Salah interrogatorio Shock: “Volevo farmi esplodere allo Stadio ma ci ho ripensato”

Salah Abdeslam è due volte traditore. Ha tradito prima di tutto l’Europa: il Belgio che gli ha dato i natali (nel 1989, a Bruxelles) e la Francia che gli ha donato la nazionalità (è figlio di cittadini francesi). Si è rivoltato contro la mano che lo ha nutrito, che gli ha offerto una casa, che gli ha insegnato a leggere e scrivere. Si è rivoltato nel peggiore dei modi: contribuendo a un orrendo massacro di innocenti nella notte di venerdì 13 novembre. Un’ecatombe figlia di una religione fanatica, comandata da un Califfo assetato di sangue.

Però, poi, Salah Abdeslam ha tradito anche la causa in nome della quale ha compiuto l’eccidio. Lo ha confermato ieri il procuratore di Parigi, e si sospettava da tempo: Salah avrebbe dovuto farsi saltare in aria allo Stade de France, come gli altri soldati del Califfato che facevano parte del commando assassino del Bataclan. Invece ha «fatto marcia indietro». Non ha avuto le palle di andare fino infondo, da vigliacco è scappato e si è rifugiato nel ventre di Molenbeek, che lo ha accolto nel suo calore vischioso e lo ha protetto per mesi. Salah dunque è sospeso in una terra di nessuno, è una sorta di apolide della codardia, galleggia in una pozza putrida in cui acqua e fango si confondono. La sua missione era abbastanza importante da consentirgli di sradicare dal mondo le vite di uomini e donne senza colpa, ma non era importante a sufficienza da spingerlo a sacrificare la propria, di vita.

Dunque rinnegato e maledetto, Salah Abdeslam, Giuda di due padroni. Reso ancor più spregevole da questo suo abitare un mondo di mezzo: né l’Occidente che lo ha allevato né il Califfato che l’ha tramutato in macellaio di Allah. Maledetto, maledetto Salah. Due volte vigliacco: angelo sterminatore di chi non si può difendere, ma boia pietoso quando si tratta di premere il pulsante dell’autodistruzione. Guardando le foto che mostrano quella sua faccia da roditore, un pensiero maligno sfrigola tra le sinapsi (dopo tutto, potrebbe Salah suscitare qualcosa che non sia Male?). Viene la tentazione di farlo processare agli altri. Di consegnarlo al Califfato perché risolva la faccenda a modo suo, perché gli mostri fino in fondo per che cosa stava combattendo. Ci vada di persona, Salah Abdeslam il viscido, a fare esperienza della mostra delle atrocità di Raqqa. Sia sottoposto lui, agli infernali tormenti che al-Baghdadi infligge ai miscredenti.

I jihadisti si giochino a dadi la sua vita e la sua carcassa, come hanno fatto con il pilota giordano Muadh al Kassasbe: un poveretto di 27 anni bruciato vivo dopo un sondaggio su internet. «Come volete che muoia?», domandarono le bestie del Califfato ai loro simpatizzanti del web. Quindi accesero la pira. Il pensiero viene: faccia quella fine anche Salah. Lo si lasci ai carnefici per cui lavorava, e che ha deluso. I processi, in Siria e Iraq, finiscono con gente decapitata con l’accetta, chiusa in gabbia e immersa in acqua fino ad affogare, sgozzata con coltelli da bistecca.
Ma non può finire così. Tocca a noi, all’Europa, processare Salah. A rigor di logica, toccherebbe alla Francia, perché il traditore ha colpito sul suolo francese, francese era la sua nazionalità, per la maggior parte francesi le sue vittime.

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