Aids Shock: Bambina sudafricana guarisce dall’AIDS: è il terzo caso al mondo

Ha 9 anni la bambina che da 8 non assume più farmaci per contrastare il virus dell’HIV: come ha fatto a guarire? Ce lo spiegano i ricercatori.

1. L’applicazione del diritto penale è giustificabile soltanto nei casi in cui l’accusato risulta avere il chiaro intento di recare un danno ad altri. In questi rari casi si può e si dovrebbe fare ricorso a leggi già esistenti piuttosto che promulgare delle leggi specifiche sull’hiv.
La tesi più comune mossa dai “policymakers” a favore della criminalizzazione della trasmissione dell’hiv è quella di dovere punire quei soggetti che a causa del loro comportamento “moralmente scorretto” o “nocivo” possano trasmettere il virus o esporre altri al rischio di contrarre l’infezione.
Tuttavia, la maggior parte dei casi di trasmissione avviene nel periodo in cui le persone coinvolte non sono a conoscenza del proprio stato di sieropositività o perché rivelare di essere HIV+ può sfociare in violenza, discriminazione, rifiuto da parte di familiari ed amici, e altri tipi di abusi.
Questi timori, anche se ben fondati, non assolvono le persone dal dovere morale di adottare delle misure per proteggere gli altri dall’infezione. Tuttavia perseguire le persone che per paura di essere discriminati rischiano di causare un danno non soltanto non funge da deterrente ma non raggiunge lo scopo di fare giustizia.
Sicuramente ci sono dei casi in cui l’hiv viene trasmesso con il chiaro intento di recare danno ad altri. In tali casi l’applicazione del diritto penale è auspicabile. L’applicazione del diritto penale se limitata a questi soli casi, sarebbe conforme alle raccomandazioni contenute nel compendio del Programma dell’UNAIDS sull’hiv e dell’UNDP (United Nations Development Programme), intitolato Criminalization of HIV Transmission.
Tuttavia, neppure in questi casi, si auspica l’individuazione di reati specifici correlati all’hiv visto che le leggi già esistenti sono sufficienti per punire quei soggetti che specificatamente hanno l’intenzione di trasmettere l’hiv ad altri. Per esempio, le leggi che puniscono i reati di lesioni corporali gravi possono essere applicate ai casi di trasmissione dell’hiv.
Anche se è appropriato perseguire penalmente gli effettivi casi di trasmissione intenzionale facendo ricorso alle leggi già esistenti, bisogna fare attenzione affinché queste leggi non vengano applicate indiscriminatamente.
Nella stragrande maggioranza dei casi, l’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv sarebbe più” dannosa che altro. Per esempio, il diritto penale non può essere applicato legittimamente alla trasmissione o esposizione del virus dell’hiv se non sussiste un significativo rischio di trasmissione o se la persona:
• Non sapeva di essere sieropositivo/a,
• Non era a conoscenza delle modalità di trasmissione del virus,
• ha rivelato di essere sieropositivo/a alla persona a rischio ( o avesse ragione di credere che l’altro ne fosse a conoscenza),
• Non ha rivelato il proprio stato di sieropositività per timore di subire violenza o altre serie conseguenze negative,
• ha preso delle precauzioni per ridurre il rischio di contagio (safer sex, uso del profilattico o altro),
• ha preso degli accordi precedentemente riguardo il reciproco livello di rischio ritenuto accettabile dall’altro.
Allo stesso modo, estendere il campo d’applicazione del diritto penale ai casi di “negligenza” o “imprudenza” costituiscono una pessima strategia di salute pubblica. In uno scenario del genere, la legge potrebbe potenzialmente essere applicata a troppi casi indiscriminatamente e provare la veridicità dei fatti sarebbe un’impresa ardua che potrebbe portare a delle conseguenze inatttese e negative. Queste potenziali conseguenze negative vengono affrontate in questo documento dal punto 2 al 10.
Invece di applicare il diritto penale ai casi che esulano da quelli di effettiva e intenzionale trasmissione dell’hiv, gli stati dovrebbero concentrarsi sull’empowerment delle persone sieropositive e metterle in grado di rivelare la propria sieropositività, di praticare “sesso più sicuro” senza timore dello stigma o di essere discriminati. Per fare ciò è necessario tutelare le persone in HIV contro le discriminazioni, sia promulgando e applicando delle leggi in merito che promuovendo delle campagne sociali per ridurre lo stigma. Dove non c’è discriminazione né stigma, le persone si sentono più propense a farsi il test e a prevenire la progressiva trasmissione dell’hiv.
L’applicazione del diritto penale alla trasmissione dell’hiv ostacola il raggiungimento degli obiettivi dei programmi di salute pubblica. Favorisce un clima di paura e punizione intorno alla trasmissione del virus piuttosto che un ambiente sociale e legale che sia solidale e incoraggi la rivelazione dello stato di sieropositività – un ambiente che i governi si sono impegnati di realizzare a livello nazionale nell’ambito dei rispettivi programmi di lotta all’hiv – quando hanno sostenuto la Politicai Declaration on HIV/AIDS (2006).

2. L’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione o esposizione all’hiv non riduce la diffusione del virus
I policy makers (politici) sostengono che l’applicazione del diritto penale per
sanzionare alcuni comportamenti delle persone hiv+ può ridurre la diffusione del virus tramite la riabilitazione o l’inabilitazione di chi commette reati specifici oppure dissuandendo altri dal farlo.
In verità non è mai stato dimostrato che l’applicazione del diritto penale ai comportamenti a rischio hiv sia in grado di riabilitare, impedire o dissuadere altri a compiere “reati” del genere.
Inabilitazione – Per rallentare la diffusione dell’epidemia i rapporti sessuali, lo scambio di siringhe o altri comportamenti a rischio dovrebbero essere vietati a un ampio numero di persone, cosa che nessuna legge, anche se specifica sull’hiv, è in grado di ottenere.
Infatti, mandare in prigione una persona HIV+ non le impedisce di trasmettere il virus. I comportamenti a rischio sono prevalenti nei penitenziari di tutto il mondo e la maggior parte dei sistemi carcerari rifiuta l’introduzione di misure di prevenzione come la distribuzione di profilattici e materiale sterile per
l’iniezione di sostanze, oltre a non prendere dei provvedimenti per ridurre stupri e altre forme di violenza sessuale.
Riabilitazione – Ci sono poche prove a conferma del fatto che le pene applicate ai comportamenti a rischio hiv possano riabilitare l’individuo, ossia, dissuadere da comportamenti a rischio di trasmissione che possono presentarsi in futuro.
La maggior parte dei casi di trasmissione dell’hiv è legata all’attività sessuale e/o all’uso di droghe – comportamenti di per sé complessi e molto difficili da cambiare – facendo ricorso a sanzioni penali.
E’ molto più probabile che un cambio nei comportamenti a rischio avvenga come risultato di interventi quali il counselling e sostegno oltre che a interventi che affrontino le cause alla base di tali comportamenti.
Deterrente – E’ improbabile che le condanne penali possano fungere da deterrente per quei comportamenti che possono portare alla trasmissione dell’hiv per diversi motivi:
• Nel periodo in cui il rischio di trasmissione è più alto (i primi mesi dopo l’infezione)la maggior parte delle persone, non conosce il proprio stato di sieropositività, limitando il valore preventivo di qualunque legge penale.La maggior parte delle persone che risultano positive al test hiv, riducono sostanzialmente i comportamenti a rischio di trasmissione,soprattutto se ricevono counselling adeguato e volontario quando si sottopongono al test.
Non ci sono dati scientifici sufficienti a supporto dell’affermazione che i procedimenti legali o la minaccia di tali azioni, avranno un effetto apprezzabile nell’incoraggiare le persone HIV+ a rivelare il proprio stato sierologico ad eventuali partners sessuali o nel dissuaderli dall’avere dei comportamenti a rischio.
Applicare il diritto penale per sanzionare i comportamenti a rischio di trasmissione hiv può in realtà mettere a repentaglio gli sforzi fatti in materia di prevenzione incluso il dissuadere le persone dal farsi il test.

3. L’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione o esposizione all’hiv non riduce la diffusione del virus
L’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv potrebbe dissuadere le persone dal farsi il test, mentre la mancata conoscenza del proprio stato sierologico potrebbe essere interpretata come la migliore difesa nel corso di un’azione legale. Ciò ostacolerebbe gli sforzi fatti per diffondere una cultura al sottoporsi al test e ai servizi di cura, trattamento e sostegno. Nelle giurisdizioni con legge specifiche sull’hiv, i consulenti sono spesso costretti a sottolineare che farsi il test esporrà a delle responsabilità penali nel caso si risulti hiv+ e si continui ad avere rapporti sessuali. Gli stessi consulenti vengono chiamati certe volte a fornire delle prove sullo stato di sieropositività dei loro assistiti nel corso di procedimenti giudiziari. Questo vanifica gli sforzi fatti per incoraggiare le persone a conoscere il proprio stato sierologico.
Altre conseguenze indesiderate includono:
• La comparsa di un falso senso di sicurezza
Attribuire la responsabilità della trasmissione esclusivamente alle persone sieropositive, stempera il messaggio che tutti devono praticare dei comportamenti più sicuri, indipendentemente del proprio stato sierologico e che la salute sessuale è una responsabilità condivisa tra i partners. Le persone potrebbero presumere (a torto) che il loro partner è HIV- perché lo stesso non ha rivelato di esserlo e di conseguenza non prendere delle misure per proteggere sé stessi da un’infezione.
La comparsa di sfiducia tra le persone HIV+ e l’équipe medica Le persone possono temere che le notizie concernenti lo stato di HIV+ possano essere usate contro di loro dal sistema giudiziario. Questo ostacola l’approvvigionamento di trattamenti e cura di qualità e potrebbe ripercuotersi nell’arruolamento di persone sieropositive nella ricerca clinica.

4. L’applicazione del diritto penale favorisce la paura e lo stigma
Quasi trent’anni di lotta all’AIDS hanno rafforzato l’importanza di rompere il silenzio intorno all’epidemia, di parlare apertamente sull’hiv e di incoraggiare le persone a vivere in modo positivo.
Applicare il diritto penale alla trasmissione e/o esposizione al virus dell’hiv – tranne che in alcune circostanza specifiche – è l’esatto contrario. Rafforza lo stereotipo che associa le persone sieropositive a criminali pericolosi e immorali, piuttosto che persone dotate di responsabilità, dignità e diritti umani come tutti gli altri.
L’introduzione di leggi specifiche sull’hiv e i processi intentati contro le persone in hiv accusate di comportamenti che hanno portato alla trasmissione effettiva o meno del virus sono state spesso accompagnati da una copertura male informata da parte dei media o da commentari fatti da personaggi di alto livello come la pubblica accusa, funzionari del governo o legislatori. Questa retorica può vanificare gli sforzi fatti per incoraggiare le persone a conoscere il proprio stato sierologico e a parlare apertamente di AIDS.
Inoltre i processi portano alla creazione di falsi miti e alla diffusione di informazioni sbagliate sulle modalità di trasmissione. In alcune giurisidizioni sono state fatte delle accuse gravi nei confronti di persone HIV+ per aver morso, sputato o sgraffiato altri, nonostante le evidenze sostengano che il rischio di trasmissione in questo modo sia straordinariamente basso (e in alcuni casi inesistente). In altre giurisdizioni, la conflittualità all’interno del sistema giudiziario ha incoraggiato l’accusa a fare delle dichiarazioni generiche e inesatte sui rischi di trasmissione, quando il rischio, si sa, è minimo anche nei casi di persone in terapia antiretrovirale efficace e senza la presenza di altre infezioni sessualmente trasmissibili. Processi del genere non solo mettono a repentaglio gli sforzi fatti per educare la popolazione riguardo questi argomenti, ma genera successiva paura nei confronti delle persone sieropositive.

5. Anziché rendere giustizia alle donne, l’applicazione del diritto
penale ai casi di trasmissione dell’hiv le mette in pericolo oltre ad opprimerle
Alcuni sostengono l’applicazione del diritto penale ai casi di trasmissione dell’hiv pensando di poter proteggere il mondo femminile dall’infezione.
Tante donne contraggono il virus dai loro partners infedeli, a seguito di stupri o perché i loro partners non li rivela di essere HIV+. Nel modo, tante donne, giovani e adulte sono costrette ad avere dei rapporti sessuali. Le vittime di tali atti meritano giustizia, oltre ad aver diritto alla cura e al sostegno psicologico. Tuttavia, l’applicazione del diritto penale non contribuisce
minimamente ad affrontare la marginalizzazione economica, sociale e politica che sono alla radice delle violenze di genere e della vulnerabilità delle donne all’hiv. Al contrario, c’è la probabilità che queste leggi siano usate per perseguire più spesso le donne che non gli uomini.
Ci sono tre motivi che portano a tale dubbio: • Maggiore probabilità di essere a conoscenza del proprio stato sierologico.
Poiché hanno più contatti con il sistema sanitario (incluso durante la gravidanza), le donne hanno più probabilità degli uomini di conoscere la propria situazione. Il trend delle richieste da parte dei medici di sottoporle al test risulterà in un maggior numero di donne consapevoli del proprio stato sierologico, perciò più esposte alla responsabilità penale laddove esistono delle leggi specifiche sulla trasmissione del virus. Per evitare di essere penalmente perseguite per aver esposto intenzionalmente il partner all’hiv, le donne che risultano positive al test dovrebbero rivelare la loro condizione al partner sessuale. In ogni modo per tante donne è sia difficile sia impossibile negoziare sesso sicuro o rivelare la condizione di hiv+ al partner perché ciò le metterebbe a rischio di violenze, di perdere la custodia dei figli, di essere diseredate e di altri abusi. La combinazione di diversi test di routine (particolarmente durante la gravidanza) e la criminalizzazione lascia alle donne una scelta impossibile: o il rischio di violenze derivato dalla rivelazione della condizione di sieropositività o il rischio di essere perseguite penalmente per averlo tenuto nascosto.
• Maggiore probabilità di essere incolpate.
L’esperienza ci dice che le donne hanno più probabilità degli uomini di essere incolpate di portare l’hiv in famiglia e le leggi penali potrebbero costituire un altro strumento con cui opprimerle, in quanto tutto ciò può sfociare in sfratto, ostracismo, perdita delle proprietà e del diritto all’eredità. È evidente quindi che, nel caso di una rivelazione del proprio stato sierologico positivo, le donne correrebbero più rischi a causa della pressione esercitata dalle leggi specifiche.
• Trasmissione materno-fetale.
Alcune leggi sulla criminalizzazione della trasmissione o esposizione all’hiv sono state redatte in termini generali permettendo di perseguire le donne che hanno contagiato il figlio durante la gravidanza o l’allattamento. Per milioni di donne in hiv/aids – che il più delle volte non hanno accesso a programmi di pianificazione familiare o ai farmaci per prevenire la trasmissione materno- fetale – questo potrebbe far diventare una gravidanza (indesiderata o meno) reato penale.
La criminalizzazione inoltre non è uno strumento efficace nel proteggere le donne dalla coercizione o da comportamenti violenti come lo stupro, inclusi quelli avvenuti all’interno del matrimonio, dove c’è il rischio di trasmissione dell’hiv. Per la verità tanti paesi che hanno già delle leggi anti-stupro efficaci falliscono nell’applicarle.
I governi devono adempiere il loro obbligo di promuovere il diritto delle donne di non subire violenze e di assicurarsi che tale diritto venga rispettato. Invece di leggi specifiche e inefficaci sulla trasmissione dell’hiv, che possono essere utilizzate contro di loro, le donne hanno il diritto di essere protette alle violenze in modo tempestivo ed efficace, di avere accesso ai servizi medici o di altro tipo che siano in grado di ridurre il rischio di contrarre l’hiv, incluso l’accesso tempestivo alla profilassi post-esposizione.
E’ alquanto ironico e allo stesso tempo tragico che vengano promulgate leggi specifiche sulla trasmissione dell’hiv in alcuni paesi pensando di proteggere le donne mentre poco o nulla viene fatto per promuovere le pari opportunità e per ridurre le violenze sulle donne.

6. Le leggi sulla criminalizzazione della trasmissione o esposizione all’hiv sono redatte in termini generali e spesso puniscono dei comportamenti che non costituiscono reato
Molte di queste leggi non sono redatte in modo esaustivo, lasciando margine all’inclusione di comportamenti dei quali la società non ha il minimo interesse a punirli, mettendo così le persone a rischio di essere perseguite penalmente. Per esempio, alcune leggi richiedono che la persona hiv+ riveli il suo stato sierologico a tutti quelli con cui ha dei contatti sessuali, nel senso che possono essere arrestati se non lo fanno prima di baciare qualcuno o di avere altri contatti che non comportano nessun rischio di trasmissione.
In pratica, le persone sieropositive vengono imprigionate per aver esposte altri al rischio di contrarre l’infezione – anche se il rischio è minimo – sia che si faccia ricorso a leggi specifiche sia che vengano applicate leggi già esistenti sulla tutela della salute.
Per esempio in una giurisdizione, un uomo è stato condannato ad un anno di prigione per aver praticato sesso orale non protetto al partner. La legge cui si è fatto riferimento prevede il reato di esposizione al virus, malgrado le prove in materia ci dicano che il rischio, in questo caso, sia minimo se non inesistente.
Altre leggi invece sanzionano sia le persone che prendono delle precauzioni per ridurre il rischio di trasmissione (utilizzo del profilattico), che quelle che non sono a conoscenza del proprio stato sierologico, oltre che quelle che dichiarano di aver avuto dei rapporti sessuali consenzienti dopo essere state messe a conoscenza che il partner era HIV+. Per esempio in un’altra giurisdizione, una donna sieropositiva, è stata condannata per aver avuto dei rapporti sessuali con il partner, anche se quest’ultimo era a conoscenza dello stato sierologico della donna e aveva utilizzato un profilattico. Alcune leggi invece sono applicate contro le donne incinte, perché prevedono una condanna per qualunque comportamento possa verosimilmente mettere a rischio di contagio. Ciò significa che, per una donna, rimanere incinta se ha l’hiv può essere oggetto di denuncia. Per esempio, in diverse giurisdizioni in Africa, le diciture delle leggi si estendono fino ad includere le donne incinte che sanno di avere l’hiv o che soltanto abbiano dei dubbi al riguardo. Le leggi possono ritenerle colpevoli di qualunque loro azione che metta altri al rischio di contrarre l’infezione – come partorire o allattare al seno, anche se il bambino nasce sano.
Altre leggi invece condannano qualunque tipo di “omissione” che risulti nella trasmissione del virus, nel senso che non fare il test e quindi non essere a conoscenza del proprio stato sierologico potrebbe costituire un reato penale- senza che vengano fatti degli accertamenti per sapere se il test fosse disponibile o meno.

 

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