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roma-torino-presentazione-seraNon c’è Torino, Napoli, corsa al secondo posto che tenga. Il caso-Totti continua a catalizzare l’attenzione del mondo-Roma. E a logorare di volta in volta, squadra, tifoseria e soprattutto i diretti interessati. Anche ieri, anziché parlare dei granata di Giampiero Ventura (definito en passant «maestro di calcio») e delle difficoltà della partita, tutto è ruotato attorno al capitano. E Luciano Spalletti non si è tirato indietro: «Io ho un capitano ma ho anche una squadra. Abbiamo vinto delle partite anche senza di lui e si parlava sempre di Francesco. Lui non è la Roma. Non ho né padre, né madre, né parenti, né sentimenti quando faccio la formazione. Io penso soltanto a far vincere la Roma e penso a tutti i miei calciatori. Mi dispiace per lui se la interpreta diversamente ma non è un problema mio. Non nostro. Io sono qui per fare rispettare le regole». 

E pensare che sino a quel momento il tecnico era stato perfetto. Aveva fatto autocritica («Ripensandoci il giorno dopo, si possono fare scelte sbagliate come toni e tempistiche»), spiegato gli errori sul primo gol subito a Bergamo, si era sforzato di rimanere calmo anche quando un paio di domande lo avevano oltremodo punzecchiato. Poi, la scivolata, frutto di una comunicazione che quando si sposta sul capitano giallorosso, diventa di colpo muscolare. Anche a Dzeko saranno fischiate le orecchie. Domenica Lucio lo aveva difeso, accusando la piazza per il dualismo creato con Francesco Totti. Ieri, suo malgrado, cercando di pungolarlo, rischia di averlo caricato di pressioni ulteriori: «Ora dipende soltanto da lui, non c’è più tempo. Se mi fa vedere di essere la punta che è bene, altrimenti io faccio altre attenzioni». Luciano Spalletti va dritto per la sua strada. Sull’altare del gruppo e chiunque diventa sacrificabile.

Nell’Entella operava da «centrocampista di destra». Ci metteva «corsa, forza, continuità». E «tatticamente tutto era perfetto, e tutto appuntato: a quello pensava Ventura, ora apprezzatissimo mister della nostra serie A». Poi «Ventura diventò il tecnico dello Spezia in C1. Mi chiese di seguirlo. Il mio sì fu carico di entusiasmo e riconoscenza verso il mio attuale amico e collega: avevo fatto un altro piccolo balzo verso il calcio che sognavo. Peccato che poi le strade si divisero». Racconta così Spalletti nel suo sito il binomio felice con Ventura, tornando indietro fino alla metà degli Anni 80. Ventura, classe 1948, oggi 68enne. Spalletti, nato 11 anni dopo. Distanze nei ruoli, differenze nell’inchiostro della vita. Eppure i due sono sempre rimasti molto legati, dopo aver condiviso – uno in panchina, l’altro in campo – le speranze di cavalcare l’onda di una carriera di primo piano nel calcio. Oggi si ritrovano, e potranno tornare indietro nel cuore non solo a quegli anni giovanili, tra i Dilettanti e la serie C, ma anche ad altri momenti particolari, anch’essi targati nel secolo scorso. Con un paradosso: perché Spalletti, che in vita sua ha conquistato con la Roma e lo Zenit Coppe nazionali, Supercoppe, e anche due campionati russi, avrà davanti agli occhi un uomo che in Italia gli ha sempre rotto le scatole, calpestandogli le dita dei piedi.  

Era il campionato 1996-1997 quando il Lecce di Ventura, in B, batteva 2 a 0 l’Empoli di Spalletti, per poi pareggiare in Toscana nel match di ritorno (1-1). Alla stagione 1998-1999 risalgono invece gli ultimi due confronti, che sono anche gli unici in serie A, fino a stasera: il 27 settembre il Cagliari di Ventura inflisse un clamoroso 5 a 0 alla Sampdoria di Spalletti, successivamente esonerato e ripreso dalla società doriana. Nel ritorno a Genova, 0 a 0. Morale: 4 partite, 2 vittorie del granata e altrettanti pareggi, con 8 gol segnati e uno solo subito, per Ventura. Paradossale, sì, se si pensa alle diverse ambizioni, squadre e carriere, in questi ultimi lustri. Ma che Spalletti abbia un debole per Ventura, da lui considerato «un maestro di tattica», emerge anche da un retroscena indicativo: nel 2010 il tecnico di Certaldo voleva che Ventura lo raggiungesse allo Zenit, gli facesse da collaboratore specializzato nell’insegnamento della manovra offensiva. Giampiero ringraziò, ma preferì rimanere a Bari. «Spalletti ha iniziato a fare l’allenatore stimolato da me. A lui sono affettivamente legato», diceva ieri Ventura. E adesso?  

Adesso, pensa il destino, Ventura potrebbe persino aspirare a sedersi al posto di Conte sulla panchina della Nazionale, caso mai i tecnici favoriti saltassero in aria, via uno l’altro, per motivi vari. Lo sa anche Cairo: «Ormai ho capito più o meno i meccanismi del calcio – ha detto a Radio 24 -. Inizialmente la gente si aspettava cose importanti per questa stagione, l’aver avuto momenti di appannamento è stato vissuto male, ha generato critiche e ha toccato anche Ventura. L’ho però sempre giustamente difeso per tutte le buone cose fatte insieme nel passato. Ora sono arrivate tre vittorie consecutive. Procede quindi il nostro progetto. Ci tengo ad andare avanti con Ventura, è il mio obiettivo». Ma «come in tutte le cose è importante essere in due a volerlo: se avesse l’ambizione di fare il ct della Nazionale e me lo chiedesse, mi metterebbe in difficoltà. Ne parleremmo. Ma per ora non è così e nessuno dalla Nazionale mi ha chiesto Ventura». Che è corteggiato anche dall’Atalanta e dal Cagliari, va ricordato.

Un Toro… strano, sostanzialmente inedito, in emergenza, potrebbe persino centrare il 4° successo di fila: sarebbe un risultato davvero straordinario. Ieri Ventura sottolineava le assenze, confermava che Maxi Lopez è ancora in ospedale per la tonsillite e la febbre alta. E out è anche Immobile: ed entrambi chissà se recupereranno per il Sassuolo. Avanti dunque con Belotti e Martinez in attacco. E con Obi e Baselli interni nel 3-5-2, visti i guai muscolari di Benassi e Acquah. Il combattivo Gazzi è candidato a sostituire Vives, stanco e in difficoltà a Bologna, in mezzo al campo. Sulle fasce, può aspirare a tornare titolare una tantum Gaston Silva (e fors’anche Zappacosta): il turnover può dunque concedere parziale riposo a Molinaro (e/o a Peres: col brasiliano che, com’è noto, è nel mirino anche della Roma, proprio della Roma).

In difesa, rientra Maksimovic, scaricato nelle ultime tre partite a favore di Bovo. Ventura ci ha scherzato sopra, parlando del serbo e tirando una frecciata a Maxi Lopez, seppur col sorriso: «Maksimovic giocherà, se non gli succede nulla. Maxi l’ultima volta che parlato ha detto: “Se non gioco io, non si vince”. Ed è finito subito all’ospedale!». Una battuta anche sull’arbitro Calvarese, quello del black out di Padova: «Lo ricordo come l’inizio della mia avventura a Torino, in B. E’ come se fossi nato in granata con lui! Sembra una paraculata, ma ho un ricordo piacevole».  

Mai come stasera, per il Toro, vale il vecchio detto “Primo non prenderle”. Già, perché la Roma si può tranquillamente definire come la Fabbrica del gol: i numeri parlano chiaro. Nessuna squadra in Italia segna così tanto, 70 gol in 33 partite, e in Europa solo i top club sanno fare meglio. Poi, come se non bastasse, un altro dato sull’efficacia del proprio gioco offensivo: nel 2016, in campionato, su 16 partite solo in un’occasione non è andata a segno, a Torino contro la Juventus. Infine, così, tanto per rincarare la dose, c’è da aggiungere che in casa i giallorossi, in questa stagione, solo in un’occasione non hanno saputo segnare, era il 29 novembre e in quell’occasione l’Atalanta centrò l’impresa di vincere all’inglese, 0-2. Dunque è per tutta questa serie di ragioni che stasera, per la difesa granata, la partita rappresenta un vero e proprio esame di laurea. Si profila una seratina per Padelli che se da una parte ha ritrovato condizione e determinazione, lanciato anche all’inseguimento della convocazione per l’Europeo, dall’altra vivrà una partita diversa dall’ultima di Bologna, dove. al di là dello spavento per il palo di Giaccherini, non è stato mai impegnato. Sarà meglio che indossi invece una paio di guanti nuovi all’Olimpico, perché il rischio di consumarli è piuttosto alto. La preghiera di Padelli ai compagni di difesa sarà una: evitare di permettere alla Roma di andare al tiro su punizione dal limite perché tra i giallorossi ci sono una serie di cecchini dal mirino precisissimo e, per esempio, all’andata la squadra allenata allora da Garcia trovò il vantaggio a sette minuti dalla fine su punizione di Pjanic, subendo poi il pareggio a tempo scaduto con la rete segnata su rigore da Maxi Lopez. Dunque vietato fare falli in prossimità del limite dell’area e cercare il più possibile di portare sull’esterno i giallorossi che si presentano in quella zona palla al piede. Come si può immaginare e capire, si preannuncia per la retroguardia una partita dal coefficiente di difficoltà molto alto. E così, proprio per cercare di dare una mano alla difesa, Ventura è tentato dal proporre due esterni che sarebbe meglio chiamare terzini aggiunti old style, ovvero chiamati soprattutto a difendere più che offendere. Ed è per questa ragione che il tecnico sta valutando l’opportunità di effettuare un turnover con Gaston Silva al posto di Molinaro e Zappacosta per Bruno Peres. In realtà il rebus lo scioglierà solo per l’ora di pranzo, dopo il risveglio muscolare e la leggera seduta tecnico tattica a cui si sottoporrà il gruppo granata avendo l’impegno serale. Il problema è che una scelta troppo difensivistica inevitabilmente abbasserebbe in maniera pericolosa il baricentro del Torino, favorendo di fatto l’inerzia offensiva della formazione di Spaletti. E allora chissà che alla fine non opti per il brasiliano in campo, con Silva sulla mancina. 

In realtà questa sfida sarà importante anche per Maksimovic, fuori a favore di Bovo da tre gare di fila, e ora nuovamente titolare. Per il serbo ecco la grande occasione per dimostrare di essere tornato davvero il marcatore da 25 milioni di euro che Cairo vuole incassare per cederne il cartellino. Tra l’altro potrebbero nuovamente presentarsi osservatori dalla Premier League stasera: sul numero 19 ci sono gli occhi di Manchester City, Manchester United e West Ham. Ma per lui si registrano anche gli interessamenti di un paio di club della Bundesliga. Questo però è il futuro. Il presente è l’attacco mitraglia della Roma: l’obiettivo granata è incepparlo.

Senza Ciro Immobile, in recupero, e Maxi Lopez, ancora in ospedale per la violenta forma di tonsillite che lo ha colpito negli ultimi giorni, sarà dura fare gol alla Roma all’Olimpico capitolino. Ma la sfortuna, alle voci infortuni e malattia, continua a picchiare duro sull’organico granata e quindi stasera bisognerà che il collettivo venturiano ancora una volta faccia di necessità virtù, tornando a puntare, così come a Bologna, sulla strana coppia Andrea Belotti e Josef Martinez. Ora, Belotti è in grande crescita, sta maturando e progressivamente sta diventando un attaccante di qualità, capace di segnare in tutti i modi e di garantire preziosi punti di riferimento al gioco offensivo granata. Sogna la Nazionale, il ragazzo, e dovesse rendersi protagonista in questo finale di campionato e magari regalare ai propri tifosi una perla anche stasera, magari qualche dubbio nella testa del ct Antonio Conte potrebbe infilarlo. E poi chissà, tutto può succedere… 

Tornando al Toro e all’emergenza sul fronte offensivo ecco che l’ex palermitano diventa il catalizzatore della manovra torinista e l’arma più affilata. Un onore ma anche un onere dato che i difensori giallorossi penseranno soprattutto a lui e sicuramente cercheranno di rendergli la vita molto difficile. Ma il buon Andrea oltre a essere un bomber vero è anche un lottatore indomito, capace di prenderle e di darle senza battere ciglio. D’altronde per ”innalzare” la cresta bisogna avere anche un certo temperamento, cosa che non manca affatto al “Gallo” tinto di granata.

Belotti non si tocca, anche a organico completo. Josef Martinez, invece, resta un’incognita. Il guizzante venezuelano finora ha timbrato 16 presenze in campionato (più che altro spezzoni di gara) ma non è ancora riuscito a centrare almeno una volta il bersaglio e ultimamente è stato protagonista di errori, anche clamorosi, nei pressi della porta avversaria, per la disperazione sua, dei compagni, dello staff tecnico e dei tifosi. Parte bene, si fa trovare pronto pure al momento giusto ma, per un motivo o per l’altro, la mira non è mai quella giusta. E per un attaccante è un difetto non certo da poco. A Bologna è stato schierato dal primo minuto, si è dato un gran daffare, ha cercato il dialogo con Belotti ed ha pure infastidito con continuità i difensori bolognesi. Ma il gol sfiorato a pochi minuti dal termine ha pesato nell’economia della sua partita e per fortuna ci ha pensato Belotti a risolvere la gara, altrimenti il venezuelano sarebbe finito sul banco degli imputati. Stasera e forse domenica contro il Sassuolo avrà a disposizione due occasioni da sfruttare al massimo per cercare di convincere la società a confermarlo anche l’anno prossimo. Se incide, chissà

 Per completare il reparto per la gara di stasera Giampiero Ventura ha convocato anche due ragazzi, tra i più brillanti, della Primavera di Moreno Longo. Difficile che i due possano essere impiegati nel corso della partita salvo, naturalmente, imprevisti. Tuttavia i due baby godono di un alta considerazione nell’ambiente granata per ciò che hanno fatto vedere, anche nell’ultimo periodo, nella loro squadra di appartenenza. L’anno scorso, proprio di questi tempi, toccò a Simone Rosso, ex talento della Primavera granata ora in prestito al Brescia, esordire in prima squadra (poi furono due le presenze totali). E stasera, o magari domenica contro il Sassuolo, anche magari soltanto per qualche minuto, potrebbe capitare a uno dei due o a entrambi debuttare nel calcio che conta. Così non fosse poco male, il futuro è dalla loro parte…

La tregua è servita. Per un giorno Trigoria si trasforma in Pleasentville, l’allegra cittadina in bianco e nero, stereotipo del sogno americano, raffigurata nel film di Gary Ross dove tutto è ordinato, il clima è sempre sereno con il termometro fisso sui 22 gradi e tutti sono cordiali, rispettosi e conformi alle regole. L’allenamento di ieri diventa così per Spalletti e Totti l’occasione per provare a ricucire. Francesco nelle inquadrature di Roma Tv è sereno. Il tecnico anche. Ma la differenza, al momento di recitare la parte, è evidente. Chi scherza e ride è soltanto l’allenatore. Lo farà anche in serata quando gli verrà consegnato il Tapiro d’Oro, annunciando che «rimarrò sicuramente, Francesco invece per altri sei, sette, dieci anni». Omaggio ricevuto separatamente anche da Totti che voglia di scherzare ne ha meno: «È tutto a posto, questa sera ci vado a cena insieme (semplice battuta, visto che i due non si sono visti), è una bravissima persona. Il passato si dimentica, non è mai successo nulla fra di noi». Quello che è certo invece è l’epilogo, già annunciato da Sabatini: «Un gol non cambia le cose, l’intendimento di Pallotta è chiaro».  

Senza voler entrare nel merito se fosse giusto o meno rinnovare il contratto al 39enne Totti (che se va giudicato per quello che fa in campo, nelle ultime tre gare disputate ha fornito un assist a Pjanic che ha chiuso i conti col Frosinone, un assist a Salah per l’1-1 col Bologna e in 12’ ha segnato il 3-3 con l’Atalanta, oltre a regalare l’assist del 4-3 a Dzeko, sciupato dal bosniaco) quanto sta accadendo tra il calciatore e Spalletti è il risultato dell’atteggiamento ondivago (e assente) del club. Che prima ha promesso al calciatore che avrebbe potuto decidere autonomamente il suo futuro («Spetta a Francesco decidere cosa fare del suo futuro», frase reiterata da Pallotta, l’ultima volta il 5 marzo) per poi tornare sui suoi passi («Ha 39 anni ed è naturale che voglia giocare ancora ma il suo corpo e la sua mente dicono cose differenti», Pallotta il 16 marzo). Senza contare che la dirigenza italiana ha fatto finta di nulla («Mai esistito il caso Totti», Baldissoni il 22 febbraio) confidando che l’attesa avrebbe logorato il calciatore. E invece il gioco delle mezze frasi fatte trapelare e poi smentite ha finito con il logorare Spalletti, fino all’esplosione dell’altro giorno.  

 

Il tecnico negli ultimi 4 mesi e mezzo ha assunto un ruolo che a Trigoria negli ultimi due anni era stato di Sabatini. E come il ds anche a Spalletti è stato demandato tutto. La risalita in classifica (questa sì, di sua competenza), la gestione del gruppo e della querelle contrattuale del capitano; la questione tifo-istituzioni senza contare quando ha ripreso pubblicamente Sabatini che aveva confermato le dimissioni in tv, travestendosi da dirigente. Un’anomalia che certifica un vuoto di potere. Anche ieri Pallotta ha risposto a qualche sms di giornalisti: «Nessun caso: capita nello sport che si possa discutere tra tecnico e calciatori». E ora, certificato l’addio (settimana scorsa incontro Baldissoni-calciatore per ribadirlo), l’anno prossimo magari se lo ritroverà in Mls. Magari a Toronto.

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