Carne sintetica creata in laboratorio di pollo e anatra in provetta: Presto sarà sulle nostre tavole

La Memphis Meats ha annunciato la creazione delle prime polpette sintetiche a base di pollame. L’annuncio arriva a 4 anni dalla creazione del primo hamburger di manzo artificiale.

Sembra essere davvero un settore emergente quello dei cibi in provetta, visto che dopo che nel 2013 era stato servito il primo hamburger da carne provetta, adesso sembra toccare alle carni sintetiche di pollo e di anatra, ottenute da cellule coltivate in laboratorio. E’ questo il piatto presentato dall’azienda americana Memphis Meats ma il risultato è sicuramente quello riportato sul sito di Science che racconta anche le conseguenze legali. La grande novità è stata presentata nei giorni scorsi e per arrivare alla produzione di carni sintetiche di pollo e di anatra, l’azienda con base nella Silicon Valley ha utilizzato una tecnica molto simile a quella con cui l’Università di Maastricht aveva prodotto la carne di manzo e nello specifico sembra che i ricercatori abbiano prelevato le cellule staminali dal muscolo degli animali e le ha coltivate su speciali impalcature fino a formare un numero di filamenti sufficienti per fare una polpetta o un hamburger.

Intervenuto sulla questione il cofondatore di Memphis Meats, Uma Valeti, il quale ha dichiarato: “Il nostro obiettivo è produrre carne in un modo migliore, che sia più sostenibile per l’ambiente e credo che questo sia un importante salto tecnologico per l’umanità”. Secondo quanto riferito, sembra che l’azienda adesso si stia adoperando per avviare la produzione di carne di vari tipi ed ancora sembra voglia portare entro un massimo di cinque anni, polpette, hot dog e salsicce da carne in provetta sugli scaffali dei supermercati di tutto il mondo.

Secondo alcune indiscrezioni, sembra che il giorno precedente l’annuncio la società abbia convocato in gran segreto un piccolo gruppo di persone per una prova di assaggio che avrebbe dato risultati più che positivi; secondo quanto riferito da coloro i quali hanno avuto la possibilità di assaggiare questa carne, il pollo di Memphis Meats sappia davvero di pollo. L’idea sembra stia stuzzicando anche altre aziende che stanno cominciando a lavorare su questo stesso progetto, cominciando a scommettere nel campo di questi nuovi cibi, sperimentando in laboratorio le prime produzioni di latte e albume d’uovo da lieviti modificati geneticamente.

Essendo un settore davvero emergente, non sembra essere ancora chiaro come questo verrà regolamentato e non si conosce al momento nemmeno quali saranno le istituzioni che si occuperanno di sorvegliare la sicurezza di questi prodotti. “E’ eccitante presentare le prime carni di pollo e anatra che non hanno richiesto un allevamento. Questo è un momento storico per tutto il movimento del “clean meat” ha detto Uma Valeti, amministratore delegato e co fondatore di Memphis Meats, insieme a Nicholas Genovese e Will Clem, ed ancora medico e cardiologo nonché consulente del The Good Food Institute. Un’indagine condotta da Ipr marketing per Coldiretti riporta che il 97% degli italiani sarebbe contrario all’uso di tecniche innaturali nella produzione di carne, dalla clonazione alla sintesi in laboratorio.

Che cos’è la carne sintetica

Cerchiamo a capire la natura di questo prodotto innaturale. La squadra di biotecnologi olandesi aveva realizzato un prodotto di carne animale che non era mai stato parte di un animale vivo. In realtà questa affermazione, volutamente provocatoria, era vera se si esclude il siero fetale di un vitello utilizzato come base biologica. Il siero fetale bovino, indicato con la sigla FBS o FCS dall’inglese Fetal Calf Serum, è un liquido costituito dalla frazione del plasma sanguigno che rimane dopo la coagulazione del sangue, cioè utilizzando i termini tecnici propri, dalla conversione di fibrinogeno in fibrina. Il siero fetale bovino è di fatto un prodotto secondario dell’industria della carne, ottenuto dal sangue che viene raccolto dal feto di bovine gravide durante il processo di macellazione tramite un sistema chiuso di collettori che ne garantiscono la sterilità. L’équipe olandese è ricorsa al FBS perché questo è considerato uno strumento standard per il mantenimento di linee cellulari in vitro: il FBS contiene proteine plasmatiche, fattori di crescita, fattori di adesione, sali minerali, chelanti, vitamine, elettroliti e altre sostanze che favoriscono la sopravvivenza e la proliferazione di cellule mantenute in coltura. Il tessuto per la dimostrazione era il risultato di un processo di coltura in vitro condotto a maggio 2013, utilizzando almeno 20.000 strisce sottili di tessuto muscolare prodotto in laboratorio e fatte moltiplicare in un bioreattore. Il team olandese spiegò che una volta innescato il processo, teoricamente è possibile continuare a produrre carne all’infinito senza aggiungere nuove cellule da un organismo vivente. Si è stimato che, in condizioni ideali, due mesi di produzione di carne in vitro potrebbero generare 50.000 tonnellate di carne da dieci cellule muscolari di maiale. Nel corso della presentazione alla stampa i due assaggiatori raccontarono che, a parte l’essere un po’ meno saporito di un tradizionale hamburger – cosa peraltro incidentale e superabile –, il prodotto artificiale era in tutto e per tutto uguale agli hamburger tradizionali. La stampa rispose dando enorme rilievo al fatto e coniò una serie di epiteti per questo nuovo hamburger: in provetta, di laboratorio, coltivato, in vitro, prova di principio, senza crudeltà e persino il fantasioso Frankenburger .

La produzione dell’hamburger di Post era costata 331.400 dollari, cifra raggiunta grazie a una donazione anonima di circa 250.000 euro. In seguito si è risaliti al donatore, Sergey Brin, uno dei due fondatori del colosso informatico Google.

La realizzazione di questo alimento in laboratorio ha rafforzato il dibattito che diversi accademici stanno portando avanti sulla natura della tecnologia e sul suo significato per l’esistenza umana. Una prima domanda a cui sembra necessario rispondere è se la carne in questione sia da considerarsi viva o morta: il tessuto di cui è composto l’hamburger cresce e si moltiplica ma non sembra avere le caratteristiche fondamentali per definirlo come vivo. Infatti sebbene le cellule crescano e si moltiplichino secondo dei sub -processi che appartengono anche ai viventi, tuttavia le strisce di tessuto non godono di quelle caratteristiche come l’irritabilità e l’assimilazione che ci aiutano a distinguere le dinamiche di un vivente da quelle di un essere inanimato. La carne dell’IVM nel bioreattore accresce ma non si riproduce o gode di quella natura finalistica che caratterizza i viventi. Inoltre questa carne non è naturale, eppure non possiamo nemmeno classificarla come artificiale: la carne sintetica, che attualmente viene indicata in ambiente scientifico con la denominazione In Vitro Meat o IVM, mostra, come una serie di altri fronti della tecnologia, che il binomio naturaleartificiale non è più adeguato a descrivere la realtà. Emerge e si profila la categoria del sintetico: qualcosa che non è distinguibile secondo nessun punto di vista dal naturale ma che esiste perché prodotto secondo processi che normalmente definiscono l’artificiale. Cosa sia il sintetico e come debbano queste categorie aiutarci a ridefinire la nostra comprensione del reale è una questione sempre più urgente. Tuttavia il costo e la complessità di questo test pubblico di fatto potrebbero farci pensare che la IVM non sia altro che una prova di concetto destinata a restare oggetto di teoriche e ipotetiche discussioni accademiche. Eppure il mondo delle biotecnologie è in fermento; se lo stesso hamburger dovesse essere prodotto oggi, a tre anni di distanza, costerebbe solamente 10$; e il prezzo è destinato a crollare esponenzialmente nei prossimi mesi. Ci si aspetta che le società commerciali che si stanno occupando della produzione della IVM (prima tra tutte Memphis Meats, che è famosa per il particolare gusto e sapore dei suoi prodotti) lanceranno i primi prodotti commerciali, cioè destinati al mercato del consumo globale, al massimo tra cinque anni. Questa prepotente incursione della IVM sta iniziando ad essere percepita nella sua reale dimensione etica e politica, e sta generando una pletora di commenti e proposte di regolamentazioni, oltre a ingenerare paure in tanti cittadini.

Negli ultimi mesi il dibattito sulla IVM è passato dal mondo accademico a quello del dibattito pubblico e politico. Nell’approcciare le diverse argomentazioni si riconoscono sette filoni etici principali che non esauriscono tutti i temi in materia ma che de facto rappresentano l’ordito che ingabbia le trame di ogni discorso sul tema. Proveremo a presentare questi filoni etici secondo un ordine che riproduce la diffusione dalle diverse posizioni. La prima e più diffusa tesi si centra sul tema ambientale: tutti sono concordi nell’affermare che la produzione delle IVM ha l’indubbio vantaggio di essere sostenibile, cioè un modo per produrre cibo che riesce a garantire la stabilità dell’ecosistema senza sacrificare la biodiversità come fanno gli allevamenti intensivi. Secondo questa argomentazione siccome le IVM soddisfano condizioni di sostenibilità ambientale, economica e sociale produrranno di fatto benessere e progresso. Immediatamente connessa a questa logica argomentativa si è diffusa la tesi che il far crescere la carne secondo la metodologia IVM di fatto sottrarrà gli animali dalle pesanti condizioni che oggi caratterizzano soprattutto i grandi allevamenti intensivi industriali.

Una terza argomentazione riguarda l’equità del cibo. All’interno di questo filone si trovano posizioni tanto a favore quanto contrarie allo sviluppo e commercializzazione delle IVM. Chi è a favore sottolinea come la cultura della carne sia un modo per garantire una maggiore sicurezza nella produzione con conseguenze di sostenibilità e di equità e giustizia intergenerazionale. Analogamente, chi vede nelle IVM un possibile problema argomenta che la tecnologizzazione di questi processi produce possibili rischi per i consumatori (legati a possibili e imprevedibili effetti sulla salute). Inoltre, si afferma, inevitabilmente l’IVM produce una ingiustizia nella produzione del cibo perché concentra in mano a pochi le capacità produttive. Una quarta categoria di discussione sulle carni sintetiche prende di mira la problematica e delicata categoria di naturalità di questo prodotto. Da una parte si vede nell’IVM addirittura un miglioramento della produzione della carne rispetto a quella naturale o genuina (la denominazione cambia a seconda degli autori, con evidenti sfumature valoriali). Di contro alcuni sostengono che il problema è proprio l’innaturalità del processo: la IVM sintetizza il prodotto attorno ad aspettative e desideri del produttore, e non accoglie un qualcosa di dato come la carne tradizionale. Questo produrrà carni sintetiche che i detrattori definiscono false arrivandole a chiamarle zombie o Frankenfood. Gli oppositori più estremi sostengono che di fatto l’ingegnerizzazione del prodotto sintetico, se fatta senza criterio, potrebbe portare anche a un cannibalismo di fatto creando IVM che per essere maggiormente assimilabili al corpo umano dovrebbero derivare da carni classificabili come umane. In questa categoria rientrano anche gli autori che sostengono come le IVM potrebbero permettere l’assunzione di proteine animali a tutti quei vegetariani che si definiscono vegetariani etici e che sostengono, come i vegani, di non mangiare le carni per contestare la loro cruenta macellazione. Il dibattito si completa con altre tre categorie etiche minori che raccolgono ulteriori fattori di contrasto alla produzione e commercializzazione delle IVM. Si argomenta contro le IVM attraverso un generico tecno-scetticismo (presupponendo di fatto che tutto ciò che è tecnologico è da guardare con sospetto); oppure abbracciando la linea della liberazione degli animali (sostenendo che le IVM non siano altro che una nuova pagina nella continua e ininterrotta storia di strumentalizzazione del mondo animale); o infine secondo un paradigma di armonia socio-ecologico che in nome di una visione olistica e interdipendente della natura vede per essa, in questo processo tecnologico, una possibile causa di profondo squilibrio e pericolo. Accanto a queste riflessioni propriamente etiche si registra una grande narrativa mediatica che ricorre alle figure dell’immaginario popolare trasmesse alla cultura pop soprattutto dal filone distopico della fantascienza . Ci sembra importante sottolineare come la percezione pubblica dell’IVM sia al momento ambigua. Alla domanda se reputano la IVM come una cosa importante per l’umanità, i cittadini intervistati rispondono in grande maggioranza sì. All’idea di trovare questa carne come un prodotto qualunque tra i diversi alimenti in vendita nei supermercati la risposta è di generale dissenso, mentre gli intervistati si dichiarano totalmente d’accordo con l’idea di sfamare le popolazioni povere del mondo con le IVM. In altri termini si potrebbe sintetizzare l’opinione pubblica degli occidentali così: sì alle IVM purché se le mangi qualcun altro !

Alla fine di questa breve analisi è d’obbligo richiamare l’attenzione su alcune questioni di fondo. Il discernimento che le IVM richiedono rischia di frammentarsi, seguendo il dibattito attuale, in questioni monodimensionali che non sono in grado di raccogliere e analizzare la multidimensionalità di questo problema. La questione della carne sintetica è un locus ideale per applicare quella forma di analisi proposta dall’enciclica Laudato si’: l’ecologia integrale. Alla luce di questo sguardo globale del problema emergono due punti cardine che dovranno essere adeguatamente valutati prima dell’utilizzo delle IVM. In primo luogo dovrà essere tutelata la persona: si dovrà essere certi che la produzione, il consumo e la commercializzazione delle carni sintetiche non nuoccia alla salute e al benessere dei consumatori. In secondo luogo la sostituzione di tecniche a bassa tecnologia come l’allevamento animale con sofisticate biotecnologie industriali di fatto produce una frattura in quella continuità di relazione al mondo animale per scopi alimentari che caratterizza l’homo sapiens da almeno 30.000 anni. Il know how necessario per questa produzione di fatto produrrà una nuova generazione di poveri: gli attuali allevatori. Le analisi sulle IVM dovranno tenere conto anche di questa possibile fonte di ineguaglianza che sembra prospettarsi con una loro eventuale massiccia introduzione sul mercato. In questo caso sembra che le analisi che la Laudato si’ fornisce sugli organismi geneticamente modificati (Ogm) si adattino perfettamente al caso delle IVM: l’enciclica fonda il suo giudizio sugli Ogm non più solo sul principio di precauzione nei confronti della persona umana ma anche sull’effetto che questi hanno sui poveri creando di fatto un monopolio tecnologico (nn. 130-136). Prima che sia troppo tardi, e prima che la carne sintetica diventi un problema da arginare o di cui cercare di mitigare gli effetti negativi sui singoli e sulla società, è tempo di riconoscere la necessità di un’analisi delle IVM. Solo in questo modo sarà possibile offrire una adeguata governance di queste biotecnologie, orientandone lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione verso il bene comune.

Prima del 1908 il principale mezzo di trasporto a New York erano i cavalli. Nel 1894 nella città ne circolavano circa 175 mila. Nonostante le denunce dell’Aspa (American Society for the Prevention of Cruelty to Animal) sui maltrattamenti e le torture che gli animali subivano, le carrozzelle avevano continuato a circolare senza problemi. Poi tutto cambiò in pochissimo tempo: nel 1912 per le strade della Grande Mela c’erano ormai più auto che cavalli. “A convincere i newyorkesi ad abbandonare quel mezzo di trasporto violento verso gli animali non era stato il tema etico ma la tecnologia: la Ford Model T, la prima auto prodotta in serie negli Usa”, racconta Bruce Friedrich, 47 anni, direttore esecutivo di The Good Food Institute, in un’intervista a Vox  in cui spiega come  a suo parere – lo stesso accadrà col cibo. “Così come oggi sarebbe assurdo usare un cavallo per andare a un appuntamento di lavoro, in un futuro abbastanza prossimo sarà assurdo allevare gli animali per mangiarli, con tutto lo spreco di risorse e sofferenze che comporta,  e sarà invece normale e logico mangiare vegetali o carne sintetica”.

Che gli allevamenti intensivi siano crudeli verso gli animali e che la produzione di pesce, carne e derivati sia insostenibile è un fatto ormai appurato. Gli studi che lo certificano si sono moltiplicati negli ultimi anni così come gli articoli sull’argomento sui maggiori media mondiali. “Saremo 9,5 miliardi di persone nel mondo nel 2050 e non possiamo sfamare in pianeta con una dieta come quella attuale – ricorda sempre Friedrich snocciolando dati e cifre che riassumo quanto finora certificato a livello scientifico – il tipo di carne più efficiente è quella di pollo ma per avere una caloria da questo cibo se ne devono bruciare 9 che vanno nella coltivazione dei cereali e acqua che servono per la sua alimentazione. Il rapporto è di 15 a 1 per il maiale e di 25 a 1 per il manzo. Parliamo tanto di sprechi alimentari perché il 40% del nostro cibo finisce nella spazzatura ma qui si tratta di gettare nella spazzatura l’800% del cibo che produciamo. Ci sono circa 800 milioni di persone nel mondo che soffrono la fame e noi continuiamo a usare la maggior parte dei cereali che produciamo per sfamare gli animali. L’80% della soia prodotta livello mondiale serve all’allevamento. E almeno il 18% dei gas serra derivano dalla produzione animale. L’unico modo per salvare il pianeta è ridurre il consumo di derivati animali”.

Eppure – nonostante la crescita della popolazione vegana e vegetariana sia in aumento nel mondo – la stragrande maggioranza della popolazione non vuole cambiare le proprie abitudini alimentari. Anche questo sembra un dato di fatto. Sappiamo che gli animali soffrono e subiscono abusi, sappiamo che mangiare un paio di bistecche è come guidare un auto per tre ore, avendo lasciato accese tutte le luci di casa, eppure non smettiamo di farlo. “Abbiamo imparato a convivere con le nostri contraddizioni”, commenta, sempre su Vox, Sean Illin. Ma come è accaduto col passaggio dai cavalli alle auto – per tornare all’esempio iniziale –  a convincere miliardi di persone nel mondo a cambiare rotta secondo molti osservatori non saranno le motivazioni ambientali ed etiche ma la tecnologia: lo sviluppo di un cibo sostenibile dal punto di vista ambientale, che però abbia lo stesso identico gusto di quello che sono abituati a mangiare adesso e che sia ovviamente economico. “Al Good Food Institute – spiega Friedrich- pensiamo che il modo migliore per ridurre il consumo di derivati animali sia proporre delle alternative competitive sulla base dei fattori che adesso guidano le scelte dei consumatori e per questo a nostro avviso dobbiamo tenere fuori le considerazioni etiche e ambientali. Vogliamo che i consumatori scelgano i nostri prodotti semplicemente perché sono la scelta migliore: cioè sono gustosi ed economici”.

Insomma parliamo di carne “sintetica” (anche se il termine non viene considerato appropriato): o meglio di sostituti della carne prodotti partendo da sostanze vegetali, oppure realizzati in laboratorio da cellule animali, ma anche di sostituti più tradizionali, simili al seitan o al tofu. Le alternative sono molte e possibili. Qualcuno storcerà il naso ma certo è che negli ultimi anni si sono moltiplicati gli investimenti in questo settore. Basti pensare a realtà come Beyond Meat (fondata nel 2009 da Bill Gates e Biz Stone) o Impossible Food (che ha ricevuto 180 milioni di dollari di finanziamenti da investitori della Silicon Valley). “Adesso pensare alla carne senza animali ci fa impressione – conclude Friedrich – ma stimiamo che nel giro di 5-10 anni non sarà più così. La stragrande maggioranza delle persone non si preoccupa di come è prodotto il cibo che mangia, non sanno neppure da dove arrivi. Questi prodotti convinceranno tutti. Proprio come accade con la Ford Model T”.

Una soluzione, dunque, che soddisfa tutti? La produzione di cibo è certamente la principale fonte di sofferenza e morte per almeno 70 miliardi di animali da allevamento all’anno. Ma se l’etica rimane fuori dal nostro piatto, resta aperto in tutti gli altri ambiti della nostra vita il tema dello sfruttamento e del dominio dell’uomo sugli altri animali e sulla natura. Lo affronteremo in qualche modo? Come abbiamo detto all’inizio nel 1884 a New York 175 mila cavalli venivano sfruttati come mezzo di trasporto. Oggi ce ne sono “ancora” o “solo” – dipende dai punti di vista -un’ottantina.

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