Rosetta atterra sulla cometa puntualmente: missione compiuta

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mhv50faj-khab-u10909144782580cb-1024x576lastampa-itPaesaggi lunari, rocce e colori metallici. Queste le ultime foto inviate dalla sonda Rosetta dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) che si è spenta dopo aver toccato il suolo della cometa 67P/Churyumov- Gerasimenko. Sulla terra Rosetta ha inviato anche dati su gas e polveri vicini al suolo. Dati che potrebbero contenere informazioni preziose per ricostruire le origini del Sistema Solare. «Come accade in ogni manovra, c’è stata solo qualche piccola variazione, che ha portato la sonda Rosetta ad atterrare 90 secondi prima del previsto e a 44 metri di distanza dal punto individuato».

Un’idea rivoluzionaria nata nel periodo della rivoluzione dei diritti civili: gli anni‘70. Pur essendo la stagione della fantasia e della sperimentazione, quel progetto bizzarro di lanciare un satellite per poi farlo “atterrare” su una cometa, sembrava proprio il piano di un folle.
Ma cinquant’anni dopo quella Mission impossible si è realizzata e tra i protagonisti figura anche l’Italia.
Game over. Il gran finale della missione Rosetta è andato in scena con lo schianto della sonda Esa (l’Ente spaziale europeo) sulla superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Un impatto “morbido” avvenuto addirittura con due minuti di anticipo sul previsto. Dopo Philae, il lander che era invece rovinosamente sceso nel novembre di due anni fa, anche Rosetta ha concluso la sua vita avvicinandosi all’oggetto celeste, quasi a passo d’uomo, in modo da regalarci le ultime istantanee.
Alle 12,34 di ieri le comunicazioni si sono interrotte. I computer di bordo, come previsto dal piano, si sono spenti e per 40 minuti, il tempo necessario della comunicazione per coprire la distanza con la Terra, nella sala di controllo di Darmstadt in Germania è calato il silenzio.

«Ha mandato immagini fino all’ultimo secondo – ha detto a caldo Andrea Accomazzo, direttore di Volo della missione -, è riuscita a inviare a Terra l’ultima immagine addirittura quando si trovava ad appena cinque metri dalla superficie della 67P. Siamo molto contenti e soddisfatti perché la discesa è avvenuta perfettamente». Accomazzo è un giovane scienziato della Val d’Osso- la, insieme ad altri connazionali è stato il principale artefice dello storico contatto del satellite con la cometa e dell’«atterraggio» della sonda Philae. Nel 2014, grazie a ciò, è stato eletto scienziato dell’anno dalla rivista Nature.

«Ci ha mandato anche dati su gas e polveri che potrebbero contenere informazioni preziose per ricostruire le origini del Sistema Solare -ha commentato Fabrizio Capaccioni, principal investigator dello spettrometro ad immagini Virtis, uno degli strumenti italiani a bordo di Rosetta e neo direttore dello Iaps, l’Istituto di Astrofisica e Planetologia spaziali dell’Inaf-. Ad ogni modo quello che abbiamo visto è che la cometa presenta molto materiale organico e minor acqua di quello che ritenevamo all’inizio, meno del 20 per cento. Più che una palla di ghiaccio sporca – ha scherzato Ca- paccioni -, si tratta di una palla sporca con un po’ di ghiaccio. Naturalmente non presenta alcuna forma di vita, ma in sé ha tutti gli ingredienti chimici fondamentali che possono innescare quello che comunemente chiamiamo “il brodo primordiale”». «La cosa che più mi ha colpito? Beh, siamo di fronte a un miracolo vero e proprio – conclude lo scienziato -, un miracolo reso possibile dalla perfetta organizzazione tecnica dei vari team che hanno lavorato alla missione».

All’inizio il vero obiettivo della missione non era la cometa 67P/Chu- ryumov-Gerasimenko, bensì la “collega” 46P/Wirtanen. A causa di un fallimento del lanciatore Arianne, nel 2003, la missione è stata posticipata all’anno successivo. Della 46 P, ovvero il primo obiettivo di Rosetta, comunque ne risentiremo parlare: potrà essere visibile ad occhio nudo fra circa due anni. Sarà infatti il regalo del Natale 2018.
Tornando a Rosetta, va detto che in dieci anni di viaggio ha percorso circa sette miliardi di chilometri avvalendosi di ben quattro assist gravitazionali: uno da Marte e tre dalla Terra. Nel suo lungo pellegrinaggio spaziale ha sorvolato da vicino gli asteroidi 2867 Steins (nel 2008) e 21 Lutetia (nel 2010).
Ancora una volta Asi, Inaf e la tecnologia italiana sono stati protagonisti. Numerosi gli strumenti tricolori a bordo di Rosetta (lo spettrometro Virtis, l’analizzatore di polveri Giada, la “telecamera” Osiris/- Wac) e Philae (le celle solari Solar Array e il trapano SD2 della Leonar- do-Finmeccanica) che hanno consentito il successo della missione. A proposito di quest’ultimo, il trapano che doveva raccogliere i campioni di materiale sulla cometa, «funzionava con appena 7 watt, meno delle lampadine che abbiamo a casa -ha precisato Patrizia Bologna, responsabile per Leonardo-Finmeccanica del software della trivella-, nulla se confrontata con le app che usiamo tutti giorni».

Rivedremo mai Rosetta e il suo fiero scudiero Philae? La speranza è l’ultima a morire, ma è una speranza targata Nasa. Tra pochi mesi, infatti, l’ente spaziale americano dovrà decidere quali saranno gli obiettivi del programma New Frontier. In scaletta c’è già il Comet Surface Sample Return, un piano ancora più ambizioso di quello dell’Esa che si prefigge lo scopo di inviare una sonda su una cometa, raccogliere campioni di polveri ed eventuali composti organici e riportarli sulla Terra. «L’obiettivo potrebbe essere ancora una volta la cometa 67P/- Churyumov-Gerasimenko – chiosa Capaccioni – ormai la conosciamo bene e il lavoro iniziato da noi europei potrebbe essere concluso. Stavolta a dare l’assist agli americani della Nasa siamo stati noi».

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