Inter – Torino Streaming Gratis Cronaca Video Info Link Diretta Live Tv Rojadirecta

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inter_torino-2015-16Chissà se Mihajlovic ha letto il mito della caverna di Platone: noi non siamo le ombre che un fuoco acceso alle nostre spalle proietta sul muro che abbiamo di fronte. «Voglio che i tifosi capiscano bene cosa abbiamo fatto e cosa stiamo facendo», detta. Gli manca solo la bacchetta del maestro. Filosofeggia, ma restando aggrappato al piano della quotidianità e alla geometria dei suoi principi. Noi non siamo quello che sembriamo, spiega, fors’anche pirandellianamente. «Il Toro non è solo questo», argomenta. Non è solo quello che abbiamo visto fin qui, cioè, proiettato dal 5° posto in classifica, dal 2° miglior attacco del campionato, da un fin sorprendente processo di crescita, da un gioco sovente anche scintillante, da una dirittura di obiettivi e da una coerenza di metodi che fa crepitare le speranze. «No, il Toro non è solo questo. Perché siamo soltanto al 50% delle nostre potenzialità. Ventura ha svolto un ottimo lavoro in questi anni, ma quando uno prende una squadra nuova, vuole trasmettere un’altra mentalità, un’altra tipologia di gioco. E deve ripartire dalle fondamenta».

E’ un discorso programmatico, che si dipana a poche ore da un match che può rivelarsi straordinariamente importante, nel percorso che deve portare i granata fuori dalla loro caverna. Cioè lontano dal baluginare di riflessi illusori. Al contrario, vicino alla soglia, là dove risplende per davvero il sole. Mihajlovic soppesa la partita odierna e coltiva il nitore di una consapevolezza: vincere a San Siro significherebbe non solo scaricare un’altra sgasata in classifica, rombando sotto i riflettori di tutt’Italia, ma anche acquistare un surplus di autostima e di entusiasmo contagioso. Prima la Roma: tié. Poi la Fiorentina: idem con patate. Quasi quasi anche la Lazio: a fine primo tempo non c’era partita, tanto il Toro suonava la lira. Sinisa oscilla tra le grandi, dopo aver piallato anche un Palermino, e ora cambia strumento, passa alla grancassa: «Approccio sempre positivo, intensità degli allenamenti, mentalità vincente contro tutti, anche rischiando. Pressing, recupero immediato, carattere, voglia, rabbia e principi di gioco. Siamo al 50% del lavoro. Bisogna analizzare gli errori e non ripeterli. Tutto ciò permette di diventare una squadra bella e compatta. Il Toro deve crescere ancora molto. E lo dico prima di una gara difficile. Andremo a Milano per cercare di vincere. Può anche succedere che si perda, di fronte a una squadra di valore come l’Inter, che giocherà la partita come una finale, dentro o fuori. Ma questo non deve frenare il nostro atteggiamento vincente o il processo di crescita. Dovremo sfruttare il loro momento di difficoltà e avere coraggio. Bisogna non accontentarci e restare umili». E soprattutto: «Non voglio lasciare altri 3 punti a San Siro, come contro il Milan». Eccolo il solco dialettico, concettuale e procedurale che distingue le ombre cinesi (d’altra parte, contro l’Inter Suning…) dall’accensione di una sfera solare. E’ davvero una rivoluzione copernicana quella che Mihajlovic cura. Senza essere a Carnevale, ma al contrario molto seriamente, sta trasformando il Toro, svestendolo per poter rivestirlo. Via i panni grigiastri della squadra quasi di provincia, che se non perde a Milano compie un’impresa, e speriamo bene con il titìc e il titòc. Invece, addosso, adesso, occorrono mantelli: per recuperare una regalità sì antica, ma che ora – sull’onda di un sano e ambizioso progetto societario – può tornare a sbattere le ali. Proprio perché non ci si deve accontentare. Proprio perché «il Toro non può essere solo questo». Abbiate pazienza, ma sono parole e opere di un allenatore diverso. Delle due, l’una: o banfa, o è un profeta. Guardiamo a questi mesi, a ciò che si è dipanato: millanta, forse? Non c’è neanche bisogno di rispondere.

Ritrova l’Inter, spende parole dolci. Lì chiuse la parabola di giocatore e battezzò quella di tecnico, da vice del Mancio, mentre Cairo, a Torino, emetteva i vagiti dei primi anni da presidente. Scudetti, Coppe e Supercoppe, in nerazzurro. «De Boer a rischio? Può essere criticato, ma merita rispetto, mi pare una persona perbene». E Moratti? «Un signore. Farebbe bene al calcio italiano se tornasse a fare il presidente. Gli voglio bene». Poi Sinisa torna a condurre la danza del maestro, prendendo i giocatori sotto braccio per condurli fuori dall’antro: «Ci attende un nuovo giorno di scuola. All’esame di San Siro il Toro dovrà dire ciò che ha imparato, senza paura di sbagliare. Se risponderà bene, prenderà un voto alto».

“La conoscenza che viene acquisita con l’obbligo non fa presa nella mente. Lasciate che l’educazione sia una sorta di divertimento”: Platone, 2.400 anni fa.

«Se mi chiedete di parlare di Inter-Toro mi fate andare indietro con la memoria di qualche decina d’anni. Alla prima sfida che ho giocato, da ragazzino dell’Inter, contro i granata. Eravamo al Filadelfia, e io non riuscivo a incanalare le emozioni, buttavo un occhio al pallone e uno a Superga. Il nostro allenatore era Giuseppe Meazza, un uomo di poche parole che mi mise un braccio sulle spalle e mi disse: “Fai la tua partita”. Nel primo tempo non la beccai mai, nel secondo tempo un po’ mi ripresi». Parole – e musica – di Sandro Mazzola, una carriera da calciatore interamente vissuta nell’Inter e una da dirigente sviluppata tra i nerazzurri, il Genoa e tra il 2000 e il 2003 quel Toro reso grande da papà Valentino.

Prova dai contenuti di rara importanza, questo Inter-Toro. Per un Frank De Boer che si gioca la credibilità in Serie A e un Torino che da San Siro vuole tornare con la certezza di poter sognare in grande, in questa stagione. Sfida dai contenuti di altissimo livello, ma che i due allenatori affronteranno con qualche deroga all’usuale spartito: correzioni necessarie, visto che il turno è infrasettimanale. Chi tra i granata manterrà saldo il suo posto sulla sinistra dell’attacco di Mihajlovic è Adem Ljajic. Di fatto scaricato dall’Inter, pochi mesi fa (era in nerazzurro dalla Roma con la formula del prestito con diritto di riscatto non esercitato). «Un aspetto tutt’altro che secondario – spiega Mazzola -. Ljajic è un serbo di carattere, orgoglioso, avrà voglia di dimostrare che l’Inter si è sbagliata a lasciarlo partire. Penso possa avere un peso notevole sulla partita: salta l’uomo da fermo, crea superiorità numerica, ha il talento per sbloccarla su calcio da fermo. Da un punto di vista tattico, quando il Toro deve fare la partita e non giocare di ripartenza, Ljajic è il miglior granata a disposizione di Mihajlovic. In proposito avrei scommesso sul tecnico serbo: lo conosco bene, ero convinto che in granata avrebbe trovato l’ambiente ideale. Sono fatti l’uno per l’altro, Mihajlovic e il Toro. Un club che ha intrapreso la strada giusta e che migliorerà ancora. Intanto questa squadra è già costruita per viaggiare subito dietro le grandi del campionato che sono Juve, Napoli e Roma. Certo è che il Torino, oltre ad essersi affidato al tecnico giusto, sta mettendo in mostra un gruppo di giocatori di prima fascia. Penso a Belotti che, per quanto mi piaccia tantissimo Icardi potrà diventare più forte dell’argentino, ma anche a Iago che può legittimamente puntare alla Nazionale spagnola, e allo stesso Ljajic. Il serbo è l’uomo che ti inventa la giocata decisiva, e quando sarà capito al meglio dai compagni il suo rendimento salirà ancora. Mi spiego: Ljajic pensa a tale velocità che ogni tanto i compagni non lo seguono, quando aggiusteranno i tempi delle giocate la portata offensiva dei granata diventerà inarrestabile. Come diceva Helenio Herrera di Ljajic c’è da allenare soltanto la testa, perché il talento è purissimo».

Da una parte c’è un Toro con il vento in poppa e reduce da 6 risultati utili consecutivi, dall’altra un’Inter che ha ottenuto un punto nelle ultime 4 gare. «Io sto con De Boer – prende posizione Mazzola -. L’olandese è un ottimo allenatore e se gliene sarà dato il tempo lo dimostrerà. L’Inter ha solo bisogno di una vittoria netta per sbloccarsi. Ora come ora giocano bene dieci minuti, un quarto d’ora, poi si perdono. La qualità però c’è, e se non si avrà fretta De Boer saprà utilizzarla al meglio e risollevare la squadra. In questo senso il Toro dovrà fare attenzione: puoi dominare l’Inter per 80’, ma in 10’ i nerazzurri sono capaci di ribaltare un risultato. Se non staranno sul pezzo per 95’, a Milano i granata rischieranno grosso. Il risultato esatto? Finisce 2-2». Magari griffato da Ljajic, serbo con tanta voglia di portare in alto il Toro, sottolineando all’Inter che sul suo conto ha commesso un grave errore.

Mihajlovic dovrà essere bravo ad evitare cali di tensione tra i suoi. La crisi tecnica dell’Inter nulla toglie al valore di alcuni singoli, sempre in grado di fare la differenza anche in assenza una precisa organizzazione di gioco.

Gli inserimenti di Joao Mario, i passaggi filtranti di Banega, i cross di Candreva, le accelerazioni di Perisic, l’opportunismo di Icardi sono solo alcuni esempi delle potenzialità, spesso inespresse, della squadra nerazzurra. La colpa non è naturalmente solo di De Boer. La rivoluzione permanente in corso da due anni a tutti i livelli dentro la società non aiuta, ma certo il tecnico olandese sta fallendo la sua mission. Prima che in campo, il problema è nella gestione e nei metodi. Ritiri, orari di allenamento, analisi delle partite, preparazione fisica, alimentazione, comunicazione. Tutto è traumaticamente diverso da come le squadre italiane sono abituate.

Tutto questo porta confusione in campo. Il marchio di fabbrica di De Boer è il 4-3-3 ed in effetti questo è il sistema di gioco di base, ma spesso l’Inter ha giocato anche col 4-2-3-1 per permettere a Banega di muoversi da trequarista e a Perisic di partire più da lontano. La contemporanea assenza di Medel e Melo può orientare De Boer proprio verso una tattica riveduta e corretta. I punti deboli dell’Inter sono comunque evidenti e prescindono dal sistema di gioco. I nerazzurri hanno quasi 30′ di possesso palla in media a partita, ma con pochissima capacità di andare in verticale. Inoltre se pressati vanno facilmente in difficoltà. Lo si è visto anche con avversari di rango inferiore, ma che hanno avuto il coraggio di pressarli alto come il Cagliari e il Southampton, nei secondi tempi, e l’Atalanta per tutta la partita.

Il Torino che ha l’aggressività nel suo DNA sicuramente cercherà, almeno a tratti, di togliere spazio e tempo di gioco ai difensori dell’Inter sin dall’inizio azione. Un altro peccato mortale è lo spazio che l’Inter lascia tra un reparto e l’altro in fase di non possesso anche quando è posizionata. A Bergamo il dinamismo dei padroni di casa ha mandato completamente in tilt i suoi fragili dispositivi difensivi. Conti a destra ha imperversato, così come Kurtic tra le linee, sempre pronto a dare sostegno a Petagna. Una situazione tattica che Sinisa potrebbe riprodurre con Falque a destra e Belotti in centro. Eppoi c’è Ljajic. Il recente passato in nerazzurro aumenta sicuramente le motivazioni del serbo, ma quello che conta di più è che entrando in diagonale dall’out sinistro, può mettere in difficoltà Ansaldi. Il terzino dovrà, infatti, preoccuparsi anche della simultanea sovrapposizione di Barreca.

Sinisa sa che i suoi non sono abituati al triplo impegno settimanale, per cui ha pianificato qualche cambiamento. Del resto i risultati ottenuti finora sono il frutto di un’intensità massimale e questa è possibile sono se ci sono forze fresche in campo. Facile pensare, quindi, che Miha possa dare una chance durante la partita a Boyé in avanti, ad Acquah e Obi fin dall’inizio a metà campo, a Moretti in difesa. L’Inter è la squadra di serie A che arriva di più al cross su azione (22in media a partita). Di questi, quasi la metà li produce il solo Candreva, abile sia a guadagnare il fondo, sia a tagliare traiettorie interessanti anche da trequarti campo. Per questo un giocatore formidabile nel gioco aereo come Rossettini può essere una risorsa preziosa.

Altro elemento in questo momento insostituibile è Valdifiori, per il Torino di Sinisa Mihajlovic. La sua crescita è davvero impressionante. Stiamo rivedendo, da qualche settimana a questa parte, il regista ispirato di due stagioni fa, con addosso la maglia dell’Empoli. Contro la Lazio Valdifiori ha cambiato gioco 7 volte per Ljajic, 11 per Zappacosta, ha recuperato 10 palloni, di cui la metà nella metà campo avversaria, quindi dimostrando coraggio, personalità e una tattica aggressiva. Valdifiori ha innata anche la capacità di giocare in verticale per le punte, sia sul corto, sia sul lungo. In linea di massima, dal suo piede nascono tutte le azioni più pericolose dei granata. Presumibilmente nella sua zona orbiteranno questa sera Banega e Joao Mario. Banega, in particolar modo, è il catalizzatore dei flussi di gioco dell’Inter. Valdifiori dovrà inibirlo per poi far ripartire i suoi. Sarà il duello chiave del match.

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Frank De Boer cammina sul cornicione. E stasera può cadere. Se la squadra non dimostrerà di essere dalla sua parte, l’esonero sarà inevitabile. Paradossalmente, più che il risultato, conterà l’atteggiamento dell’Inter. Nella peggiore delle ipotesi, è già stato messa a punto la exit strategy: l’olandese verrà sollevato dall’incarico e, al suo posto, sarà messo Stefano Vecchi, attuale tecnico della Primavera, per dare il tempo al club di trovare il sostituto. In caso contrario, resterà lo status quo fino alla sosta quando verrà fatto nuovamente il punto della situazione. L’Inter ha molte carte nel mazzo, ma l’orientamento emerso dagli ultimi colloqui in società è quello di prendere un italiano di comprovata affidabilità e due allenatori, Pioli e Guidolin, sono già stati preallertati e invitati a studiare con molta attenzione le partite dell’Inter in attesa degli eventi.

Come spesso accade, l’allenatore rischia di essere l’ultimo a sapere le cose. Kia Joorabchian in settimana ha garantito a De Boer che Suning non ha perso la fiducia nel progetto e lo stesso Erick Thohir – che stasera sarà in tribuna – si è battuto perché il tecnico rimanga al suo posto almeno fino alla pausa natalizia. Al momento, si tratta di un augurio perché – come spiegato – è già stato messo a punto il piano per congedare l’olandese. Tutti sanno in società che San Siro è uno stadio che ribolle: in caso di ko con il Toro, sarà contestazione contro tutto e tutti (giocatori compresi) e sarebbe difficile per la società non prendere la decisione più semplice, quella di trovare un capro espiatorio in attesa di tempi migliori. De Boer, dal canto suo, resta convinto .- come sottolineato – di avere ancora il tempo per giocarsi le sue chance: nei colloqui con Suning ha chiesto che l’Inter dia il via a un importante processo di italianizzazione a partire dalla difesa. Secondo l’olandese parte dei problemi della squadra sarebbero infatti dovuti alla Babele di lingue che si parla nello spogliatoio. Una richiesta arrivata (ma è solo un caso) dopo che all’Inter è stato offerto Marco Verratti, in rottura prolungata con Unai Emery e nel mirino pure della Juventus (operazione alquanto onerosa solo per i 6 milioni chiesti di ingaggio, il tutto senza considerare quanto potrebbe costare il cartellino del regista oggi al Paris Saint-Germain).

Ieri, intanto, oltre a ordinare il ritiro (un cambio di rotta rispetto alle prime gare stagionali, quando il clima non era certo così avvelenato), De Boer si è regolarmente presentato in conferenza stampa dove – come inevitabile – è stato messo sin dall’inizio sotto pressione. L’olandese però stavolta si è voluto togliere parecchi sassolini, in primis sui venti di esonero che incombono sulla sua testa: «Non è che cambiando allenatore i problemi verrebbero risolti da una settimana all’altra». Quella dell’olandese è stata anche un’accorata difesa d’ufficio: «Abbiamo iniziato un progetto e sapevamo che non sarebbe stato facile: se l’Inter è da cinque anni che non vince ci sarà pure una ragione. Noi vogliamo cambiare, la società e Suning sanno tutto questo, sanno che il momento è difficile ma sanno pure che stiamo facendo il meglio per l’Inter e che, restando tutti uniti, potremo uscirne». Certamente contro il Torino non andrà ripetuta la prestazione di Bergamo: «Il primo tempo con l’Atalanta è stato il peggiore giocato nella mia gestione: mi sono molto arrabbiato perché non vedevo i giocatori che conosco», ha ammesso De Boer che però ha spiegato come, a suo dire, non ci fosse, da parte della squadra la volontà di giocargli contro: «Sento di avere in pugno lo spogliatoio al 100% e ho molta fiducia nella squadra: io non voglio pensare a un esonero, ma devo preparare bene la squadra». Forse molto sarebbe cambiato se De Boer fosse arrivato a inizio preparazione: «I punti deboli in organico li abbiamo scoperti solo a campionato iniziato. E io ho dovuto rivedere in corsa le idee che avevo. Poi abbiamo ventinove giocatori e sono troppi. Questa però è la situazione e bisogna accettarla: a un certo punto tutti i pezzi del puzzle andranno al posto giusto: non è che cambiando allenatore tutti questi problemi verranno risolti da una settimana all’altra. L’importante è che Suning continui a credere nel progetto». Il tempo però è quasi scaduto.

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