Bayern Monaco – Juventus Streaming Gratis diretta live Tv

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Chi ha visto l’andata non ha dimenticato la sensazione di assedio del primo tempo. Lo studio della partita però va oltre le impressioni: tra il 1′ e il 45′ tutti i bianconeri tranne Dybala hanno avuto una posizione media nella propria metà campo. Significa che hanno toccato lì quasi tutti i palloni, senza riuscire a ripartire. Il Bayern è ancora più impressionante: tutti i giocatori tranne Neuer nei primi 45′ hanno giocato nell’altra metà campo. In sostanza, 21 giocatori (Neuer escluso) sono stati in 55 metri. Il secondo tempo ha cambiato molte posizioni medie, con una Juve offensiva negli ultimi 15′, e Allegri spera di ripartire da lì. Sarebbe complicato sopravvivere a un primo tempo «alla torinese».

La Juve ha una capacità molto italiana di soffrire con lucidità. Il grafico qui sopra mostra i punti in cui all’andata i bianconeri hanno fatto fallo. Nessun pallino è nella zona dell’area di Buffon, mentre la maggior parte si trova sulle fasce e intorno alla metà campo. Significa che la Juve non ha concesso punizioni da posizioni interessanti, molto pericolose per la tecnica dei tiratori di Guardiola. Allegri, ovviamente, gradirebbe un bis.

I compiti di Vidal potrebbero ricalcare quelli di Torino: svelto manovratore davanti alla difesa, toccò 131 palloni con 109 passaggi positivi. Numeri diversi dai suoi alla Juve: chiuse la Champions 2014-15 con 74 palloni giocati e 45 passaggi positivi in media. Rispetto a Xabi Alonso, il cileno non ha il lancio tranciante, ma talvolta parte per l’incursione in area, come fatto molto spesso due sabati fa contro il Dortmund. Bloccarlo sulla trequarti aprirebbe molte porte.

Il predominio del Bayern nel primo match venne annullato dopo un’ora, però il grafico del recupero palla (qui sopra) non fa risaltare una netta differenza tra i due tempi: i rossi hanno recuperato palla con continuità nella metà campo della Juve.

Per evitare di restare soffocata (come disse Allegri in panchina) da questa manovra la Juve dovrà usare un palleggio svelto e pulito oppure puntare sulla palla lunga. Spesso è una situazione in cui i tedeschi soffrono.

Nessuno nelle ultime ore ha parlato di Juan Cuadrado: troppo chiasso intorno a Dybala infortunato, Morata nuovo titolare, Mandzukic in eterno equilibrio. Eppure all’andata JC ha dimostrato di poter essere il vero apri-Bayern. La sua fascia, con un altro super atleta come Alaba, può fare la differenza. C’è un’azione, trenta secondi prima del gol di Sturaro, che può andare come esempio. Cuadrado salta secco Thiago, punta l’area e chiede un «uno- due» a Morata (che invece calcia). Stasera Juan sarà un po’ esterno del 4-4-2 (in non possesso), un po’ ala del 4-3-3 (in possesso): dovrà difendere nella zona di Ribery o Douglas Costa e ripartire dopo i recuperi dei compagni. Se la Juve sfuggirà al primo pressing, probabilmente chiederà a lui un po’ di uno contro uno. Difendere su Ribery, attaccare Alaba e far gol a Neuer: una normale serata in ufficio…

Philipp Lahm in doppia versione non è più una sorpresa per gli avversari del Bayern: si muove da primo difensore a destra quando i rossi vengono attaccati e si trasforma in interno di centrocampo quando invece il possesso è della sua squadra. Il campetto qui sotto lo dimostra e nell’immagine in alto, con Alaba in possesso, si vede chiaramente. Da quella zona può ributtarsi sulla fascia per attaccare o stringere al centro. La Juventus cercherà di scavare spazio su quel fianco e per guadagnarlo dovrà essere più veloce del riposizionamento del terzino. Il quale all’andata seguiva spesso Pogba, ma i bianconeri avevano solo due punte. Se il 4-3-3 viene confermato, Morata dovrebbe essere più elastico di Lahm nel valorizzare le riconquiste. In quel settore nacque il 2-2 di Torino, da una palla recuperata da rinvio e subito smistata alla sua sinistra da Mandzukic.

«Pogba deve dimostrare di essere un fuoriclasse». Questo lo si scrive sempre. I suoi compiti, però, da qualche settimana si sono evoluti. Le ultime voci dicono che PP nei momenti in cui la Juve avrà il pallone farà la mezzala sinistra. Con il pallone ai rossi, invece, starà largo a metà campo nella classica difesa della Juve: due linee da quattro davanti a Buffon e due punte a disturbare l’avvio azione. Il pressing però sarà inevitabilmente un fattore: all’andata la Juve ha svoltato quando è riuscita ad aggredire alto, a disturbare il possesso palla di Guardiola. È uno degli obiettivi più complicati di tutto il calcio europeo, ma Pogba ha i mezzi fisici per dare fastidio, per essere il centrocampista più efficace nella pressione. Con quelle gambe può coprire molti metri di campo, come nell’azione qui sopra: stringe da sinistra e devia un passaggio di Kimmich. Il solito sospetto.

Rosa corta, e dunque… scende in campo Massimiliano Allegri. Come al solito? No, di più. Di più perché in questo caso – caso infortuni, s’intende – senza Giorgio Chiellini, senza Claudio Marchisio, senza Paulo Dybala (e con Mario Mandzukic a mezzo servizio, nel migliore dei casi) la figura del tecnico diventa nodale. Epicentro d’un terremoto d’amarezza o d’uno tzunami di goduria: lo si capirà tra qualche ora…

Tanti e forti, i giocatori che mancano all’appello. Il tecnico toscano è insomma chiamato ad inventarsi qualcosa, a svisare sul tema (che poi sarebbe il classico canovaccio da 3-5-2 con Marchisio in regia e Mandzukic-Dybala in zona di finalizzazione).

Sa bene, Allegri, di trovarsi ad un bivio. Proprio la “moria” (agonisticamente parlando, ovvio) verificatasi in questi ultimi giorni, proprio a ridosso di quello che potrebbe esser definito il match dell’anno, può diventare un catalizzatore di esaltazione se le cose dovessero andare per il verso giusto. Juve incerottata, ridimensionata, eppure trionfante: si tratterebbe di una dimostrazione di forza del gruppo e, in primis, del tecnico che consoliderebbe lo status di uomo delle missioni impossibili. Tantopiù se la Juventus giocherà davvero con il 4-5-1 provato ieri, il Conte Max potrà fregiarsi di una incredibile capacità di gestione delle situazioni delicate, di duttilità di pensiero.

Di contro, se le cose dovessero andare male, Allegri rischierebbe di finire sul banco degli imputati non già per l’eventuale sconfitta con il Bayern (che in fin dei conti ci può stare), quanto invece per la gestione del gruppo, la preparazione fisica, il clamoroso numero di infortuni – in taluni casi recidive – occorsi alla Juventus durante la sua gestione. Anche per questo motivo Allegri ha scelto di non convocare Dybala e sta soppesando attentamente le condizioni di Mandzukic (per il croato decisione in extremis): un lungo stop per uno di loro o entrambi rischierebbe di compromettere la volata finale per lo scudetto.

Non è un caso che proprio sul tema infortuni/assenze sia vertita la maggior parte della conferenza stampa di ieri, all’Allianz Arena. Men che meno è un caso che Allegri si sia prodigato in tutt’un campionario di smorfie allorché s’è parlato di “situazione infortunistica drammatica”. «Sono altre le cose drammatiche, nella vita», ha puntualizzato. Bypassando il contesto evidentemente sportivo del rilievo. Segno che il nervo sia scoperto, forse. Oppure dimostrazione di quanto Allegri – pragmatico e ottimista, dispensatore di positività – davvero ritenga marginale o comunque ostacolo affatto sormontabile certe assenze, confidando nella competitività del gruppo.

«Volteggia come una farfalla, pungi come una vespa». La Juventus di questa sera può ancora trasformarsi in Muhammad Ali e provare a stendere il Bayern. E se per volteggiare ci sono Cuadrado e Alex Sandro, ali tecniche, veloci e in grado di far volare la squadra con la loro fantasia, per pungere serve il migliore Pogba di sempre. E’ vero, la storia insegna che partite come questa possono anche essere risolte dal gregario che non ti aspetti, ma nei piedi del numero dieci bianconero c’è sicuramente il colpo del ko. Deve solo ricordarsi come si fa.

Senza Chiellini, Marchisio, Dybala e con Mandzukic in panchina, le responsabilità del ragazzo prodigio sono schizzate al livello più alto mai raggiunto, anche in rapporto all’importanza della partita. Deve essere lui a caricarsi la squadra sulle spalle e inventarsi qualcosa per illuminare la notte bianconera e abbagliare Neuer: la “puntura” per stordire il Bayern e provare l’impresa delle imprese.

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La Juventus, menomata di tanta esperienza e tantissima qualità per colpa degli infortuni, si presenta a Monaco non del tutto disarmata e con la possibilità di fare male ai tedeschi. Cuadrado e Alex Sandro sono due lame particolarmente affilate: il primo ha dimostrato anche all’andata di avere le capacità di insinuarsi nei meccanismi difensivi tedeschi e farli saltare; il secondo attraversa un brillante momento di forma e ispirazione. Con il Bayern che opporrà Douglas Costa e Robben (o Ribery) sugli esterni, opporre Cuadrado e Alex Sandro può avere un duplice obiettivo: mettere un filo di apprensione, costringendo i fenomeni del Bayern a contenere oltre che a invadere, ma anche riuscire a creare la superiorità numerica, magari con una ripartenza veloce.

Delle due ali, e soprattutto di Alex Sandro e dei suoi cross, dovrebbe approfittare Alvaro Morata, un altro che potrebbe pungere come una vespa e che da queste parti ha già vinto, anzi stravinto, una partita (seppure vivendola dalla panchina) quando il Real Madrid di Ancelotti venne a Monaco per una lezione di calcio finita 0-4. Massimiliano Allegri giura sullo stato di grazia del bomber spagnolo, al punto di ringraziare scherzosamente la serie di ko che gli permettono di schierarlo («E’ stata la provvidenza…», sorrideva in conferenza). In relatà le ultime uscite di Alvarito hanno mostrato un attaccante in leggera involuzione rispetto alla scorsa stagione e ai momenti più brillanti di quella in corso. E, soprattutto, hanno visto Allegri sbraitare contro di lui nei minuti finali contro il Sassuolo, quando Morata era entrato «con l’atteggiamento sbagliato».

Va detto che, al contrario di Pogba che in qualche occasione ha sofferto le pressioni della grande sfida, il livello della performance di Morata viaggia sempre in modo proporzionale all’importanza dell’evento. Non si segna un gol nella finale di Champions per caso e – ormai è un fatto – il palcoscenico di Coppa ha sempre esaltato di più la determinazione agonistica del ragazzo di Madrid. Un novello Boniek che per l’Avvocato era diventato il “Bello di notte”, quando l’onore dei riflettori era quasi esclusivamente riservato alle coppe europee.

Ricapitolando: Alex Sandro, Cuadrado, Pogba, Morata. Le speranze della Juventus sembrano meno nude ripensando alle potenzialità che comunque farà scendere in campo. E l’assenza di Marchisio a centrocampo potrebbe essere in qualche modo sopperita con uno sforzo supplementare da parte di Sami Khedira, l’uomo in grado di mettere in bolla la manovra juventina con le sue perfette e fulminee geometrie. E poi c’è Hernanes: la grande scommessa, quella che può fallire miseramente (vedi Coppa Italia a San Siro contro l’Inter) o sorprendere clamorosamente (vedi gli ultimi 30 minuti contro il Bayern, in cui il brasiliano è stato uno degli uomini determinanti della rimonta). Non era facile prima, è ancora più difficile adesso, ma lo sconforto innescato dalle assenze dell’ultimo momento, non riesce a soffocare l’idea di volare come una farfalla e pungere come una vespa.

E’ anche una questione di soldi. Pare brutto dirlo a poche ore da una partita che potrebbe essere epica e che nelle ultime 24 ore ha emotivamente stravolto milioni di tifosi juventini, ma alla fine è anche una questione di vile denaro. Tanto denaro. Perché se la Juventus dovesse vincere questa sera e accedere eroicamente ai quarti di finale, il jackpot della Uefa salirebbe alla ragguardevole cifra di 92.5 milioni, questo per i calcoli legati al market pool, ovvero quella quota di denaro che viene spartito dalle squadre della stessa nazione in proporzione al livello raggiunto.

Ma andiamo con ordine, la Juventus finora ha guadgnato 50.5 milioni, così ripartiti: 27.5 dalla prima rata del market pool, 12 come bonus di ingresso, 5.5 per i premi partita del girone, 5.5 come bonus per la qualificazione agli ottavi, soldi ai quali si possono aggiungere gli 8.7 milioni di introiti al botteghino (che però nel bilancio andranno in un’altra voce, quindi non li contiamo). A questo punto restano 50 milioni del market pool: se la Juventus viene eliminata, li spartirà equamente con la Roma (avendo giocato lo stesso numero di partite), quindi 25 e 25, il che porterebbe i guadagni della Juventus a 75 milioni.

Ma se la Juventus dovesse passare il turno sposterebbe l’equilibrio di quei 50 milioni: 27,5 li prenderebbe lei, 22,5 restebbero alla Roma (che indovinate per chi farà il tifo questa sera). Quindi la Juventus, in attesa di giocare i quarti di finale, sarebbe sicura di incassare 78 milioni ai quali aggiungere 6 di bonus per il passaggio del turno, in totale 84, con la prospettiva di fare un altro incasso da 3 milioni di euro (ma anche in questo caso non li conteggiamo nel calcolo dei soldi Uefa).

Insomma, l’aumento dei premi da parte dell’Uefa, ha reso la partecipazione a questa edizione già molto redditizia, perché l’anno scorso raggiungendo la finale di Berlino la Juventus aveva incassato 89,1 milioni di euro. Il che significa che uscendo questa sera sarebbero solo i 14 milioni in meno, mentre in caso di passaggio del turno, il solo accesso ai quarti avrebbe un valore di poco inferiore alla finale dell’anno scorso. Gli uomini dei conti della Juventus, quindi, non sono particolarmente preoccupati: il sorteggio con Bayern Monaco e la sfortuna di doversi giocare la partita decisiva senza delle pedine fondamentali rappresenta un rischio sportivo, sul fronte economico un’eliminazione avrebbe un contraccolpo inferiore e del tutto attutibile, senza bisogno – per esempio – di cessioni eccellenti. Quelle, se dovessero esserci, saranno legate ad altre situazioni e a diverse strategie.

Alvaro, tocca a te. Forse è il segno del destino che Morata diventi importante in Champions League. Magari decisivo come la passata stagione quando con due reti, una allo Stadium e una al Bernabeu, ha fatto fuori senza pietà il Real Madrid consegnando su un piatto d’argento la finale di Berlino. E contro il Barcellona stava per compiere il miracolo. Suo, infatti, il gol del momentaneo pareggio che ha fatto sognare per qualche minuto prima dell’ultima impennata catalana. Quest’anno, all’inizio, ha gelato il Manchester City con un’altra magia. Adesso, senza Dybala e con Mandzukic in non perfette condizioni fisiche, il giovane spagnolo si ritrova al centro del progetto-Champions. Come prima e più di prima. Stasera spetterà a lui gelare l’Allianz Arena e portare la Juve verso la finale di Milano. Un compito gravoso, ovvio, ma decisamente alla sua portata se torna a fare il Morata che tutti conoscono.

Può e deve diventare la sua notte. Sino ad oggi ha deluso. La passata stagione in pochi pensavano fosse così bravo, quest’anno in pochi immaginavano fosse così deludente. Ma stasera ha la grande occasione per buttarsi tutto alle spalle e tornare protagonista. A volte basta un niente per risorgere e non c’è occasione migliore di questo big match per poterlo fare. Quest’anno, per la cronaca, ha collezionato 38 presenze e realizzato 8 gol. Dodici mesi fa ha chiuso la stagione a quota 15. Ma è il gioco, la testa, la concentrazione che lo stanno tenendo ai margini del grande progetto bianconero. Nell’ultima partita contro il Sassuolo è entrato nel finale (80′) al posto di Dybala e ha fatto infuriare Allegri per la poca voglia che ci ha messo ma stasera, in una competizione del genere e contro uno degli avversari più forti d’Europa, l’ex galattico non può più sbagliare. Il tecnico lo ha messo nel mirino, si aspetta una partita da incorniciare.

In queste ore il Conte Max e i compagno lo stanno caricando a pallettoni. Il ragazzo ha bisogno di sentirsi nuovamente importante: le idee sono annebbiate, ma chi gli sta vicino assicura che sente la partita e non deluderà le aspettative. Il potenziale c’è tutto, ci mancherebbe, il Alvarito ha grandissime qualità che può mettere in pratica soprattutto in una partita come questa dove, molto probabilmente, si ritroverà molti varchi a disposizione per (ri)partire in velocità. E quando lo fa le difese avversarie vanno sempre in confusione.

Non sa ancora se giocherà al fianco di Mandzukic (che comunque non è al massimo e può andare in panchina) o di Zaza (che sta benissimo, ma che difficilmente Allegri lo rischierà dall’inizio), oppure come unica punta con tanti centrocampisti ed esterni pronti ad aiutarlo. Probabile che sia proprio così. L’unica certezza è che partirà dal primo minuto. Di sicuro. E con una grandissima responsabilità.

Inutile nasconderlo, con la sfida dell’Allianz l’attaccante si gioca buona parte del suo futuro. Anche quello in bianconero. Può tornare al Real se a Madrid eserciteranno il diritto di ricompera, può essere ceduto in un altro club (in Premier c’è la coda per averlo). E, perché no, potrebbe pure restare in bianconero. Visto che la società ha investito molto su di lui c’è la volontà di trattenerlo a lungo. Chiaro che il ragazzo deve, però, rimettersi a fare il Morata, quello della passata stagione che spaccava difese italiane e soprattutto straniere. E’ tornata la fiducia attorno a lui, deve prendere per mano la squadra, spaccare la difesa dei tedeschi, portare la Juve il più lontano possibile proprio come ha fatto la passata stagione. E non può dire – stavolta – di non essere preso in considerazione visto che Massimiliano Allegri è intenzionato a schierare solo lui al centro dell’attacco bianconero. Ci vuole un’impresa, anzi di più: un miracolo. Sarebbe stato difficile con tutti i titolari, figuriamoci senza tanti big così importanti. Chiellini, Marchisio, Dybala e Mandzukic (ancora dolorante, comunque non guarito) sono tanta roba. Ma, chissà! Se Morata si mette a fare il matto da Champions…

Dai e ridai, è sempre lì che si torna. Al solito luogo comune delle squadre italiane catenacciare. E se per una volta non è Arrigo Sacchi a fare le pulci a Massimiliano Allegri, beh, allora ci pensa Pep Guardiola. Che poi, per carità, in realtà a specifica domanda in merito alla querelle tra l’ex guru rossonero e l’attuale tecnico juventino, il buon Pep alza bandiera bianca e fa spallucce («Stimo entrambi, non ho nulla da commentare in merito a Rosenborg o non Rosenborg…»). Tuttavia, a lungo andare, il tema viene sfiorato dal tecnico catalano ed emerge in toto il suo pensiero: «La Juve ha la capacità di difendere con otto, nove uomini. Come se fosse la squadra più piccola del mondo. Li ammiro per questo, anche se a me questo atteggiamento non piace».
Gli fa eco Franck Ribery: «Io penso che la difesa della Juventus sia fortissima: tutti lo sanno. E’ la mentalità tipica italiana, ci sono grandissimi giocatori, in difesa, che lasciano poco spazio. Noi dobbiamo capire come saltare questa difesa. Dovremo fare una partita intelligente, anche se non dobbiamo preoccuparci troppo dei bianconeri e piuttosto dobbiamo restare concentrati e focalizzati sulle nostre caratteristiche».

Bene inteso, non si limita a prendere le distanze dal gioco dell’amico Allegri, Guardiola. In verità tesse anche le lodi della squadra («Un ottimo gruppo, in cui l’assenza di Claudio Marchisio, o di Giorgio Chiellini o di chiunque altro non incide») e della società tutta («Avendo giocato in Italia, ho potuto verificare da vicino la mentalità vincente che ha consentito ai bianconeri di vincere così tanti titoli nella loro storia»). Ed è particolarmente lusinghiero il suo «rispetto ancora di più la Juventus, dopo la partita che abbiamo giocato all’andata allo Stadium». Non parliamo, poi, delle lodi sperticate tessute a Gigi Buffon («A tanti calciatori capita di vincere e vivere momenti vincenti, ma non è facile trovare uno sportivo che resista ad altissimi livelli per tanto, tanto tempo come invece sta riuscendo a Gigi»). Però… Però resta il fatto che sempre di Juve difensiva, si parla. Con garbo, ok, ma quello è…

Dunque, alla luce di cotanto parlare e considerare (più o meno a ragione, per carità). Ma vuoi mettere il gusto di zittire in un sol colpo il luogo comune principe del/contro il calcio italiano? Facendolo niente meno che in casa del Bayern Monaco, contro la squadra allenata da sua maestà Pep “gioco offensivo” Guardiola? Già, sarebbe una soddisfazione niente, niente male. Nonché, in verità, sarebbe l’unico modo per riuscire a venir fuori senza ossa rotte (in senso metaforico, si intende: ché per ciò che concerne l’infermeria, beh, si sa come stanno le cose…) da questo ritorno di ottavi di finale di Champions League. Se davvero vuole andare ai quarti, la Juventus non può prescindere dal segnare almeno un gollettino a Neuer.

In quel caso, però, si potrebbe dare atto a Guardiola, Ribery e al resto della truppa di aver giustamente inquadrato la situazione da un altro punto di vista. Cioè sottolineando che «le squadre italiane hanno la caratteristica di non mollare mai, di obbligarti a considerare la partita aperta sino all’ultimo minuto. Basta conceder loro una minima occasione, pochissimo, e loro ti ammazzano». In questo, oggettivamente, la Juventus è maestra, come ha dimostrato pure nella gara di andata recuperando due gol ai bavaresi nel finale. Ecco la chance per completare l’opera…

Non c’è niente da perdere e quindi c’è tutto per riscrivere la storia. Serve l’impresa, l’epica, il miracolo di nostra Signora bianconera contro «i più forti», il Bayern ricco e sfrontato, padrone di Germania e dal 2010 sempre nei quarti di Champions. E viene da dire: perché no? Soprattutto rileggendo l’ultima mezzora dell’andata da dove è inevitabile, e obbligatorio, ripartire. Qui a Monaco, a un passo dal baratro, con mezza squadra fuori dai giochi – Chiellini, Marchisio, Dybala, forse Mandzukic -, e un risultato iniziale teoricamente sfavorevole, può nascere una Juve senza più limiti. Fino alla finale. Come successe a Dortmund l’anno scorso, scintilla di una rincorsa si spera non irripetibile. Una Juve oltre gli infortuni a catena, qualche decisione arbitrale discussa, un sorteggio maledetto. Una Juve che, ripetendo quella straordinaria mezzora, «sarebbe comunque tra le grandi d’Europa», come dice Gigi Buffon. Alla quale non si potrebbe chiedere niente di più.

DOPPIO MODULO Oppure no, Juve fuori, come da copione, come il 2-2 lascerebbe intendere. Anche perché stanno saltando i pezzi, complice l’inseguimento senza respiro in campionato e un turnover che forse poteva essere più largo. Addio anche a Dybala. Togliete Messi al Barcellona e ne riparliamo. Ma l’importante, dice capitan Buffon, anima dei momenti cruciali anche senza guantoni, «non sarebbe perdere, ma il modo in cui si esce dalla coppa». Intanto Allegri è costretto a reinventare squadra e schieramento tattico. Se la difesa a quattro non è in discussione, il tecnico sta ripensando in queste ore alla mossa risultata vincente, nel debutto di Cham- pions, contro il City: un 4-4-2 difensivo virato in 4-3-3 in fase d’attacco. Con Morata a sinistra e Cuadrado a destra: i loro «strappi», le progressioni velocissime, squarciarono la retroguardia inglese sorpresa e impreparata. Qui potrebbero approfittare di un posizionamento «originale» della difesa tedesca. Soprattutto degli esterni, Lahm e Alaba o Bernat, accentrati da Guardiola per dispiegare una specie di 3-2-5 che infoltisce la mediana ma lascia scoperte le fasce.

«MENO PAURA!» Ed è da questa situazione, dall’ultima mezzora di Torino col Bayern alle corde, che si riparte. Quella mezzora che ha spiegato come siano superiori ma non imbattibili. Non si ricordano tante partite dai due volti come quella: i tedeschi potevano essere sul 4-0, poi la Juve ha rischiato di vincere 4-2 tenendoli lontani dall’area, dove sono letali. Per questo Buffon mette ancora sull’avviso: «Dobbiamo avere un impatto meno nervoso/pau- roso all’inizio». Evitando assolutamente di farsi schiacciare ancora una volta, undici dietro la palla, al pronti-via: cosa che permetterebbe a Guardiola quel possesso ossessionante e che, per qualità tecnica, arriva sempre al gol. La linea del pressing sia più alta, i rilanci in profondità più veloci per saltare la ragnatela di mezzo.

POGBA, TOCCA A TE Dybala avrebbe creato occasioni con la sua fame atavica di gol, Marchisio avrebbe gestito i momenti più complicati. Ma Morata (assist del 2-2 a Sturaro) ed Hernanes erano stati all’altezza, e motivati, a Torino. Perdere in questo contesto Man- duzkic, l’uomo chiamato «reparto offensivo», sarebbe invece un problema serissimo: Zaza non sarebbe la stessa cosa. Allegri non se la sente di inserire Pogba come uno dei due centrali: il francese è troppo offensivo, meglio mezzala nel 4-3-3 oppure «finto» esterno che incrocia in velocità nel 4-4-2. All’andata perse 18 palloni, pur recuperandone 11: gli basterebbe quel po’ di concretezza per diventare un top mondiale. Questa è l’occasione ideale per far brillare quel «10» sulla maglia. Un centrocampista con le sue potenzialità non esiste. E i fenomeni si esaltano in situazioni così disperate, trascinando i compagni.

SCUDETTO E BILANCIO Il romanticismo di una sfida del genere non deve far dimenticare gli altri aspetti, psicologici e finanziari. Se è vero che l’eliminazione farebbe risparmiare diverse partite (ed energie) lungo la strada dello scudetto, qui parliamo di giocatori abituati a lottare su ogni fallo laterale, tipo quel Bonucci che sarebbe centrale perfetto per Guardiola per visione e piedi da centrocampista. E poi c’è il bilancio, sempre più d’attualità in un calcio che pensa alla Superlega: uscendo stasera, la Ju- ve avrebbe incassato 70 milioni di premi Uefa, tra risultati e market pool, cioè 23,5 meno dell’anno scorso. Il passaggio del turno vale 8 milioni Uefa supplementari, più altri 4,5 milioni: 3 dal botteghino (stima vicina alla realtà) e uno come bonus ottavi dello sponsor Fiat (novità di quest’anno). Sul piatto, quindi, 12,5 milioni in una notte. Essere eliminati avrebbe qualche conseguenza, non si può negare.

Tenera è la notte. «Dicono che porti consiglio. Siccome io devo dormire, consigli non ne porterà». Pare non averne bisogno, Massimiliano Allegri, ex allenatore-fachiro, capace talvolta di dormire anche sui chiodi. I chiodi questa volta hanno nomi di giocatori cardine come Marchisio e Dy- bala, per non parlare di Chielli- ni, o di Mandzukic, sul quale Allegri farà un pensierino questa mattina senza aver perso il sonno. «Non capisco perché la Juve dovrebbe essere indebolita dalle assenze. Questa è una rosa importante, che può permettersi anche che qualcuno manchi. Spiace per i ragazzi che non sono qui con noi, ma abbiamo i giocatori con le caratteristiche giuste per qualificarci. Restando sempre dentro la partita, perché Juve-Bayern ha dimostrato che le partite non sono mai finite». Mai finite finché non finiscono: ecco un Allegri sereno di fronte alla solita sfida impossibile: un po’ Yogi Berra, immenso come giocatore di baseball e come creatore di aforismi, un po’ ispirato da Bertolt Brecht. Sventurata la squadra che ha bisogno di eroi. «Sento parlare di situazione drammatica per via degli infortuni. Qui di drammi non ce ne sono. L’assenza di due giocatori in una partita per quanto importante, non può essere un dramma».

NERVI DISTESI Sempre più zen, pacato e ironico, e d’altra parte è uno che se si arrabbia si fa notare. Quando Allegri si strappò la giacca per la rabbia durante la partita con il Carpi la foto fece il giro dei social in ottanta secondi: era dicembre, ma a Modena faceva un gran caldo, mentre a Monaco la Juve è stata accolta da cielo grigio e nevischio, sicché pare difficile che Allegri stasera si strappi il paltò. Anche perché i suoi nervi sembrano davvero distesi e le battute ironiche non sono soltanto cabaret. «Come ho reagito quando mi hanno detto che si erano fatti male Dybala e Marchisio? Ho pensato subito a chi potevo far giocare al loro posto,perché altrimenti si restava in nove. Se spero che Morata sia ancora decisivo come l’anno scorso? Morata è in grande forma e lasciarlo fuori sarebbe stato un problema, così ci ha pensato la provvidenza». Lo aveva già promesso a se stesso e ai suoi dopo la partita di andata: lo scontro con il Bayern non avrebbe svuotato la Juve di tutte le sue energie, perché è una partita che conta, ma Allegri sa di doversi giocare ancora il campionato e la coppa Italia.

Per questo Dybala è stato lasciato a casa a scanso di equivoci e tentazioni di buttarlo in  campo malconcio, per questo la condotta della Juve presumibilmente non cambierà, al di là di sistemi di gioco e avvicendamento di uomini. «Bisognerà essere lucidi dall’inizio alla fine, molto lucidi in fase d’attacco. Non credo che il Bayern sottovaluterà la Juve, è una squadra molto forte ma noi sappiamo di avere le armi per colpirla. Tutti hanno punti deboli».

AZIONE DI regola in regola, di motto in motto: «Non bisogna pensare ma fare, l’ho detto ai miei giocatori». L’Allegri tranquillo sembra alterarsi un po’ soltanto quando un cronista gli ricorda quel che Conte disse proprio all’Allianz Arena dopo una sconfitta («Non ci si può sedere al tavolo di un ristorante da cento euro con dieci euro in tasca») e gli chiede se stavolta i soldi alla Juve basteranno, o se qualcuno dovrà lavare i piatti. «La Juve ha quello che serve per andare avanti». Niente eroismi e niente disfattismo: Allegri se la gioca a modo suo, oggi compie 501 panchine fra i professionisti e pensa di avere le carte in regola per passare indenne anche questa vigilia. Con la solita massima, la summa della sua filosofia: «Ci vuole della calma». Come direbbe Yogi Berra, quando trovi un bivio sulla strada, prendilo. «Dispiace sapere che una di queste due squadre deve uscire agli ottavi. Speriamo escano loro». In fondo è molto semplice: Allegri non sente il bisogno di eroi, si accontenta dei gol.

Alternativa. E’ la parola del momento, in Germania: inquieta e inorgoglisce, dipende da che parte si ha la coscienza. Alternativa per la Germania, AfD nella loro lingua, è il partito nato come anti- euro e diventato anti-immigra- zione: ha raccolto protesta e insoddisfazione, superando in due regioni su tre gli alleati di Angela Merkel, nelle votazioni di domenica. Anche Pep Guardiola in questi tre anni lontano da Barcellona ha avuto dei pensieri politici: si era candidato simbolicamente (ultimo della lista) alle regionali per gli indipendentisti catalani, ha presenziato pure a una manifestazione a Berlino. Con moderazione, però senza mai nascondersi. Le alternative del populismo scrollano la nazione tedesca, le alternative di Pep invece al massimo scuoteranno la Juve: il calcio è leggerezza, ammette questa libertà di transito. Franck Ribery adesso è un’alternativa. Potrebbe giocare dall’inizio, per frantumare la «miglior difesa d’Europa», come viene descritta quella bianconera. Ribery non è mai stato un’opzione, bensì un punto fermo, se era sano, oppure un rimpianto, quando era infortunato. Un anno fa di questi giorni, era l’11 marzo e il Bayern demolì lo Shakhtar 7-0, Kaiser Franck uscì per un dolore alla caviglia che sembrava una sciocchezza: gli è costato almeno dieci mesi di carriera e Pep si è cautelato, ha trovato in Costa e Coman le alternative.

RINATO «Tornare in campo per me è stato come rinascere, ho lottato tanto per poterlo rifare», racconta il francese. Rientrato il 5 dicembre, si è poi fermato di nuovo. In questa stagione soltanto 8 presenze, di cui due per 90’, però recenti: sabato con il Werder e il 2 marzo con il Mainz. Stasera potrebbe ridiventare titolare in Champions, perché il raffreddore di Robben sembra ben altro. Ieri l’olandese non si è allenato con il gruppo causa neve, è rimasto in palestra poiché «raffreddato» come ha fatto sapere il Bayern, poi Guardiola ha detto: «Non so se può giocare, lo spero». E Ribe- ry: «Io invece sto bene, mi sento pronto. La Juve si comporterà come sempre, aspetterà, è la mentalità italiana, e ha grandi giocatori. Dovremo avere pazienza e sfruttare tutte le alternative possibili».
LA SPINTA DI TONI Ribery è ormai un bavarese ad honorem, per successi ed anzianità: «Sono qui da 9 anni, mi conoscono». E gli offrono per scherzo un contratto fino al 2050. Risate. Ribery ha dato al Bayern gol e tunnel, assist e stupori. Ha ricevuto, oltre ai soldi, una protezione di stile famigliare quando è incappato in qualche guaio (feste allegre), un controllo continuo per il suo fisico troppo sollecitato. Era arrivato con Luca Toni, nel 2007, ne ha ereditato il fisioterapista, Gianni Bianchi. Toni ieri gli ha mandato un video messaggio, con la mediazione della Bild: «Grande Fran- ck, buona fortuna. Sei il numero uno, fai un gol», ha detto il suo amico italiano girando la mano vicino all’orecchio. Ribery non ha in programma di restare soltanto un’alternativa.

Conto salatissimo! Tutto esaurito, o quasi, nell’in- fermeria Juve. K.o. i pezzi da novanta, in particolare gli «insostituibili» Marchisio e Dy- bala, giocatori che in rosa non hanno vere e proprie alternative per caratteristiche e modo di stare in campo. I due vanno ad aggiungersi a Chiellini: tutti con problemi a un polpaccio. Insomma, assenze gravi in ogni reparto, proprio a poche ore dalla sfida più difficile dell’anno, nella tana del Bayern di Pep Guardiola.

BOLLETTINI Già sul giornale di ieri vi avevamo anticipato il serio guaio a Marchisio e l’allarme Dybala, ma l’impressione era che almeno l’argentino potesse farcela. E invece, a sorpresa, ecco il comunicato ufficiale bianconero, diramato pochi minuti prima della rifinitura a Vi- novo: «Dybala è uscito anzitempo dall’allenamento di ieri (lunedì, ndr). Gli esami diagnostici effettuati hanno escluso lesioni, ma hanno evidenziato un edema da sovraccarico del soleo sinistro. Non sarà quindi disponibile per la gara di Champions e le sue condizioni verranno quotidianamente monitorate in vista della partita di domenica contro il Torino». Davvero difficile che Dybala possa rispondere presente pure contro i granata. Un mesetto di stop invece per Marchisio: lesione di primo grado del soleo.

Uno spiraglio di luce arriva almeno dal fronte Mandzukic, pure lui in precarie condizione per un fastidio inguinale, comunque in gruppo ieri mattina: caparbio, cattivo e convincente nel lavoro svolto. Certo, va usata grande prudenza con un ragazzo più volte ai box in questa stagione, ma il guerriero croato è pronto al sacrificio, svolgerà un ultimo provino questa mattina e se disponibile farà coppia con Morata, simbolo del «quasi miracolo» juventino nella Champions dello scorso anno: dagli ottavi in poi, 5 centri in 7 partite per lui, in rete anche nella finale col Barcellona.

Assenze a parte, i campioni d’Italia venderanno cara la pelle, forti della classe di Pogba, dell’esperienza di Khedira e del carisma dei vari Buffon, Lichtsteiner, Barzagli, Bonucci ed Evra là dietro. Certo, è piuttosto imbarazzante la conta degli infortuni in casa Juve: da luglio ad oggi sono 50 i passaggi in infermeria, 36 dei quali per guai muscolari. E risulta obiettivamente difficile dare ogni colpa a una preparazione estiva inevitabilmente condizionata dalla fretta per presentarsi al meglio al primo trofeo stagionale (Supercop- pa italiana in Cina a inizio agosto): il tutto ha sicuramente influito almeno fino a novembre, nel frattempo c’era però spazio e modo per garantire gli «anticorpi» necessari.

Popolo juventino prima stordito e poi arrabbiato sui social: nel mirino Allegri e lo staff. Un allarme scattato da tempo anche nei piani alti, e non è probabilmente un caso che stia prendendo forma il « Medical», struttura tutta interna che dalla prossima stagione gestirà ogni problema fisico dei giocatori: il responsabile sarà il dottor Stesina. Allegri si trova ad affrontare un’ondata di polemiche che ricorda i tempi milanisti, in particolare la seconda stagione, quando i troppi infortuni muscolari e una gestione dei recuperi ritenuta poco convincente (viene spesso tirato in ballo il k.o. di Thiago Silva, «rischiato» e poi di fatto perso in una gara di Coppa Italia con la Juve) costarono lo scudetto 2011-12 a favore dell’allora banda Conte. Non andò meglio nel 2012-13, allora Galliani pretese spiegazioni e un dossier dettagliato dopo aver convocato tecnico, capi dei preparatori e del settore medico. Max lo sa: certe polemiche o pressioni si cancellano solo coi risultati. Una vittoria a Monaco risolverebbe tutto.

Magari non è una finale anticipata – un posto difficilmente non sarà del Barcellona il 28 maggio a San Siro – ma di sicuro Bayern-Juventus è una semifinale mascherata da ottavo. Sensazioni rafforzate dai numeri e soprattutto dai valori di mercato. Domani sera all’Allianz Arena, teatro del secondo atto di Champions (si riparte dal 2-2 dello Stadium), sfilerà 1 miliardo di euro. Stando alle quotazioni degli esperti di mercato, aggiornate in base a crescita o deprezzamento dei cartellini, carta d’identità e situazione contrattuale, in realtà la cifra è pure superiore. Pep Guardiola e Massimiliano Allegri maneggiano la bellezza di 1 miliardo e 90 milioni di euro (581 milioni per i bavaresi; 509 per i bianconeri). Calcio di lusso. Roba non da ricchi, ma da super ricchi. Bayern-Juventus è l’ottavo di primissima classe. Nessuna delle altre sfide – come si vede nella tabella a fianco – vale così tanto complessivamente. Nemmeno quel Barcellona-Arsenal nel quale il trio Messi-Suarez-Neymar da solo sfiora i 400 milioni. Spagnoli e inglesi superano il miliardo (1078 milioni, vedi tabella), ma per “pochi” milioni sono dietro rispetto a Bayern-Juventus. Mentre in Real Madrid-Roma (979 milioni) e Chelsea-Psg (878 milioni) della scorsa settimana la quota monstre è stata soltanto sfiorata. Ma impietoso è soprattutto il confronto con gli altri ottavi. Un esempio? Wolfsburg-Gent vale quasi la metà della sola Juve.

A far schizzare il prezzo della sfida dell’Allianz Arena sono soprattutto tre fuoriclasse, tutti segnati in rosso nei taccuini delle concorrenti europee. Il pezzo pregiato del Bayern Monaco è Robert Lewandowski. Il polacco divide con Suarez (Barcellona), Ibrahimovic (Psg) e Higuain (Napoli) lo scettro del miglior centravanti al mondo. I bavaresi, grazie anche alla testardaggine del Borussia Dortmund, hanno dovuto aspettare un anno in più per comprarlo, ma alla fine nel 2014 lo hanno accolto a parametro zero. Poca spesa (0 euro) e tanta resa (41 gol in 56 partite). E soprattutto una potenziale plusvalenza da capogiro. Il Real Madrid del presidente galattico Florentino Perez ha già fatto capire di essere pronto a un nuovo assegno stile Bale, da 100 milioni. Cifra che la Juventus si è vista (e si vedrà) offrire per Paul Pogba. E anche il francese sarebbe un maxi affare da zero a 100, visto che la Juventus a suo tempo lo ingaggiò a fine contratto dal Manchester United. Ma tra i “mister 100 milioni” occhio anche a Paulo Dybala, che secondo gli esperti in meno di un anno ha più che raddoppiato il proprio valore di mercato: i campioni d’Italia lo hanno acquistato per 40 milioni e sono intenzionati a goderselo per diversi anni. In corso Galileo Ferraris sono già arrivate offerte da 80 milioni e in estate è dato per scontato un ulteriore innalzamento dell’asticella a quota 100, soprattutto se dopo il gol dell’andata l’argentino firmerà nuovi gol in Champions. Quota che non spaventa la Juventus, dotata delle forza necessaria per respingere al mittente le avances. Anche quelle del Barcellona, dove Dybala è sponsorizzato da sua maestà Leo Messi.

E se Muller insegue un gradino sotto (valutazione 80 milioni), tanto nel Bayern quanto nella Juventus ci sono giocatori in continua ascesa accanto ai vari Neuer, Robben, Mandzukic, Chiellini… Basta dare una sbirciatina alla lista dei sogni che Pep Guardiola, prossimo allenatore del Manchester City, ha inviato allo sceicco: si va dal jolly Alaba (45 milioni) a Leonardo Bonucci (35), passando per l’ex Barcellona Thiago Alcantara (25 milioni).

Valore in continuo aumento anche per diversi giovani d’oro: da Kinksley Coman (ex juventino ora protagonista al Bayern) ad Alex Sandro, per il quale i 26 milioni investiti dalla Juventus sembrano già pochi. Il brasiliano, fresco di chiamata in Nazionale, vale già attorno ai 35. Marotta e Paratici hanno un potenziale tesoro anche in difesa: per Daniele Rugani sono già state rifiutate ricche offerte da parte di Napoli, Arsenal e Manchester United.

La stazza del prescelto è imponente e chissà cosa potrebbe accadere domani sera all’Allianz Arena se, replicando il primo round dello Stadium, Robert Lewandowski volesse scambiarsi (almeno) un paio di sguardi di sfida con gli avversari juventini. Per separare i litiganti ci sarebbe bisogno di una bestia d’arbitro. Eccolo qua, servito su un piatto d’argento: Jonas Eriksson, classe ’74, originario di Lulea, seconda città del nord della Svezia, famosa perché spesso interessata da nevicate fuori dall’ordinario. Ma state tranquilli: il gigante buono sopravviverebbe anche alla tormenta del secolo. Un direttore di gara tra i più ricchi della categoria: uno che voleva fare il giornalista, poi diventa agente di commercio e mette su una start up (la IEC Sports che gli avrebbe fruttato il soprannome di “The Millionaire”) legata al commercio dei diritti tv, la cui quota gli frutta una decina di milioni di euro, infine – 5 anni fa – decide di diventare arbitro professionista. «E’ la cosa più bella che possa fare»: così parlò l’omone scandinavo, tra i migliori della scuderia Collina.

Raccontano che, nel caso evitasse di toppare l’imminente Bayern-Juventus (i tifosi bianconeri si augurano ben altro, dopo i disastri dell’inglese Atkinson nel match di andata: due gol irregolari dei tedeschi e “bagher” di Arturo Vidal non sanzionato), il presto 41enne (28 marzo, auguri) sarebbe in pole per la direzione della finale di San Siro. «E’ la scelta migliore – commenta Maurizio Romeo, noto blogger bianconero nonché osservatore arbitrale per Juventibus -. Ha diretto bene Juventus-Siviglia allo Stadium. Non ha ancora fischiato un rigore in questa stagione, ma quando ha diretto la Juventus è andato bene. A Madrid, la scorsa annata, fischiò un penalty per fallo di Chiellini: c’era. E nel novembre 2013 ne concesse giustamente due ai bianconeri con il Copenaghen». Altra pasta rispetto al tedesco Grafe, arbitro da horror di un Real-Juve di due anni e mezzo fa.

Curiosamente la staffetta Atkinson-Eriksson si ripresenta a distanza della doppia semifinale della scorsa Champions. Anche allora la direzione dei rispettivi fischietti rispettò il trend: male l’inglese (voto 5), bene lo svedese (7), che già a 28 anni fu nominato internazionale. Uno che non si fa condizionare neppure quando c’è da espellere un calciatore del Bayern (Holger Badstuber per fallo su chiara occasione da gol contro l’Olympiacos) con i tedeschi avanti 3-0: «Non patisce le pressioni – prosegue Romeo – e tende a utilizzare poco i cartellini. Ha diretto quattro semifinali consecutive, tra Champions ed Europa League». A proposito di cartellini rossi: ne ha estratti solo 4 in carriera, con 6 rigori assegnati. Un arbitraggio all’inglese, il suo. Purché non sia Atkinson…

E poi c’è sempre quello che dice: «In Italia la Juventus domina, ma in Europa fatica». Punto di approdo di milioni di discussioni calcistiche in cui spunta il teorico di questa fallace teoria: dall’esperto da bar ad Arrigo Sacchi. E siccome repetita iuvant, anzi Juventus, hanno finito per crederci anche gli stessi tifosi bianconeri, alimentando un complesso europeo che contagia da anni l’ambiente. Il tutto in aperto e deliberato contrasto con la realtà, perché se è vero che la Juventus ha un palmares internazionale meno ricco delle altre big continentali, è dato inconfutabile che questo dipende dall’idiosincrasia per le finali, perse per demerito, per sfortuna o per errori. Ma il problema è arrivarci, in finale. E la Juventus ci è arrivata più volte di tutti negli ultimi vent’anni, da quando cioè il trofeo dalle grandi orecchie si chiama ufficialmente “Champions League”: cinque volte, come il Bayern; una in più di Real e Barça, due in più dello United. Se questo significa «faticare in Europa» bisogna mettersi d’accordo sul concetto di fatica.

Ma ormai la teoria si è cristallizzata, una stalattite che incombe sui pensieri dei tifosi e l’emotività della squadra. Così se al Milan possono ripetersi il mantra del «dna europeo», intorno e dentro alla Juventus fanno esercizio di tafazzismo e alimentano l’inferiority complex di Coppa, alla faccia del fatto di aver giocato due finali in più dei rossoneri. In compenso i rossoneri hanno vinto una delle tre finali disputate proprio contro la Juventus. Ai rigori… Perché effettivamente, è questo è un fatto altrettanto inconfutabile, la Juventus ha la sinistra tendenza a perdere le finali. Quattro delle ultime cinque è una media angosciante per i tifosi, ma d’altra parte andrebbe anche specificato il “come” la Juventus le ha perse. A Manchester, contro il Milan, ai rigori (che per contro le furono amici a Roma contro l’Ajax), ad Amsterdam contro il Real Madrid con il gol decisivo di Mijatovic in netto fuorigioco. Un pizzico di fortuna in più e la Juventus potrebbe ritrovarsi con due Coppe in più e – chissà – l’etichetta di squadra con il «dna europeo».

Eppure la Juventus è stata la prima squadra in Europa a vincere tutte e tre le principali competizioni (Coppa Uefa, Coppa delle Coppe e Coppa dei Campioni), meritando per questo una targa dell’Uefa che fa sfoggio di sé nel museo dello Stadium, un memento per lo più ignorato. Eppure la Juventus ha perso solo il 22% di tutte le partite europee disputate nella sua storia. E ha raggiunto 18 finali europee dal 1965 in poi, con una media di una ogni tre anni, vincendo nove e portando a casa altrettanti titoli. Certo, c’è chi ha bacheche molto più lussureggianti, ma chi ha curricola decisamente meno intensi sotto il profilo della continuità ad alto livello in Europa.

Il primo passo, per la Juventus e i suoi tifosi, sarebbe proprio cancellare questo luogo comune dai discorsi e dai pensieri. Prendere coraggio e affrontare l’Europa con la stessa sicurezza che ha contraddistinto da sempre l’atteggiamento bianconero in campionato. Perché la Juventus è una squadra vincente anche nelle coppe, nonostante le tante occasioni perse, e sono i numeri a dirlo, non l’amico al bar che rimastica la vecchia litania. E questo deve essere un motivo in più per crederci da parte della Juventus che deve affrontare la partita di domani sera da grande a grande e con quella sottile motivazione in più di stracciare quell’etichetta che si è appiccicata nel tempo e, pur sbiadendo, non vuole proprio staccarsi.

Giorgio Chiellini si è ancora allenato a parte ieri mattina e oggi Massimiliano Allegri dovrà decidere se farlo salire sul charter che porta la Juventus a Monaco di Baviera o lasciarlo a casa in vista del derby. Le notizie dall’infermeria non sono ottimistiche: il difensore non è del tutto recuperato, ragione per cui non si è aggregato con il gruppo ma ha continuato con il lavoro personalizzato. Colpa di quel problema al muscolo soleo del polpaccio e alla ricaduta nella sfida di campionato contro l’Inter, che l’ha rimesso ko.
Se la ragione – e il bollettino medico – dice più no che sì, non c’è da sottovalutare però la forza di volontà del giocatore, che non è nuovo a miracolosi recuperi, come in campo così in infermeria, come è successo anche in nazionale con Prandelli. Ha già saltato la gara d’andata, cercherà fino all’ultimo di esserci domani all’Allianz Arena: stamattina, nell’ultimo allenamento prima della partenza, il test decisivo e si vedrà se supera il collaudo.

Con Chiellini in campo si torna al 3-5-2, senza il difensore la Juventus dovrebbe schierarsi come all’andata, cioè con il 4-4-2, e con gli stessi interpreti, anche se Mario Mandzukic non è al top della condizione. Contro il Sassuolo è uscito toccandosi l’inguine, l’allenatore bianconero ha rassicurato che non si tratta di niente di serio, parlando soltanto di stanchezza, anche per lo spirito di sacrificio che il croato sta mettendo in campo, andando a recuperare i palloni in difesa. Ma Alvaro Morata è in preallarme: nel caso in cui il croato non dovesse farcela, titolare sarebbe lo spagnolo. Ovvio che Mandzukic ce la metterà tutta perché vive la sfida contro il Bayern in maniera particolare e non vede l’ora di affrontare il suo ex tecnico Pep Guardiola, con cui si è lasciato male. La sua cattiveria agonistica, dimostrata anche allo Stadium contro i bavaresi, sarà fondamentale per limitare il divario e soprattutto per far sì che la Juventus possa essere più offensiva. Al fianco del croato agirà Paulo Dybala, capocannoniere bianconero con 18 gol, che ha segnato all’andata e può essere l’uomo delle magie dopo l’eurogol al Sassuolo.

Rispetto alla gara contro il Sassuolo, quando è stato tenuto inizialmente in panchina, a centrocampo torna titolare Pogba: il francese, nella linea a quattro, sarà esterno a sinistra con Marchisio e Khedira al centro e Cuadrado sull’altro versante.

Rientra anche Patrice Evra, in vantaggio su Alex Sandro per coprire il ruolo di terzino sinistro nella trincea a quattro completata da Bonucci, Barzagli e Lichtsteiner: lasciare il brasiliano in panchina, dopo averlo visto brillare in campionato, è un peccato, ma il francese è un vetrano, ha esperienza e carisma, soprattutto è più difensivo rispetto al compagno. E da quelle parti occorre contenere l’irruenza di Robben o Coman. Non è detto comunque che non ci sia una chance anche per il brasiliano.
I cambi potrebbero rivelarsi fondamentali, come è capitato a Torino, quando Sturaro, entrato 7’ prima al posto di Khedira, ha assunto le movenze da vero bomber e ha griffato il gol del 2-2. Perciò sara importante che Alex Sandro, Sturaro, ma anche Hernanes (prodigioso all’andata quando ha sostituito nell’intervallo Marchisio bloccato da un affaticamento), Lemina e Morata siano pronti a dare la scossa.

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  3. ψ Bayern Monaco – Juventus Champions League – Ottavo di finale, mercoledì 16 marzo 2016 ψ

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