Obama lontano e “sconvolto dall’orrore”: attacco premeditato contro chi ci protegge

dallas10

«Sono sconvolto dall’orrore: questo è un atto di violenza premeditato ed efferato contro le forze che garantiscono la sicurezza di tutti i cittadini». Poche ore dopo aver perentoriamente criticato gli eccessi delle polizie che in Minnesota e Louisiana hanno ucciso senza motivo altri due cittadini afro-americani, il presidente Barack Obama ha condannato nei termini più decisi e definitivi il massacro di Dallas.

Parole in un certo senso dovute e quindi scontate, ma essenziali per togliere terreno sotto i piedi a chi, come Jessie Jackson, attivista dei diritti civili dei neri, ora è tentato di giustificare l’omicidio dei poliziotti texani (che pure condanna) come una reazione agli eccessi della polizia e allo stato d’animo «ostile alle minoranze, da quelle musulmane, ai messicani e anche i neri» alimentato da Donald Trump con la sua campagna che diffonde paure e divisioni.

Ma proprio il candidato repubblicano alla Casa Bianca, che si è fin qui distinto per le prese di posizione tuonanti ed estreme, e, certo, non ha dato contributi alla riconciliazione, stavolta sceglie toni molto più pacati. Porge le condoglianze alle famiglie degli agenti uccisi mentre svolgevano il loro lavoro a difesa dei cittadini e anche lui parla di un assalto coordinato e premeditato, di «uno stile da esecuzione» e afferma che adesso «bisogna restaurare la legge, l’ordine, la fiducia dei cittadini che si devono sentire sicuri nelle loro case e nelle strade».

Trump ha anche fatto riferimento alla recente uccisione di due neri in Louisiana e Minnesota, ammazzati dagli agenti anche se non li stavano minacciando, e ha preso, sia pure cautamente, le distanze dalla polizia: «Due morti tragiche, senza senso, che danno la sensazione che ci sia ancora molto da fare». Fare che cosa e per arrivare dove, Donald Trump non lo dice, ma questo è tipico del suo stile oratorio «allergico» ai dettagli concreti.

Anche la candidata democratica Hillary Clinton ha condannato con durezza l’assassinio dei poliziotti giudicandolo un atto premeditato contro uomini impegnati a garantire la sicurezza di chi stava protestando pacificamente. In segno di lutto l’ex segretario di Stato ha cancellato gli appuntamenti elettorali di ieri (doveva parlare a Scranton, in Pennsylvania, insieme al vicepresidente Joe Biden) e la stessa cosa ha fatto Trump, che ha rinviato alcune manifestazioni elettorali.

Uniche voci fuori dal coro del cordoglio e della riflessione, oltre a quella del reverendo Jackson, la sortita minacciosa di Joe Walsh, un ex deputato repubblicano dell’Illinois che se l’è presa col presidente degli Stati Uniti anche per i fatti di Dallas: «Cinque poliziotti uccisi, altri feriti: questa adesso è guerra. Attento Obama, attenti voi di Black Lives Matter: adesso vi arriverà addosso l’America».

C’è qualcosa più della rabbia, qualcosa di molto pericoloso per l’America, se un cecchino spara a Dallas contro gli agenti, nel mucchio. Cinque morti, sette feriti: è la strage di poliziotti più grave nella storia degli Stati Uniti, a pochi metri da Dealey Plaza, dove, il 22 novembre 1963, fu assassinato il presidente John Fitzgerald Kennedy.

Una scena di guerriglia metropolitana mai vista sul territorio americano. Un’imboscata, è logico pensare, preordinata. Non è ancora chiaro se il killer avesse contato sull’appoggio di complici. Per ora la polizia ha identificato Micah X. Johnson, afroamericano di 25 anni, ucciso all’alba, dopo che si era rifugiato in un garage pubblico. Le squadre speciali lo hanno colpito con una bomba pilotata da un robot.

Altre tre persone sono in stato di arresto. Due uomini bloccati mentre in una Mercedes si stavano allontanando a tutta velocità da downtown. In macchina avevano una borsa con magliette mimetiche militari. Fermata anche una donna, non lontano dall’epicentro della sparatoria. Ma potrebbero essere comparse senza alcun ruolo. È come uno strappo improvviso, inaspettato: alle ore 20.58 di giovedì si sta per concludere la manifestazione convocata della comunità afroamericana, dopo la morte di Alton Ster- ling, 37 anni, a Baton Rouge e di Philardo Ca- stillo, 32 anni, a St.Paul in Minnesota. Due neri uccisi in operazioni di controllo condotte da agenti bianchi. Un colpo isolato, poi un altro. Ed ecco una lunga sequenza di spari. Il corteo si sfalda, la gente cerca riparo sui marciapiedi di Main Street. Le auto civetta della polizia arrivano seguendo semplicemente il rumore dei fucili.

Ci vorranno parecchi minuti per capire che cosa sta succedendo. Le immagini diffuse sui social network mostrano la confusione, la concitazione, con i poliziotti che strisciano sotto le macchine, che impugnano le pistole senza sapere bene dove mirare. Dopo una trentina di minuti il killer si materializza dietro un pilastro di El Centro College, un enorme blocco, sette piani di cemento e larghe vetrate. Un altro conflitto a fuoco. Poi il giovane si rifugia nella rimessa pubblica nell’edificio di fronte. Le vetture delle forze dell’ordine chiudono rapidamente le uscite. Compaiono anche i blindati delle Swat, i team d’assalto. Alle 23.45 il capo della polizia di Dallas, David Brown compare per la prima volta sugli schermi delle tv: diventerà la presenza fissa della notte. È anche lui afroamericano e oltre a dare notizie chiede ai connazionali di pregare per gli agenti uccisi.

All’inizio sono tre, poi quattro, infine cinque. Alcuni dei sette feriti sono in condizioni serie. E non è ancora finita. Il giovane nascosto nel garage punta su ogni cosa che si muova. I «negoziatori» provano a convincerlo ad arrendersi. Ma tornano da Brown solo con altre minacce: dice che ci sono delle bombe nascoste nella piazza e nella città e che è pronto a farle esplodere; che vuole «ammazzare» tutti i bianchi e soprattutto i poliziotti bianchi; che ha fatto tutto da solo, inutile cercare complici. All’alba Brown termina il racconto davanti ai microfoni: «Non avevamo altre possibilità che eliminarlo. Abbiamo usato una bomba-robot». Micah X. Johnson era un veterano dell’esercito. Abitava nell’area di Dallas, non aveva precedenti penali. L’Fbi sta vagliando la sua vita privata, le sue amicizie. Al momento non risultano collegamenti con gli organizzatori della manifestazione di giovedì, il movimento BlacLives Matter. Brown ha detto pubblicamente «di non essere convinto» che Johnson abbia agito da solo. Gli agenti federali ancora non si pronunciano.

È evidente che questo passaggio diventa cruciale. Bisogna capire se l’attacco di Dallas sia un fatto episodico, l’iniziativa di un giovane invasato dall’odio. Oppure se non si stiano formando nella comunità afroamericana schegge violente, micro formazioni di guerriglieri urbani, in grado di progettare agguati militari e di maneggiare armi micidiali. Ieri tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti degli afroamericani hanno condannato senza riserve l’attentato. Poi, certo, sui social si è visto e si è letto di tutto, anche qualche farneticante elogio dell’azione di Johnson.
La polizia di Dallas è traumatizzata. Molti agenti sono accorsi al Baylor University Medi- cal Center, dove sono stati ricoverati i colleghi feriti. Hanno pianto, si sono abbracciati. Qualcuno ha tirato fuori le foto pubblicate sui siti di Brent Thompson, 43 anni, il primo morto identificato. Faceva parte del Dart, il dipartimento stradale della città. Si era sposato due settimane fa. Poi gli agenti hanno formato una catena per impedire a chiunque di passare.

Nella sera, arrivando a Dallas, si respira la tristezza. Bandiere a mezz’asta, i fiori e i bigliettini non lontano dal luogo del massacro. Il sindaco di Dallas, Mike Rawlings, dice in diretta tv di «avere il cuore spezzato». Il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, diffonde una nota per «esaltare l’eroico sacrificio di questi uomini e donne coraggiose».
Solo l’insonne David Brown, ora che sono stati riposti gli elmetti e i giubbotti anti proiettile, con poche, semplici parole entra nel vivo della questione: «So solo che è venuto il momento di finire con questa divisione tra la nostra polizia e i nostri cittadini».

Ieri sono continuate le proteste degli afroamericani, con la passerella televisiva ininterrotta di familiari e amici delle persone uccise nei giorni scorsi. Lavish Reynolds, autrice del video sconvolgente che ha ripreso in diretta l’agonia del fidanzato, ha ripetuto accuse precise agli agenti di St. Paul, nel Minnesota. Ma adesso bisognerà vedere come reagiranno gli uomini e le donne in divisa del Texas e degli altri Stati. Arriveranno in tanti per i funerali. Sarà, con tutta probabilità, una giornata simile al 27 dicembre 2014, a New York. Una grande folla di divise, le più diverse, si raccolse in una chiesa di Brooklyn, per le esequie di Rafael Ramos e Wenjian Liu, agenti uccisi mentre erano di pattuglia.

Il lutto, il dolore si trasformò in una clamorosa protesta contro il sindaco Bill De Blasio, che aveva solidarizzato con le vittime afroamericane. In quell’occasione i poliziotti si voltarono, durante il discorso ufficiale del primo cittadino newyorkese.
In questo momento sembra che esistano davvero due Americhe che si danno reciprocamente le spalle. Si capirà subito se il Paese uscirà da Dallas ancora più diviso o più disposto a comprendersi, come vorrebbe il comandante Brown.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.