di grande emozione e gioia davanti alla presenza di diversi fotografi ed operatori televisivi che hanno affollato la ola Giulio Cesare sin dalle prime ore della giornata. “Una giornata speciale per tutti. Se sono emozionato? Certo. Che cosa ha detto Virginia dopo la lettera aperta che le ho indirizzato all’indomani della vittoria? Ci siamo visti, abbracciati, era contenta, ma la lettera non è importante”, ha dichiarato il marito della Raggi, accorso a seguire la prima seduta dell’assemblea comunale di Roma insieme al figlio.  Ad accoglierla oltre ai familiari anche tutti i componenti della Giunta ed i parlamentari dei 5 stelle posizionati proprio davanti a lei al centro dell’aula Giulio Cesare dove sono state sistemate alcune fine di  serie;  nei primi posti presenti Alessandro Di Battista,  Paola taverna,  Ruocco Vignaroli,  e poi ancora i genitori di Virginia,  il marito Andrea Severini insieme al figlio Matteo ed ancora i colleghi dello studio Sammarco.

Nella giornata di ieri inoltre si è provveduto all’elezione di Marcello De Vito come Presidente dell’Assemblea capitolina avendo ricevuto il maggior numero di voti tra i candidati al consiglio comunale nell’ultima tornata delle amministrative capitolina;  nello specifico di vita ottenuto 30 voti favorevoli su 49 votanti mentre le schede bianche sono state 17 e 2 nulle. Ancora un’altra proclamazione nella giornata di ieri  e questa volta si è trattato di Marco Terranova primo dei non eletti del Movimento 5 Stelle il quale è subentrato a Daniele Fronza colui il quale si era dimesso dalla carica di consigliere comunale perché prossimo alla nomina di vice sindaco della città di Roma;  anche in questo caso Marco Terranova ha ottenuto un’anima il parere favorevole.

C’è il grido di battaglia «onestà, onestà», come nelle giornate più calde della giunta Marino e degli avvisi di garanzia di Mafia Capitale. Solo che stavolta, al primo consiglio comunale «dell’èra Raggi», è un urlo di vittoria, scandito dalla stessa Raggi, dai simpatizzanti accorsi al Campidoglio, dai 29 consiglieri M5S che occupano gli scranni di sinistra dell’aula Giulio Cesare (dove ci sono anche il Pd e Fassina: un lato è pieno, l’altro del centrodestra semivuoto) e dai parlamentari ed esponenti a Cinque Stelle che occupano una sorta di parterre de roi.

I vari Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia, Paola Taverna, Roberta Lombardi, Stefano Vi- gnaroli, Marta Grande siedono in prima fila, in faccia alla sindaca, alla giunta e alla presidenza dell’aula (eletto Marcello De Vito), in mezzo ai banchi di maggioranza ed opposizione, su delle seggiole col cartoncino «riservato». Uno spazio fisico, quello, che è riservato agli «eletti» del popolo romano, tanto che i cittadini a cui il Movimento si rivolge sono in fondo alla sala. Quello dei parlamentari sembra almeno un accerchiamento, se non un commissariamento. Ed è come se, quando vinsero Gianni Alemanno o Ignazio Marino, Pdl e Pd avessero portato al centro dell’aula i loro esponenti di punta. Ultima annotazione: le sedie al centro della «Giulio Cesare» ci sono solo in cerimonie particolari, quando ci sono autorità, o rappresentanti istituzionali.

A parole, però, i leader di M5S tengono le distanze. Alessandro Di Battista è chiaro: «Il Movimento è una comunità, ma la sindaca è la Raggi». E Luigi Di Maio, da Tel Aviv, aggiunge: «Una squadra che meraviglierà. Non ci sono assessori in quota M5S». Raggi prende in braccio il figlio (seduto nel pubblico col marito della sindaca Andrea Severini), lo fa sedere al suo posto, saluta i genitori, presenta i componenti della sua squadra uno ad uno: dal vicesindaco Daniele Frongia fino all’ultima entrata, la giovane ricercatrice Linda Meleo. Non c’è Andrea Lo Cicero, che prova a fare buon viso a cattiva sorte: «Apprendo con grande stupore di non essere in giunta. Ma faccio un rugbistico in bocca al lupo».

Nel pubblico, in prima fila, vicino alla famiglia Raggi c’è anche Pieremilio Sammarco, «mentore» della Raggi, titolare dello studio che difende Cesare Previti, dove la sindaca lavorava: «Siamo suoi amici, che male c’è?», dicono. Sammarco ci tiene ad allontanare da sé sospetti: «Non abbiamo dato consigli, non abbiamo indicato nomi. Siamo professionisti e basta. E, certo, siamo contenti per Virginia». Avranno almeno moltiplicato il lavoro: «Per ora ci sono solo arrivati più curricula di avvocati che vogliono lavorare da noi…».

Nel suo discorso di insediamento — dopo l’Inno di Mameli e il minuto di silenzio per Beau Solomon, il ragazzo americano ucciso nel Tevere (le opposizioni chiedono che sia fatto anche per le vittime di Dac- ca, ma la maggioranza non capisce) — Raggi strappa cinque applausi, evoca «Luigi Petro- selli e Giulio Carlo Argan», i sindaci di sinistra degli anni ‘70, dice che aprirà «il Campidoglio la domenica», annuncia lo streaming quasi totale. Oggi al prima giunta sarà sui migranti. Intanto, però, il sito del Comune annaspa, i nomi della giunta li dà per primo il blog di Beppe Grillo e la votazione sui vicepresidenti d’aula è sbagliata e viene rifatta. Il Pd non applaude, ma da Stefano Fassina e Alfio Marchini arrivano due «aperture». Il primo presenta la mozione per fare il referendum sulle Olimpiadi (a M5S andrebbe bene), il secondo parla di «aria di freschezza in Campidoglio». Il vento, magari, è cambiato davvero.

La manina si leva dalla seconda fila, zona famiglie. Prima timida, poi più decisa, a fare «ciao, ciao!», «guardami, mamma, sono qui!». Dallo scranno di sindaco di Roma in procinto di giurare, Virginia fa finta di nulla. Per un po’. Poi risponde ai cenni, mentre il buon De Vito, legnoso neopresidente dell’assemblea, prova ad andare avanti coi lavori. «Ciao, ciao, Matteo, mamma ti ha visto!».

Se la Raggi o i… diabolici comunicatori della Casaleggio Associati cercavano un palese segno di discontinuità, beh, il segno si materializza alle quattro e venti di questo pomeriggio torrido e persino storico, in un’aula Giulio Cesare che pare la curva d’una partita della nazionale per quanto è piena di tifosi e passioni, ruggiti («onestà, onestà!») e rabbie e rivincite anche ingenue covate dai «cittadini» per una stagione o per una vita, chissà.

Là dove, otto anni fa, i postfascisti di Alemanno salirono col braccio teso nel saluto romano («’amo pijato er Palazzo d’inverno!»), mamma Virginia si insedia col braccino levato d’un soldo di cacio dai capelli neri a spazzola che proprio non sta nella pelle e sulla sedia, accanto al papà Andrea e dietro ai nonni materni. Là dove lo svizzero-marziano Marino rilevò nientemeno che «segni di cicche sul parquet dell’aula», lei si fa sgualcire fascia tricolore e mise scura da cerimonia dal pargolo indemoniato che le s’arrampica sino alla cintola, fino a farsi portare su, in braccio, tra consiglieri e neoassessori e parlamentari pentastellati (file vip per loro, non troppo da «uno vale uno»), su e più su, fino allo scranno magico, quello che fu di Petroselli e Argan (debitamente citati da mamma Virginia), Rutelli e Veltroni, e — ahinoi — Alemanno e Marino, appunto, i due disastri capitali che stiamo scontando con la carica dei 29 (ventinove!) consiglieri Cinque Stelle. Lì, sullo scranno ormai suo, Matteo s’acquieta, pigiando pulsanti, salutando De Vito: rimane dieci minuti lì, mentre si vota. «Siamo cittadini, e cittadini dobbiamo restare», dirà poi la mamma. E un tale uso delle famiglie, spinto oltre cerimoniali e convenzioni, proprio questo deve comunicare, comunità rinata, normalità ritrovata.

Tutto il contrario di ciò che pare pensare Enrico Stefano, neoescluso dalla giunta (ma le poltrone non contano, naturalmente), quando ci spiega che «è una giornata particolare» (chissà quanto consapevole della scivolosa citazione), mentre i solerti guardiani dell’ufficio stampa danno la caccia ai giornalisti, che vorrebbero fuori dall’aula Giulio Cesare e dal contatto con l’umanità grillina: errore grave, corretto poi dal caldo che tutto sbraca e dal clima festaiolo (eppure segno d’una allergia che per qualche militante si traduce in insulti: «Il tuo giornale fa vomitare…»).
È il dark side del grillismo che però oggi viene ampiamente sconfitto e illuminato dalla carica di mamme, zie, fratelli, mariti di 29 romani che raccontano tre o quattro
generazioni di speranze e illusioni sull’Italia (la consigliera grillina più anziana è stata «angelo del fango» nell’alluvione di Firenze). Se è strategia, da romani siamo contenti: Virginia ha fiuto. Se è fortuna, idem: ché quella serve sempre.

Così ci godiamo la mamma di Alessandra Agnello, prof che si descrive scampata al ‘68 («mio marito mi disse che al liceo Giulio Cesare m’ammazzavano, andai ad insegnare alle medie») e giura di avere trasmesso alla figliola avvocatessa delle Poste il «seme della giustizia». Ci lasciamo avviluppare da Marco, marito di Alessandra e teorico della decrescita felice, alle Poste pure lui, «ma in part-time, così vado in bicicletta. Il pane me lo faccio da solo a casa, non abbiamo bisogno di tante cose ». Grillo aveva conquistato prima lui, «Ale però è quella brava». Molti mariti qui hanno aperto la strada per essere poi sopravanzati dalle mogli. Proprio come Andrea Severini, il tormentato consorte di Virginia. Davanti a lui, Lorenzo Raggi, papà della sindaca (uno Spencer Tracy con la barba bianca) si svela «più emozionato per Matteo là sullo scranno di sindaco che per Virginia.

Se lei e la Appendino cadono, cade tutto il Movimento». Alla buvette Virginia arriva in una pausa con Matteo, nonno Lorenzo li filma, i cameramen filmano loro. Il piccolo guarda uno schermo acceso sull’aula e dice «mamma, quella è la tua poltrona!». Idee già chiare.
Dentro, Di Battista, come un primattore in astinenza da fan, anima tutti i capannelli, sempre dando le spalle al consiglio che intanto vota. Quando Matteo rientra, gli chiediamo quanti anni abbia. «Sei!», dice lui, fierissimo. Papà Andrea si sdegna: «Domande ai bambini, ma per favore!», come se ci fossimo incontrati per strada, come se al centro di questa giostra l’avessimo messo noi. È quasi bispensiero. Ma citare Orwell, in un giorno così lieto, pare, se non altro, scortese.

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