Siria, bombe sull’ospedale dei bambini

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185340161-c60b6697-122e-4a8d-8377-5ac01cc0a2b1Assisteva mediamente 1.350 donne e gestiva 450 parti al mese la clinica ostetrica colpita e semidistrutta dai bombardamenti ieri a Idlib, una cittadina non distante da Aleppo e controllata dalle forze ribelli.

Save the Children, l’organizzazione umanitaria internazionale che gestisce la struttura, parla di un bilancio provvisorio di «almeno» due morti e diversi feriti, tra medici, infermieri e pazienti. La notizia non farebbe scalpore nella Siria devastata da oltre cinque anni di guerra con le sue cronache anche più gravi di vittime quotidiane, se non si trattasse dell’ennesima struttura sanitaria presa di mira dal regime di Bashar Assad, assieme ai suoi alleati russi, iraniani e alle milizie sciite internazionali. Save the Children punta infatti il dito contro l’aviazione del regime e i suoi alleati.
La provincia di Idlib è ancora una delle poche che resistono con determinazione al crescente impeto del vasto campo di forze legate al regime di Damasco. Da qui inoltre si muovono gli sparuti gruppi di uomini armati che cercano di rompere l’assedio alla vicina città di Aleppo, dove oltre 300 mila civili anti Assad sono completamente circondati da circa un mese.

Le immagini della clinica devastata tornano così a ricordarci una delle caratteristiche più nefaste della repressione del regime: il sistematico attacco contro le strutture sanitarie. Ormai non trascorre mese senza che qualche ospedale venga colpito. Pare che il 61% dei pazienti di quest’ultimo fossero mamme e il 39% bambini. Non stupisce il tentativo da parte delle forze ribelli di costruire piccole cliniche d’emergenza nel mezzo delle campagne, nascoste tra gli alberi, oppure negli scantinati, dove anche i pochi generatori sono celati per non essere individuati dall’aviazione o dagli informatori nemici.

Ma la tensione maggiore resta ancora ad Aleppo, dove peraltro una settimana fa sono stati bombardati almeno quattro ospedali con decine di vittime. Qui il regime assieme a Mosca offre l’apertura di quattro «corridoi umanitari», tre per civili e uno per guerriglieri armati, che garantiscano l’evacuazione della sacca. Ma i ribelli accusano. «Si tratta dell’ennesima offerta-trappola. A Homs fecero la stessa cosa, salvo poi prendere uno per uno i giovani, catturarli e spesso ucciderli», sostengono. L’Onu chiede di poterli gestire in modo autonomo con proprio personale sul posto. Ma Damasco rifiuta. Anche gli Stati Uniti mettono in guardia, sostenendo che l’intera iniziativa rischia di pregiudicare completamente le possibilità di cooperazione militare tra Washington e Mosca per combattere Isis.

Nel conteggio delle vittime delle ultime 24 ore vanno però aggiunti anche una trentina di morti, forse civili, denunciati nelle zone bombardate dalla coalizione a guida Usa contro le milizie del Califfato presso la cittadina di Manbij. Gli Stati Uniti non confermano, ma specificano di «avere aperto un’inchiesta».
Isis nel frattempo avrebbe assassinato sommariamente almeno 24 persone nel villaggio di Buyir, presso il confine con la Turchia.

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