Contaminanti nella pasta, altra sfida in Tribunale: rigetta il ricorso degli industriali

Rigettato il ricorso presentato dagli industriali della pasta. Non solo. Il Tribunale di Roma li ha condannati al pagamento delle spese legali. Si tratta di Aidepi, sigla che sta per Associazione delle industrie del dolce e della pasta, la Barilla Fratelli spa, i Fratelli De Cecco di Filippo Fara San Martino spa, la Divella spa, La Molisana spa e il pastificio Lucio Garofalo. Erano stati loro a denunciare le associazioni GranoSalus e I Nuovi Vespri che da tempo conducono una battaglia in difesa del grano duro del Sud Italia.


Tutto era nato da un’inchiesta condotta su campioni di pasta di 8 famosi marchi italiani. Dalle analisi era emersa la presenza di contaminanti nel grano, anche se questi erano tuttavia entro i limiti previsti dalla normativa dell’Unione Europea. Gli industriali della pasta avevano invece replicato che le analisi, su cui gli articoli fondavano le loro ‘accuse’, «non erano state effettuate con gli accorgimenti e le regole che ne avrebbero potuto garantire l’attendibilità» Queste aziende, investite dalla bufera che si era scatenata al riguardo, avevano richiesto l’intervento della magistratura per ottenere la rimozione di alcuni articoli pubblicati sui siti web delle due associazioni. ”.

Secondo il Tribunale di Roma, invece, “le analisi sono state effettuate da primario laboratorio, con metodo scientifico”. Inoltre sui temi affrontati negli articoli in questione vi è “un ampio dibattito nel mondo scientifico e pubblico in generale”. Pertanto, scrivono i giudici nell’ordinanza “non vi è dubbio che la divulgazione dei risultati della ricerca costituiscano legittima espressione del diritto di libertà di manifestazione del pensiero, sancito dall’art 21 della costituzione e di libertà della scienza garantita dall’art 33 della Costituzione, senza limiti e condizioni. Tanto più che, trattandosi di temi di tale delicatezza e rilevanza per la salute pubblica, nessuna censura sarebbe ammissibile. Né sono stati superati i limiti della continenza espositiva”.

“A fronte di ciò – scrivono ancora i giudici -, le reclamanti non hanno prodotto delle contro-analisi né sui lotti indicati ed analizzati (dei quali esse avrebbero l’obbligo di conservare un campione), ma nemmeno su altri lotti di pasta, il che induce verosimilmente a ritenere che effettivamente nella pasta prodotta dalle società reclamanti fossero presenti i contaminanti indicati nell’articolo. Così come – si legge ancora nell’ordinanza – legittimo esercizio del proprio pensiero critico è il sospetto che la presenza di questi contaminanti possa essere dovuta ad una prassi di miscelazione vietata”. Da qui il rigetto del ricorso e la condanna al pagamento delle spese legali.

L’accordo CETA di liberalizzazione degli scambi di merci e servizi tra Europa e Canada, spacciato come modello, per tutti gli accordi commerciali d’ora in avanti, porterebbe a una maggiore presenza di grano, pasta e prodotti da forno canadesi o ad alta presenza di materie prime d’oltreoceano sulle nostre tavole. Alcuni presunti guru del settore agroalimentare sostengono questa ipotesi, addirittura vendendola come un’opportunità per avere cibo di prima qualità.
Il CETA, al contrario, potrebbe portare in casa nostra cibo malsano, con più residui di pesticidi, di tossine, di danneggiare i produttori nazionali, i prodotti di qualità e di colpire a morte le regole con le quali oggi difendiamo la nostra sicurezza alimentare, sociale e la nostra democrazia.

IL CETA
L’accordo CETA di liberalizzazione degli scambi di merci e servizi tra Europa e Canada viene spacciato come il nuovo “accordo-modello” per tutti gli accordi commerciali d’ora in avanti. Ora che abbiamo messo in serie difficoltà il TTIP (l’analogo trattato negoziato tra Europa e Stati Uniti), c’è chi in Europa tenta così di mettere al sicuro lo schema di liberalizzazione aggressiva già concordato tra i negoziatori delle due sponde dell’Atlantico nel 2014. Una mossa che consentirebbe alle oltre 40mila grandi imprese Usa che hanno consociate in Canada — tra cui giganti dell’agroalimentare come Coca Cola, McDonald, Cargill, ConAgra foods — di ottenere gli stessi privilegi che garantirebbe loro il TTIP: la possibilità di influenzare la formulazione e l’applicazione di regole e standard che limitino i loro profitti e la facoltà di citare i nostri Stati in giudizio, con il meccanismo dell’Investment Court System o ICS, se si sentissero danneggiate da quella che ci piace chiamare democrazia’..
Oltre a consentire un accesso nel mercato europeo ancora più massiccio di grano e pasta canadese.
Di recente la Commissione europea non soltanto ha condiviso con il Canada una Dichiarazione congiunta di intenti”, ma ha anche redatto una propria dichiarazione nella quale assicura, soprattutto rispetto a temi sensibili come quello della tutela dei prodotti tipici e della sicurezza alimentare, che il CETA “protegge la possibilità”, per i singoli Stati che lo sottoscrivono, di continuare ad assicurarli a proprio modo. Ma dichiarazioni come queste permettono soltanto ai Paesi membri, se si verificherà che il CETA li avesse danneggiati, di chiederne conto alla Commissione europea.
Non dobbiamo arrivare a questo punto, anche perché il Canada è un Paese tutt’altro che marginale rispetto al commercio europeo, e soprattutto rispetto a prodotti identitari per il nostro Paese, fondamentali per la nostra salute, oltre che per la nostra economia, come il pane e la pasta.
Capiamo insieme perché.
1 | IL CASO GRANO
L’Italia produce 3 milioni di tonnellate di frumento tenero all’anno per trasformarli in pane e biscotti, pari al 50% del fabbisogno . L’Italia è anche il principale produttore europeo di grano duro, destinato alla pasta con 4,8 milioni di tonnellate, circa il 60% del fabbisogno, coltivate su una superficie di circa 1,3 milioni di ettari. Sono ben 4,8 milioni, però, le tonnellate di frumento tenero e 2,3 milioni le tonnellate di grano duro che arrivano dall’estero. Di queste, oltre la metà, per un totale di 1,2 milioni di tonnellate, arrivano dal Canada, con note marche che lo usano in maniera esclusiva facendone addirittura un elemento di distintività. C’è chi sostiene che il grano canadese sia di qualità migliore di quello italiano per fare la pasta. Come di recente ha sottolineato anche Coldiretti, quasi un pacco di pasta italiano su cinque è è ottenuto da grano canadese”’. E la deriva dei prezzi, in costante ribasso da anni, ha messo fuori mercato negli ultimi anni decine di produttori, anche se la qualità del grano italiano è in costante miglioramento.
C’è chi tratta il grano come una semplice “commodity”, una materia prima come tutte le altre i cui prezzi sono da affidare al mercato. Far saltare, dunque, come prevede il CETA, il 97% delle attuali barriere  commerciali esistenti e accelerare i controlli sanitari tra le due sponde dell’Atlantico, affidandone la riformulazione a un non meglio specificato Comitato ad hoc, per costoro sarebbe auspicabile o, quantomeno, inevitabile. Quanto questo sia insidioso per l’Italia lo dimostra il fatto che metà della superficie agraria nazionale viene utilizzata per la coltivazione di seminativi, soprattutto frumento (28%), impiegato prevalentemente per la produzione di farinacei e pasta. Si tratta di colture fortemente presenti in Emilia Romagna, Lombardia e Sicilia, per motivi legati sia alla morfologia del territorio sia alla tipologia delle impresei .

I produttori di cereali italiani e le Piccole e medie imprese dei trasformati di qualità si ritroveranno (da soli e senza garanzie) a fare i conti con le importazioni massicce di grano dall’estero amplificate dal CETA, la mancanza di norme che regolino il mercato mondiale e limiti notevoli nella capacità di stoccaggio. In questo quadro le loro sofferenze non potranno che aumentare, e la guerra attuale tra l’industria della trasformazione e i produttori primari inasprirsi vi . Senza parlare della pasta e degli altri prodotti da forno Italian sounding che sono pronti a varcare l’Atlantico a prescindere da storia e qualità. E c’è anche un’altra, amara, scoperta da fare: in un commercio con queste regole perdono tutti. Secondo i dati del Canadian Centre for Policy Alternatives, almeno il 45% della produzione canadese di cibo viene esportata™- Le esportazioni agricole nazionali sono triplicate da $11 miliardi a $33 miliardi tra il 1988 e il 2007. Nello stesso periodo, secondo un’analisi della National Farmers Union, il reddito netto delle aziende agricole si è ridotto di più della metà, mentre il debito delle stesse aziende è raddoppiato viii- Negli ultimi 40 anni, anche grazie all’accordo di libero scambio sottoscritto con Usa e Messico (NAFTA), il Canada ha perso il 45% delle sue aziende agricole. Il numero assoluto è precipitato dalle 366.128 del 1970 alle 204.730 del 2011 ix. E i suoi piccoli e medi produttori agricoli e alimentari sono preoccupati quanto i nostri dell’impatto di questa nuova ondata di liberalizzazionix .

LA CRISI DEI PREZZI
I prezzi del grano duro nel 2016 sono crollati del 31 % rispetto all’anno scorso, con valori al di sotto dei costi di produzione. Seminare e coltivare un ettaro di grano costa poco meno di quanto non ci si guadagni. Colpa di qualità e quantità dei raccolti? Purtroppo solo in parte. Osservando le fluttuazioni dei prodotti agricoli nel Chicago Board of Trade, punto di riferimento o del mercato delle materie prime agricole a livello internazionale, è chiaro che l’andamento delle quotazioni dei prodotti agricoli sia fortemente condizionato dai movimenti di capitale che si spostano con facilità dai mercati finanziari a quelli delle materie prime nei quali grano, mais e soia vengono negoziati alla stregua di petrolio e metalli.
I prezzi bassi per i produttori non si rispecchiano in vantaggi per i consumatori: dal grano al pane, denuncia Coldiretti, i prezzi aumentano del 1.450% con il frumento che oggi è pagato come trenta anni fa. Oggi il grano duro per la pasta costa meno di 1 8 centesimi al chilo, mentre quello tenero per il pane è sceso addirittura ai 16 centesimi al chilo, su valori al di sotto dei costi di produzione e con un “crack” da  700 milioni di euro per il Granaio Italia. Dal grano duro alla pasta il prezzo cresce invece del 400 per centoxi
Anche Confagricoltura ha lanciato l’allarme sui “prezzi da discount” e sul rischio che “dal prossimo anno sia sempre meno la pasta Made in Italy, fatta con grano italiano”. Anche se la Italmopa (Associazione industriali mugnai d’Italia) ha stimato che la produzione nazionale 2016 di frumento duro supera le 5,5 milioni di tonnellate, il livello più elevato dell’ultimo decennio (Confagricoltura stima 5 milioni), gli stessi mugnai temono “che l’attuale livello dei prezzi disincentivi la produzione in molte aree”.
Il rischio che un’apertura di queste dimensioni con il Canada, senza un’adeguata previsione d’impatto, si traduca in un cataclisma anche per l’industria della trasformazione (che sembra il principale tifoso italiano del CETA), è facilmente prevedibile di fronte a casi come il seguente: è del luglio scorso una protesta generalizzata dei produttori canadesi contro un’invasione di pasta proveniente dalla Turchia che sta abbattendo i prezzi interni.

Questo è solo uno dei casi di dumping segnalati dai produttori canadesi che, ad essere onesti, presentarono contro i produttori italiani un reclamo simile nel 1996, perdendo il ricorso. Che effetto potrebbero avere questi livelli di prezzi riversati sul mercato europeo già così fragile, è facile da immaginare. E da voler evitare.

3 | DAZI, TARIFFE E REGOLE D’ORIGINE: CHE COSA CAMBIA CON IL CETA
Se il quadro finora descritto e già critico, scendendo nei dettagli del CETA riesce addirittura a peggiorare. L’Unione europea, infatti, si è impegnata ad azzerare il 94% delle tariffe agricole che proteggono il mercato comune con un periodo transitorio di 7 anni xiii- Per quanto riguarda i cereali, le tariffe su orzo, avena, grano e affini saranno eliminate progressivamente dopo un periodo di transizione di 7 anni. Per quanto riguarda specificamente il grano di bassa e media qualità (il cui ingresso in Europa dai Paesi terzi oggi, sotto l’egida della Wto, è amministrato con una tariffa pro quota xiv), per i sette anni successivi all’approvazione del CETA verrebbe garantita al Canada una tariffa zero su una quota di 100mila tonnellate/anno rispetto alle quasi 39mila tonnellate assegnate al Canada già oggi. Anche questo limite sarebbe azzerato una volta che la tariffa sul frumento comune verrà cancellata dal CETA, e quindi entro 7 anni. xv e xvi Il Canada, dal canto suo, si impegna a portare allo 0% il 98,4% delle linee tariffarie agricole al momento dell’entrata in vigore del CETA.
Quantità a parte, è la qualità delle importazioni che preoccupa chi guarda con un occhio più attento le previsioni del CETA. L’accordo infatti mette mano alle regole di origine, cioè a quelle regole che determinano a quali condizioni un prodotto possa qualificarsi come proveniente da Canada o dall’UE.

L’idea è quella di evitare che altri Paesi che non fanno parte del CETA beneficino indirettamente dalle sue disposizioni di liberalizzazione commerciale.
L’obbligo di indicare in etichetta l’origine è una battaglia storica di produttori e consumatori italiani che con la raccolta di un milione di firme alla legge di iniziativa popolare promossa dalla Coldiretti ha portato all’approvazione della legge n.204 del 3 agosto 2004 per l’etichettatura di alcuni prodotti agroalimentari, nonché in materia di agricoltura e pesca xvii . Da allora molti risultati sono stati ottenuti anche in Europa, ma l’etichetta resta anonima – denuncia ancora Coldiretti – per circa la metà della spesa, dai salumi ai succhi di frutta, dalla pasta al concentrato di pomodoro, dai sughi pronti fino alla carne di coniglio. Due prosciutti su tre, venduti come italiani, provengono da maiali allevati all’estero, ma anche un pacco di pasta su tre è fatto con grano straniero senza indicazione in etichetta. Lo stesso vale per i succhi di frutta, mentre il 10 per cento del pomodoro trasformato in Italia usa come materia prima concentrato proveniente dalla Cina, anche qui all’insaputa dei cittadini.

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