Aids Shock: Bambina sudafricana guarisce dall’AIDS: è il terzo caso al mondo

Ogni tanto una buona notizia e questa volta arriva direttamente dal Sudafrica, dove una bambina che ha contratto il virus dell’ HIV dalla madre alla nascita, è stata sottoposta ad un trattamento precoce con un cocktail di farmaci antiretrovirali soltanto per un periodo di 10 mesi, nel corso del suo primo anno di vita riuscendo a debellare il virus guarendo del tutto. Si tratta del terzo caso al mondo di minore che riesce a tenere a bada la HIV e come già abbiamo detto, la bambina protagonista di questa vicenda è una minore di nove anni, che pare sia riuscita a tenere a bada l’ HIV;  il nome non è stato reso noto attualmente in una fase di remissione di lungo periodo e pare non abbia manifestato sintomi e segni di attività del virus.

E’ questo quanto scrivono gli studiosi dell’unità di ricerca pediatrica sull’ HIV, presso la University of Witwatersrand, in Sudafrica, che da anni la tengono praticamente sotto osservazione. La bambina fa parte di uno studio più ampio sul trattamento precoce contro l’ HIV, uno studio che è stato denominato Share ovvero Children with HIV early  antiretroviral therapy che dal 2005 al 2011 ha coinvolto ben 370 neonati. “Altre volte ci sono stati al mondo casi singoli di bambini con remissione dall’Hiv. Tra i bambini è più facile che ciò avvenga. Ma è, comunque, presto per dire di aver trovato una nuova terapia, o addirittura una cura contro l’Aids”, è questo quanto dichiarato da Fernando Aiuti, professore emerito di immunologia clinica e malattie infettive alla Sapienza Università di Roma.

La bambina nata con il virus dell’AIDS a 9 anni e adesso sta bene, non ha bisogno di prendere farmaci ma per tanti anni la piccola è stata curata visto che sarebbe stata diagnosticata la malattia soltanto quando aveva 32 giorni e la terapia antiretrovirale le sarebbe stata diagnosticata per 40 settimane, poi chissà perché il virus era praticamente scomparso del suo sangue. Come abbiamo già avuto modo di anticipare, la bambina è stata curata grazie ad un protocollo sperimentale in cui vengono studiati effetti della terapia anti HIV nelle prime settimane di vita ed è il terzo caso di questo genere a conferma che la cura può provocare una lunga remissione del virus.

“Servono maggiori studi per capire come stimolare la remissione del virus nei bambini infetti .Tuttavia questo caso rafforza la speranza che trattando un bambino sieropositivo durante l’infanzia potremmo risparmiargli il peso di una terapia che dura tutta la vita”, è questo quanto dichiarato da Anthoni Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases statunitense. Ciò che è accaduto alla bambina sudamericana, era già accaduto ad un’altra bambina del Mississipi che ha ricevuto una terapia antiretrovirale nelle prime 30 ore di vita e per 18 mesi.

Cosa è e come agisce il virus Hiv?
L’Hiv è il virus dell’immunodeficienza umana (Human Immunodeficiency Virus): una volta entrato nell’organismo, attacca alcune cellule del nostro sistema immunitario diminuendo, e nei casi più gravi annullando completamente, le capacità di difesa nei confronti di molte infezioni e di alcuni tumori.

Cosa è l’Aids?
L’Aids è una sindrome da immunodeficienza (Acquired Immune Deficiency Syndrome), ossia un insieme di segni e sintomi causati da malattie (infezioni opportunistiche) che possono insorgere nei soggetti con infezione da Hiv quando le difese immunitarie sono state fortemente compromesse e l’organismo non è più in grado di rispondere adeguatamente ad infezioni che normalmente sarebbero innocue.
Cosa significa essere persone Hiv sieropositive?
Essere persone Hiv sieropositive vuol dire aver contratto il virus Hiv. Il momento del contagio può passare del tutto inosservato (senza sintomi oppure con sintomi generici comuni a molte altre patologie), quindi l’unico modo per diagnosticare l’awenuta infezione è quello di effettuare il test specifico per L’Hiv. Una volta che il virus è entrato nell’organismo, anche se non sono presenti sintomi di alcun tipo, la persona sieropositiva ne è portatrice, e può quindi trasmetterlo ad altri.
Che differenza c’è tra sieropositività e Aids?
Una diagnosi di sieropositività indica il fatto che il virus Hiv è entrato nell’organismo, ma non dice nulla sullo stato di salute della persona. Se in una persona Hiv sieropositiva si evidenzia invece una grave compromissione del sistema immunitario e la presenza di infezioni opportunistiche o tumori, si passa dalla sola sieropositività alla diagnosi di Aids.
Essere persone Hiv sieropositive significa sviluppare automaticamente l’Aids?
No, le persone sieropositive non sviluppano automatica- mente l’Aids: la risposta immunitaria al virus Hiv varia da persona a persona e il virus può rimanere a lungo inattivo; oggi esistono inoltre diverse proposte terapeutiche in grado di contrastare l’evolversi dell’infezione, anche se non è ancora disponibile una cura definitiva.

■ Come si trasmette il virus Hiv?
Il virus, pur presente in altri liquidi biologici, si può trasmettere solo e soltanto attraverso un contatto con i seguenti:
■ sangue
■ sperma
■ secrezioni vaginali Hiv/Aids
■ latte materno
L’infezione si verifica quando uno di questi liquidi, appartenente ad una persona con infezione da Hiv, entra in circolazione nel sangue attraverso lesioni delle mucose e/o attraverso ferite.

Concretamente quali sono i comportamenti sessuali a rischio?
I rapporti penetrativi: i rapporti vaginali e i rapporti anali non protetti dal profilattico sono a rischio per entrambi i partner. Il preservativo, se utilizzato correttamente e dall’inizio del
rapporto, protegge.
I rapporti oro-genitali: innanzitutto il rischio riguarda solo la persona che con la bocca stimola i genitali del partner, mentre chi riceve la stimolazione non si espone a nessun rischio. Per quanto riguarda la fellazio (stimolazione orale del pene), l’utilizzo del profilattico elimina il rischio, ma nel caso non lo si utilizzi è necessario evitare lo sperma in bocca. Per quanto riguarda il cunnilingus (stimolazione orale dei genitali femminili), non esistono casi accertati di contagio attraverso questa pratica, ma è necessario evitare il contatto con il sangue nel caso di mestruazioni.

Se faccio sesso con una persona Hiv sieropositiva contraggo automaticamente l’infezione?
No, la trasmissione del virus Hiv non è automatica (non si verifica nel 100% dei casi) ma il rischio certamente è alto e può essere eliminato proteggendo i rapporti sessuali con il profilattico.
■ Ma una persona Hiv sieropositiva deve informarmi della sua condizione prima di fare sesso?
No, le persone Hiv sieropositive non sono tenute ad informare i propri partner ed inoltre sono molte le persone che hanno contratto il virus ma, non avendo effettuato il test per l’Hiv, non ne sono a conoscenza. Per questo motivo è bene proteggere i rapporti sessuali col profilattico in tutte le circostanza in cui non siamo sicuri dello stato sierologico dell’altro.

Baciarsi può essere rischioso?
No. È dimostrato che il virus presente nella saliva ha una carica virale troppo bassa per trasmettere l’infezione, anche nel caso di un bacio appassionato.
■ E abbracciarsi o toccarsi?
Quanto all’abbraccio o al contatto fisico, non c’è possibilità di infezione e quindi nessun problema se si abbraccia e si bacia una persona Hiv sieropositiva e quindi nemmeno se durante un rapporto sessuale protetto ci si bacia, ci si abbraccia, ci si tocca.
■ Non c’è nessun rischio nemmeno se durante un rapporto si viene a contatto con liquidi potenzialmente infetti?
Lo sperma, le secrezioni vaginali, il sangue stesso a contatto con mani, viso, gambe ecc. non costituiscono di per sé un rischio. La pelle integra è una barriera efficace. Nemmeno graffi superficiali o pellicine alzate sono sufficienti a consentire al virus di entrare in circolazione nel sangue. Più vulnerabili sono invece le mucose (a livello di vagina, pene, ano, bocca, occhi) che possono presentare lesioni ricettive anche molto piccole.
■ In quale altro modo si può contrarre il virus?
Altre vie di contagio sono costituite dal contatto diretto sangue-sangue, dunque trasfusioni con sangue infetto, utilizzo di siringhe sporche o in comune e utilizzo di oggetti taglienti nel caso poco probabile che l’oggetto con cui ci si tagli sia stato appena usato da una persona con Hiv il cui sangue si trovi ancora sull’oggetto tagliente. Quanto alle trasfusioni è bene sapere che l’attuale livello di sicurezza, nei Paesi occidentali, è molto elevato.
■ E se mi pungo con una siringa abbandonata?
In tal caso è meglio consultare subito un medico, ma occorre tener presente che il virus esposto all’aria e agli agenti atmosferici perde abbastanza rapidamente, la sua capacità infettante. Quindi il rischio di contrarre l’Hiv in questo modo è trascurabile. Vi è invece una possibilità reale di entrare in contatto con altri virus più resistenti nell’ambiente esterno come quelli dell’epatite B (HBV) e dell’epatite C (HCV).

Corro dei rischi dal dentista, dal tatuatore, dall’estetista o facendomi fare un piercing?
Se gii strumenti chirurgici, aghi, rasoi e altri oggetti taglienti sono monouso o sterilizzati adeguatamente non corri nessun rischio.
Le punture di zanzara possono trasmettere l’infezione?
No. In nessun caso punture d’insetto, morsi o graffi di animali possono trasmettere il virus Hiv.
■ Il sudore, le lacrime, gli starnuti, possono trasmettere il virus?
No. Questi liquidi biologici non contengono una carica virale sufficiente al contagio e nessun caso al mondo di questo tipo è stato mai registrato.

Nella vita di tutti i giorni cosa occorre invece evitare?
L’uso di spazzolini da denti, di rasoi, e di oggetti taglienti in comune. Tieni comunque presente che i normali disinfettanti (alcool, candeggina) rendono il virus inattivo.
L’Hiv si trasmette da madre a figlio?
Sì, anche se non sempre. In questo caso l’infezione può avvenire principalmente al momento del parto, ma anche durante la gravidanza o, dopo il parto, durante l’allattamento al seno. Il bambino nato da una madre HIV sieropositiva al momento della nascita risulta sempre positivo al test ma ciò non vuol dire necessariamente che abbia contratto il virus. Infatti ripetendo il test ad intervalli regolari entro i 18 mesi di vita si rileva che in molti casi il test si “negativizza”. In questo caso il neonato ha ereditato dalla madre solo gli anticorpi al virus ma non l’infezione. Alcuni trattamenti terapeutici durante la gravidanza e il parto possono ridurre notevolmente il rischio di infezione per il bambino.
■ Esistono categorie di persone a rischio?
No, un virus non riconosce “categorie”. Non esistono categorie a rischio, ma solo comportamenti a rischio. Solo l’attenzione ai comportamenti è efficace contro il virus.

■ Come è possibile prevenire la trasmissione del virus Hiv?
Attraverso poche precauzioni:
■ Sesso più sicuro. Ovvero con l’uso, corretto e dall’inizio del rapporto, del preservativo, nei rapporti sessuali penetrativi. Il sesso orale è meno rischioso se non viene assunto sperma in bocca, tuttavia è chiaro che l’uso del preservativo anche in questa pratica impedisce automaticamente questo passaggio. Nel caso di stimolazione orale dell’apparato genitale femminile è da evitare il contatto con il sangue mestruale.
■ Usare siringhe sterili e monouso per iniettarsi qualsiasi sostanza ed evitare di condividere il materiale per la preparazione della sostanza da iniettare.
■ Anche lo scambio dello spazzolino da denti, del rasoio o di altri oggetti taglienti di uso personale può essere causa di infezione: è quindi opportuno usare sempre i propri.
■ Il preservativo è un mezzo efficace di prevenzione?
Il preservativo serve proprio ad evitare che liquidi contenenti il virus possano trasmetterlo da una persona ad un’altra. Il fatto che il rapporto sessuale possa avvenire tra persone dello stesso sesso o di sesso diverso e che possa essere più o meno occasionale, non cambia nulla. A metterti a rischio sono esclusivamente i comportamenti non protetti e non le situazioni che possono capitare nella vita o con chi fai sesso. Il profilattico, se conservato e usato correttamente, è un mezzo efficace di prevenzione non solo dell’infezione da Hiv ma di molte Infezioni Sessualmente Trasmesse.
■ Proporre l’uso del preservativo e praticare sesso più sicuro è sempre possibile?
Sì, anche se a volte può risultare difficile perché si teme di rovinare l’atmosfera o perché si ha paura del giudizio dei partners, ma è importante insistere perché l’uso del preservativo è un atto di grande responsabilità verso se stessi e il partner.

10 motivi per opporsi alla criminalizzazione della trasmissione o esposizione al virus dell’hiv

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di nuove e specifiche leggi che sanzionano la trasmissione e/o esposizione al virus dell’hiv, in particolare in alcune parti dell’Africa, Asia, dell’America Latina e dei Caraibi. Allo stesso tempo, in particolare in Europa e Nord America, sempre più spesso viene fatto ricorso a leggi già esistenti per perseguire penalmente quegli individui accusati di aver trasmesso l’hiv o di aver esposto altri al rischio di contrarre l’infezione.
L’impeto per l’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv è spesso guidato dal desiderio di dare delle risposte alle preoccupazioni scaturite dalla continua diffusione dell’hiv in molti paesi, associato ad una percezione di fallimento per quanto riguarda gli sforzi fatti finora in materia di prevenzione.
Di recente, in particolare in Africa, alcune organizzazioni hanno cominciato a sostenere la criminalizzazione come risposta al preoccupante fenomeno delle donne rimaste infettate dall’hiv a seguito di abusi sessuali o perché il loro partners non le avevano messe a conoscenza del proprio stato di sieropositività.
Sebbene questi problemi debbano essere affrontati con la massima urgenza, un’analisi più approfondita delle complesse questioni sollevate dalla criminalizzazione della trasmissione dell’hiv ci rivela che difficilmente il ricorso al diritto penale potrà prevenire nuove infezioni o ridurre la vulnerabilità delle donne al virus.
In realtà, questo fenomeno, oltre ad avere un impatto negativo nella pianificazione della sanità pubblica e in materia di tutela dei diritti umani, può nuocere alle donne piuttosto che essere loro d’aiuto.
Questo documento contempla 10 motivi per cui l’applicazione del diritto penale in questi casi rende la “public policy” ingiusta e inefficace, tranne in quei casi di trasmissione intenzionale, ossia quando qualcuno lo fa con l’intento di danneggiare altri. In tali casi, le leggi già esistenti possono e dovrebbero essere utilizzate. In aggiunta, i governi dovrebbero perseguire penalmente tutti quei casi di violenza sessuale e assicurarsi che i casi di stupro avvenuti all’interno del matrimonio siano considerati reato.
Tuttavia, laddove le persone sieropositive non agiscono con il chiaro intento di recare danno ad altri, il diritto penale non dovrebbe essere applicato. Piuttosto, gli stati dovrebbero adottare delle misure – basate sulle evidenze – per incrementare gli sforzi in materia di prevenzione, sul fronte delle terapie antiretrovirali e ridurre la vulnerabilità delle donne all’hiv.

Mucche alleate contro l’Hiv

Le mucche hanno una capacità straordinaria di combattere l’Hiv e potrebbero potrebbe aiutare a sviluppare un vaccino  contro l’Hiv per gli esseri umani. Questo è quanto sostengono scienziati  dello Scripps Research Institute negli Usa a seguito di uno studio pubblicato sulla rivista Nature.

Mucche alleate nella battaglia contro l’HIV

Gli scienziati hanno rilevato come i potenti sistemi immunitari delle mucche producono rapidamente anticorpi specifici che neutralizzano il virus dell’Hiv.

Solo il 10-20% degli esseri umani con l’HIV sviluppa naturalmente gli “anticorpi neutralizzanti” (bNAbs) e questo esiguo numero di persone iniziano a generare tali anticorpi contro l’Hiv circa due anni dopo l’infezione. Sino ad ora però, nessun tentativo di stimolare questa produzione artificialmente ha dato esito positivo

Ma i ricercatori hanno scoperto che i bovini iniettati delle parti dell’Hiv che stimolano la risposta immunitaria hanno sviluppato la risposta immunitaria nel giro di poco tempo: tutti e quattro i vitelli sui quali è stato effettuato il test hanno sviluppato gli anticorpi neutralizzanti dell’l’Hiv rapidamente nell’arco di 35 a 50 giorni.

Anticopri delle Mucche contro l’Hiv: una nuova strada verso il vaccino

È la prima volta che l’immunizzazione ha innescato in modo affidabile la produzione di anticorpi anti-HIV nell’uomo o negli animali.

Le mucche non sono affette dall’HIV e gli anticorpi bovini non sono idonei per il trattamento clinico per gli esseri umani nella loro forma attuale. Ma gli scienziati hanno detto che lo studio potrebbe aiutare a guidare lo sviluppo di un vaccino contro l’Hiv.

“Una minoranza di persone che vivono con l’HIV produce bNAb, ma solo dopo un periodo significativo dell’infezione, a quel punto il virus del loro corpo è già evoluto per resistere a queste difese”, ha affermato Dennis Burton, autore principale dello studio e un direttore scientifico All’Istituto Scripps Research.

1. L’applicazione del diritto penale è giustificabile soltanto nei casi in cui l’accusato risulta avere il chiaro intento di recare un danno ad altri. In questi rari casi si può e si dovrebbe fare ricorso a leggi già esistenti piuttosto che promulgare delle leggi specifiche sull’hiv.
La tesi più comune mossa dai “policymakers” a favore della criminalizzazione della trasmissione dell’hiv è quella di dovere punire quei soggetti che a causa del loro comportamento “moralmente scorretto” o “nocivo” possano trasmettere il virus o esporre altri al rischio di contrarre l’infezione.
Tuttavia, la maggior parte dei casi di trasmissione avviene nel periodo in cui le persone coinvolte non sono a conoscenza del proprio stato di sieropositività o perché rivelare di essere HIV+ può sfociare in violenza, discriminazione, rifiuto da parte di familiari ed amici, e altri tipi di abusi.
Questi timori, anche se ben fondati, non assolvono le persone dal dovere morale di adottare delle misure per proteggere gli altri dall’infezione. Tuttavia perseguire le persone che per paura di essere discriminati rischiano di causare un danno non soltanto non funge da deterrente ma non raggiunge lo scopo di fare giustizia.
Sicuramente ci sono dei casi in cui l’hiv viene trasmesso con il chiaro intento di recare danno ad altri. In tali casi l’applicazione del diritto penale è auspicabile. L’applicazione del diritto penale se limitata a questi soli casi, sarebbe conforme alle raccomandazioni contenute nel compendio del Programma dell’UNAIDS sull’hiv e dell’UNDP (United Nations Development Programme), intitolato Criminalization of HIV Transmission.
Tuttavia, neppure in questi casi, si auspica l’individuazione di reati specifici correlati all’hiv visto che le leggi già esistenti sono sufficienti per punire quei soggetti che specificatamente hanno l’intenzione di trasmettere l’hiv ad altri. Per esempio, le leggi che puniscono i reati di lesioni corporali gravi possono essere applicate ai casi di trasmissione dell’hiv.
Anche se è appropriato perseguire penalmente gli effettivi casi di trasmissione intenzionale facendo ricorso alle leggi già esistenti, bisogna fare attenzione affinché queste leggi non vengano applicate indiscriminatamente.
Nella stragrande maggioranza dei casi, l’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv sarebbe più” dannosa che altro. Per esempio, il diritto penale non può essere applicato legittimamente alla trasmissione o esposizione del virus dell’hiv se non sussiste un significativo rischio di trasmissione o se la persona:
• Non sapeva di essere sieropositivo/a,
• Non era a conoscenza delle modalità di trasmissione del virus,
• ha rivelato di essere sieropositivo/a alla persona a rischio ( o avesse ragione di credere che l’altro ne fosse a conoscenza),
• Non ha rivelato il proprio stato di sieropositività per timore di subire violenza o altre serie conseguenze negative,
• ha preso delle precauzioni per ridurre il rischio di contagio (safer sex, uso del profilattico o altro),
• ha preso degli accordi precedentemente riguardo il reciproco livello di rischio ritenuto accettabile dall’altro.
Allo stesso modo, estendere il campo d’applicazione del diritto penale ai casi di “negligenza” o “imprudenza” costituiscono una pessima strategia di salute pubblica. In uno scenario del genere, la legge potrebbe potenzialmente essere applicata a troppi casi indiscriminatamente e provare la veridicità dei fatti sarebbe un’impresa ardua che potrebbe portare a delle conseguenze inatttese e negative. Queste potenziali conseguenze negative vengono affrontate in questo documento dal punto 2 al 10.
Invece di applicare il diritto penale ai casi che esulano da quelli di effettiva e intenzionale trasmissione dell’hiv, gli stati dovrebbero concentrarsi sull’empowerment delle persone sieropositive e metterle in grado di rivelare la propria sieropositività, di praticare “sesso più sicuro” senza timore dello stigma o di essere discriminati. Per fare ciò è necessario tutelare le persone in HIV contro le discriminazioni, sia promulgando e applicando delle leggi in merito che promuovendo delle campagne sociali per ridurre lo stigma. Dove non c’è discriminazione né stigma, le persone si sentono più propense a farsi il test e a prevenire la progressiva trasmissione dell’hiv.
L’applicazione del diritto penale alla trasmissione dell’hiv ostacola il raggiungimento degli obiettivi dei programmi di salute pubblica. Favorisce un clima di paura e punizione intorno alla trasmissione del virus piuttosto che un ambiente sociale e legale che sia solidale e incoraggi la rivelazione dello stato di sieropositività – un ambiente che i governi si sono impegnati di realizzare a livello nazionale nell’ambito dei rispettivi programmi di lotta all’hiv – quando hanno sostenuto la Politicai Declaration on HIV/AIDS (2006).

2. L’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione o esposizione all’hiv non riduce la diffusione del virus
I policy makers (politici) sostengono che l’applicazione del diritto penale per
sanzionare alcuni comportamenti delle persone hiv+ può ridurre la diffusione del virus tramite la riabilitazione o l’inabilitazione di chi commette reati specifici oppure dissuandendo altri dal farlo.
In verità non è mai stato dimostrato che l’applicazione del diritto penale ai comportamenti a rischio hiv sia in grado di riabilitare, impedire o dissuadere altri a compiere “reati” del genere.
Inabilitazione – Per rallentare la diffusione dell’epidemia i rapporti sessuali, lo scambio di siringhe o altri comportamenti a rischio dovrebbero essere vietati a un ampio numero di persone, cosa che nessuna legge, anche se specifica sull’hiv, è in grado di ottenere.
Infatti, mandare in prigione una persona HIV+ non le impedisce di trasmettere il virus. I comportamenti a rischio sono prevalenti nei penitenziari di tutto il mondo e la maggior parte dei sistemi carcerari rifiuta l’introduzione di misure di prevenzione come la distribuzione di profilattici e materiale sterile per
l’iniezione di sostanze, oltre a non prendere dei provvedimenti per ridurre stupri e altre forme di violenza sessuale.
Riabilitazione – Ci sono poche prove a conferma del fatto che le pene applicate ai comportamenti a rischio hiv possano riabilitare l’individuo, ossia, dissuadere da comportamenti a rischio di trasmissione che possono presentarsi in futuro.
La maggior parte dei casi di trasmissione dell’hiv è legata all’attività sessuale e/o all’uso di droghe – comportamenti di per sé complessi e molto difficili da cambiare – facendo ricorso a sanzioni penali.
E’ molto più probabile che un cambio nei comportamenti a rischio avvenga come risultato di interventi quali il counselling e sostegno oltre che a interventi che affrontino le cause alla base di tali comportamenti.
Deterrente – E’ improbabile che le condanne penali possano fungere da deterrente per quei comportamenti che possono portare alla trasmissione dell’hiv per diversi motivi:
• Nel periodo in cui il rischio di trasmissione è più alto (i primi mesi dopo l’infezione)la maggior parte delle persone, non conosce il proprio stato di sieropositività, limitando il valore preventivo di qualunque legge penale.La maggior parte delle persone che risultano positive al test hiv, riducono sostanzialmente i comportamenti a rischio di trasmissione,soprattutto se ricevono counselling adeguato e volontario quando si sottopongono al test.
Non ci sono dati scientifici sufficienti a supporto dell’affermazione che i procedimenti legali o la minaccia di tali azioni, avranno un effetto apprezzabile nell’incoraggiare le persone HIV+ a rivelare il proprio stato sierologico ad eventuali partners sessuali o nel dissuaderli dall’avere dei comportamenti a rischio.
Applicare il diritto penale per sanzionare i comportamenti a rischio di trasmissione hiv può in realtà mettere a repentaglio gli sforzi fatti in materia di prevenzione incluso il dissuadere le persone dal farsi il test.

3. L’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione o esposizione all’hiv non riduce la diffusione del virus
L’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv potrebbe dissuadere le persone dal farsi il test, mentre la mancata conoscenza del proprio stato sierologico potrebbe essere interpretata come la migliore difesa nel corso di un’azione legale. Ciò ostacolerebbe gli sforzi fatti per diffondere una cultura al sottoporsi al test e ai servizi di cura, trattamento e sostegno. Nelle giurisdizioni con legge specifiche sull’hiv, i consulenti sono spesso costretti a sottolineare che farsi il test esporrà a delle responsabilità penali nel caso si risulti hiv+ e si continui ad avere rapporti sessuali. Gli stessi consulenti vengono chiamati certe volte a fornire delle prove sullo stato di sieropositività dei loro assistiti nel corso di procedimenti giudiziari. Questo vanifica gli sforzi fatti per incoraggiare le persone a conoscere il proprio stato sierologico.
Altre conseguenze indesiderate includono:
• La comparsa di un falso senso di sicurezza
Attribuire la responsabilità della trasmissione esclusivamente alle persone sieropositive, stempera il messaggio che tutti devono praticare dei comportamenti più sicuri, indipendentemente del proprio stato sierologico e che la salute sessuale è una responsabilità condivisa tra i partners. Le persone potrebbero presumere (a torto) che il loro partner è HIV- perché lo stesso non ha rivelato di esserlo e di conseguenza non prendere delle misure per proteggere sé stessi da un’infezione.
La comparsa di sfiducia tra le persone HIV+ e l’équipe medica Le persone possono temere che le notizie concernenti lo stato di HIV+ possano essere usate contro di loro dal sistema giudiziario. Questo ostacola l’approvvigionamento di trattamenti e cura di qualità e potrebbe ripercuotersi nell’arruolamento di persone sieropositive nella ricerca clinica.

4. L’applicazione del diritto penale favorisce la paura e lo stigma
Quasi trent’anni di lotta all’AIDS hanno rafforzato l’importanza di rompere il silenzio intorno all’epidemia, di parlare apertamente sull’hiv e di incoraggiare le persone a vivere in modo positivo.
Applicare il diritto penale alla trasmissione e/o esposizione al virus dell’hiv – tranne che in alcune circostanza specifiche – è l’esatto contrario. Rafforza lo stereotipo che associa le persone sieropositive a criminali pericolosi e immorali, piuttosto che persone dotate di responsabilità, dignità e diritti umani come tutti gli altri.
L’introduzione di leggi specifiche sull’hiv e i processi intentati contro le persone in hiv accusate di comportamenti che hanno portato alla trasmissione effettiva o meno del virus sono state spesso accompagnati da una copertura male informata da parte dei media o da commentari fatti da personaggi di alto livello come la pubblica accusa, funzionari del governo o legislatori. Questa retorica può vanificare gli sforzi fatti per incoraggiare le persone a conoscere il proprio stato sierologico e a parlare apertamente di AIDS.
Inoltre i processi portano alla creazione di falsi miti e alla diffusione di informazioni sbagliate sulle modalità di trasmissione. In alcune giurisidizioni sono state fatte delle accuse gravi nei confronti di persone HIV+ per aver morso, sputato o sgraffiato altri, nonostante le evidenze sostengano che il rischio di trasmissione in questo modo sia straordinariamente basso (e in alcuni casi inesistente). In altre giurisdizioni, la conflittualità all’interno del sistema giudiziario ha incoraggiato l’accusa a fare delle dichiarazioni generiche e inesatte sui rischi di trasmissione, quando il rischio, si sa, è minimo anche nei casi di persone in terapia antiretrovirale efficace e senza la presenza di altre infezioni sessualmente trasmissibili. Processi del genere non solo mettono a repentaglio gli sforzi fatti per educare la popolazione riguardo questi argomenti, ma genera successiva paura nei confronti delle persone sieropositive.

5. Anziché rendere giustizia alle donne, l’applicazione del diritto
penale ai casi di trasmissione dell’hiv le mette in pericolo oltre ad opprimerle
Alcuni sostengono l’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv pensando di poter proteggere il mondo femminile dall’infezione.
Tante donne contraggono il virus dai loro partners infedeli, a seguito di stupri o perché i loro partners non li rivela di essere HIV+. Nel modo, tante donne, giovani e adulte sono costrette ad avere dei rapporti sessuali. Le vittime di tali atti meritano giustizia, oltre ad aver diritto alla cura e al sostegno psicologico. Tuttavia, l’applicazione del diritto penale non contribuisce
minimamente ad affrontare la marginalizzazione economica, sociale e politica che sono alla radice delle violenze di genere e della vulnerabilità delle donne all’hiv. Al contrario, c’è la probabilità che queste leggi siano usate per perseguire più spesso le donne che non gli uomini.
Ci sono tre motivi che portano a tale dubbio: • Maggiore probabilità di essere a conoscenza del proprio stato sierologico.
Poiché hanno più contatti con il sistema sanitario (incluso durante la gravidanza), le donne hanno più probabilità degli uomini di conoscere la propria situazione. Il trend delle richieste da parte dei medici di sottoporle al test risulterà in un maggior numero di donne consapevoli del proprio stato sierologico, perciò più esposte alla responsabilità penale laddove esistono delle leggi specifiche sulla trasmissione del virus. Per evitare di essere penalmente perseguite per aver esposto intenzionalmente il partner all’hiv, le donne che risultano positive al test dovrebbero rivelare la loro condizione al partner sessuale. In ogni modo per tante donne è sia difficile sia impossibile negoziare sesso sicuro o rivelare la condizione di hiv+ al partner perché ciò le metterebbe a rischio di violenze, di perdere la custodia dei figli, di essere diseredate e di altri abusi. La combinazione di diversi test di routine (particolarmente durante la gravidanza) e la criminalizzazione lascia alle donne una scelta impossibile: o il rischio di violenze derivato dalla rivelazione della condizione di sieropositività o il rischio di essere perseguite penalmente per averlo tenuto nascosto.
• Maggiore probabilità di essere incolpate.
L’esperienza ci dice che le donne hanno più probabilità degli uomini di essere incolpate di portare l’hiv in famiglia e le leggi penali potrebbero costituire un altro strumento con cui opprimerle, in quanto tutto ciò può sfociare in sfratto, ostracismo, perdita delle proprietà e del diritto all’eredità. È evidente quindi che, nel caso di una rivelazione del proprio stato sierologico positivo, le donne correrebbero più rischi a causa della pressione esercitata dalle leggi specifiche.
• Trasmissione materno-fetale.
Alcune leggi sulla criminalizzazione della trasmissione o esposizione all’hiv sono state redatte in termini generali permettendo di perseguire le donne che hanno contagiato il figlio durante la gravidanza o l’allattamento. Per milioni di donne in hiv/aids – che il più delle volte non hanno accesso a programmi di pianificazione familiare o ai farmaci per prevenire la trasmissione materno- fetale – questo potrebbe far diventare una gravidanza (indesiderata o meno) reato penale.
La criminalizzazione inoltre non è uno strumento efficace nel proteggere le donne dalla coercizione o da comportamenti violenti come lo stupro, inclusi quelli avvenuti all’interno del matrimonio, dove c’è il rischio di trasmissione dell’hiv. Per la verità tanti paesi che hanno già delle leggi anti-stupro efficaci falliscono nell’applicarle.
I governi devono adempiere il loro obbligo di promuovere il diritto delle donne di non subire violenze e di assicurarsi che tale diritto venga rispettato. Invece di leggi specifiche e inefficaci sulla trasmissione dell’hiv, che possono essere utilizzate contro di loro, le donne hanno il diritto di essere protette alle violenze in modo tempestivo ed efficace, di avere accesso ai servizi medici o di altro tipo che siano in grado di ridurre il rischio di contrarre l’hiv, incluso l’accesso tempestivo alla profilassi post-esposizione.
E’ alquanto ironico e allo stesso tempo tragico che vengano promulgate leggi specifiche sulla trasmissione dell’hiv in alcuni paesi pensando di proteggere le donne mentre poco o nulla viene fatto per promuovere le pari opportunità e per ridurre le violenze sulle donne.

6. Le leggi sulla criminalizzazione della trasmissione o esposizione all’hiv sono redatte in termini generali e spesso puniscono dei comportamenti che non costituiscono reato
Molte di queste leggi non sono redatte in modo esaustivo, lasciando margine all’inclusione di comportamenti dei quali la società non ha il minimo interesse a punirli, mettendo così le persone a rischio di essere perseguite penalmente. Per esempio, alcune leggi richiedono che la persona hiv+ riveli il suo stato sierologico a tutti quelli con cui ha dei contatti sessuali, nel senso che possono essere arrestati se non lo fanno prima di baciare qualcuno o di avere altri contatti che non comportano nessun rischio di trasmissione.
In pratica, le persone sieropositive vengono imprigionate per aver esposte altri al rischio di contrarre l’infezione – anche se il rischio è minimo – sia che si faccia ricorso a leggi specifiche sia che vengano applicate leggi già esistenti sulla tutela della salute.
Per esempio in una giurisdizione, un uomo è stato condannato ad un anno di prigione per aver praticato sesso orale non protetto al partner. La legge cui si è fatto riferimento prevede il reato di esposizione al virus, malgrado le prove in materia ci dicano che il rischio, in questo caso, sia minimo se non inesistente.
Altre leggi invece sanzionano sia le persone che prendono delle precauzioni per ridurre il rischio di trasmissione (utilizzo del profilattico), che quelle che non sono a conoscenza del proprio stato sierologico, oltre che quelle che dichiarano di aver avuto dei rapporti sessuali consenzienti dopo essere state messe a conoscenza che il partner era HIV+. Per esempio in un’altra giurisdizione, una donna sieropositiva, è stata condannata per aver avuto dei rapporti sessuali con il partner, anche se quest’ultimo era a conoscenza dello stato sierologico della donna e aveva utilizzato un profilattico. Alcune leggi invece sono applicate contro le donne incinte, perché prevedono una condanna per qualunque comportamento possa verosimilmente mettere a rischio di contagio. Ciò significa che, per una donna, rimanere incinta se ha l’hiv può essere oggetto di denuncia. Per esempio, in diverse giurisdizioni in Africa, le diciture delle leggi si estendono fino ad includere le donne incinte che sanno di avere l’hiv o che soltanto abbiano dei dubbi al riguardo. Le leggi possono ritenerle colpevoli di qualunque loro azione che metta altri al rischio di contrarre l’infezione – come partorire o allattare al seno, anche se il bambino nasce sano.
Altre leggi invece condannano qualunque tipo di “omissione” che risulti nella trasmissione del virus, nel senso che non fare il test e quindi non essere a conoscenza del proprio stato sierologico potrebbe costituire un reato penale- senza che vengano fatti degli accertamenti per sapere se il test fosse disponibile o meno.

 

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