Alatri, omicidio Emanuele: fermati due fratellastri, la fidanzata: “sembravano bestie”

Emanuele Morganti, 20 anni, è morto lo scorso venerdì notte ad Alatri, provincia di Frosinone, picchiato a sangue all’uscita del Miro Music Club in piazza Regina Margherita. Questo è ciò che sappiamo dell’omicidio e ciò che risulta dalle indagini.

Si continua ad indagare sulla morte di Emanuele Morganti, il ventenne massacrato di botte fuori da un locale di Alatri e deceduto dopo due giorni di agonia. A distanza di qualche giorno l’inchiesta per l’omicidio del ventenne pare abbia avuto una svolta nella notte tra lunedì e martedì, quando la Procura di Roma ha ordinato il fermo di due fratellastri di 27 e 20 anni ovvero, Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, contestando loro l’accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi. Nella giornata di ieri, ha parlato il procuratore capo di Frosinone Giuseppe De Falco il quale ha parlato di indizi gravi e concreti nei confronti dei due fermati, anche se al momento restano molte ombre sul reale movente dei 15 minuti di violenza e sull’esatta dinamica dell’aggressione.

I due fratellastri pare siano stati fermati nella notte tra lunedì e martedì  dai carabinieri che li hanno trovati all’interno della casa di un parente sita alla periferia di Roma Est; al momento del fermo, i due non hanno opposto alcuna resistenza, è questo quanto  espresso dal procuratore capo di Frosinone Giuseppe De Falco in una conferenza stampa avvenuta nella giornata di ieri, durante la quale lo stesso ha invitato tutti coloro i quali risultino a conoscenza di particolari importanti, a parlare. Adesso Mario castagnacci e Paolo Palmisani si trovano in carcere e nello specifico al Regina Coeli, con l’ accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi; come abbiamo anticipato si tratta di due fratellastri, il primo di 27 anni con un passato da cuoco presso un elegante ristorante sul litorale pontino e con precedenti per droga mentre il secondo, il giovane di 20 anni pare svolga la mansione di muratore, anche se saltuariamente.

Si tratterebbe di due giovani con problemi di droga ed alcool, assunti molto probabilmente per atteggiarsi e sentirsi i padroni della piazza di Alatri, tanto da arrivare ad uccidere un ragazzo innocente di vent’anni come Emanuele. “Dietro la panchina era parcheggiata la Fiat Punto grigio scuro che so in uso a Paolo Palmisani, In quel frangente ho visto Paolo venire di corsa verso la sua auto. Proveniva dalla fontana che è al centro della piazza. A fianco a lui c’era la sua ragazza Michela. Ho visto Paolo che allontanava da sè la ragazza che non voleva fargli aprire lo sportello della macchina. Paolo gridava che doveva prendere la pistola e la ragazza cercava di fermarlo”, è questo quanto raccontato da Veronica ovvero una testimone, la quale ha anche aggiunto che Paolo molto probabilmente fosse fuori di testa perché aveva bevuto o perché aveva assunto di stupefacenti.

” Lui ha aperto la portiera posteriore lato guida, quella che dava verso la panchina dove io ero seduta, essendo l’auto parcheggiata con il muso verso le scale di Porta San Benedetto. Ho visto che prendeva qualcosa dall’auto e poi ho visto in mano a lui un tubo metallico, mi è sembrato che fosse lo strumento che si usa per sbullonare le ruote, anche perchè lo avevo già visto in altre occasioni prendere quell’aggeggio mentre litigava con qualcuno. Con quello strumento in mano l’ho visto tornare verso la parte alta della piazza…”, ha aggiunto ancora Veronica. Intanto ad Alatri sembra essere scoppiata una vera e propria protesta contro i fermati, tanto che lo zio di uno dei due giovani accusati dell’omicidio, nella giornata di ieri ha affermato che la sua famiglia, che abita in quella città, è dovuta andare via per le minacce ricevute.

Il racconto di Riccardo, l’amico del giovane ammazzato

È scosso Gianmarco Ceccani, si isola, prova a sfogarsi assieme agli amici più stretti che, nel bar di sua mamma, il bar Angels, si ritrovano da sempre per trascorrere insieme i momenti più intimi e spensierati. Eppure, lui che in tutti i modi ha provato a difendere Emanuele Morganti dalla furia degli assalitori, non si dà pace.

«Era a due metri da me, sarebbe potuta finire in modo diverso, sarebbe potuto essere qui a bere insieme a noi», sussurra. Proprio dal bar che sta di fronte alla Grancia di Tecchiena, il “Castello” com’è conosciuto nella frazione alatrense, venerdì scorso sono partiti per la serata Riccardo Milani, Marco Morganti, lo stesso Gianmarco e diversi altri amici di Emanuele, ma in due macchine separate, perché il gruppo di ragazzi non aveva posto per Emanuele e Ketty: il vent’enne allora aveva preso la macchina del papà dando appuntamento agli altri al centro di Alatri.

Da sabato, e per tutta la giornata di ieri, il bar è un via vai di conoscenti, vicini di casa e giornalisti. Riccardo, con tutto il coraggio e la sensibilità possibile, racconta a Libero la sua versione dei fatti. Lui è l’unico del gruppetto di amici che era presente all’interno del Mirò assieme a Emanuele e alla sua fidanzata. «Il battibecco è cominciato al bancone per qualche spallata di troppo – dice -. Poi i buttafuori hanno preso Emanuele e l’hanno portato all’esterno del locale già con violenza». Una volta fuori, secondo Riccardo, c’era così tanta gente che lui e Marco riuscivano a muoversi a fatica tra le persone per andare ad aiutare Emanuele, mentre in pochi minuti si consumava la carneficina.

Oltre allo shock, il giovane è pieno di rabbia, e si concentra su alcuni dettagli davvero agghiaccianti. «Mentre Emanuele era a terra inerme e perdeva conoscenza ho provato ad estrargli la lingua dalla gola per evitare che soffocasse – rivela -. Prima da solo, poi con un infermiere del 118. Paolo Palmisani nel frattempo sogghignava, è andato dalla sua ragazza e le ha detto “Andiamo, dammi le chiavi che tanto questo è morto”, e lei, sputando a terra, ha aggiunto “Così impara a mettersi contro la mia famiglia”».

Prende fiato un secondo, e poi ricomincia: «Appena arrivati sul posto i tre carabinieri hanno preso in custodia Gianmarco perché aveva dei graffi sul viso e hanno pensato fosse responsabile. Uno di loro, riferendosi a Emanuele, mi ha detto: “Il tuo amico è inciampato e ha battuto la testa addosso alla macchina”. In tutto questo, approfittando dell’equivoco, Paolo e Mario continuavano ad aggirarsi attorno a piazza Regina Margherita prendendosi quasi gioco dei protagonisti.

Man mano che altri testimoni oculari danno manforte a Riccardo, un altro ragazzo, Luca Castagnacci (in alcun modo parente dei carnefici), si sfoga: «Perché si parla ancora di omertà? Quasi tutti quelli che stavano fuori dal Mirò e tutti quelli che conoscevano Emanuele hanno da subito fatto nomi e cognomi alle forze dell’ordine. Non c’è bisogno di testimonianze, le hanno avute da subito».

Nel piazzale del bar la tensione si taglia a fette. Sono tutti increduli e impotenti. Nel tardo pomeriggio si crea un parapiglia dettato dalla frustrazione tra alcuni conoscenti di Emanuele. Non sarebbe corretto definirla una rissa, piuttosto una diversità di vedute parecchio animata. A Tecchiena le persone sono pure e semplici, vecchia maniera: discutono tra di loro, volano parole grosse e qualche strattone, ma hanno tutti in comune la voglia di ricordare la memoria di Emanuele.

E i più anziani presenti, lasciano persino che i giovani si sfoghino nei modi che gli vengono più automatici: anche rompendo qualche specchietto di un’auto.
Ad Alatri una vicenda del genere non si era mai consumata, e le reazioni sono delle più disparate. Anche per questo il clima si fa sempre più teso. Le famiglie degli indagati e dei due arrestati hanno dovuto lasciare la cittadina per timore di ritorsioni. Gli avvocati locali si rifiutano di prendere le difese dei protagonisti per rispetto alla memoria di Emanuele. Persino sul luogo di svolgimento della fiaccolata, nella serata di ieri, il paese si è diviso: un corteo si è svolto nel centro storico di Alatri, mentre la fiaccolata e la veglia di amici e parenti si è tenuta Tecchiena, proprio intorno alla Grancia, tra le strade dove il giovane ventenne è nato e cresciuto. Di lacrime da versare, nella frazione Ciociara, nessuno ne ha più.

La paura era che Mario Castagnacci, 27 enne di Alatri, e il fratellastro Paolo Palmisani di 20 anni, fuggissero. Per questo i Carabinieri, su ordine della Procura di Fresinone, lunedì notte li hanno fermati a Roma, nell’appartamento di una parente. Lo mette nero su bianco il pm Vittorio Misiti, che alle 18.40 di due giorni fa deposita in cancelleria le 22 pagine del decreto di fermo per i fratellastri accusati di omicidio volontario e fa scattare la caccia a due dei sette indagati per la morte di Emanuele Morganti, 20 anni, massacrato di botte fuori dal locale Mirò di Alatri. «Ricorre all’evidenza il pericolo di fuga», scrive il magistrato nell’ultima pagina, prima di disporre le misure cautelative, «poiché si tratta di persone inserite in contesti criminali anche rilevanti. Risulta invero dalla citata informativa», riferendosi a un dossier che i Carabinieri di Alatri hanno depositato poche ore prima, «che il sistema di “positioning” dei loro smartphone già attivato ha dato conto del fatto che subito dopo i fatti hanno lasciato la Ciociaria».

All’1.22 i militari del maggio -re Antonio Contente li rintracciano, chiedono ospitalità ai colleghi romani per le procedure di rito e accompagnano i due in carcere. Castagnacci e Palmisani, “fratelli indiretti’ perché la madre di uno ha fatto un figlio con il padre dell’altro, finiscono a Regina Coeli senza mai essere stati ascoltati dai Carabinieri, che con la procura stanno cercando di ricostruire che cosa sia accaduto davvero quella terribile notte. Perché la spiegazione più plausibile, per ora, è anche la più inquietante: forse gli effetti di alcol e droga hanno fatto degenerare una rissa esplosa per noia. Persone che apparentemente niente hanno a che fare una con l’altra, si sono scontrate fino a uccidere Emanuele.

I racconti dei testimoni e le 433 immagini scattate da un fotografo professionista, che quella sera cercava materiale per una pubblicità, sono i tasselli di questa delicata indagine che cerca di trovare i colpevoli dell’omicidio di Emanuele Morganti. Se non fosse stata per la sua giovane età, forse  non lo avrebbero neanche caricato sull’eliambulanza che all’alba di sabato lo ha portato al Policlinico Umberto I di Roma, dove è stato tentato un intervento disperato e, domenica mattina, è stato dichiarato clinicamente morto. Perché che il 20enne fosse stato «ammazzato» di botte era chiaro già la sera stessa, come si legge dai verbali di chi era presente.

A pagina 17 del decreto di fermo, si legge l’epilogo della rissa nel concitato racconto dell’amico Marco: «Ho sentito la voce di Lorenzo che mi chiamava dicendomi che avevano colpito Emanuele, che era a terra e che doveva essere aiutato. Giunto nella piazza ho visto Emanuele disteso sul selciato con diverse persone che continuavano a colpirlo. Dopo io ho cercato di soccorrere Emanuele mentre Gian-marco cercava di tenere a bada gli aggressori. Emanuele era privo di conoscenza e sembrava russasse. L’ho tirato fuori da sotto la macchina ove giaceva con l’aiuto di un ragazzo che non ricordo chi fosse. Improvvisamente Emanuele ha cominciato a storcere la bocca e a peggiorare. Riccardo ha tentato di aprirgli la bocca, con l’aiuto di un ragazzo che diceva di essere infermiere. Nello stesso momento sono arrivati i Carabinieri e gli aggressori si sono dileguati».

Il 20enne di Tecchiena, contrada di Alatri, aveva già il collo spezzato, il cranio fracassato e un’emorragia cerebrale. Ferite che, secondo il medico legale, in attesa che venga effettuata l’autopsia, da un esame esterno del corpo «sono compatibili con una produzione indotta sia da un tubo che dall’urto con il montante di una vettura». Ed ecco che la dinamica non è più chiara come appariva nei giorni scorsi, quando si diceva che il pestaggio fosse stato fatto con una spranga di ferro o una chiave inglese. Perché dalle testimonianze degli amici e di altre  persone presenti, la rissa si sarebbe svolta in tre fasi.

La prima, dentro il locale, dove Emanuele e la fidanzata Ketty stavano ordinando “shottini” di vodka anche per gli amici che erano in pista a ballare. In quel momento, come fa mettere a verbale Riccardo: «Ero dietro di loro e alla destra di Emanuele si trovava un albanese», che sarà poi identificato come un italiano, Domenico P. «quello che poi ha dato inizio agli eventi. Questo albanese era ubriaco e stava discutendo con la barista. Mentre discuteva si agitava con le mani e con il corpo urtava ripetutamente Emanuele. Emanuele si girava verso di me e mi faceva notare che lo stava infastidendo». Poi l’invito a smetterla e la prima rissa, che culmina con Domenico che tira un portatovaglioli in testa a Emanuele, il quale non riesce a reagire perché arrivano i buttafuori. Le versioni sono univoche nel ricordare che di Domenico si perderanno le tracce, mentre un uomo della sicurezza porta fuori dal locale Emanuele di peso. Qui Ketty dice però che «l’aggressione è degenerata perché tre buttafuori hanno picchiato con calci e pugni il mio ragazzo e solo dopo lo hanno portato fuori con la forza».

All’esterno compaiono Castagnacci e Palmisani, che nonostante del tutto estranei alla lite, da subito colpiscono Emanuele con degli schiaffi. Insieme a loro ci sono i buttafuori e Franco Castagnacci, padre di Mario, e indagato nel procedimento. Emanuele, con la bocca sanguinante e la maglietta strappata, riesce a fuggire «verso la parte alta della piazza, do -velo raggiungono dieci persone e lo iniziano a colpire a calci e pugni», racconta al pm, Riccardo. L’ex fidanzata di Palmisani dice di aver visto «Paolo che allontanava da sé la ragazza, che non voleva fargli aprire lo sportello della macchina. Paolo gridava che doveva prendere la pistola. Era sicuramente fuori di testa, (…) l’ho visto che prendeva qualcosa e in mano aveva un tubo metallico, quello strumento per sbullonare le ruote». Non si capisce se il fermato abbia usato l’oggetto, ma poco dopo Emanuele torna nella piazza davanti al locale a cercare Ketty e scoppia l’ultima – fatale – aggressione. Gianmarco viene trattenuto da Franco Castagnacci, mentre il figlio Mario e Paolo Palmisani raggiungono nuovamente Emanuele. Intanto che lui cammina passo svelto con Ketty per mano verso l’uscita della piazza, il 27enne lo aggredisce di nuovo. Partono altre botte, Emanuele scappa ma lo raggiungono: «Castagnacci lo colpisce con un pugno alla nuca», racconta Lorenzo, «e ho visto Emanuele crollare privo di coscienza e sbattere la testa contro una macchina blu scuro parcheggiata». Gli amici si frappongono al branco che continua a colpirlo, ma in quel momento Emanuele è già praticamente morto, con il cranio sfondato e il collo spezzato. E ora si tenta di capire il ruolo degli altri cinque indagati.

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