Terrore Isis a Dacca. Strage di stranieri al ristorante: Ecco chi sono i nove italiani uccisi

Bangladesh-dacca-1170«Siamo stati in grado di salvare tredici persone, ma non abbiamo potuto salvarne altre»: così la premier del Bangladesh Shei-kh Hasina ha riassunto, durante una conferenza stampa, la notte di terrore delle vittime e dei sopravvissuti al brutale attacco terroristico dentro al caffè ristorante Holey Artisan Bakery di Dacca. Le “altre” persone rimaste sul terreno, quelle che è stato impossibile salvare, sono venti: nove italiani, sette giapponesi, tre bengalesi e un indiano. La nazionalità delle vittime è stata ufficialmente confermata dal governo che, secondo i giornalisti locali, ha tentato per quasi tutta la giornata di depistare in qualche modo le indagini. Secondo le ricostruzioni fornite dai sopravvissuti, ai tavoli del ristorante erano seduti una decina di stranieri di varie nazionalità e sette-otto bengalesi. C’erano «una decina di italiani divisi in due tavoli. In uno ero seduto con mia moglie e un cliente, nell’altro c’erano sette o otto persone»: il racconto è di uno dei sopravvissuti, il grossista di abbigliamento Gianni Boschetti.

Boschetti si è salvato soltanto perché al momento dell’irruzione dei jihadisti nel locale si trovava fuori per rispondere a una chiamata sul cellulare. Si è nascosto dietro a una pianta e subito messo in contatto con l’Ambasciata italiana, che ha avvertito la polizia: è stato tratto in salvo quasi immediatamente, ma sua moglie è rimasta nel ristorante. Nel frattempo, dentro, si scatenava l’inferno. Sette-otto giovani, «di non più di 28 anni» ha dichiarato uno dei testimoni oculari, hanno fatto irruzione all’improvviso dentro al locale. Portavano borsoni contenenti armi di piccolo calibro, bombe cosiddette “sporche”, un paio di loro aveva una spada e altre armi da taglio. Hanno cominciato immediatamente a sparare, a sparare in aria, a caso, lanciando dell’esplosivo contro due poliziotti all’esterno, che sono rimasti uccisi.

«Gli avventori si nascondevano sotto i tavoli, alcuni si sono stesi sul pavimento, erano terrorizzati» ha raccontato un altro testimone. Seguendo un copione ormai tristemente noto, gli assalitori hanno aperto il fuoco al grido di “Allah-uAkhbar”, Dio è grande: e hanno ferito leggermente al viso il capo chef, tanto per cominciare. Il secondo chef, un italiano di Verona, riusciva a scappare rifugiandosi sul tetto del locale assieme ad altri membri dello staff. Stava tornando in cucina per preparare «un piatto di pasta speciale» agli avventori italiani «clienti abituali del ristorante, tutti nel campo dell’abbigliamento» quando ha sentito «urla e spari e mentre provavo a uscire ho visto un ragazzo armato che si avvicinava al tavolo degli italiani».

I fuggiaschi sono saltati giù dal tetto inseguiti da proiettili e granate e sono stati immediatamente presi in carico dalla polizia. Perché fuori dal ristorante, intanto, seppur abbastanza lentamente, le forze dell’ordine cominciavano a realizzare che era in corso un attacco terroristico: il primo del genere nella storia del paese. L’area è stata sigillata, e sono state chiamate in causa le forze speciali. Fedeli al Vangelo secondo Sheikh Hasina, per cui nel paese non esistono terroristi ma solo oppositori politici che cercano di mettere in difficoltà la signora e i suoi seguaci, le forze dell’ordine hanno in cercato in principio di minimizzare e di “risolvere pacificamente” la questione aprendo una trattativa con i jihadisti asserragliati nel ristorante.

Trattativa che è rimbalzata sopra un muro di gomma, perché, ma questo si è scoperto molto più tardi, non soltanto gli uomini all’interno non erano minimamente impegnati a trattare ma erano affaccendati in tutt’altro. Il padre di uno degli ostaggi ha riferito che gli assalitori hanno chiesto a tutti i presenti di recitare un versetto del Corano: quelli che non erano in grado di farlo, cioè gli stranieri, sarebbero stati torturati. Gli altri non sono stati maltrattati, anzi: gli assalitori si sono assicurati addirittura che venisse servito loro del cibo. Fuori, intanto, l’Isis rivendicava l’attentato e, finalmente, qualcosa cominciava a muoversi. Arrivavano le truppe speciali, gli esperti di esplosivi, i mezzi d’assalto. E la richiesta, a tutti i canali televisivi, di cessare ogni tipo di diretta. L’Operazione Thunderbolt, a cui hanno partecipato membri delle forze armate, della Marina, dell’Aeronautica, della Guardia costiera, della Forze speciali e della polizia, è scattata alle 7.40 del mattino ora locale: la battaglia è durata poco più di un’ora e ha lasciato sul terreno un paio di militari e sei terroristi. Il settimo è stato catturato, ferito ma vivo. Secondo quanto dichiarato dalle autorità, tutti gli assalitori sono di nazionalità bengalese e alcuni di loro erano ricercati da tempo.

All’interno, una scena agghiacciante: tredici individui ancora vivi e sotto shock, venti corpi sul terreno. Mentre si cercava di temporeggiare, di risolvere pacificamente la questione e di aprire una trattativa con i terroristi, gli ostaggi venivano uccisi a uno a uno con spade e coltelli nello stile diffuso, e purtroppo rimbalzato troppo spesso in rete, da Jihadi John e compari. Ci sono voluti venti morti e molti feriti per fare finalmente ammettere in diretta tv a Sheik Hasina che in Bangladesh esiste, ed è grosso come una montagna, un problema terrorismo islamico.

Ci sono voluti venti morti per ricordare al mondo che il Bangladesh non è più soltanto il paese per cui George Harrison organizzava concerti e raccolte fondi. E venti morti sono bastati a confermare ai jihadisti del posto, indottrinati e addestrati ormai da anni da emissari provenienti dal Pakistan, un fatto dirompente nella sua banalità: non importa quanti hindu, quanti omosessuali, quanti blogger, quanti professori o quanti intellettuali ammazzi. Se hanno la pelle ambrata, non succede nulla. Il mondo se ne disinteressa. Basta toccare però un occidentale, ispirarsi a Parigi o a Bruxelles e tutto cambia: ore di diretta televisiva, copertura mediatica planetaria assicurata. Forse, vale la pena di rifletterci sopra.

Nadia Benedetti Con il cuore a Viterbo stava per tornare a casa Nadia Benedetti, 51 anni di Viterbo, era managing director della Studiotex Limited, un’impresa tessile di Dacca. Proprio il suo lavoro l’aveva spinta a trasferirsi, vent’anni fa, ma tornava spesso nella sua città natale, dove aveva la famiglia. Proprio ieri mattina, dopo la cena dell’altra sera all’Holey Artisan Bakery di Dacca, avrebbe dovuto prendere il volo per rientrare in Italia. Nadia non era sposata e non aveva figli. La notizia l’ha saputa quasi in diretta la nipote Giulia, figlia del cugino con cui Nadia ha iniziato a lavorare nel settore del tessile tanti anni fa. «Ci ha chiamato un dipendente, sapeva che era proprio in quel ristorante». La stessa Giulia ha dato poi l’annuncio con un post su Facebook: «Ormai abbiamo perso anche l’ultima speranza: mia zia è stata brutalmente uccisa. Non c’è più, non la rivedremo più, non parleremo, non commenteremo i colori delle magliette da produrre. Un branco di bestie l’ha portata via». Poi un appello: «Chiedo a tutti: non dimenticate, non lasciate che si perda il suo ricordo, non permettete a questi pazzi di commettere altre stragi, non lasciate che vincano loro». La famiglia Benedetti è molto conosciuta a Viterbo: tutti imprenditori da una vita: dal vecchio capannone della Bengler sulla Cassia nord, all’agriturismo “L’antica sosta” del fratello Paolo, subito volato a Dacca. Oltre al fratello, a Viterbo c’è anche la madre, Rita, mentre non ci sono più il padre e la sorella Sabrina, morta un paio di anni fa. Il sindaco Leonardo Michelini ha annunciato che proclamerà il lutto cittadino, già ieri bandiere a mezz’asta: «I Benedetti sono una famiglia di imprenditori molto conosciuta. Soffriamo tutti con loro».

Simona Monti Aspettava un bimbo sarebbe nato in Italia Simona è morta con il bambino che voleva far nascere in Italia. Aveva già prenotato un volo che all’inizio della prossima settimana l’avrebbe riportata a Roma e da lì avrebbe raggiunto Magliano Sabina (Rieti). Aveva deciso di prendere un lungo periodo di aspettativa per godersi la gravidanza in tranquillità. Simona, 33 anni, si era laureata in Lingue e civiltà orientali, aveva lavorato in Francia, Cina e Perù. Poi si era stabilita in Bangladesh per vivere e lavorare in un’azienda tessile. Ed è lì che voleva tornare, dopo aver partorito il bimbo che aspettava da alcuni mesi. L’ultima volta che sua madre, Mimì, e papà Luciano, hanno parlato con lei al telefono è stata venerdì sera, poco dopo le 20, mentre lei stava andando con i suoi colleghi a cena proprio all’Holey. Poi il silenzio, il suo telefono ha smesso di squillare e di ora in ora le speranze che non fosse lì, ma magari ricoverata in ospedale, si sono affievolite. «Questa esperienza di martirio per la mia famiglia e il sangue di mia sorella Simona spero possano contribuire a costruire un mondo più giusto e fraterno», le prime parole di Luca, il fratello più piccolo di Simona (ha anche una sorella, Susanna), sacerdote ad Avellino. «Mia sorella – ha aggiunto – amava il suo lavoro, la sua vita e amava viaggiare. Era stata in Cina e in altri luoghi, anche difficili». La notizia ha sconvolto Magliano Sabina dove la famiglia di Simona Monti è molto conosciuta e stimata. «Simona – afferma il sindaco Alfredo Graziani – era una ragazza veramente in gamba, esperta di lingue. Dalla scorsa estate si era trasferita in Bangladesh per lavoro».

Marco Tondat Da Pordenone per dare un futuro alla figlioletta Lavoretti saltuari per arrivare a fine mese, aveva fatto anche il bagnino. Poi l’occasione del Bangladesh. Marco lavorava per Studio Tex Limited, insieme a Nadia Benedetti. Dopo una serie di impieghi, Marco Tondat, 39 anni, di Cordovado (Pordenone), aveva trovato la sua opportunità in Bangladesh come supervisore in un’azienda tessile. Un lavoro stabile finalmente che gli permetteva di sentirsi più tranquillo e di pensare con più serenità al futuro della figlia di 5 anni. «Viveva per la sua piccina», dicono le persone a lui più vicine. Ed era per questo che aveva accettato un incarico a lungo termine in un paese così lontano. «Restava lì per assicurarle un avvenire migliore. In Italia aveva lavorato come stagionale al mare, ma le risorse non erano sufficienti per un mantenimento degno della figlia, dopo che si era separato dalla moglie è partito». Sarebbe dovuto rientrare a casa lunedì, racconta il fratello Fabio. «Stiamo vivendo un dolore immenso – ha continuato il fratello – ci eravamo sentiti ieri mattina doveva rientrare in Italia per le ferie e abbiamo concordato alcune cose. Era un bravo ragazzo, intraprendente e con tanta voglia di vivere». Marco era partito un anno fa «perché in Italia ci sono molte difficoltà di lavoro», e come tanti altri aveva dovuto lasciare il paese e trasferirsi così lontano. «A Dacca era supervisore di un’azienda tessile, sembrava felice di questa opportunità. Non si può morire così a 38 anni ». Una famiglia, quella di Marco, già segnata da altre tragedie, il padre era morto giovane.

Adele Puglisi La siciliana del paese di Montalbano Adele proprio ieri doveva fare ritorno in Italia, a Catania. Una donna «buona, solare, che amava viaggiare e il mare», così gli amici ricordano la manager di 54 anni. Ma nella sua città d’origine sarebbe rimasta poco, come tutte le altre volte, «venti giorni al massimo», perché Adele era sempre in giro per il mondo. Aveva lavorato a Studio Tex, un’azienda che ha la sede principale a Londra e una succursale a Dacca, poi si è trasferita nello Sri Lanka. Ad aprile del 2014 ha cominciato a lavorare per Artsana, come manager quality control a Dacca. Era andata a cenare con gli altri al ristorante Holey Artisan Bakery per salutare una sua amica, Nadia Benedetti.
«È vergognoso», così aveva scritto su Facebook il 16 novembre del 2015, pubblicando la prima pagina di Libero e commentando il titolo «Bastardi islamici».
Aveva aderito a una petizione per contestare quella frase. A Dacca frequentava gli italiani che come lei lavorano nel tessile, soprattutto Nadia Benedetti che aveva conosciuto allo Studio Tex. A Catania abitava in un antico palazzo di una stretta via di uno storico rione, dove sarebbe dovuta ritornare ieri. L’aspettavano suo fratello Matteo e suo cugino Costantino, a Punta Secca, frazione di Santa Croce di Camerina, nel Ragusano, diventata famosa perché tra le location della serie televisiva il Commissario Montalbano. Nel borgo marinaro la sua famiglia trascorre le vacanze nella casa dove viveva il padre, un ufficiale dell’esercito. Ed era lì che, secondo amici più cari, la donna voleva trasferirsi, visto che era stanca e pensava di lasciare il lavoro all’estero.

Claudio Cappelli Entusiasta di Dacca produceva t-shirt Claudio Cappelli da oltre cinque anni era impegnato in Bangladesh dove aveva aperto una filiale che produceva t-shirt, abbigliamento e biancheria. Viaggiava molto e spesso era a Dacca per seguire l’impresa. Era nato 45 anni fa a Palermo e risiedeva con la moglie, figlia del proprietario della Fratelli Beretta Salumi, e con la figlioletta di 6 anni a Barzanò (Lecco). La sua famiglia di origine vive invece a Vedano al Lambro (Monza). Nel Paese asiatico aveva una filiale della sua azienda di abbigliamento, la “Star international” con sede legale a Concorezzo (Monza), una ditta con pochi dipendenti. «Era spesso in Bangladesh per curare la produzione – spiega un ex dipendente – ho lavorato nella sua società per qualche tempo, meno di dieci dipendenti e un ambiente sereno. Era una persona che si impegnava molto nel lavoro, riservato rispetto alla sua vita personale e molto legato alla sua bambina». Claudio Cappelli era entusiasta della sua attività in Bangladesh. Racconta il console generale onorario del Bangladesh in Veneto, «diceva di avere avuto una esperienza positiva e di essere contentissimo. Era entusiasta e diceva che era un paese dove si poteva lavorare molto bene. Eravamo rimasti d’accordo che ci saremmo rivisti al suo ritorno dal Bangladesh». Cappelli lascia una bimba di 6 anni, avuta con la moglie Valeria Beretta, figlia del patron della omonima ditta di salumi con sede a Trezzo sull’Adda (Milano). La sorella della vittima tra le lacrime: «Non avremmo mai pensato potesse accadere una cosa del genere».

Cristian Rossi Aveva rinviato l’aereo lascia due gemelline Cristian è uno dei tre friulani morti a Dacca. Quarantasette anni, era originario di Feletto Umberto, in provincia di Udine. Sposato, lascia due gemelle di appena tre anni. Sarebbe dovuto ripartire per l’Italia giovedì, ma aveva telefonato per avvisare del ritardo e della cena nel locale della strage, nel quartiere diplomatico di Dacca. Era diventato imprenditore tessile dopo essere stato manager dello stesso campo. Aveva lavorato diversi anni per la Bernardi, poi si era messo in proprio con la Fibres srl, una società di consulenza e intermediazione nel settore dell’abbigliamento con unità operative in Bangladesh e in Cina.
«Un gran lavoratore, estremamente preciso e competente. Pronto a trovare sempre il lato positivo delle cose», così lo ricordano gli ex colleghi. Per anni aveva lavorato per la Bernardi come buyer proprio in Bangladesh, dove aveva il compito di comprare la merce e seguire i fornitori. E proprio grazie all’esperienza maturata, quando il gruppo tessile friulano aveva cessato l’attività, si era messo in proprio avviando con un collega un’attività di importazione di capi di abbigliamento realizzati nelle fabbriche di Dacca per conto di aziende italiane del settore tessile. «Era una persona di spirito, anche nei momenti più difficili riusciva sempre a fare la battuta per sdrammatizzare le situazioni e fare gruppo», lo ricorda il segretario provinciale della Filcams Cgil di Udine, Francesco Buonopane, che aveva avuto modo di conoscerlo durante i delicati momenti della vertenza sindacale della Bernardi.

Maria Riboli L’ultima arrivata tra i pendolari del tessuto Maria Riboli lascia una bambina di tre anni, Linda. Avrebbe compiuto 34 anni il 3 settembre, era nata ad Alzano Lombardo. La sua famiglia è originaria di Borgo di Terzo, piccolo centro della valle Cavallina. Dopo il matrimonio, nel 2006, si era trasferita con il marito Simone Codara a Solza, paese di duemila abitanti dell’Isola bergamasca. Riboli lavorava nel settore dell’abbigliamento e si trovava in viaggio per lavoro per conto di un’impresa tessile. Da diversi mesi era in Bangladesh. L’altra sera era all’interno dell’Holey Artisan Bakery, seduta a un tavolo al bar con altri italiani. Nella foto del suo profilo Facebook, Maria Riboli appare sorridente assieme alla figlioletta. Fino a ieri mattina alcuni amici le avevano scritto sulla bacheca, chiedendo se fosse tutto a posto (alcuni anche in inglese), ma senza ottenere risposta. Quando la notizia della sua morte è stata ufficializzata dalla Farnesina, sono cominciati ad apparire messaggi di stupore e condoglianze.
L’altra sera si trovava all’Holey Artisan Bakery insieme ad altri colleghi che aveva incontrato per lavoro. Anche lei, come le altre vittime, viaggiava spesso per lavoro e il Bangladesh era una meta obbligata per la sua attività. L’impresa tessile di cui era dipendente la mandava frequentemente in giro e Maria era entrata a far parte della comunità di manager e piccoli imprenditori italiani che si occupano di abbigliamento a Dacca. L’Holey Artisan Bakery è un punto di ritrovo, un locale tranquillo in un quartiere considerato sicuro, a due passi dalle ambasciate.

Claudia D’antona Aiutava le donne sfigurate con l’acido Imprenditrice con un grande cuore. Claudia D’Antona si occupava di abbigliamento ma anche del prossimo. Torinese, 56 anni, era una «donna generosa e altruista, che non aveva mai interrotto il suo impegno sociale». A vent’anni, volontaria della Croce Verde, era stata in Irpinia per aiutare gli abitanti della zona devastata dal sisma, tre anni dopo fu tra i primi soccorritori ad arrivare al cinema Statuto di Torino, dove il fumo provocato da un incendio aveva fatto 64 vittime. In Bangladesh sosteneva un’associazione che cura le donne sfregiate dall’acido, finanziando gli interventi di chirurgia plastica. Managing director della Fedo Trading Ltd, azienda del tessile in Bangladesh, Claudia – laureata in legge all’università di Torino – viveva a Dacca da 20 anni, lì si era trasferita dopo aver cominciato a fare l’imprenditrice in Italia e in India. L’altra sera era al ristorante della strage insieme al marito Gianni Boschetti, consciuto nel 1993 a Tirupur in India e che aveva sposato due anni fa. Con loro, al tavolo, c’era anche un cliente. Gianni e Claudia avevano prima fondato la società Europoint e poi la Fedo. L’uomo è riuscito a mettersi in salvo, quando sono entrati i terroristi era nel giardino del ristorante a parlare al cellulare. «Ci eravamo sentiti giovedì scorso – racconta la sorella Patrizia, avvocato a Torino – era dispiaciuta perché gli impegni a Dacca le impedivano di tornare per qualche giorno in Italia, come faceva tutti gli anni in questo periodo. Ma non aveva paura di stare in Bangladesh: dopo quello che è successo a Parigi e Bruxelles, ci faceva notare, non ci sono paesi dove non esiste rischio».

Vincenzo D’allestro Felice di lavorare lì insieme alla moglie Vincenzo D’Allestro, 46 anni, erano nato a Wetzikon, in Svizzera, da una famiglia originaria di Piedimonte Matese, Caserta, e da quasi un anno abitava ad Acerra. Era in Bangladesh per uno dei tanti viaggi d’affari, lui imprenditore del tessile ci andava frenquentemente. Amava il suo lavoro e la moglie, Maria, così ne parlano amici e parenti. Viaggiavano spesso insieme ma questa volta Maria, sua coetanea, non l’aveva seguito. «Giravano il mondo per il loro lavoro nel settore tessile, ed erano felicissimi», racconta Emiddio Bianchi, cugino della moglie dell’imprenditore. Vincenzo e Maria si erano sposati nel 1993, da un anno viveva in una mansarda ad Acerra. La sera della strage a Dacca aveva raggiunto gli altri nel locale in compagnia di Nadia Benedetti, sua amica. Nel Casertano, i sindaci dei due comuni, Piedimonte e San Potito, hanno già fatto disporre a mezz’asta le bandiere sui Municipi. «Era un ragazzo d’oro – dice il sindaco di San Potito – partecipava attivamente con un gruppo di amici all’organizzazione della festa del grano in paese; mi è sembrato giusto per il momento non tenerla». Nel Parco Azalea, dove l’imprenditore abitava con la moglie, i condomini sono tutti sotto choc. Il sindaco di Acerra ha annunciato di aver già predisposto il lutto cittadino per il giorno dei funerali di D’Allestro. «Al dolore per la strage – ha detto – si aggiunge l’orrore per i modi particolarmente efferati con i quali i terroristi islamisti hanno dato la morte agli ostaggi».

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