mercoledì , 17 gennaio 2018

Siria, bombe sull’ospedale dei bambini

185340161-c60b6697-122e-4a8d-8377-5ac01cc0a2b1Assisteva mediamente 1.350 donne e gestiva 450 parti al mese la clinica ostetrica colpita e semidistrutta dai bombardamenti ieri a Idlib, una cittadina non distante da Aleppo e controllata dalle forze ribelli.

Save the Children, l’organizzazione umanitaria internazionale che gestisce la struttura, parla di un bilancio provvisorio di «almeno» due morti e diversi feriti, tra medici, infermieri e pazienti. La notizia non farebbe scalpore nella Siria devastata da oltre cinque anni di guerra con le sue cronache anche più gravi di vittime quotidiane, se non si trattasse dell’ennesima struttura sanitaria presa di mira dal regime di Bashar Assad, assieme ai suoi alleati russi, iraniani e alle milizie sciite internazionali. Save the Children punta infatti il dito contro l’aviazione del regime e i suoi alleati.
La provincia di Idlib è ancora una delle poche che resistono con determinazione al crescente impeto del vasto campo di forze legate al regime di Damasco. Da qui inoltre si muovono gli sparuti gruppi di uomini armati che cercano di rompere l’assedio alla vicina città di Aleppo, dove oltre 300 mila civili anti Assad sono completamente circondati da circa un mese.

Le immagini della clinica devastata tornano così a ricordarci una delle caratteristiche più nefaste della repressione del regime: il sistematico attacco contro le strutture sanitarie. Ormai non trascorre mese senza che qualche ospedale venga colpito. Pare che il 61% dei pazienti di quest’ultimo fossero mamme e il 39% bambini. Non stupisce il tentativo da parte delle forze ribelli di costruire piccole cliniche d’emergenza nel mezzo delle campagne, nascoste tra gli alberi, oppure negli scantinati, dove anche i pochi generatori sono celati per non essere individuati dall’aviazione o dagli informatori nemici.

Ma la tensione maggiore resta ancora ad Aleppo, dove peraltro una settimana fa sono stati bombardati almeno quattro ospedali con decine di vittime. Qui il regime assieme a Mosca offre l’apertura di quattro «corridoi umanitari», tre per civili e uno per guerriglieri armati, che garantiscano l’evacuazione della sacca. Ma i ribelli accusano. «Si tratta dell’ennesima offerta-trappola. A Homs fecero la stessa cosa, salvo poi prendere uno per uno i giovani, catturarli e spesso ucciderli», sostengono. L’Onu chiede di poterli gestire in modo autonomo con proprio personale sul posto. Ma Damasco rifiuta. Anche gli Stati Uniti mettono in guardia, sostenendo che l’intera iniziativa rischia di pregiudicare completamente le possibilità di cooperazione militare tra Washington e Mosca per combattere Isis.

Nel conteggio delle vittime delle ultime 24 ore vanno però aggiunti anche una trentina di morti, forse civili, denunciati nelle zone bombardate dalla coalizione a guida Usa contro le milizie del Califfato presso la cittadina di Manbij. Gli Stati Uniti non confermano, ma specificano di «avere aperto un’inchiesta».
Isis nel frattempo avrebbe assassinato sommariamente almeno 24 persone nel villaggio di Buyir, presso il confine con la Turchia.

L’ennesimo tragico massacro di civili in Siria. Ancora una volta ad essere colpito dalle bombe del regime o dell’aviazione russa, gli unici in grado di colpire dal cielo (e responsabili di centinaia di bombardamenti aerei ogni giorno, soprattutto nella zona est di Aleppo), è un ospedale. Il quinto colpito in pochi giorni. Ma l’orrore si aggiunge all’orrore quando si scopre che la struttura è un ospedale pediatrico gestito dall’Ong Syria Relief in collaborazione con Save the Children. Una bomba ha centrato in pieno l’entrata dell’ospedale ostetrico situato a Kafr Takhareem, Idlib. Le prime immagini mostrano la zona antistante l’ospedale distrutta e due ambulanze che si muovono a sirene spiegate. I morti accertati, al momento sarebbero due e numerosi i feriti, tra cui donne e bambini.

Nella struttura, riferisce un portavoce dell’organizzazione internazionale, si trovavano decine di pazienti (61% donne e 31% bambini). Sempre Save the Children riferisce che l’ospedale è il più importante della zona e che mensilmente offre assistenza sanitaria a 1.340 donne con oltre trecento nascite al mese. Solo nei primi tre mesi del 2016 ci sono stati quarantacinque attacchi a strutture sanitarie, una ogni due giorni, molti dei quali compiuti dall’aviazione del regime. E viva è ancora la memoria dell’attacco aereo compiuto dai russi cinque mesi prima contro l’ospedale di Medici Senza Frontiere ad Aleppo.

Tutto questo avviene mentre gli aerei di Mosca sganciano volantini (insieme a bombe e a singolari razioni di cibo composte da ketchup e panini vuoti) sulla popolazione di Aleppo Est, invitando i civili a lasciare i quartieri sotto controllo ribelle, ormai assediati e promettendo salvacondotti anche per i militanti che decideranno di lasciare la città. Ma in pochi si fidano delle promesse fatte dal regime e dai suoi alleati e decidono di varcare i numerosi checkpoint installati lungo tre corridoi “umanitari” intorno ad Aleppo.

Intanto sempre nel nord del Paese ci sarebbero stati almeno cinquanta morti a seguito di un bombardamento americano e alle ritorsioni dell’Isis nella zona di Manbji. Nel primo caso, un attacco aereo della coalizione a guida Usa avrebbe ucciso almeno ventotto civili nella città di al Ghandour, controllata dallo Stato Islamico. Secondo l’Osservatorio per i Diritti umani in Siria, nella macabra conta dei morti ci sarebbero anche sette bambini. Altre tredici persone sarebbero decedute nell’attacco ma ancora non si è riusciti a stabilire se fossero civili o miliziani. Il Comando Centrale americano (CENT- COM), che sovrintende le operazioni militari in Medio Oriente, ha riferito che ha «avviato un accertamento» in merito a un bombardamento, avvenuto vicino a Manbji, «che avrebbe causato vittime civili», ammettendo di fatto di aver colpito nelle ultime 24 ore proprio quella zona. Intanto un nuovo alarme arriva dall’Fbi. Il numero uno James Comey afferma: i successi contro l’Isis in Iraq e in Siria portano a un aumento della possibilità di attentati terroristici nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti. E poi: «A un certo punto ci sarà una diaspora di terroristi dalla Siria come non l’abbiamo mai vista finora». Del resto – aggiunge Comey che ha parlato a una conferenza sulla cybersicurezza – «non tutti i terroristi dell’Isis moriranno sul campo di battaglia».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *