mercoledì , 17 gennaio 2018

Alatri, la rabbia del fratello di Emanuele contro gli amici “Erano in tre con lui, uno solo l’ha difeso”

Si continua ad indagare sulla morte di Emanuele Morganti, il ventenne aggredito fuori da un locale di Alatri, in provincia di Frosinone morto nella giornata di domenica, dopo due giorni di agonia. Al momento sembra siano 9 gli indagati, i quali sono stati convocati nel pomeriggio di ieri in Procura; sembra che alcuni di loro rischino l’arresto, con l’accusa di omicidio. Si tratterebbe di 8 italiani, tra cui padre e figlio ed un cittadino albanese, i quali come abbiamo anticipato sarebbero stati sentiti nel pomeriggio di ieri in Procura; gli inquirenti stanno tentando in queste ore di ricostruire con esattezza i ruoli di ognuno e stabilire chi ha inferto al ragazzo il colpo alla testa che gli ha provocato le lesioni mortali.

Nella giornata di ieri, intanto, la fidanzata di Emanuele ha pubblicato una loro fotografia allegando un lungo post su Facebook nel quale si legge: “Questa è la foto che ti piaceva più di tutte amore mio. Non riesco ancora a realizzare tutto quello che è successo. Non meritavi tutto questo, non hai fatto niente di male. Una morte così. Ricordo uno dei tuoi ultimi messaggi di venerdì pomeriggio: ‘ti amo più di ogni altra cosa’. E continuerò a ricordarlo per sempre, come continuerò a ricordare anche te. Ti amo e lo farò per sempre. Il mio cuore ora sta lì con te. Ci rivedremo presto, ciao amore mio. La tua patata”.

Emanuele è morto in modo davvero assurdo, a causa di una lite nata per difendere la sua fidanzata, la quale pare sia stata oggetto di battute pesanti, da parte di un giovane albanese molto probabilmente ubriaco; una battuta fuori luogo sembra abbia dato origine ad una violenta lite, con un conseguente pestaggio violentissimo avvenuto in strada fuori dal locale, al quale pare abbiano partecipato diverse persone, ai danni del povero Emanuele che ha riportato delle ferite gravissime che lo hanno condotto alla morte.

Una volta soccorso, Emanuele era stato trasportato al Policlinico Umberto I di Roma ma al suo arrivo i medici avevano capito che le sue condizioni di salute fossero ormai piuttosto compromesse ed infatti non sono riusciti a salvarlo.  Nella giornata di ieri, ha anche parlato Francesco ovvero il fratello grande di Emanuele, il quale è stato intervistato proprio sotto la veranda della villetta, dove viveva insieme alla mamma e ad Emanuele, fino alla notte di venerdì.”Hanno portato via un angelo senza un motivo e se esiste una giustizia divina Gesù Cristo deve saperlo”, queste le parole di Francesco, disperato e con gli occhi rossi di chi ha pianto a lungo.“Emanuele era lì con la fidanzata, al bancone del bar. L’hanno provocato, spinto, e poi fuori l’hanno massacrato. I dettagli non li posso conoscere, ho sentito cento versioni, non voglio aggiungere la mia. Credo nella giustizia su questa terra, e non è una frase fatta”, ha aggiunto Francesco, il quale adesso chiede solo giustizia.

Dove abbiamo già visto Emanuele Morganti, venti anni? Ma certo, sotto casa, nel piazzale, sul sagrato, due macchine, tre scooter, due calci contro le lattine vuote. La musica a palla e noi due palle così. Ma poi ti avvicini, dici: «Uehi è notte, la gente lavora, ci sono i vecchi ammalati» e chiedono scusa e vanno via, magari rombando e un po’ sacramentando, ma capiscono. Hanno ammazzato uno così, uno degli Emanuele che incontriamo sempre, uno che conosciamo, nostro figlio, nostro nipote.

La galera. Li mettono in galera. Ci basta questo per acquietare, per dare pace al ragazzo morto, ai genitori, alla ragazza di Emanuele? Ma no. Neanche impiccarli servirebbe a ripagare lo strazio, il senso d’impotenza di fronte a quanto accaduto ad Alatri, venerdì notte e poi la morte dopo trentasei ore di agonia.

Ne hanno presi nove. La ragazza ha detto che erano venti. Ma la furia assassina, la violenza sicura di sé, che sa di non rischiare nemmeno un’unghia, moltiplica le forze vigliacche, trasforma il gruppo in turba, in masnada, e nove sembrano venti, trenta. L’unione fa la forza specialmente delle canaglie.

Nove sono abbastanza per picchiare a man salva un ragazzo solo, magro, bellino, fuori del giro, bisogna essere sicuri di vincere, e nove a uno può bastare. Gli altri? I tanti dentro e poi fuori del locale? Erano lì, ma intorno nessuno fiata, a qualcuno viene il vomito per l’orrore, fa spavento vedere in azione la volontà di uccidere, ma non ci si mette di mezzo tra la furia di molti e la resistenza di uno solo. Non conviene, non siamo mica matti, non bisogna fare gli eroi, è una delle poche regole consolidate per il tirare a campare di tutte le generazioni, etnie, classi sociali.

I genitori, poveri cristi come tutti noi, si sono stretti intorno al letto, hanno scelto di donare gli organi giovani e forti del figlio. Un atto di altruismo, perché costa questo atto, ma vogliono che almeno qualcuno sia contento, sia grato a Emanuele, alla fine di questa storia tremenda. Non loro, loro non possono più. La ragazza – credo – non dimenticherà, ma troverà nuovi amori, è la vita. Ma il padre e la madre di che vivranno?

Il capo dello Stato dice in un salone lucente del Quirinale, davanti agli attori che fanno gli spiritosi in attesa di essere premiati dal David di Donatello, che bisogna «contrastare le violenze, come quella avvenuta ad Alatri due giorni fa». Un bel proponimento,ma come si fa?

Questa è l’Italia, gente. Non è Alatri, non è Ciociaria, provincia di Frosinone. È l’intero mondo nostro a essere diventato così, una giungla, dove non ci sono radure di pace. Emanuele non è un albanese ammazzato per motivi razziali da tracotanti bulli laziali. Non funziona lo stereotipo del razzismo contro il diverso. Non era omosessuale. Non era un estremista politico. Era Emanuele, uno normale. Chi l’ha ammazzato era un gruppo persino politically correct. Sono persone che hanno superato le barriere delle opposizioni etniche: italiani e albanesi uniti, viva la multirazzialità, cattolici e musulmani insieme, ma incollati da che cosa? Da quale meravigliosa solidarietà interreligiosa e plurietnica?

Dal nemico comune: un ragazzino, una buona pasta di giovanotto, uscito la sera per baciarsi con la macchina del padre la sua ragazza, dopo qualche birra e salatini, e musica a bomba.
I carabinieri stanno selezionando in base alle telecamere chi ha assestato il colpo fatale. Giusto. Ma intanto Emanuele è morto a bastonate, a calci, a sprangate da chi l’aveva visto solo un attimo, non gli era piaciuta la resistenza che aveva opposto a uno di loro, che erano i kapò della discoteca, locale, pub, il covo, il loro covo.

Emanuele, muratore, non aveva accettato che uno di quelli lì, umiliasse la sua ragazza. Emanuele era così. Farsi un giro in quella che una volta si chiamava balera, bere qualcosa, non aver molto da parlare alla ragazza, meglio far finta di ascoltare qualche rap, ma intanto volerle bene, difenderla, magari a costo di buscarle.

Uno così, che vive per qualcosa di più della difesa di se stesso, ed è disposto a prenderle per un amico, per l’amica, per la sua baby, anche se gli altri sono tanti, è insopportabile. Mette davanti un mondo irraggiungibile, detestabile per chi ha scelto di essere bestia nel branco. E così, menarlo, fino a farsi male le mani e i piedi, e poi la spranga, il tubo.

Diranno:futile motivo. Macché futile motivo. Non è lutile. Picchiare, far cacciare l’anima a quel ragazzo non è futilità: è odio distillato contro uno banalmente perbene, contro il suo senso semplice della vita. Fuori corso per chi trova la sua ragion d’essere solo nello sballo. E se non è alcol, non è la droga, allora è far fuori a botte, basta che sia sballo, orgasmo contro la noia dato che il sesso esce dagli occhi. Lasciarsi irrorare dal dolore degli altri per consolarsi della propria schifezza interiore ed esteriore, pacificarsi nel dominio di un corpo fatto a pezzi. Perché chi è morto, ha sempre torto. Io al massimo la galera, tu zero, la polvere, la lastra di marmo.

Quel ragazzo morto è piantato d’ora in poi sulla loro strada. Ma non se ne accorgono neanche. Cercheranno di cavarsela. Beccheranno qualche anno di carcere, si daranno degli stupidi, rovesceranno la colpa sul gruppo, sulla infelicità della vita di provincia, gli avvocati parleranno di società liquida in cui i loro disgraziati clienti sono affogati perché nessuno ha insegnato loro a nuotare. E hanno persino ragione. Abbiamo rinunciato tanti anni fa a creare un mondo dove ci fosse qualcosa di solido, un rispetto, un filo d’oro di un’esistenza buona e giusta, che valesse la pena a prescindere dalla considerazione degli altri, ma solo perché è così che si vive, con lealtà, pensando agli altri prima che a sé.

Alatri, il paesone diviso dall’odio tra contrade

Se l’Italia intera la si considera di norma variegata e piena di singole identità, allora la Ciociaria, intesa come microarea, rappresenta l’Olimpo di tutti i campanilismi. È nelle diverse anime locali che risiedono la ricchezza culturale della regione ma pure le parecchie divisioni: quella tra il Nord e il Sud, quella tra i singoli comuni e, nei casi più eclatanti, quella tra contrade. Spostandosi di appena tre o quattro chilometri è persino possibile ascoltare dialetti differenti. Il Comune di Alatri non fa eccezione. Cittadina di 30mila abitanti nel Nord della provincia, è formata da diverse contrade che si sviluppano intorno al centro storico. In una di queste frazioni, Tecchiena, la più popolosa in assoluto (4mila abitanti), risiedeva Emanuele Morganti. Dapprima considerato un mero dettaglio a corredo della ricostruzione dell’omicidio consumatosi venerdì notte, acquisisce via via più importanza man mano che il quadro va schiarendosi. L’ostracismo che intercorre tra quanti risiedono nel territorio comunale posto al di fuori delle mura ciclopiche, che delimitano i vicoli del centro storico, e quanti invece risiedono “in città”, ha radici secolari e riguarda in qualche modo da vicino anche le persone coinvolte.

Ad Alatri, un fatto ben noto alle forze dell’ordine locali da almeno due lustri, la microcriminalità albanese e quella locale compongono un legame parecchio stretto, da qui l’equivoco secondo cui a comporre il branco fossero per la maggior parte balcanici. Un mix abbastanza esplosivo che rende gli esponenti di quella che di fatto sarebbe una famiglia-gang anche “colpevole” di aver colpito un abitante di Tecchiena, frazione molto semplice e tranquilla ma allo stesso tempo agguerrita e solidale con gli altri concittadini. Il motivo per cui Emanuele si trovasse “fuori-zona” a trascorrere la serata al Mirò Music Club risiede nel fatto che i punti di ritrovo cittadini sono quasi tutti situati nel centro storico.

Questo in particolare, è un circolo Arci che si trova nella seconda piazza più importante del Comune, Piazza Regina Margherita. Il locale è l’unico che resta aperto fino a tarda notte nel week-end, ed è quindi meta obbligata di quanti dopo l’una vogliono proseguire la serata. Prima dell’apertura dell’attuale circolo si sono susseguite nello stesso stabile altre attività simili, ma che non hanno riscosso molta fortuna anche a causa della clientela non sempre raccomandabile. Sarà dovuto anche alla conformazione geografica della piazza stessa, forse, da sempre ritrovo di bulli per via della sua posizione isolata e della scarsa illuminazione.
Di fronte al portone d’ingresso del club, infatti, ci sono gli uffici del Giudice di Pace cittadino e una piccola sala mostre ma, soprattutto, l’ex ospedale di Alatri, diroccato da trentanni e impossibile da riqualificare a causa dell’amianto. Nell’oscurità, spesso, è più facile girarsi dall’altra parte, ma i cittadini di Alatri sono tut- t’altro che omertosi. Ieri mattina sono persino circolati sui social nomi e cognomi dei protagonisti del branco, frutto delle diverse testimonianze rilasciate alle forze dell’ordine da chi, fuori dal portone di quel club, c’è sempre. Grazie a quelle voci è stato possibile ricostruire in tempi brevi gran parte dell’accaduto. Perché nessuno, a parte un amico di Emanuele, sia intervenuto lo si può attribuire solo al terrore. Ma l’istinto alla fuga o alla lotta è inscritto nel codice genetico, e non c’entra con l’omertà.

I killer di Emanuele ancora liberi bevono birra nella piazza del delitto

Tutti identificati: testimoni e persone coinvolte nel pestaggio che è costato la vita a Emanuele Morganti, il 20enne di una frazione del frusinate massacrato venerdì notte fuori dalla discoteca Mirò del centro di Alatri. Il procuratore ha voluto incontrare prima chi quella sera c’era, ma non ha fatto nulla per salvare il giovane di Tecchiate, una frazione vicina, dove il 20enne abitava con i genitori, un fratello e una sorella. Ai testimoni è stata data la possibilità di allungare quella mano che non hanno teso venerdì notte, alle 2, quando il branco si è accanito sul mite ed esile Emanuele, spezzato da calci e pugni e finito a sprangate.

Poi, anche se le prime indagini avevano già permesso di stringere il cerchio attorno a nove sospettati, con il filmato della telecamera posizionata sull’ufficio comunale di fronte al Mirò e le dichiarazioni di chi era presente, in procura sono stati portati quei nove, i componenti del branco. Due albanesi, un buttafuori e quel cliente ubriaco che ha rivolto pesanti apprezzamenti a Ketty, la fidanzata di Emanuele, e sette italiani, gente di Alatri. Un padre e un figlio, due fratelli e altri ragazzi che hanno in comune la madre con un uno e il padre con l’altro. Insomma, a formare il branco killer sarebbe un’unica famiglia allargata che risponde a due cognomi. Si tratta di pregiudicati, conosciuti da Alatri a Frosinone per guai con truffe, spaccio di droga e risse.

La corporatura degli aggressori di Emanuele, un po’ avuta in dono dal Dna e molto alimentata da pesi e body building, già da sola spiegale lesioni mortali provocate in quel ragazzo. Un giovane appassionato di caccia e pesca, ma che non perdeva tempo chiuso in palestra.
Da sabato mattina, il centro storico di Alatri è un’imponente pentola a pressione che sta per esplodere. Gli assassini di Emanuele ancora girano per i bar intorno al Mirò, il locale dove è iniziato tutto e ora messo sotto sequestro.

La fiaccolata in memoria del giovane di Tecchiena da ieri è stata rimandata a domani, perché era troppo concreta la paura che uno scambio di sguardi tra i nove indagati e gli amici del 20enne potesse trasformarsi in un’altra tragedia. Del resto la zia della vittima ha detto che «se li avessi davanti, li ucciderei». Per il tramonto di domani, invece, gli inquirenti ritengono di avere già portato «al sicuro» in galera i presunti responsabili del massacro costato la vita (dopo 36 ore di agonia) a un diplomato che lavorava come stagista nel reparto spedizioni di uno stabilimento industriale di Frosinone. Un ragazzo che cercava un posto nel mondo, tentava di trovare un lavoro e arricchirsi di esperienza per riuscire a sceglierne uno migliore. Chi lo avrebbe ucciso, invece, camperebbe di espedienti e raggiri, perché del resto nella grande famiglia nessuno ha un impiego ufficiale.

Chi ha visto il pestaggio di Emanuele attribuisce i colpi mortali, quelli dati con una spranga (o un altro attrezzo di ferro, come una chiave inglese o un cric) a un suo coetaneo, ma grande il doppio. Intorno, a sostenerlo, c’erano almeno cinque parenti pronti a menar le mani, mentre la difesa di Emanuele consisteva nella fidanzata che gridava aiuto, nella vana speranza che qualcuno si decidesse a darglielo, e un amico di Tecchiate che la coppia aveva per caso incontrato al Mirò. Ma lui da solo non ce l’ha fatta a salvare Emanuele dal branco e solo per fortuna è ancora vivo. Ferito, ma per chissà quale ragione su di lui non si sono accaniti. Su Emanuele, invece, si è scatenata una furia implacabile. Eppure lui, dopo una giornata di lavoro, era solo andato a sentire un po’ di musica con la fidanzata. Un albanese ubriaco liha spintonati e ha apostrofato Ketty con complimenti volgari ed Emanuele ha reagito dicendogli di andarsene.

Al fianco dello straniero c’era un “gigante” della famiglia allargata e lui la reazione infastidita del 20enne dall’aria pulita non è andata bene. Buttati tutti fuori, attorno al bullo si sono stretti gli altri parenti e per il 20enne non c’è stata via di fuga. Chi è arrivato a pestaggio finito non riusciva a riconoscerlo, del resto Emanuele aveva il cranio sfondato e fratture cervicali.

La mattina dopo, svanita ogni speranza che sopravvivesse nonostante l’intervento d’urgenza al Policlinico Umberto Primo, i genitori volevano donare gli organi, ma la procura ha bloccato tutto: il cadavere di Emanuele è sotto sequestro e i Carabinieri di Alatri stanno cercando di stanare il branco, perché uscire a bere una cosa con la fidanzata non sia più motivo per dei genitori di temere che il figlio torni indietro dentro una bara.

L’ira dei parenti: «Dategli l’ergastolo o facciamo giustizia noi»

ALATRI Nella casa di via del Convento, nella frazione di Tecchiena, seppure c’è vita, è ben nascosta dietro cancelli e finestre serrate. Nessuna voce, nessun movimento. A poca distanza, familiari stretti e amici sono riuniti nella casa dei nonni di Emanuele. Ci sono le zie, le mamme dei ragazzi che sono cresciuti con lui ed erano al Mirò l’altra sera. Riunite, tutte in circolo attorno al tavolo della cucina, è qui che il dolore esce fuori sincero. Ogni tanto la nonna, Paolina Fratarcangeli, poggia il capo sul tavolo, poi lo rialza. «Li devono prendere. E devono soffrire, chiediamo giustizia, neanche un assassino si fa morire così – dice una zia Graziella D’Arpino -. Una ragazza del branco, la fidanzata di uno degli indagati, gli ha anche sputato sopra, quando era tramortito, dicendogli: “questa è la fine che devi fare”».

E’ un coro di zie, amici stretti quello che si unisce alle parole della nonna ed è pieno di rabbia: «C’erano i nostri figli, all’inizio non hanno capito, c’era la musica alta, il locale è a due piani. Poi hanno provato a difenderlo, non ce l’avrebbero fatta, quelli erano strafatti, li hanno afferrati, hanno graffi sul collo, quelli sono belve i nostri figli sono mingherlini. Ma non si danno pace lo stesso, non fanno che piangere». Nessuno si dà pace. «Poteva accadere a tutti, ci è capitato in mezzo Emanuele. Non crediamo nella giustizia, crediamo in voi per questo vi abbiamo aperto la porta. Chi deve prenderli ci dimostri di agire, e col cuore. Emanuele è morto, i nomi li sappiamo tutti e quelli ancora stanno fuori. O si fa giustizia e vanno dentro o la si fa fuori».

«Erano una ventina», glie l’hanno detto i figli. Ora come tanti piccoli tasselli se lo sussurrano in questa cucina dove Emanuele ha passato tante giornate. Sanno tutto tutti, «anche se hanno minacciato le ragazze che erano presenti», aspettano solo giustizia, «l’hanno ammesso davanti a noi, quella sera, quando li abbiamo trascinati in caserma».

Tira una brutta aria a Tecchiena. «I nostri figli sono sconvolti, hanno passato tutta la notte in giro, temiamo possano farsi giustizia da soli». E Tiziana, la sorella di Giuseppe Morganti, il papà di Emanuele: «Non si può morire a venti anni, così, massacrato in mezzo a una piazza. Li prendano e che marciscano in carcere altrimenti giustizia ce la faremo da soli», dice in lacrime. Usa altri toni nonna Paolina: «Stiamo tanto male, mio figlio è distrutto, ha pregato fino all’ultimo al capezzale di Emanuele. Mio nipote? Lo amo. Non lo scorderò mai».
Nel tinello di nonna Paolina, un viavai di donne sconsolate. Fuori seduti in strada, gli uomini mormorano in silenzio, anche loro «giustizia». Le altre mamme quasi si sentono in colpa, perché i loro figli sono sani e salvi. Manca solo Emanuele Morganti. «Non si può morire così. Ora, stanotte, confidiamo solo nella giustizia».

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