I 10 alimenti che creano dipendenza: Ecco quali cibi sono e come difendersi

Consumate troppe patatine fritte o eccessivo gelato? Se un morso tira l’altro in quel momento di iniziare non riuscite ad esistere, non è solo colpa vostra ci sono realtà cibi che creano dipendenza. E non è solo un’impressione, ma lo dice la scienza. Come riporta la rivista statunitense Time, neuro scienziata americana Nicole avena, esperta alimentazione, individuati i cibi che danno più dipendenza: sono quelli con un sintesi perfetta di contenuto di carboidrati raffinati come la farina e glucosio e di grassi aggiunti, che simulano il cervello a volerne sempre di più. Ecco quali sono, e alcuni trucchetti per abbassare la quantità che ne assumiamo.

La dipendenza da cibo è una dipendenza di tipo comportamentale, ovvero non correlata all’uso di sostanze stupefacenti: un comportamento (ad esempio l’alimentazione) che, per la maggior parte delle persone, rappresenta parte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana; per alcune può assumere caratteristiche patologiche, fino a provocare gravissime conseguenze. I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono dei complessi disturbi caratterizzati da una grave alterazione del comportamento alimentare, espressione di una grave sofferenza psichica sottostante.

Il DSM-IV-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) identifica, come DCA, l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa ed il disturbo da alimentazione incontrollata; tali disturbi si sono notevolmente diffusi, nel mondo industrializzato, negli ultimi decenni ed, in particolare, tra gli adolescenti, di sesso femminile, di età sempre più giovane.

Queste sindromi si contraddistinguono per una fortissima paura di ingrassare, da un’alterazione dell’immagine corporea e da un comportamento alimentare disturbato, che può oscillare, in base alla tipologia di disturbo, tra un’alimentazione caratterizzata da una restrizione estrema e dal rifiuto del cibo (ad es. anoressia nervosa), e la messa in atto di abbuffate e condotte eliminatorie (ad es. bulimia nervosa). I disturbi del comportamento alimentare sono estremamente gravi e resistenti al trattamento; di conseguenza, è indispensabile una presa in carico da parte di un’équipe multidisciplinare specializzata (psicoterapeuta, psichiatra, medico internista, nutrizionista).

10 alimenti che creano dipendenza

  1. Patatine fritte in busta – creano dipendenza a causa del sale contenuto in esse e per il fatto che non saziano lo stomaco.
  2. Torte – potenzialmente “pericolose” per coloro che non hanno abbastanza autocontrollo per fermarsi alla prima fetta e dannose soprattutto quando sono molto zuccherose e farcite.
  3. Pizza – non sempre dannosa in generale ma molto fanno gli ingredienti con cui viene preparata.
  4. Biscotti – anche qui attenzione ai golosi, soprattutto quando non si tratta di biscotti semplici e di biscotti secchi. E poi si sa, un biscotto tira l’altro…
  5. Patatine fritte – anche qui il pericolo principale arriva dal sale, che insaporisce gli alimenti e crea una sorta di dipendenza per cui non si riesce a smettere di mangiarle.
  6. Hamburger – crea dipendenza soprattutto se accompagnato dal pane.
  7. Cioccolata – anche qui occhio a tipo di prodotto che si consuma. Il cioccolato fondente, a piccole dosi, fa tutt’altro che male.
  8. Pollo fritto – una dipendenza da cui stare alla larga, soprattutto perché l’olio non è sempre di ottima qualità e perché i cibi fritti, in generale, andrebbero evitati o limitati.
  9. Gelato – tra gli alimenti che creano dipendenza anche il gelato, che mangiato saltuariamente, privilegiando soprattutto prodotti sani, non fa certo male.
  10. Cereali – anche questi ultimi possono creare dipendenza ma gli eventuali pericoli, in questo caso, derivano soprattutto dallo zucchero che vi si aggiunge.

Le DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) sono più diffuse di quanto non sembri anche se sono poco citate, contrariamente allo stress, termine che è invece spesso abusato. I disturbi alimentari, come molte malattie o psicosi, possono essere gravi come l’anoressia o la bulimia o leggeri fino al punto di non essere percepiti nel quotidiano. Stessa cosa si può dire per lo stress che si somatizza fino a danneggiare la nostra salute, ma in modo lento senza che il soggetto se ne accorga. Si lavora, ci si arrabbia più del dovuto, si mangia molto o si digiuna senza ragione; si bevono alcolici, si fuma, si fa una vita sedentaria senza pensare che tutto questo, che ci sembra “normale”, aumenta il rischio di ammalarsi nel medio e lungo periodo, anche gravemente.

Che cos’è la dipendenza da cibo ?

Cosa di intende per dipendenza da cibo ? Quando è giusto allarmarsi ? Sostanzialmente si può parlare di dipendenza da cibo quando sono presenti le seguenti caratteristiche: • la persona desidera il cibo in maniera continua e intensa, ma di fatto la gratificazione durante il pasto non è soddisfacente, e anzi diviene fastidiosa per il dolore addominale, la vergogna e il peggioramento dell’umore e dei livelli di energia dopo i pasti, magari con l’insorgere di sonnolenza. Questi sintomi possono essere anche sfumati, in persone che magari non sono obese ma soltanto sovrappeso, e non sono evidenti dall’inizio, ma con il tempo. • durante la giornata si alterano momenti in cui non si pensa ad altro che il cibo, a momenti in cui si vuole scacciare questo pensiero con tutte le proprie forze. L’alterato rapporto con il cibo, vissuto in maniera eccessivamente urgente e intensa, si può esprimere nei seguenti modi: • Mangiare più velocemente del normale, con il risultato di gustare di meno il cibo stesso. • Mangiare anche quando ci si sente pieni. • Mangiare senza avere più la capacità di distinguere tra fame e sazietà. • Compiacersi nell’immaginarsi mentre si consuma cibo. • Pensare mentre si compiono altre attività a quando si andrà “finalmente” a mangiare. • Quando le spese per il cibo, e il tempo dedicato al mangiare, aumentano. • Mangiare in maniera solitaria, con la tendenza a mangiare di meno quando si è con altre persone. Questa altalena di emozioni e pensieri conduce da un lato a ricercare continuamente qualcosa da mangiare come se fosse la cosa più gratificante della sua giornata, dall’altra a coltivare l’intenzione di eliminare il pensiero del cibo. In alcuni momenti si può stabilire un corto-circuito mentale con l’idea che l’unico modo di sfuggire a questa “ossessione” per il cibo sia quello di mangiare tutto ciò che si desidera e in piena libertà. Esistono forme eclatanti di questo disturbo, che inducono la persona a comprarsi il cibo di nascosto, a tenerlo nascosto e portarlo con sé sempre, oppure a consumarlo in solitudine, per paura del giudizio altrui. Vi sono però anche forme subdole, dominate da questa lotta quotidiana tra appetito e intenzione di controllare il comportamento, che si celano dietro a comportamenti di grandi abbuffate seguiti da meccanismi di compenso per controllare le calorie introdotte, come l’esercizio fisico o il digiuno.

La dipendenza è caratterizzata dall’impellenza di utilizzare una sostanza, da un consumo incontrollato e dall’esistenza di sintomi di astinenza (come ansietà e irritabilità) quando viene impedito l’accesso alla sostanza. Studi recenti effettuati su ratti di laboratorio hanno mostrato che la ripetuta assunzione di zuccheri possa sensibilizzare i recettori cerebrali alla dopamina (una sostanza prodotta nel cervello quando si prova piacere) in modo simile all’abuso di droghe illecite. Mangiare, alimentarsi, ingurgitare cibo è un comportamento complesso che coinvolge diversi ormoni e sistemi nell’organismo. Uno studio recente ha mostrato alcune differenze nei cambiamenti prodotti in diversi neurotrasmettitori da parte delle droghe e da un’ impellenza compulsiva verso il cibo.1 Inoltre una seria riflessione va fatta, sull’idea che ogni piacere che incontriamo – la bellezza, la musica, il sesso, persino l’esercizio – è associato a picchi di dopamina simili a quelli causati da un pasto ricco di grassi. Il forte desiderio di un alimento appetibile (come il cioccolato, la pizza, il gelato) è in conflitto con la necessità, imposta dalla società, di diminuire l’assunzione degli alimenti, rendendo così il desiderio per il cibo più pronunciato e considerato come una dipendenza Il termine “food craving (desiderio insaziabile di cibo)” viene definito come «un intenso desiderio di consumare un alimento particolare o un tipo di alimento a cui è difficile resistere.» Quasi tutte le donne nel periodo dell’ovulazione o nella fase premestruale provano una sorta di voglia di cibo. Le voglie più spesso riportate sono per il cioccolato (40% delle donne) o, più in generale, per alimenti ricchi di grassi e/ o di carboidrati. Le voglie di cibo sono significative perchè possono avere un ruolo nella sovralimentazione, nella bulimia e nell’obesità. Esistono varie teorie per spiegare la relazione tra voglie di cibo e disordini alimentari; a seconda degli autori, si enfatizzano l’omeostasi fisiologica, studiando i meccanismi che coinvolgono gli aspetti sensoriali del cibo o altri principi psicologici correlati alle emozioni. Ad esempio, è stato suggerito che le persone ingeriscono carboidrati nel tentativo di migliorare l’umore – il meccanismo sottostante è un aumento nella serotonina cerebrale (una sostanza che ha un ruolo importante nella regolazione dell’umore e dell’appetito).

Stress e dipendenza
Quando una persona sta male e non si ravvisa un sintomo particolarmente riconoscibile si parla di stress, ma anche quando si è in presenza di una diagnosi precisa di patologia, e non sono evidenti le cause, si parla di stress, di vita sregolata, di troppo lavoro e poca serenità ecc.. Anche i medici raccomandano di combattere questa tensione fisica e psicologica evitando il superlavoro, le arrabbiature o le ansie che derivano dal voler o dover fare troppe cose, ma è difficile “rallentare” perché i ritmi imposti dalla società in cui viviamo portano a riconoscere il nostro come un comportamento “normale” e ciò impedisce di vedere chiaramente la situazione stressante in cui si vive che è spesso causa dei nostri mali.
Definire lo “stress” può risultare molto complesso. Letteralmente, in inglese questa parola significa “pressione, tensione” . Si tratta di un termine difficile da delineare, anche perché il suo significato comprende svariati aspetti. In medicina, si parla di stress per fare riferimento alla risposta messa in atto dall’organismo ad una serie di stimoli fisici, psichici e ambientali che ne alterano l’equilibrio. Più comunemente, si usa per fare riferimento ad un fenomeno causato da uno stile di vita non consono al benessere dell’organismo:
• droghe, superlavoro, alimentazione sbilanciata, mancanza di sonno, disturbi dell’umore, irascibilità.

Tutti fenomeni legati a problematiche di tipo sociale che inducono il nostro organismo ad attuare meccanismi di risposta a queste “pressioni” potenzialmente dannose. Si attribuiscono allo stress ambientale molte dipendenze quali l’alcol, il fumo, le droghe pesanti e leggere ma oggi si è certi che le dipendenze chimiche hanno meno influenza di quelle ambientali. Lo prova il fatto che le riabilitazioni funzionano nelle persone che, risolta la dipendenza dalla sostanza (fumo, alcol, cocaina ecc.), riescono a cambiare ambiente o ad evitare quelle situazioni ambientali che avevano agevolato la dipendenza stessa.

Cibo consolatore
In maniera diversa, da individuo a individuo, lo stress può influire anche sull’appetito. In alcune persone può causare inappetenza e tendenza a saltare i pasti, con conseguente calo di peso, in altre, eccessivo appetito fino all’iperfagia con un aumento della sensazione di fame e conseguente aumento di peso. In entrambi i casi la “richiesta” alimentare per eccesso o per difetto non è proporzionata alla reale richiesta di energia del nostro organismo, quindi sproporzionata al bilancio energetico e causa di malnutrizione. Nel cibo vi sono sostanze che creano anche dipendenze chimiche come lo zucchero e la caffeina che, se sono assunti in modo eccessivo, si aggiungono alle motivazioni che hanno messo in moto i disturbi alimentari che ci affliggono.

Le variazioni dell’umore sono inevitabili così come le reazioni quasi automatiche e inconsapevoli legate al cibo, un conto però è “rispondere” con atteggiamenti alimentari errati a situazioni rare o poco frequenti, un altro è farlo abitualmente. Mangiare molto poco o troppo una volta ogni tanto è accettabile, come dopo una forte arrabbiatura mangiare in pochi minuti una tavoletta di cioccolata, o non mangiare a pranzo o cena perché si è sommersi dal lavoro e non si ha tempo o si è troppo stanchi anche per cenare. Questo digiunare o abbuffarsi d’abitudine ogni qual volta la vita non è come vorremmo, alzarsi la notte per mangiare, diventa una forma di nevrosi comunemente conosciuta come fame emotiva , un disturbo psicologico, non una malattia, che secondo l’approccio cognitivo-comportamentale può essere controllato esattamente come ogni altra dipendenza. Non potendo evitare le emozioni quali gioia, tristezza, euforia, noia o rabbia che, più o meno intensamente, gli esseri umani vivono ogni giorno, il legame tra emozioni e cibo diventa pericoloso perché provoca fenomeni di malnutrizione che, protratti nel medio e lungo periodo, possono portare dall’obesità all’anoressia con conseguente aumentato rischio di contrarre malattie anche gravi. L’equilibrio tra sazietà e fame è delicato, molti fattori lo possono squilibrare, molti dei quali sono figli del nostro tempo come quelli psicologici, ma anche biologici o legati all’ambiente in cui viviamo. Siamo circondati da comunicazioni che da una parte ci propongono un modello di bellezza sottopeso e dall’altra ci invitano a mangiare di tutto e di più, un mondo che propone opulenza in generale, dove il piacere del cibo è diventato persino materia da talent show.

Cos’è la fame nervosa?
Si parla di fame nervosa quando l’organismo, indipendentemente dal senso di sazietà, ricerca il cibo anche fuori pasto o addirittura durante la notte. La fame in questo caso arriva quando il nostro corpo non ha effettiva necessità di nutrirsi, ma è spinto dalle emozioni . L’atto di mangiare, in questi casi, non è finalizzato a soddisfare i fabbisogni nutrizionali del corpo, ma contribuisce a tenere sotto controllo l’ansia e aiuta a gestire i disagi psicologici indotti dallo stress. Al cibo viene attribuita la grande capacità di consolare, stimolare, calmare, dare allegria e piacere, tutte sensazioni momentanee, per questo si sente il bisogno di replicarle più volte per creare nuove “soddisfazioni” con ulteriori e maggiori quantità di cibo.
In questo caso, le scelte si orientano maggiormente verso cibi dolci o snack che abbiano la caratteristica di essere gratificanti per il palato e allo stesso tempo semplici e veloci da consumare. In genere chi soffre di fame nervosa tende a concedersi numerosi spuntini in svariati momenti della giornata: al rientro dal lavoro, nel tardo pomeriggio prima di cenare o dopocena fino al momento di coricarsi. Viene spesso descritto l’impulso ad alzarsi più volte dal divano, mentre si guarda la televisione, per andare ad aprire il frigorifero o la dispensa e consumare, ogni volta, un piccolo snack con intervalli anche brevi, uno ogni 20 minuti. Questo tipo di comportamento, caratterizzato dall’ingestione di cibi altamente calorici e non necessari ai fini dei fabbisogni nutrizionali, nel tempo può portare ad un aumento di peso, pochi etti al mese che piano piano possono diventare 10 o 20 chili in 10 anni o meno.

PROTEGGERE LA SALUTE A TAVOLA
Chi non ha mai sentito dire che la sana alimentazione riveste un ruolo di primaria importanza nel promuovere la salute e nel ridurre il rischio di malattie croniche compresi vari tipi di tumore? E chi non sa che la frutta e la verdura sono considerati fra gli alimenti maggiormente protettivi e che dovrebbero quindi essere sempre presenti in abbondanza sulla tavola? Allora, se la nostra alimentazione spesso si allontana da quello che, sulla base delle evidenze disponibili, viene indicato come il modello da seguire, significa che è sì importante sapere cosa fare (e questo resta sempre il punto di partenza) ma è poi anche necessario trovare il modo di tradurre in pratica la teoria. In primo luogo ricordando che ciò che rende l’alimentazione più o meno salutare sono le piccole scelte di tutti i giorni, quelle fatte nel decidere il menu, al momento della spesa, quando si opta per un piatto anziché un altro. Questo è il filo conduttore di “Alimentare la salute”. In questo libretto viene dedicato ampio spazio sia agli aspetti teorici sia agli aspetti pratici. Con tanti consigli per tutti, dai più piccoli ai più grandi. Perché se è vero che la prevenzione deve iniziare presto, è altrettanto vero che non è mai troppo tardi per cogliere i benefici di una alimentazione e di uno stile di vita più salutari.

One comment

  1. 41bis per i produttori di biscotti e patatine ed ergastolo per i supermercati che li vendono e tv er giornali che fanno pubblicità a questi prodotti che uccidono i nostri figli o li trasformano in grossi grassi ebeti.
    le ruspe ci vogliono!
    dopo le siringhe di marjuana ci mancavano solo le pere di biscotti

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