mercoledì , 17 gennaio 2018

Roma – Inter due tecnici che si sfidano dopo 8 anni live Tv diretta Streaming Gratis Rojadirecta (Serie A ora e Info – Mediaset e Sky)

ROMA – INTER STREAMING GRATIS SU ROJADIRECTA  Per vedere la partita fra Roma – Inter basta cercare su Google la parola chiave Streaming Gratis ci saranno molti siti che vi spiegheranno come seguire la Diretta Live Tv, anche Smartphone e Tablet. Lo Streaming Gratis si può vedere con molte piattaforme, sia Android che iOS.

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Mancini e Spalletti tornano a duellare in una partitissima sulle panchine di Inter e Roma. Nella seconda metà dello scorso decennio i due tecnici si giocavano lo scudetto, una sfida sempre finita a favore del nerazzurro. Il giallorosso si prese due rivincite consecutive in Coppa Italia (2007 e 2008). Adesso l’obiettivo è meno ambizioso – il 3° posto – ma ugualmente e forse perfino più vitale per il futuro dei propri club. Perché garantirebbe l’accesso ai preliminari di quella Champions che porta risorse fresche. E poi resta il sapore decisivo di 90’ impossibili da fallire. Con una statistica che sa di spareggio: finora sono stati 13 i precedenti tra Mancini e Spalletti alla guida di Inter e Roma. Bilancio: 5 successi a testa e 3 pareggi. Chi vince sabato sera all’Olimpico passa in testa.

Probabilmente è stata soltanto una battuta uscita male. Oppure, come trapela da Trigoria, un modo per stuzzicare alla vigilia Mancini che aveva provato a mettere pressione alla Roma indicandola più volta tra le favoritissime per lo scudetto. Quale fosse l’intento ieri di Spalletti, lo conosce soltanto il diretto interessato. Di certo, le sue parole su Erick Thohir non sono state gradite dall’Inter che però ha deciso di non commentare ufficialmente per smorzare sul nascere ogni polemica: «Questa partita è fondamentale per noi. Dobbiamo arrivare assolutamente in fondo a questa posizione. Ci sono due squadre fortissime che sono lì e se lo vogliono prendere, noi dobbiamo difenderlo e magari guardare a qualcos’altro. Ci garbano le pressioni, anzi ce le prendiamo da soli. Vogliamo arrivare più in là. Probabilmente c’è chi si accontenta e pensa di essere in linea con gli obiettivi pur essendo quinti in classifica. Loro dovevano vincere lo scudetto, Thohir mi sembra contento invece quando gli dicono che è quinto in classifica…».

A pensarci bene, da quando è tornato, è il primo passo falso che commette a livello di dichiarazioni. Perché la battuta ci sta, quale sia stato l’intento. Un po’ meno la riflessione su chi doveva vincere lo scudetto. A fine agosto infatti se c’era una squadra tra Roma e Inter che aveva come ambizione di vincere il campionato e si poneva come la principale antagonista alla Juventus, non erano certamente i nerazzurri ma i giallorossi. Che ora invece nonostante l’ottimo lavoro profuso dal tecnico toscano e le 8 vittorie consecutive si trovano (ancora) a rincorrere la seconda piazza del Napoli, distante 5 punti.

E arrivare secondi o terzi fa tutta la differenza del mondo. Perché non classificarsi tra le prime due in campionato, significa essere costretti a passare per gli spareggi di Champions ad agosto, con tutte le incognite del caso. A partire dalla preparazione della stagione e passando per le rivali. In caso di un sorteggio sfortunato e prendendo in considerazione le classifiche degli altri campionati in questo momento, alla terza italiana potrebbe capitare una tra Manchester City, Villareal, Porto, Olympiacos, Ajax, Hertha Berlino e Nizza (anche se il Lione, in rimonta, è ormai tornato a -1). Non una passeggiata di piacere.

Non vuol dare nessuna indicazione. Né in conferenza né, tantomeno, nell’allenamento del venerdì. Trigoria, seppur diventata con il passare del tempo un bunker, gode però ancora di mille spifferi. E allora, ieri, Spalletti ha provato un po’ di tutto: 4-3-1-2, 4-2-3-1, tridente leggero, tridente pesante, centrocampo a rombo, difesa ‘tre e mezzo’… Non è facile capire quali saranno le scelte del tecnico perché forse qualche incertezza stavolta ce l’ha anche lui: «Stavolta ci prendiamo il tempo che abbiamo a disposizione, diciamo che tutte le soluzioni sono possibili. Dzeko? Come abbiamo visto, entrambe le soluzioni funzionano e possono essere usate. La formazione, se gioca Edin o un centravanti più mobile, verrà messa a punto nelle ore che mi rimangono nella preparazione della partita». Ad eccezione di Gyomber, il tecnico ha tutta la rosa a disposizione e qualsiasi decisione prenderà, scontenterà qualcuno. Eppure la sensazione è che i ballottaggi alla fine siano due: El Shaarawy-Dzeko e De Rossi-Keita con i primi leggermente favoriti.

Il che equivale ad accantonare il 4-2-3-1 di Madrid e Udine e tornare al 4-3-1-2 e dunque al centrocampo a rombo, chiave in sei degli otto successi consecutivi in campionato. A sorpresa, in avanti, potrebbe rimanere fuori Dzeko. Spalletti sarebbe infatti intenzionato a puntare sulla velocità del suo tridente leggero Salah-Perotti-El Shaarawy, provando così a mettere in difficoltà il duo Miranda-Murillo più abile quando hanno dei punti di riferimento da marcare. Il testa a testa tra Keita e De Rossi invece è alla pari: ieri è stato provato più il centrocampista italiano, ma il maliano è stato il fulcro delle ultime prestazioni giallorosse. Quale sia la scelta, non è ancora arrivato il momento di rilanciare Strootman dal primo minuto: «Kevin sta migliorando di volta in volta, sta facendo sempre più contrasti e si sta arrabbiando molto in allenamento.

Quando voi parlate della sua faccia, dite il giusto. Quando entra nella partita d’allenamento e lotta per una punizione, un gol, qualsiasi cosa che gli va contro è qualcosa di spettacolare. Segno che è vicino a ritrovare tutte le sue qualità. E’ chiaro che ha bisogno della partita vera, di giocare qualche gara dove vada a riscontrare le situazioni reali». La realtà dice invece che oggi è uno spareggio. La Roma, con il ritorno di Spalletti in panchina, ha raggiunto e staccato l’Inter in classifica. In 10 partite, anche grazie alle 8 vittorie di fila, ha raccolto 25 punti. Mancini solo 15, senza mai vincere in trasferta nel girone di ritorno. Dal 17 gennaio, le posizioni, dunque, si sono ribaltate. I nerazzurri erano addirittura al secondi insieme con la Juventus e a 2 punti dal Napoli, all’epoca leader del torneo. I giallorossi, invece, partiti proprio dal quinto posto, con 5 punti in meno della squadra di Mancini (e 4 meno della Fiorentina), adesso hanno davanti solo la Juventus e il Napoli. Con la consapevolezza che vincere stasera, eliminerebbe i nerazzurri dalla corsa alla Champions.

Quando l’Inter volava e i tifosi sognavano lo scudetto, Roberto Mancini era sempre stato un mostro di lucidità nel sottolineare come Juve, Napoli, Roma (e pure la Fiorentina) fossero più attrezzate della sua squadra in una maratona quale è il campionato italiano. Il problema è che il sano realismo dell’allenatore oggi si specchia in una classifica che non può considerarsi soddisfacente: visto il flop della Lazio e il rendimento ondivago del Milan, sarebbe oggettivamente impossibile fare peggio per l’Inter. Il quinto posto sarebbe un fallimento e porterebbe pure al rischio di dover declinare l’invito per la International Champions Cup (l’Inter quest’estate è attesa negli States) nel caso in cui fosse il Milan a conquistare la Coppa Italia costringendo i nerazzurri ai play off di Europa League. Il Ceo Bolingbroke ha comunque tranquillizzato tutti sul fatto che la mancata qualificazione alla Champions non comporterà necessariamente un ridimensionamento (il prossimo incontro con la Uefa a Nyon è fissato per settembre, quando sarà concluso un calciomercato che dovrà comunque chiudersi giocoforza in equilibrio tra entrate e uscite) però restano fondati i dubbi sull’opportunità da parte dei big (Icardi, Handanovic e Miranda) di restare in una squadra che continua a vivere ai margini dell’aristocrazia continentale. Il capitano è già stato blandito un’estate fa dall’Atletico Madrid, il portiere – non è un segreto – sogna da anni di potersi gustare i riflettori della massima competizione europea, mentre Miranda, beh lui ha davvero la fila di estimatori con Mourinho in prima fila (ma occhio pure al Bayern che ha inviato per il capitano della Seleção un osservatore a San Siro).

Tutti buoni motivi per cui la gara di stasera con la Roma va considerata alla stregua di una finale. Partita che è un esame di maturità per un’Inter che non avrà Icardi ma che potrà presentarsi, dalla cintola in su, con un quartetto tutta corsa e qualità (Ljajic, Biabiany, Perisic più Eder). Il massimo sarebbe riproporre la prestazione extralarge con la Juve in Coppa Italia. Competizione dove, quanto meno, con le big l’Inter ha avuto un rendimento all’altezza della situazione (nei quarti aveva vinto a Napoli). Non si può dire altrettanto in campionato (7 punti in 10 gare giocate con le prime 8 in classifica) dove la situazione è diventata un pianto nel girone di ritorno in cui le vittorie in trasferta sono ancora a quota zero mentre gli scontri diretti persi sono già tre: il derby, più le trasferte con Fiorentina e Juventus con 7 gol al passivo contro 1 solo segnato. «I giocatori sanno che a Roma è importante, non so se possa essere decisiva perché ci sono ancora tanti punti a disposizione – ha spiegato Mancini – sicuramente, visto che siamo noi a inseguire, vincere sarebbe importante. L’unico mio rammarico è aver perso tanti punti nelle ultime gare del girone d’andata e nelle prime 4-5 del ritorno a volte anche non meritando. E la nostra posizione è quella che speravamo di avere in questo momento, dall’inizio sapevamo che c’erano squadre più attrezzate di noi». Già però alzi la mano chi, a fine dicembre, avrebbe immaginato che la rincorsa alla Champions, nel giro di tre mesi, si sarebbe trasformata in un Everest.

Niente da fare. Alla fine è andata come si pensava a inizio settimana. Mauro Icardi, infortunatosi sabato scorso contro il Bologna – distrazione prossimale del legamento collaterale mediale del ginocchio destro – ha alzato bandiera bianca e non è stato convocato da Mancini per la sfida di stasera all’Olimpico. Un problema per l’Inter? Stando alle statistiche stagionali, no.

Senza il proprio capitano, infatti, la squadra nerazzurra ha collezionato sei successi su altrettante partite. Mancini ha escluso Icardi dalla formazione titolare sette volte, mentre in un’occasione (Carpi alla seconda giornata), l’argentino era assente per infortunio. In due circostanze (due “ko” per 3-0 per l’Inter), derby di ritorno e semifinale di andata di Coppa Italia a Torino con la Juventus, Icardi è subentrato, ma nelle altre gare no. Dunque l’Inter ha disputato sei partite senza il suo centravanti, tre in campionato e tre in Coppa Italia e ha sempre vinto. In serie A i successi sono arrivati con Carpi (2-1, doppietta di Jovetic), Roma (1-0 Medel) e Genoa (1-0 Ljajic); in Coppa con Cagliari (3-0 Palacio, Brozovic e Perisic), Napoli (2-0 Jovetic e Ljajic) e Juventus (3-0 prima della sconfitta ai rigori, doppietta di Brozovic e Perisic). Dunque l’assenza del capocannoniere della stagione ’14-15 non ha avuto ripercussioni sulle partite della squadra di Mancini. Anzi, a volte l’Inter ha mostrato un gioco offensivo probabilmente più arioso e spettacolare. Quello che stasera Mancini proverà a riproporre contro la Roma, con Eder punta che dovrà svariare per non dare punti di riferimento e Ljajic («da ex fare o una grande partita o una di m…», la battuta di ieri del tecnico interista), Biabiany e Perisic a inserirsi alle sue spalle.

Ieri Icardi ha provato a forzare, ha iniziato a lavorare in palestra, poi ha svolto una corsa lungo il perimetro esterno del campo, provando infine i cambi di direzione e al termine di alcuni esercizi ha accusato un leggero fastidio al ginocchio che ha consigliato lo staff medico e tecnico di non forzare la situazione. Panchina pure per Kondogbia dolorante per una botta al polpaccio.

Ritorna un classico degli Anni Zero del Duemila. Stasera all’Olimpico, Roma contro Inter, film già visto nel triennio 2005-2008, quando sulle panchine delle due squadre sedevano gli stessi allenatori di oggi, Luciano Spalletti e Roberto Mancini. All’epoca le due rivali si contendevano scudetti e coppi nazionali, mentre la partita di stasera assomiglia a uno spareggio per il terzo posto, che ha la sua importanza perché dà accesso al playoff Champions. L’Inter è quasi obbligata a vincere, una sconfitta la «condannerebbe» all’Europa League

CONTESTO Gli spaziali Roma- Inter di sette/otto anni fa maturarono anche perché la Juve venne retrocessa in Serie B causa Calciopoli. Così la stagione 2005-2006, l’annata dello scandalo, la consideriamo fino a un certo punto. Ne teniamo conto per il bilancio degli scontri diretti, ma non per lo scudetto: l’Inter lo vinse in «segreteria» – Mourinho, citazione – e il secondo posto la Roma lo raggiunse allo stesso modo, grazie alle sentenze dei tribunali sportivi. Diverso il discorso per le finali di Coppa Italia 2006, conquistate dalle due con pieno merito e fatte proprie dall’Inter.

LEADERSHIP In quel periodo la Roma godeva di un Totti fresco trentenne, all’apogeo della carriera. Spalletti gli aveva cucito addosso un abito su misura, Totti falso nove nel quadro di un 4-2-3-1, con Mancini (Amantino, il giocatore) e Taddei sulle ali e con Perrotta trequartista incursore. Interessante il «reset» di De Rossi, fluttuante tra mediana e difesa, secondo necessità. Quella Roma era innovativa, Spalletti aveva oltrepassato le tendenze tecnico-tattiche del tempo. L’Inter poggiava su Ibrahimovic, acquistato dalla Juve nell’estate calciopolesca, ma attorno a Zlatan c’era tanta polpa: Crespo, Cambiasso, Vieira, Stankovic. Squadre forti con leadership spiccate, Totti da una parte e Ibra dall’altra.

BILANCIO Se si sta ai trofei nudi e crudi, il consuntivo del triennio 2005-2008 sorride all’Inter per 5-3: due campionati, due Supercoppe italiane (la prima contro la Juve), una Coppa Italia. Per le ragioni di cui sopra, non abbiamo conteggiato lo scudetto del 2006, assegnato a tavolino, mentre abbiamo incluso la Supercoppa 20062007, che si disputò sul campo. Alla Roma andarono due Coppe Italia e una Supercoppa. La Supercoppa 2008-2009, disputata nell’agosto 2008, va attribuita a Mourinho, subentrato a Mancini. Se si guarda agli scontri diretti tra Spalletti e Mancini nel periodo 2005-2008, si ha l’impressione di un chiaro equilibrio: cinque vittorie Roma, cinque successi Inter, tre pareggi; 24 gol dei giallorossi, 23 dei nerazzurri.

PERCORSI Oggi come ieri, Spalletti contro Mancini rappresenta una sfida tra due allenatori che vengono da percorsi differenti, per non dire opposti. Spalletti è stato un mediocre giocatore – tanta Serie C, tra En- tella, Spezia e Empoli – e ha cominciato ad allenare dal basso, a Empoli in C1. Mancini è stato un fuoriclasse, numero dieci capace di vincere campionati alla Samp e alla Lazio, in squadre per cui lo scudetto rappresentava e rappresenta un’eccezione, e come tecnico è partito dall’alto: alla Fiorentina, in Serie A, la sua prima panchina, e per giunta senza il patentino richiesto. Differenti in tutto, anche nella scelta dell’esperienza all’estero. Mancini ha puntato forte sull’Inghilterra, quattro stagioni al Manchester City. Spalletti è andato a Est, in Russia, nella San Pietroburgo dello Zenit. Club con potenti mezzi e non per caso Mancini al City ha vinto la Premier e Spalletti allo Zenit due volte il campionato russo.

FRECCIATE Spalletti e Mancini si differenziano pure nel look: pelato il primo, col capello giovanile il secondo. Non crediamo che si amino molto. Spalletti in vigilia ha punzecchiato Erick Thohir, presidente dell’Inter: «C’è chi si accontenta o crede di essere in linea con gli obiettivi pur essendo quinto. Loro (gli interisti, ndr) dovevano vincere lo scudetto, Thohir invece mi sembra sia contento quando gli dicono che è quinto in classifica. Noi dobbiamo assolutamente arrivare terzi». Chiaro che Spalletti ha parlato a Thohir perché Mancini intendesse. Thohir non risponderà alla frecciata per rispetto del «collega» Pallotta – i due presidenti hanno un ottimo rapporto -, però Mancini ha spedito a Spallet- ti un messaggio pungente: «Speriamo che possa essere una bella partita come quelle che abbiamo vinto in quelle stagioni». Il passato è passato, ma tutto scorre e tutto ritorna. Bentornati a Roma-Inter e buona visione.

Dicono che una delle nuove frontiere del calcio sia l’India, un posto dove i monsoni imperversano ciclicamente. Un po’ come a Trigoria, dove di questi tempi torna ciclicamente d’attualità la querelle Totti-Pallotta. Un vento caldo che rischia di influenzare spesso il clima intorno alla Roma, almeno finché non si troverà — in un senso o nell’altro — una soluzione. Così, ieri anche Spal- letti ci è tornato su: «Il metodo giusto non è andare ad inseguire ancora opinioni, ma che Pal- lotta e Totti si incontrino, si parlino senza interferenze e prendano una decisione. Che poi li renda felici entrambi». Il problema, però, è che quell’incontro c’è già stato, anche se ridotto nei tempi e nei modi. Ma di fumate (bianche o nere che siano) neanche l’ombra.

QUANTI DUBBI Così intorno alla Roma (che stasera giocherà con una maglia con il logo sulla manica Sky-Wwf per l’Earth Hour) continua ad aleggiare il fantasma di una polemica latente. Spalletti lo ha capito («Questa è l’ultima volta che ne parlo») ed allora prova ad andare avanti, mirando dritto al cuore del problema. E cioè all’Inter. «È lecito che loro puntino a recuperarci, ma noi non possiamo permetterci di non arrivare almeno terzi — continua il tecnico giallorosso — Per noi questa è una partita fondamentale, dobbiamo difendere la nostra posizione e provare a guardare anche più su». Che poi altro non è che il Napoli, considerando anche che la Roma ha il jolly casalingo dello scontro diretto in casa. Prima, però, c’è la partita di stasera, dove Spalletti arriva con il carico pieno (leggi organico) e mille dubbi. Dzeko dentro o no? Spazio a Keita o De Rossi? Meglio rilanciare Rudi- ger o confermare Zukanovic? «Questa volta ci prendiamo tutto il tempo per le scelte definitive», commenta lui. Impressioni? Sono tre ballottaggi al limite (se Dzeko va fuori, dentro El Shaarawy), con il rischio di virare in corsa per il 4-2-3-1. Di certo, lasciare fuori il bosniaco sarebbe psicologicamente una brutta botta. Come dire, quando una gara è decisiva (andata con il Real, Fiorentina e ora Inter) lo spazio per te si riduce…

E’ riapparso il ferro di cavallo nerazzurro, appeso da un tifoso ad un albero con vista campo centrale: quell’amuleto esordì nel 2006, non mancò mai nel 2010 e rieccolo lì per portar fortuna. Non si sa mai. Intanto, si è… arreso Mauro Icardi: dopo averci provato davvero («Fino all’ultimo» scrive lui, con corse e cambi di direzione), ha salutato tutti senza andare a Roma come gesto simbolico: c’ha pensato, poi i medici gli hanno consigliato di lavorare oggi e pure domani. Eder farà il falso nove. «E magari comincia a segnare con la Roma» fa Mancio.

LJAJIC, JESUS Recuperati Kondo (da valutare oggi) e Brozovic («Dice che ha un po’ di mal di testa: beh, significa che ce l’ha» sorride Mancini), trattenuto Manaj dal Viareggio perché Jovetic (ko) e Palacio (squalificato) sono out. Ljajic (in prestito oneroso all’Inter, serviranno 11 milioni per prenderlo alla Roma) c’è. «O farà una par- titona – dice Roberto Mancini – o una figura da m…: di solito in una certa situazione è così». Dubbio a sinistra: D’Ambrosio (pestone in allenamento) o Jesus?

MAI MOLLARE, MAI La sconfitta creerebbe un abisso fra 3° posto e Inter. «Se dovessimo vincere, avremmo una buona posizione di classifica. Se uscisse un pareggio? Si gioca per il massimo. Una sconfitta? Diventerebbe difficile ma nel calcio non bisogna mai mollare anche se la situazione pare compromessa. A me (con Lazio e City, ndr) è capitato di recuperare punti o subire rimonte e perciò finché ci sono punti in palio bisogna continuare».

SCADENZA E CANDREVA Mancio dice che «Biabiany può essere utile a gara in corso» e quindi significa che pensa anche a un suo utilizzo dal 1’. Poi elogia la Premier («C’è il miglior calcio, mi manca ma ora sono in Italia») e sul mercato di sé dice: «Problemi ad allenare in scadenza? Nessuno». Intanto procede l’affare-Erkin e per il caso-Alvarez la prossima settimana la FIFA comunicherà la sua prima decisione: se darà ragione all’Inter, il Sunderland si appellerà al Tas. Ballano 10,5 milioni di euro, una mini… Champions o quasi la metà del costo di Antonio Candreva, sempre seguitissimo.

Le chiavette che gli staff tecnici distribuiscono ai giocatori per studiare gli avversari stavolta rischiano di non avere abbastanza memoria. Luciano Spalletti e Roberto Mancini si ritrovano nella scomoda posizione di non sapere esattamente che tipo di nemico si troveranno di fronte. Roma e Inter, infatti, sono tra le squadre più camaleontiche del campionato. Difesa normalmente a quattro, ma entrambe hanno utilizzato quella a tre. Centrocampo di solito con tre uomini, ma non di rado si è vista una linea con due mediani e
tre trequartisti davanti. Attacco che sfrutta le ali ma che ha elementi capaci di interpretare movimenti fluidi e senza punti di riferimento. Un nove classico che una volta c’è e l’altra no, cambiando totalmente il tipo di pericolo che si può creare in fase offensiva.

ROMA PROFONDA Da allenatori di una big, allora, Spalletti e il Mancio giustamente si saranno concentrati sulla propria squadra e sul modo migliore di prendere il sopravvento. Da questo punto di vista, l’evoluzione romanista è da considerare più avanti rispetto a quella dei nerazzurri. Durante il filotto di otto vittorie consecutive, il tecnico della Roma ha affinato
meccanismi e tentato di rafforzare la mentalità dei giallorossi, aggiungendo ogni settimana un particolare in più per arricchire la gamma di soluzioni. La squadra «conservativa» che perse in casa della Juventus ormai quasi due mesi fa si è trasformata: più «alta», più intensa e aggressiva, più capace di tenere il possesso palla senza contare esclusivamente sugli strappi dei suoi velocisti. Che rimangono un fattore determinante ma non l’unico. La ritrovata efficacia offensiva è l’effetto più evidente della cura Spalletti: 24 gol nelle ultime 8 partite, una media di 3 a gara. Nove marcatori diversi, Salah il migliore con 6 reti nel mini-ciclo.

L’egiziano è l’uomo più beneficiato dal primo principio di Spalletti: attaccare lo spazio alle spalle della difesa avversaria. Imprendibile palla al piede, ora attento anche a muoversi coi tempi giusti. Con un tipo come Pjanic ad armarlo, poi, è ancora più semplice. Mi- ralem ha recuperato lo smalto dei tempi migliori, si muove a tutto campo, aiuta il disimpegno indietreggiando per l’avvio di azione: per l’Inter non sarà semplice seguirne le tracce. E un altro problema potrebbe essere Perotti, una specie di «libero» offensivo, uno di quelli che nelle partitelle di allenamento mette la casacca e aiuta chiunque entri in possesso di palla, in una squadra o nell’altra. Questo permette alla Roma di giocare su diversi registri: con la calamita-Dzeko davanti per attirare i centrali e aprire spazi ai due trequartisti, oppure Perotti falso nove, due ali larghe (Salah con El Shaarawy, che dovrebbe partire in panchina) e il solito Nainggolan a vestirsi da incursore aggiunto. Senza dimenticare il contributo dei terzini, che potrebbero costringere gli attaccanti esterni dell’Inter a un lavoro supplementare non sempre gradito.

INTER ADRENALINICA La squadra di Mancini, a tre quarti di campionato, resta ancora indecifrabile. O meglio, imprevedibile. In rottura prolungata per due mesi – appena due vittorie – e poi improvvisamente rianimata dal partitone in Coppa Italia con la Juve. Sulla cui onda sono arrivati due successi di fila. Come se i manciniani vivessero di adrenalina, più che di tattica. Sulla qualità individuale, più che sull’organizzazione. Che fanno la differenza contro avversari di rango inferiore, non con le più attrezzate: sono appena 7 i punti conquistati dall’Inter in 10 partite contro squadre dal primo all’ottavo posto, tutti all’andata (pari in casa con la Juve, successi sul Milan e proprio sulla Roma). L’Inter in Coppa Italia ha attaccato alta la Juve, ma non è una sua caratteristica e non le conviene neanche, contro i giallorossi. Facile che il Mancio concederà il possesso alla Roma e poi cercherà di costruire la partita andando a colpire dietro i terzini avversari. Con il caldissimo Perisic e i tagli di Eder (più mobile e «collaborativo» di Icardi, seppur meno bomber). Al repartoidee Brozovic e Ljajic, che la- sceranno spesso il ruolo di partenza per sfruttare spazio tra le linee per inventare.

Durante il quinquennio post-Calciopoli la rivalità tra Roma e Inter ha reso quella di stasera all’Olimpico una «classica». Ora però in palio non ci saranno scudetti né coppe, ma il match delle 20.45 ha comunque diversi significati. A partire dal bilancio, visto che Roma e Inter sono le uniche in Italia ad aver ricevuto a maggio una sanzione per la violazione del fair play finanziario. Ecco perché nella battaglia per il terzo posto la possibilità di ottenere i 50 milioni garantiti dal passaggio ai gironi di Champions rappresenta un’occasione ghiotta, anche se la situazione dei due club non sembra preoccupare. Soprattutto non la Roma che, grazie alle proiezioni, alle plusvalenze e alla possibilità di abbassare il monte ingaggi a giugno può centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2018. Gli ottavi di finale hanno permesso ai giallorossi di incrementare i ricavi rispetto al 2015, e anche l’uscita della Juventus mercoledì ha liberato altri 3 milioni. In totale il percorso europeo dei giallorossi varrà 77,1 milioni, 15 in più rispetto alla stagione scorsa.

La situazione dei nerazzurri invece è un po’ meno ottimistica. Oltre ai 5 punti di ritardo dai dirimpettai il bilancio del club di Thohir viaggia verso un altro passivo. Gli ultimi numeri segnano rosso per più di 140 milioni, complice anche l’obbligo di riscatto per i tanti acquisti di mercato. Senza la qualificazione in Champions il rischio è di doverpagare un’altra parte della sanzione da 20 milioni (6 già messi sul libro contabile, 14 sospesi), e non riuscire a raggiungere il break eaven entro il
2019. Tuttavia, il compito di far quadrare i conti non spetta ai due tecnici, che puntano solo a vincere. Spalletti addirittura pensa più in grande: «C’è chi si accontenta del 5° posto, Thohir sembra sempre contento quando lo intervistano. Noi vogliamo difendere la nostra posizione e poi vedere che succede». Interrogato ancora sul caso Totti, aggiunge: «Non va banalizzata una delle questioni più importanti della storia della Roma, devono occuparsene solo Totti e il presidente».

 Chi torna in campo – e lo farà, come tutti i compagni, con una maglia con il logo Sky- WWF per l’Earth Hour sulla manica – è Manolas, mentre Dzeko stavolta non ha garanzie dipartire dall’inizio. Spazio ancora al tridente leggero con Salah, Perotti ed El Shaarawy. Non ha a disposizione il suo ariete nemmeno Mancini, che deve rinunciare a Icardi nonostante i segnalipositivi dei giorni scorsi: «Accorciare su di loro significherebbe tenere aperta la corsa» – dice il tecnico nerazzurro -, ma non sarà una gara decisiva. Di certo noi andiamo all’Olimpico per vincere». Recuperati Kondogbia e Brozovic, mentre in avanti Eder sarà il vice-Icardi: «Da quando è arrivato ha sempre giocato bene, non capisco le critiche». Ad affiancare l’italo brasiliano ci saranno Perisic e soprattutto il grande ex: Adem Ljajic, spronato ancora dal Mancio: «Ci tiene a fare molto bene». Alla luce dell’addio di Conte alla Nazionale e del rinnovo di Allegri con la Juve, il tecnico nerazzurro risponde senza problemi a chi gli chiede del contratto in scadenza nel 2017: «Iniziare la prossima stagione con il contratto in scadenza? Non sarebbe un problema». L’Azzuro Nazionale, perora, è esorcizzato.

Roma-Inter è anche, ma non solo, Luciano Spalletti contro Roberto Mancini. Due tecnici che non hanno resisti­to al richiamo del cuore dopo essere andati all’estero a vin­cere (e a guadagnare), e sono tornati sulle panchine delle squadre che li hanno fatti grandi per anni è stata accesa e che ha lasciato a Spalletti un senso di incompiutezza per non aver vinto nemmeno uno scudetto, che pensava di meritare.

Ed è proprio in risposta alle parole di Mancini («La Roma è partita per vincere lo scudetto»), che l’allenatore toscano alza i toni della vigilia. «A noi le pressioni piacciono — le sue parole — ce le prendiamo anche da soli: c’è chi si accontenta, Thohir mi sembra che abbia la faccia di quello contento quando gli dicono che è quinto in classifica. Io devo migliorare il rendimento della Roma, e guardo avanti. L’Inter ha grandi calciatori e un grande allenatore, ci sono state sfide importanti in passato, c’è un traguardo da conquistare per entrambe».

Il traguardo è la qualificazione alla Champions League, e Spalletti («Alla Nazionale non ci penso, voglio che sia chiaro per tutti») sa bene che quella che si presenta alla Roma è un’occasione troppo grossa per lasciarsela sfuggire. Vincendo, infatti, la formazione giallorossa riuscirebbe a spingere l’Inter a meno 8, e di conseguenza a mettere una serissima ipoteca (Fiorentina permettendo) sul terzo posto che vale l’accesso ai preliminari.

Un traguardo minimo, che però consentirebbe a Spalletti (e a Pallotta) di programmare con maggiore serenità la prossima stagione. Giocare la Champions, che in questa edizione ha portato nelle casse societarie tra market pool e incassi al botteghino circa 70 milioni di euro, condiziona le strategie e le scelte di mercato. «Ci sono delle partite decisive per il futuro di ognuno di noi, dal nostro piazzamento finale dipenderanno parecchie cose. So che loro giocheranno per vincere la partita, è giusto che ci sperino come ci speravamo noi quando eravamo sotto, ma dobbiamo ottenere la vittoria: il terzo posto è il nostro obiettivo minimo, poi se le squadre che ci precedono perderanno punti, cercheremo di avvicinarci».

Milano Non doveva succedere, quindi è ovviamente accaduto. Stretta tra le necessità presenti e le angosce future, l’Inter scende a Roma obbligata a giocarsi il suo destino e decisa a non commettere l’errore capitale che incenerirebbe la stagione e minerebbe la prossima. L’obiettivo dichiarato è vincere, ma già non perdere congelerebbe lo svantaggio a -5 e potrebbe essere sufficiente per alimentare le flebili speranze di acciuffare il terzo posto, la qualificazione ai preliminari di Champions e non dover stracciare anzitempo i piani per l’anno che verrà. Alla sfida dell’Olimpico Mancini si presenta con un doppio volto: felice per una squadra in risalita, cupo per le troppe assenze e il forfait di capitan Icardi, neppure convocato. Senza Palacio squalificato e Jovetic infortunato, l’emergenza in attacco è un fatto, non trasformabile però in alibi. Davanti si accomoderanno l’ex Ljajic, Pe-risic e Eder, difeso dal tecnico: «Non ha ancora segnato, ma ha sempre giocato bene, non capisco le critiche».

Il giorno del giudizio è anche quello in cui anche Mancini è costretto a far di conto. «Con una nostra vittoria la corsa al terzo posto si aprirebbe. Loro sono più forti, ma in una gara secca può accadere tutto. Dite che un k.o. chiuderebbe il discorso Champions? Non so, ma renderebbe di sicuro le cose più complicate».Scivolare a -8 dalla Roma, con in mezzo pure la Fiorentina da sorpassare, ridurrebbe a zero lo spazio per una rimonta e costringerebbe a pianificare un altro futuro.

Il patron Erick Thohir non può non essere preoccupato. E Spalletti non ci ha girato troppo attorno, è andato a punzecchiarlo proprio sulla sua presunta felicità per il quinto po sto. Contento l’indonesiano non lo è, assillato dalle incombenze finanziarie e dallo spettro sempre più materiale di doversi accontentare di appena 8-10 milioni garantiti dall’Europa League. La cassa nerazzurra non è diversa da quella di quasi tutte le squadre, brucia liquidità come un camino scoppiettante e costringe a continui rimpinguamenti, usando ogni tipo d’alchimia, anche anticipando gli incassi delle vendite dell’ultimo mercato. Ad Appiano Gentile si prova comunque a trasmettere serenità, si approntano le strategie per la prossima campagna nell’Europa minore e si progetta pure a lungo termine, nella speranza di tornare in Champions, se non quest’anno quello dopo. Ma la gara di Roma stravolgerà gli equilibri comunque vada. E Mancini, che pure dice «di non aver problemi a iniziare la stagione nuova in scadenza di contratto», deciderà se restare solo a fine campionato. Senza Champions è un po’ più complicato.

Quasi un derby, ma con vista sulla Champions. Per Adem Ljajic il terzo posto vale un doppio riscatto: guidare l’Inter al sorpasso sulla Roma sarebbe la classica vendetta dell’ex (anche se l’interessato sostiene di non avere il dente avvelenato con chi l’ha sbolognato all’ultimo giorno di mercato), ma pure un’assicurazione sul futuro: difficile pensare che l’Inter possa spendere 11 milioni per riscattarne il cartellino dalla Roma, dopo aver speso un milione e 750mila euro per il prestito oneroso.

In merito, la situazione resta magmatica perché Thohir, nelle settimane in cui l’Inter pareva Ljajic-dipendente, aveva messo in preventivo l’opportunità di comprare il giocatore. Quella però era una squadra che veleggiava in testa alla classifica e l’idea di non mettere piede nella Champions che verrà, non era lontanamente contemplata. Poi è arrivato il crollo e pure la disfatta nel derby (31 gennaio) in cui Ljajic si è giocato buona parte del credito con Mancini che, non a caso, l’ha messo a dieta nelle 4 successive partite in cui il serbo ha sommato 35 minuti. Essendo un talento abituato a vivere sull’ottovolante (a Genova contro la Samp Mancini, dopo aver visto la verve con cui si era andato a scaldare, gli preferì pure Manaj…), Ljajic ha servito l’ennesima resurrezione (in Coppa Italia con la Juve), guadagnandosi due maglie da titolare con Palermo e Bologna. Agli atti restano pure le parole di Roberto Mancini: «Stravedo per lui, ma a volte bisognerebbe dargli un cazzotto… Adem ha doti incredibili ma deve capire che bisogna stare sempre concentrati».

Il problema è che Ljajic, se non gioca, tende a deprimersi, si allena male, ha un atteggiamento indisponente e tende ad andare pericolosamente in corto circuito con l’allenatore di turno. Mancini – che ha saputo gestire meglio di tutti Balotelli – per inclinazione ha un debole per i giocatori di talento però non è un segreto che l’allenatore aveva chiesto Eder già a fine agosto e, ora che ha avuto l’italo-brasiliano, potrebbe essere costretto a fare una dolorosissima scelta nel caso in cui l’Inter non arrivi tra le prime tre. La “pazza idea” di Mancini, a dire il vero, sarebbe quella di fare di Ljajic un David Silva in salsa nerazzurra («Lo spagnolo però non tocca la palla più di due volte e se Adem impara questo può imitarlo») però, al di là dei vorticosi cambi d’umore che hanno caratterizzato la parabola interista del serbo, ogni discorso tattico potrebbe essere soppiantato dalla realpolitik data dalla necessità degli impegni presi a Nyon da Thohir in tema di fair play finanziario: anche in tal senso è stato deciso di rinnovare il contratto in scadenza a Rodrigo Palacio, giocatore a fine carriera ma pur sempre di sicuro affidamento come ha dimostrato pure in questo campionato.

Le strade per la Champions passano quindi tutte per Roma dove l’Inter non può permettersi di perdere: oggi sarà tempo delle scelte pure per Mauro Icardi che ieri però ha svolto tutto il menù in allenamento al completo con tanto di cambi di direzione e scatti. Il che fa pensare, alla luce dell’imminente sosta di campionato, che Mancini possa comunque convocare il capitano per prendersi un altro giorno pieno per valutare pro e contro di un suo utilizzo anche a livello tattico: è ancora fresco il ricordo dello scatto dato a Garcia con una squadra capace di non dare punti di riferimento alla Roma. Caratteristiche che avrebbe un attacco con Eder, Ljajic e Perisic più Brozovic trequartista nel 4-2-3-1. Un poker d’assi che – non va dimenticato – è stato già protagonista nella rimonta di Coppa Italia con la Juve.

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Se volete, chiamatelo pure l’uomo dai gol impossibili. Perché Florenzi ha una peculiarità: quando segna, la sua rete è (quasi) sempre un capolavoro. E visto che la storia si ripete da tempo, non può più essere un caso. Per carità, se capita Alessandro sa anche fare i gol semplici. Ma quelli gli piacciono poco. Basterebbe ricordare la perla in Champions contro il Barcellona. Descriverla è facile: gol da metà campo. Più difficile invece definire casuale o fortunato quello di Udine, l’ultimo: stop in area di interno destro, rete di esterno su uscita del portiere. Tutto in un secondo. Bellissimo anche quello in rovesciata segnato due anni fa al Genoa, così come la cavalcata di settanta metri sempre con i rossoblù lo scorso maggio, stavolta all’Olimpico.

O quello al Sassuolo lo scorso aprile, dribbling in corsa e botta di destro all’incrocio. Ale, l’uomo dai gol impossibili, nell’ultima uscita della Roma ha indossato la fascia di capitano. Sarà lui, tra 2-3 anni, l’erede di Totti e De Rossi. Già, perché Daniele rischia, con il contratto in scadenza l’anno prossimo, di vivere la sindrome del principe Carlo che s’è fatto vecchio senza diventare mai re, all’ombra della Regina Elisabetta. Florenzi, vista la giovane età (25), può sperare in un futuro diverso. Il presente si chiama invece Inter. Per molti sabato è un match point. Non per lui: «Sarà una gara importante, ma non decisiva per la Champions – ha spiegato a Sky – Noi non vogliamo fermarci perché abbiamo grande consapevolezza e sappiamo quello che stiamo facendo, otto vittorie di fila sono un bottino importante, ma restiamo tranquilli. Anche perché mancano ancora nove gare. Se vinciamo questa e perdiamo le due prossime è tutto inutile».

Una striscia di successi così, secondo il tuttofare giallorosso, si spiega solo con una parola: lavoro. «Spalletti ci ha portato carattere e metodo», garantisce il nazionale azzurro, che con il tecnico toscano ha subito trovato il feeling: da quando c’è lui ha saltato per infortunio al piede le partite contro Frosinone e Sassuolo ed è rimasto in panchina solo contro l’Empoli. Per il resto, ha giocato sempre e senza mai essere sostituito, quasi una (piacevole) novità visto quanto accadeva sia con Zeman che con Garcia. Tornando ai gol, l’Inter è tra le sua vittime preferite: in 9 gare le ha già segnato 3 reti. In questo caso non solo belle ma vincenti, visto che quando ha fatto centro la Roma ha poi vinto la gara.

Sabato sera torneranno ad affrontarsi a quasi otto anni di distanza dall’ultima volta sulle panchine di Inter e Roma: finale di Coppa Italia all’Olimpico il 24 maggio 2008. Questa volta, però, la sfida tra Mancini e Spalletti non avrà lo scudetto o un trofeo in palio. Sul prato dello stadio romano tra 48 ore andrà in scena lo scontro diretto per il 3° posto che vale la qualificazione ai playoff di Champions League. Un traguardo non solo sportivo per i due club. Puro ossigeno economico per le casse di società che devono sempre più cercare di autofinanziarsi. Ma in prospettiva Mancini e Spalletti non possono accontentarsi di vivere stagioni che hanno come traguardo il gradino più basso del podio.

L’allenatore di Certaldo è stato chiarissimo in alcune sue recenti dichiarazioni: «Se io rimango alla Roma, voglio avere la possibilità di poter competere per lo scudetto. Secondo in classifica ci sono arrivato già diversi anni». Mancini non si è mai sbilanciato così in un’esternazione pubblica negli ultimi mesi. Il tecnico di Jesi, anche quando l’Inter era in testa alla classifica, ha sempre ripetuto che non era il tricolore l’ambizione finale, ma proprio la qualificazione in Champions. E difficilmente dirà che la vittoria in campionato dovrà essere il traguardo della prossima stagione. Ma sono i fatti a parlare per lui: Mancini è unanimemente considerato uno degli allenatori più bravi in circolazione ad ottenere il mercato che vuole dai suoi presidenti. Lo ha fatto nella sua prima avventura all’Inter, si è ripetuto al City dove in realtà i limiti di spesa non sono all’ordine del giorno e in parte ha strappato una politica espansiva anche dopo il suo ritorno in nerazzurro. D’altronde una delle caratteristiche migliori di Mancini è proprio quella di saper pescare i calciatori giusti per costruire le squadre. E’ nella sua natura non accontentarsi di chiudere al 3° posto anche se rappresenta il lasciapassare per tornare nell’Europa che conta.

Senza dimenticare il profilo internazionale dei due allenatori del centro Italia. Spalletti ha vinto 2 campionati russi e una Coppa nazionale con lo Zenit, Mancini ha inanellato una Premier, una Coppa d’Inghilterra e un Community Shield con il City. Il suo nome circola in Europa quando si libera una panchina di lusso: è successo con il Chelsea, sta accadendo con il Real del possibile dopo-Zidane. Da questo punto di vista il 3° posto in questo campionato viene vissuto da entrambi come il trampolino per un nuovo rilancio: più entrate per costruire squadre più forti. Otto anni dopo le partitissime scudetto, Mancini e Spalletti non vogliono vivere in futuro un’altra volata lontana dalla vetta. Guardare gli altri giocare per vincere non fa per loro.

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