Terrorismo, adesso la minaccia più terribile è un attacco nucleare

Quanto la minaccia sia presa sul serio lo dimostra il silenzio. Nella baraonda delle indagini intorno agli attacchi all’aeroporto di Zaven- tcm e alla stazione della metropolitana di Maelbeek, a Bruxelles, portati a termine la mattina del 22 marzo, tra accuse di allarmi non considerati, roboanti annunci di arresti e mortificanti passi indietro. poche parole sono riservate a quello che avrebbe potuto essere il vero piano della cellula jihadista: attaccare una centrale nucleare. «Senza dubbio hanno cambiato i piani perché si sentivano sotto pressione {quattro giorni prima degli attentati fu arrestato Salah Abde- slam, super ricercato per gli attacchi di Parigi e membro attivo della cellula belga, ndr]. Anche se non siamo riusciti a scongiurare questi attacchi, si può dire che i danni avrebbero potuto essere maggiori se i terroristi fossero riusciti a mettere in pratica il loro piano iniziale e non optare per obiettivi più facili», ha rivelato una fonte della polizia al settimanale belga DH.

Altrettanto sottotraccia è passato l’appuntamento di questi giorni a Washington: 51 capi di Stato e di governo (per l’Italia era presente il premier Renzi) si sono riuniti per la quarta edizione del Nuclear Security Summit. In agenda proprio il rischio di un attacco a una centrale nucleare.

La minaccia potrebbe arrivare via Internet, anche se teoricamente i sistemi informatici di una centrale dovrebbero essere “isolati” dalla Rete. Fppure, secondo un rapporto di Chatham House, centro studi britannico, dal 2001 si sarebbero contati 50 incidenti causati da violazioni del sistema informatico delle centrali nucleari (nel 2006 si sarebbe rischiata la fusione del nocciolo del reattore di Browns Ferry, in Alabama).

Più preoccupante un’altra possibilità. «Isis ha messo in secondo piano il tentativo di costruire un ordigno nucleare per concentrarsi sulla possibilità di far esplodere una centrale atomica che consentirebbe di raggiungere lo stesso obiettivo: contaminazione, morte e deserto per un raggio di decine di chilometri», ha detto a II Sole 24 Ore un alto funzionario a Washington che ha partecipato ai lavori preparatori del summit. Ci erano quasi riusciti nel 2001: alcuni analisti hanno notato come l’aereo della United Airlines dirottato rii settembre e precipitato, per l’intervento dei passeggeri, nei pressi di Shanksvillc, era a meno di 15 minuti di volo dalla centrale atomica di Three Mile Island, in Pennsylvania.

In Belgio tre avrebbero potuto essere gli obbiettivi dei terroristi. La centrale nucleare di Doel, vicino al confine con l’Olanda, quella di Tihange, a sud-est della capitale (in totale sei reattori), e il Centro studi dell’energia nucleare di Mol.

Lavorava a Mol il dirigente che per diverso tempo era stato spiato dai fratelli E1 Bakraoui (due dei kamikaze che si sono fatti esplodere in aeroporto e nella metropolitana). Si è saputo che il 30 novembre 2015 la polizia aveva trovato un video di una decina di ore con gli spostamenti del dirigente e della sua famiglia: era stata utilizzata una videocamera nascosta in una siepe nei pressi della casa dell’uomo, posizionata proprio dai due fratelli. Spiega Claude Moniquct, a capo del Centro Europeo di intelligence e sicurezza: «Possiamo immaginare che i terroristi avrebbero voluto rapire un tecnico o la sua famiglia. La cellula terroristica ha ingenuamente creduto di poterlo utilizzare per penetrare in un laboratorio e ottenere materiale nucleare per costruire una bomba sporca». Secondo gli scenari dipinti dagli esperti di terrorismo, anche gli ospedali e i centri di medicina nucleare sarebbero a “rischio’’ per la presenza al loro interno di materiale radioattivo. Quanto all’attentato, si dice che non verrebbero utilizzati kamikaze ma droni radio- comandati.

Che un attacco con una “bomba sporca” ottenuta con materiale prelevato da ospedali o da centri come quello belga possa rappresentare un serio pericolo di contaminazione nucleare è altra cosa. «Certamente si creerebbe panico e costringerebbe le autorità a complesse operazioni di verifica e protezione degli abitanti della zona», spiega a Gente Marco Ricotti, docente di impianti nucleari al Politecnico di Milano, «ma non dobbiamo immaginare scenari come a Fu- kushima, con migliaia di persone evacuate e una vasta area ancora off-limits».

La scoperta del video non aveva comunque modificato i livelli di sicurezza intorno agli impianti nucleari se non dopo il 17 febbraio, quando, ancora il settimanale DH, ne aveva svelato l’esistenza. Da allora 140 militari erano stati rischierati intorno alle due centrali del Belgio.

La preoccupazione è salita qualche giorno prima degli attentati. È giovedì 17 marzo quando Didier Prospero, agente di sicurezza della centrale nucleare di Charleroi, viene freddato nella sua abitazione di Froidchapcllc. Secondo il quotidiano Demière Heure all’uomo sarebbe stato sottratto il badge che dava accesso alla centrale. Ucciso per consentire a un commando di penetrare nella centrale e minarla dunque? L’ipotesi è da brividi, ma la domanda è: si è corso un rischio reale? Risponde ancora Ricotti: «Varcare l’ingresso di una centrale nucleare non significa poter raggiungere il centro di controllo della centrale stessa, tantomeno il nocciolo del reattore». Anche se fossero riusciti a raggiungere la sala controllo, servono competenze precise per sapere cosa manovrare. Avrebbero potuto usare un’auto imbottita di esplosivo, certo, «ma al massimo avrebbero potuto danneggiare l’edifìcio che è realizzato in cemento armato con muri spessi almeno un metro e mezzo:    dal perimetro esterno al nocciolo del reattore ci sono almeno altri venti metri di diverse pareti di protezione». Ancora una volta, quindi, avrebbero sicuramente terrorizzato l’Europa, ma i rischi sarebbero stati ridotti.

Il vero pericolo è che le centrali stesse fossero state o possano essere “infiltrate” dagli estremisti islamici. Ci sono degli inquietanti precedenti. Nel 2013 un ingegnere della centrale di Doel fu licenziato dopo la scoperta che il cugino era un membro di un gruppo estremista islamico chiamato Sharia- 4Belgium, che aveva fornito diversi fo- reign fighters all’Is. Un anno dopo, nel 2014, sempre alla centrale di Doel, il reattore numero quattro fu tenuto spento per oltre quattro mesi per un sospetto sabotaggio. Gli ultimi casi nei giorni precedenti gli attentati, quando a 7 tecnici dell’impianto di Mol sono stati ritirati i badge di accesso all’indomani di un’operazione della polizia contro un altro gruppo di fondamentalisti islamici. Il giorno degli attentati, lo stesso provvedimento è stato preso per altri quattro tecnici. Insomma, tanto tranquilli non si può stare.

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