Senato, mozioni di sfiducia al Governo: il Premier Renzi “Basta barbarie legate al giustizialismo”

Senato, mozioni di sfiducia al Governo il Premier Renzi Basta barbarie legate al giustizialismo

Nella giornata di ieri sono state presentate diverse mozioni di sfiducia nei confronti del Governo rispettivamente dal Movimento cinque stelle e da Forza Italia,Lega, Conservatori e Riformisti. La prima mozione di sfiducia è stata presentata dal Movimento cinque stelle, prima firmataria Nunzia Catalfo, il secondo invece è stato quello presentato da Paolo Romani, Gian Marco Centinaio della Lega, Cinzia Bonfrisco.

Nello specifico queste due mozioni chiedono la sfiducia dell’esecutivo in relazione agli articoli 94 della Costituzione e 161 del Regolamento del Senato, il documento del centrodestra lo impegna anche alle dimissioni. Il Premier Matteo Renzi ha risposto alle mozioni di sfiducia con un intervento in aula, ma prima di tutto ha voluto esprimere solidarietà ai giornalisti insultati nel corso del dibattito. “Questo governo sarebbe manifestamente incapace di realizzare ciò per il quale è stato chiamato e ciò per il quale ha chiesto il voto di fiducia? Credo sia legittimo non essere d’accordo sui provvedimenti, ma non si può negare che argomenti al centro del programma siano stati affrontati con successo e mi riferisco espressamente alla riforma costituzionale, alla legge elettorale, ai provvedimenti sulle tasse”, ha dichiarato il Premier Renzi, in risposta alla mozione di sfiducia presentata da Forza Italia. “Questo tipo di attività sono oggi provvedimenti legislativi conclusi.

Nell’inchiesta di Potenza “non c’è nessuna ipotesi di corruzione per il governo. L’unica vicenda penale che ci sarà, sarà quella cui vi chiameremo nei confronti del Pd, per cui vi chiediamo di rinunciare all’immunità, e vedremo chi è condannato o no“. Questa la replica alla mozione di sfiducia del M5S. Si può condividere o meno il merito, ma nessuno qui può negare che quei provvedimenti sono legge”, ha aggiunto il premier. “Questo Parlamento sta facendo quello che si era impegnato a fare e il governo sta facendo quello che si era impegnato a fare con il Parlamento”.Dopo le 18.30 Matteo Renzi è passato al contrattacco rispondendo alle critiche ed alzando i toni scatenando le proteste delle opposizioni, in riferimento all’indagine della procura di potenza che ha portato alle dimissioni del ministro dello sviluppo economico Federica Guidi.

“Per 20 anni si sono verificate barbarie legate al giustizialismo l’avviso garanzia è stato per oltre vent’anni una sentenza mediatica definitiva, le vite di persone per bene sono state distrutte mentre i delinquenti facevano di tutta l’erba un fascio. I giudici devono parlare con le sentenze e noi li incoraggiamo ma le sentenze devono arrivare presto perché noi vogliamo sapere chi è il responsabile, il colpevole, chi ruba. “I magistrati vanno aiutati e sostenuti ad arrivare a sentenza ma quando non si arriva a sentenza e si immagina semplicemente di condannare le persone sulla base delle comunicazioni date ai giornali, in quel preciso momento mi ergo dalla parte della giustizia e non del giustizialismo che non aiuta i giornali”, ha dichiarato Renzi.

Arrivi al Senato con la sensazione che, anche stavolta, non succederà nulla. «Non ci credete neanche voi», sfotte Matteo Renzi, rivolto alle opposizioni, firmatarie di una mozione di sfiducia, l’ennesima, presentata all’indomani del caso Guidi per provare a schiodare il fondo schiena del fiorentino dalla poltrona governativa. In effetti Renzi non ha tutti i torti. Questa cosa della sfiducia a cadenza settimanale sta diventando un rituale un po’ stanco. Quasi un favore, perché dà all’esecutivo la possibilità di sottoporre la propria maggioranza a un tagliando costante. In assenza di novità nelle geometrie della coalizione, Renzi surfa, onda più onda meno, al di sopra del livello del galleggiamento.

La spinta emozionale arrivata dalle inchieste della procura di Potenza (con la diffusione delle conversazioni tra l’ex ministra Guidi e il compagno) ha perso di intensità. Nel frattempo l’attenzione siè spostata sul referendum e il capo del governo sembra aver superato anche questa turbolenza giudiziaria. Sembra, perché Renzi rimane un funambolo sulla corda. E deve dire grazie ai senatori di Verdini e agli assenti dell’opposizione (la prima mozione è respinta con 183 contrari e 96 favorevoli), se in serata può salutare tutti e partire per New York. Come al solito, Matteo risponde alle difficoltà attaccando. Imputa alle opposizioni di fare «sceneggiate», dice che «l’Italia è altrove». Le sfida: «Provate a mandarci a casa. Non ci credete neanche voi, vi basta una bandierina da sventolare in tv.

A questo serve la vostra richiesta di sfiducia». Renzi prende di mira Forza Italia: il premier non si sente un abusivo a Palazzo Chigi, è «tutto nel rispetto della Costituzione» e di uno «schema» che è stato alla base del «vostro sostegno al governo Letta», venuto meno in base a «valutazioni del vostro capo di partito». È Silvio Berlusconi che ha cambiato idea. Dunque Ala e Ncd sono dalla parte della ragione, il Cav siede dalla parte del torto.
Poi tocca alle toghe. Il “rottamatore” non si fa mettere sulla graticola: «I giudici devono parlare con le sentenze, ma queste devono arrivare presto». Un avviso di garanzia non è «una condanna» e «io», spiega Renzi, «sono per la giustizia non per i giustizialisti».

Matteo ricorda Tangentopoli: «Negli ultimi 25 anni l’avviso di garanzia è stato una sentenza mediatica definitiva, vite di persone perbene sono state distrutte». Il premier punta il dito contro i Cinquestelle («Non chiederò le dimissioni del vostro consigliere indagato a Livorno») e difende la correttezza dell’esecutivo nel caso di Tempa Rossa: «La befana vien di notte, non gli emendamenti» Lo sblocco di quel giacimento è stato «discusso e approvato alla luce del giorno».

Occhio a lanciare sfide sulla «moralità politica», si rivolge adesso agli azzurri, «perché è un tema scivoloso». Però una lezione Matteo l’ha imparata. Il telefono scotta. E allora meglio privilegiare la messaggistica episolare. Renzi manda un pizzino a Gabriele Albertini («Bell’intervento, bravo!») e poi passa unfoglietto adAnge- lino Alfano, che sta per incontrare il capogruppo del Ppe Weber. Un caffè e una spremuta.
Poi, terminata la replica, Renzi si dilegua perdendosi le dichiarazioni di voto. «Lei è il Marchese del Grillo», attacca Gasparri, trovando un parallelismo tra «l’io sono io» di Alberto Sordi e il superego renziano. «Dottor Renzi», dice Centinaio (Lega), «il suo è stato un “pippone” di 40 minuti». A difesa del premier (di nuovo) Giorgio Napolitano, che attacca la «manipolazione» delle intercettazioni e ricorda il suo amico D’Ambrosio, «vittima del giustizialismo, ci ha rimesso la pelle».

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