Terrore in Francia, parroco sgozzato mentre diceva messa

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epa05441834 Police guards in the city after a fatal hostage taking incident in Saint Etienne du Rouvray, near Rouen, France, 26 July 2016. According to reports, two hostage takers were killed by the police after they took hostages at a church in Saint Etienne du Douvray. One of the hostages, a priest was killed by one of the perpetrators.  EPA/JULIEN PAQUIN

Lo stillicidio quotidiano del terrore questa volta si consuma dentro una chiesa. Due ragazzi appena maggiorenni che sgozzano un sacerdote di 86 anni urlando “Allah Akbar”, un fedele che viene ugualmente ferito ma che non è in pericolo di vita. Poi i due jihadisti spalancano il portone della chiesa spingendo davanti a loro tre ostaggi sapendo che fuori c’è il plotone degli agenti schierato. Muoiono sul sagrato, crivellati di colpi, forse convinti di aver compiuto un atto di eroismo che sarà ricordato nella storia della “guerra santa”.

La Francia non fa in tempo a rialzarsi che subito qualcuno la fa ripiombare nel clima cupo e insopportabile di un assedio perenne: «Vogliono scatenare una guerra di religione» dice il premier Valls. Sono passate meno di due settimane dalla strage di Nizza e sulla mappa del terrore si evidenzia un altro luogo che fino a ieri era soltanto un pacifico paese della Normandia. Saint Etienne du Rouvray è un sobborgo di Rouen, Francia nord occidentale, 30 mila abitanti, vita tranquilla, nessun segno visibile di degrado sociale.Padre Jacques Hamel è nato vicino a Saint Etienne du Rou- vray e quando ha compiuto 75 anni – l’età della pensione per i sacerdoti – è tornato a casa, è andato dal parroco e si è messo a disposizione: «Preti giovani non ce ne sono più, posso darti una mano».

Adesso di anni ne ha 86 ma il suo attivismo è proverbiale, nemmeno la vista desolante della chiesa vuota lo scoraggia. Alle 9.30 è lui a salire sull’altare per la messa mattutina, fra i banchi solo tre suore e due laici. Ma padre Jacques si comporta come se la chiesa fosse gremita.La parrocchia ha un’entrata posteriore ed è da lì che alle 9.43 si intrufolano i due giovani che hanno deciso di immolare le loro acerbe esistenze alla lotta contro gli «infedeli». Uno ha un braccialetto elettronico intorno alla caviglia: un anno fa era stato bloccato dalla polizia turca mentre cercava di entrare in Siria per combattere con l’Isis, rispedito in Francia era stato imprigionato, ma il 26 marzo scorso i giudici l’avevano mandato agli arresti domiciliari consentendogli quattro ore di libertà quotidiane, dalle 8.30 del mattino fino alle 12.30.

I due hanno in tasca almeno due coltelli ciascuno, una pistola giocattolo e una cintura esplosiva non innescata. Si precipitano verso l’altare, urlano, «improvvisano una specie di predica in arabo» racconterà suor Danielle. E’ la testimone più preziosa. E’ anche colei che riesce a fuggire mentre i due fondamentalisti mettono in scena il loro rituale, e una volta fuori dalla parrocchia chiama la polizia. Dieci minuti dopo la chiesa è circondata, le strade intorno bloccate, alcune abitazioni evacuate.

Il racconto di suor Danielle è dettagliato: «Uno dei due terroristi ha immobilizzato padre Jacques, lo ha costretto a inginocchiarsi, il suo complice lo ha ripreso col telefonino mentre brandiva un grande coltello e tagliava la gola al sacerdote. Noi ci siamo messi a urlare: “Fermatevi!”. «Nella confusione sono riuscita ad allontanarmi». Ciò che lei non ha visto lo racconteranno altri testimoni: il secondo terrorista ferisce uno dei fedeli colpendolo più volte col pugnale.

Sono passati pochi minuti da quando i due jihadisti hanno fatto irruzione nella chiesa. Ora sanno che fuori la polizia si sta organizzando, sprangano il portone e le uscite laterali. Ma danno anche l’idea di non sapere cosa fare, forse non hanno un piano. Armeggiano coi loro telefoni- ni per inviare il filmato della morte di padre Jacques a non si sa chi. Il corpo del sacerdote giace ai piedi dell’altare, l’altro fedele ferito è accasciato sul pavimento, due suore e un’altra persona vengono tenute a bada dal giovane che impugna la pistola finta.
Sono passate le 10 quando il portone della chiesa si apre all’improvviso.

I cecchini sono in posizione, file di agenti sono schierate di fronte al sagrato. I tre ostaggi vengono fatti uscire seguiti dai due kamikaze, uno di loro impugna ancora l’arma giocattolo, fanno pochi passi, partono raffiche di mitra e colpi di fucile. Muoiono entrambi lì, all’istante. La polizia impiega almeno un paio d’ore per bonificare la zona, per accertarsi che dentro o vicino alla chiesa non ci siano bombe pronte a esplodere, che non ci siano altri complici.All’ora di pranzo l’agenzia Amaq dirama un comunicato di rivendicazione dell’Isis: «Erano due nostri soldati». Uno dei terroristi viene identificato, uno stuolo di poliziotti si precipita a casa sua, sequestra telefoni, computer, interroga genitori e fratelli. Un suo amico diciassettenne viene fermato verso sera proprio mentre Francois Hollande in televisione parla ai francesi: «Siamo in guerra e vi prometto che la vinceremo: ma sarà una guerra molto lunga».

 È volato via lasciando un segno come i martiri. Le vie del Signore sono infinte. Ai parrocchiani, qualche settimana fa, Père Jacques, come lo chiamavano tutti, ha augurato di trascorrere buone vacanze con uno dei suoi soliti pensieri positivi. «Non dimenticatevi di pregare anche se siete al mare o in montagna, pregate per chi ne ha più bisogno, pregate per la pace e per un miglior modo di vivere assieme». Aveva anche stampato sul bollettino parrocchiale un uccellino stilizzato, svolazzante e felice, con tanto di rosario e macchina fotografica a tracolla. Estate, tempo di vacanze. Père Jacques era uno di quei parroci che sarebbero piaciuti tanto a Georges Bernanos. All’anagrafe aveva 86 anni, ma il cuore ne dimostrava almeno settanta di meno tanto era pieno di entusiasmo. Amava fare il prete, credeva nell’amicizia, infondeva fiducia, pensava che anche il più accanito peccatore fosse in grado di potersi migliorare attraverso il pentimento. Era uno che credeva negli uomini. «Bisogna riprendere la strada assieme».

E così immaginava l’estate dei suoi parrocchiani in modo propositivo. Non immaginava di certo l’irruzione di quei due estremisti mentre gli urlavano di mettersi in ginocchio. Gli hanno tagliato la gola. Chissà se inquell’istante gli è venuto in mente la potenza del Salmo 43. Signore ci hai mandato come pecore al macello. Poi le urla davanti all’altare, Allah u Akhbar. Chissà se ha avuto paura, se ha pregato, magari con la forza dei martiri dei primi secoli, forzati dai persecutori ad essere docili e fiduciosi davanti alla morte. Père Jacques viene raccontato da chi lo ha conosciuto come un uomo buono e generoso. Anche su Twitter tante persone sotto choc lo ripetono.

«Mi ha insegnato il catechismo», «Mi ha sposato», «mi ha battezzata». La vita della comunità cattolica di Saint Etienne emerge attraverso i ricordi e il dolore. Jacques Hamel era nato nel 1930 a Darnetal, un piccolo centro agricolo della Alta Normandia. È stato ordinato prete nel 1958, nell’anno in cui in Francia vi furono le elezioni presidenziali e venne eletto a larga maggioranza Charles de Gaulle. Qualche anno fa, in parrocchia, aveva fe-
steggiato i suoi 50 anni di sacerdozio.

Un traguardo. Era emozionato e orgoglioso quel giorno. Pére Jacques ha continuato a fare il parroco nonostante avesse passato da un bel pezzo i 75 anni, la soglia della pensione ecclesiastica. Il motivo per il quale il vescovo di Rouen lo aveva lasciato lì, affiancandogli un sacerdote più giovane, era per mantenere viva quella chiesetta. Un altro effetto della carenza delle vocazioni. Una soluzione che continuava ad andare bene a tutti. «Si tratta di un prete coraggioso per la sua età. I preti hanno il diritto di andare in pensione a 75 anni, ma lui stesso ha preferito lavorare a servizio della gente, si sentiva ancora forte» ha detto a Le Figaro l’abate Auguste Moanda-Phuati. «Era apprezzato da chiunque. Era un tipo semplice, buono e alla mano, non era uno stravagante. Noi abbiamo approfittatomoltissimo della sua esperienza e della sua saggezza alla parrocchia di Saint Etienne». Per tutta la vita pere Jacques ha servito la sua comunità. L’ultimo esempio che ha offerto è il coraggio della coerenza.

Alla madre venuto a riprenderselo a Ginevra, arrestato sulla strada verso la Siria doveva voleva andare «a fare la Jihad», Adel Ker- miche aveva risposto secco: «La France me saoule», la Francia mi ha rotto. Per questo era diventato un altro, perché la Francia lo aveva stufato. Perché dopo Charlie Heb- do aveva capito che in Francia «non si poteva praticare tranquillamente la religione». Tutto era avvenuto così in fretta che la madre, un’insegnante, aveva pensato all’opera di una setta. Adel, che fino al giorno prima «usciva con le sue amiche, ascoltava la musica», improvvisamente aveva cominciato «a fare strani discorsi a tavola»: così la donna aveva raccontato nel maggio 2015 alla Tribune de Genève.

Invano i fratelli e le sorelle avevano cercato, con le buone, con le cattive, di fargli cambiare idea. Quando a maggio era stato estradato in Francia, dopo due tentativi falliti di raggiungere la Siria, la madre aveva tirato un sospiro di sollievo: «Per fortuna sono riusciti a prenderlo in tempo, e per due volte. Se fosse riuscito a raggiungere la Siria potevo fare una croce su mio figlio
». E invece suo figlio sarebbe venuto a morire in Francia, a duecento metri da casa, dentro la chiesa davanti alla quale passava davanti ogni giorno da quando era nato, sull’avenue Gambetta.
La prima volta che aveva provato a scappare era ancora minorenne. Era il marzo 2015, tre mesi dopo la strage a Charlie. A scuola andava sempre peggio. Passava il tempo sul pc. Sono i fratelli che scoprono i suoi diversi profili su Facebook e soprattutto i suoi post: esaltano la jihad, il radicalismo, la violenza.

A casa scoppia il finimondo, il giorno dopo lui fa le valigie e scappa. Mette in azione il “piano A” che la famiglia scopre facilmente su Facebook. Lui dice che in Siria lo aspettano, prevede di passare per la Bulgaria, ma non riesce ad andare oltre Monaco: la polizia tedesca lo intercetta e lo rispedisce a casa, in Normandia, a Saint Etienne du Rouvray. Viene posto sotto controllo giudiziario, deve passare in commissariato una volta a settimana. La madre chiede che gli sia messo il braccialetto
elettronico, ma lui è ancora minorenne, la polizia dice no. Ad aprile compie 18 anni e a maggio scatta il “piano B”: l’11 maggio 2015 ci prova di nuovo, questa volta in compagnia di un amico, vicino di casa, A. M. appena sedicenne. Il 12 maggio arriva a Istanbul, via la Svizzera, con la carta d’identità del cugino: l’amico riesce a far perdere le tracce, lui è fermato dalla polizia turca, allertata dall’Interpol.

Viene rispedito a Ginevra, dove è arrestato all’aeroporto Cointrin e incarcerato. Lui chiede soltanto di poter «vedere sua madre» che vola da lui. «Usava parole che non gli avevo mai sentito pronunciare – racconterà la donna al giornale svizzero – avevo l’impressione che fosse stato stregato, che gli avessero fatto il lavaggio del cervello, come in una setta». In Francia finisce in carcere per associazione a delinquere in relazione a un’azione terroristica. Il 26 marzo gli concedono la libertà vigilata. Questa volta la madre è più tranquilla: ha il braccialetto elettronico, può stare fuori soltanto la mattina, dalle 8 e 30 alle 12 e 30. Morirà poco dopo le undici, gridando Allah Akbar davanti alle teste di cuoio, sul sagrato della chiesa di saint Etienne, a due passi da casa.

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