Strage di Monaco: esclusi collegamenti con l’Isis, l’assassino è un diciottenne depresso e bersaglio di bullismo

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154703390-7ca6b401-a511-4ac7-b2a0-b37259e6f281II taciturno diciottenne che voleva punire il mondo con il sangue dei coetanei ripeteva una sola frase: «Io prima o poi farò una strage». Ali David Sonboly, doppio passaporto tedesco e iraniano, il killer di venerdì pomeriggio nel centro commerciale Olympia, l’aveva detto anche a Safete, macedone, figlia di una delle quindici famiglie del multietnico civico 67 di Dachaustrasse, la lunga strada che porta al primo campo di concentramento nazista. Chi volesse trovare un’immediata causa della strage nel degrado e nella frustrazione dell’immigrazione incontrollata, lasci pure perdere. Nel palazzo dei Sonboly l’ascensore funziona, le scale sono pulite e i segni sui muri non sono vandalismi quanto forse gli schizzi di penne e matite sfuggite di mano ai tanti bimbi dei residenti.

C’è vita vera di ballatoio, le porte aperte, si gioca insieme sotto gli occhi delle mamme, non ci sono barriere, chi abita al piano di sotto sale spesso di sopra e viceversa, turchi, cinesi, albanesi, nordafricani. La macedone Dalila, quindici anni, minuta e cortese, sta al sesto piano e s’incontrava con Ali, al quinto. La ragazzina ricorda al Corriere quella promessa dell’amico di morte certa, e lo fa con ingenuità, non chiedendo scusa per aver sottovalutato la minaccia; del resto, quante se ne dicono fra adolescenti? E forse non era lei, la sentinella che ha dimenticato di vigilare. Il posto da cercare infatti è un altro. Non è il palazzo di recente costruzione con gli ampi balconi arredati da sdraio da mare che affacciano sull’ampio giardino.

Altalena, scivolo, un piccolo pallone a disposizione della comunità, i tavolini all’aperto d’un bar panetteria. Per cercare la verità bisogna camminare all’interno di questo quartiere di Maxvorstadt, media borghesia, in una posizione semicentrale nella parte ovest di Monaco, percorrere due chilometri e fermarsi davanti all’elegante scuola Alfons Mittelschule, chiusa per le vacanze e punto centrale nella progressione della tragedia. Da anni il pluri-assassino sarebbe stato vittima di bullismo, incapace di reagire per debolezza o eccesso di timidezza. Nel 2010 era stato picchiato da tre compagni; nel 2012 aveva subito un furto. Ali aveva cambiato scuola nella speranza che le cose migliorassero ma non era migliorato nulla.

Si era chiuso nella sua camera per navigare su Internet. Inutili, al ritorno di sera dal lavoro sarebbero stati i tentativi per scuoterlo e salvarlo dei genitori. Tassista il papà e commessa nei grandi magazzini la mamma, adesso così devastati da non reggere nemmeno alle domande iniziali sulle proprie generalità nell’interrogatorio della polizia, seppur pronti a giurare che mai avrebbero immaginato. Mai. Prigioniero della depressione, in cura, Ali taceva e organizzava la grande vendetta. Con la certezza che sarebbero arrivati sia il momento sia l’occasione. Il tempo e la geografia dell’attentato non sono casuali. Venerdì era il quinto anniversario della strage di Breivik, il folle che nel 2011 ammazzò in Norvegia 77 persone mentre il centro commerciale Olympia, ci spiega al telefono la mamma di origini pugliesi di una dodicenne, è un punto di ritrovo dei ragazzini che trascorrono ore fra i negozi e le soste per un panino al McDonald’s. Ecco.

Il McDonald’s. Ali, dimostrando capacità sui computer da hacker, era entrato nel profilo Facebook di una ignara ragazza turca, Selina Akim, che abita nella regione di Essen. Aveva mandato un invito ai suoi amici e aveva dato appuntamento al fast-food dove sarebbero state in programma «consumazioni scontate». Poi, armato, aveva preso i mezzi pubblici (c’è una pensilina del bus davanti al suo palazzo) e aveva contato i minuti che lo separavano dalle uccisioni. Era in possesso di trecento proiettili e di una Glock gmm con matricola abrasa, indizio che conduce al mercato clandestino. Non è facile, specie per un diciottenne, armarsi in città. Forse pistola e munizioni appartenevano al padre; forse c’è una persona che l’ha rifornito e dunque sapeva di un ragazzino attrezzato come un soldato e prossimo a un attacco.

I primi colpi sono stati esplosi all’interno del McDonald’s. Ali si sarebbe armato dentro il bagno. Attraverso la mamma, la testimone dodicenne racconta: «Quando successivamente ho visto in televisione il suo volto, mi sono ricordata. Era vicino al mio tavolo. Da solo. Con un hamburger. A un certo punto si è alzato, è entrato nella toilette ed è uscito dal fast-food». Lì ci sono stati i primi caduti. I successivi camminavano all’interno del centro commerciale. Il killer ha imboccato le scale mobili in discesa e ha fatto fuoco. Infine, salito sul tetto del centro commerciale, c’è stato il terzo momento, sintetizzato da quel surreale dialogo con un residente che s’è affacciato e ha parlato col killer. L’ha insultato. «Kanacke» ha gridato dalla finestra. Un’offesa che sta per «merda», per «scarafaggio», e che si prendono in dote i migranti di turno: decenni fa capitava a noi italiani.

Ali David Sonboly è un mancino e con la sinistra impugnava la Glock, una pistola potente. Resta da accertare se si fosse esercitato a sparare e non fanno testo le nottate trascorse davanti al pc nei giochi sparatutto oppure il fatto che avesse armi per il softair, il gioco di gruppo che simula battaglie. Per gli esperti di balistica, la sua posizione di tiro rimanda a un dilettante, incapace com’era di mantenere l’equilibrio e di coordinarsi. Dettagli influenti: nove morti, in maggioranza coetanei, ventisette i feriti fra i quali un bimbo. Ma non bastava. I trecento proiettili nello zaino servivano per ampliare il massacro e conservarsi l’ultimo colpo. Braccato dalle forze speciali, Ali ha percorso meno di un chilometro e si è ucciso con un proiettile alla tempia.

Non si può non dar conto, descrivendo la città che si è risvegliata senza l’angoscia di un attentato di matrice islamica, del «sollievo» di soffrire soltanto per un ragazzino problematico. Non ci sarebbero state bandiere dell’Isis, nella stanza, né dal flusso su Internet sarebbero emerse tracce di ricerche sull’onda di morte scatenatasi in Europa nelle ultime settimane. C’era un libro, sì, dal titolo «Furia nella testa, perché gli studenti uccidono», scritto da un americano il quale, cercato dai giornalisti, ha ripetuto che non è la prima volta che accade e che frequentemente viene preso a modello. Insieme a Breivik, un idolo di Ali era il Qenne che nel 2009, in una scuola nella zona di Stoccarda, aveva ucciso 15 persone. Non cercava ispirazione nel Bataclan o a Nizza, Sonboly. Non gli interessava. Forse ne era perfino all’oscuro. Aveva lasciato la scuola e quando al mattino per arrotondare consegnava quotidiani a domicilio nel quartiere, neanche sbirciava le prime pagine: teneva costantemente gli occhi bassi, puntati sulle proprie scarpe, per scappare dagli sguardi dei passanti o far loro capire che non meritavano attenzione.

I COMPAGNI
«Ma lui minacciava spesso di ucciderci». Monaco di baviera Testimoni, forse senza saperlo, forse senza davvero rendersene conto, della lunga elaborazione del piano stragista. Testimoni diretti, venerdì pomeriggio, nel giorno di terrore di Monaco, del massacro. Stanno parlando prima tra loro, soprattutto attraverso i social network come Facebook, e poi con i genitori. Sono i ragazzini, coetanei e spesso minori d’età, che hanno incrociato Ali David Sonboly negli ultimi anni a scuola e l’altro ieri nel centro commerciale.

S’ignora se più per suggestione che per reali ricordi, adesso in tanti dicono che sì, «quello minacciava spesso di ucciderci» e ripeteva che tanto alla fine l’avrebbe fatta pagare a tutti, aprendo così dei dubbi su quanto invece sapessero i professori e i dirigenti. Erano al corrente della delicata situazione dei problemi psichici di Sonboly? Che cosa conoscevano degli episodi subiti di bullismo e che cosa eventualmente avevano fatto per arginare le violenze? Gli inquirenti, nelle prossime ore, li cercheranno perché vogliono fare chiarezza. Di sicuro ci sarebbe stata una lunga sequenza di aggressioni (fisiche e verbali) forse addirittura perpetrate per sette anni consecutivi, inizialmente esclusa dagli investigatori, sicuri nell’affermare di non avere prove certe, di non possedere denunce che potessero confermare. Poi, nel corso della giornata, l’improvvisa e rapida marcia indietro fino a sera quando sono arrivate le prime ammissioni della polizia, alla luce dei riscontri. Nessuna invenzione, l’attentatore era stato messo nel mirino, era una vittima.

E venerdì ha voluto vendicarsi. Ha mirato soprattutto ai giovanissimi, Sonboly, per quello che gli ha permesso l’incerto e insicuro uso della pistola. Ma ha sparato anche a caso e ha ridotto in fin di vita un bimbo. Un miracolo che non sia morto. O forse no. Martin Olivieri, 35 anni, è un medico originario di Vipiteno. Da nove anni vive e lavora a Monaco, impiegato in una clinica. È stato uno dei dottori a dare immediata reperibilità appena s’è sparsa la voce della strage. L’hanno chiamato. Olivieri s’è ritrovato davanti proprio quel piccolo. Era stato colpito da due proiettili. Sembrava non ci potesse essere niente da fare. Invece, pur con le mille precauzioni del caso, «dovremmo essere riusciti ad averlo salvato». Sono ventisette i feriti ricoverati. Ma c’è un lungo elenco che non si trova in ospedale pur avendo profondissimi traumi. Sono altri bambini, questi di dieci, undici anni, che erano nel centro commerciale e sono sopravvissuti, evitati dal fuoco dello stragista. Il numero è difficile da quantificare. Ma parliamo di molte decine. Sono sotto choc, il dramma vissuto sarà difficilissimo, forse impossibile da superare.

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