Allarme meduse, come comportarsi in caso di puntura

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C’è una leggenda metropolitana che consiglia di utilizzare l’urina in caso di punture di medusa ma non c’è alcun fondamento medico-scientifico.

Anche quest’estate le meduse infestano i mari italiani. nell’attesa che si trovi un metodo per farle sparire per sempre dalle coste, l’ospedale Bambino Gesù di Roma ha redatto una piccola lista di consigli per chi viene punto da queste bestioline odiose e mollicce. Cosa fare e come difendersi. Se veniamo beccati dai tentacoli a riva è meglio uscire subito dall’acqua mentre se si è a largo bisogna richiamare l’attenzione senza però creare scene di panico ingiustificate. Se non disponete di medicamenti, può essere utile far scorrere acqua di mare sulla parte interessata per tentare di diluire la sostanza tossica non ancora penetrata. Il rischio è quello di procurare un ingiustificato allarme, creando realmente un disagio alle altre persone presenti vicino a te in acqua e a quelle in spiaggia.

Per prima cosa verificare che non vi siano parti di medusa rimaste attaccate alla pelle e, nel caso, eliminarle delicatamente con le mani. I lidi sono organizzati per le emergenze e sicuramente hanno a disposizione il gel astringente al cloruro d’alluminio che esercita un’azione astringente immediata e blocca la diffusione delle tossine. Questo gel è utile anche contro le punture di zanzara quindi vi conviene portare un flacone in borsa.

In mancanza di questa pomata, si può usare una crema al cortisone anche se ha un effetto più ritardato (entrano in azione dopo 20-30 minuti dall’applicazione), cioè quando il massimo della reazione si dovrebbe già essere spenta naturalmente. Evitate di strofinare sabbia sulla parte dolorante o usare medicazioni come ammoniaca o succo di limone, poiché peggiorano solo le cose.

Se dopo il contatto con la medusa la reazione cutanea si diffonde in tutto il corpo e compaiono difficoltà respiratorie, pallore, sudorazione e disorientamento, allora dobbiamo chiamare il 118.

L’area di pelle colpita dalle meduse rimane sensibile alla luce solare e tende a scurirsi rapidamente.

Dopo il successo dell’estate scorsa, anche quest’anno Focus, insieme a Ferdinando Boero dell’Università del Salento e del Cnr-Ismar, invita i cittadini con la campagna “Occhio alla medusa” (promossa anche dal progetto europeo Vectors, Ciesm, Conisma, Marevivo, Lega Navale) a segnalare le meduse lungo le coste italiane (da quest’anno anche spagnole e greche) attraverso il sito di Focus, con un sms o mms o tramite la nuova “app” (u. riquadro in alto a destra). L’obiettivo? Il monitoraggio scientifico del fenomeno, ma anche l’offerta di un servizio di “meteomeduse” per i bagnanti.

Il primo censimento. «Grazie alle segnalazioni dei cittadini, diventati così ricercatori, nell’estate 2010 abbiamo avuto il primo censimento di meduse» dice Boero. Per la precisione: la Pelagia (molto urticante) ha imperversato nei mari occidentali (Ligure, Tirreno e Ionio occidentale), mentre è stata quasi assente dall’Adriatico e dallo Ionio orientale. La Carybdea (urticante) è stata abbondante lungo la costa adriatica, in corrispondenza delle difese costiere. Spiega Boero: «La costa, prima, era sabbiosa. Per difenderla dall’erosione, è stato costruito un muro di 500 km, dando così un substrato ai polipi delle meduse che, quindi, si sono riprodottecome non mai. Nell’Adriatico, ci sono state anche l’Aurelia e la Rhizostoma (poco urticanti), presenti anche negli altri mari; ad agosto, invece, ha dominato la Cotylorhiza (poco urticante)».

Progetto europeo. Quest’anno, l’Unione Europea ha finanziato un progetto per studiare le meduse: Vectors ofchange, di cui il responsabile per l’Italia è Stefano Piraino, dell’Università del Salento. «La base della ricerca sarà sempre la “scienza dei cittadini” che caratterizza questa iniziativa» conclude Boero «perché non è facile tenere sotto controllo 8.500 km di coste italiane. Inoltre, da quest’estate anche la Lega Navale sensibilizzerà chi va per mare a segnalare le meduse. Ci aiuteranno in questa impresa scientifica ancora Marevivo, il Consiglio nazionale delle ricerche, con l’Istituto di Scienze Marine e il Consorzio nazionale interuniversitario per le scienze del mare. Perché, sulla spinta dei cittadini-ricercatori, il mondo scientifico ha finalmente qualche risorsa a disposizione per mobilitarsi a studiare le meduse».

Grazie alle vostre segnalazioni, Focus mette a disposizione di tutti (sul sito www.focus.it/meduse, ma anche tramite una app per iPhone disponibile dal 20 giugno) una mappa aggiornata in tempo reale sulla presenza di meduse lungo le nostre coste.
Come fare le segnalazioni. Sul nostro sito troverete anche le schede per riconoscere le specie più diffuse, una pagina per inviare le vostre segnalazioni (con foto, possibilmente) e i migliori rimedi alle “punture”. Per inviare le vostre segnalazioni, oltre al sito internet, potrete anche usare il cellulare: con sms o mms al numero 333 2400712, facendo precedere il testo dalla scritta MED.E, dal 20 giugno, se disponete di uno smartphone iPhone (ma presto anche di uno con Android), potrete scaricare un’app gratuita per consultare la mappa – o inviare le segnalazioni – con grande facilità e direttamente dalla spiaggia.

 

IL PLANCTON GELATINOSO E LA CAMPAGNA “OCCHIO ALLA MEDUSA”
Gli oceani del globo stanno sempre più mostrando un aspetto a cui non eravamo abituati. Prima erano popolati da pesci, mentre ora sono popolati da meduse. Si dice, quindi, che ci sia un cambiamento di regime. I pesci sono diminuiti per un motivo molto semplice: li abbiamo presi noi. La natura aborre il vuoto, e se un attore viene meno (in questo caso i pesci) un altro attore prende il suo posto (in questo caso le meduse).
La parola meduse non descrive correttamente il fenomeno, bisognerebbe dire “il plancton gelatinoso”. Sono molto pochi gli studiosi di questa porzione della biodiversità e la presenza di plancton gelatinoso è irregolare. Non si può prevedere quando sarà presente, e questo lo rende molto difficile da studiare. Per questo motivo Ferdinando Boero, aiutato da Stefano Piraino, Cinzia Gravili e da Emanuele Prontera, ha ideato la campagna Occhio alla Medusa, nell’ambito delle attività previste nel suo ruolo di presidente del Comitato Ecosistemi Marini della Commissione per il Mediterraneo (CIESM). A questa campagna si sono associati il Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare (CoNISMa) e l’associazione ambientalista Marevivo. Lo slogan Occhio alla Medusa non avrebbe avuto la stessa efficacia se fosse stato, come la terminologia scientifica richiede: Occhio al plancton gelatinoso! Centinaia e centinaia di cittadini hanno risposto all’appello di Boero, ed è stato possibile, nel 2009, ricostruire la presenza lungo le coste italiane delle principali specie di plancton gelatinoso del Mediterraneo. La scienza dei cittadini è uno strumento indispensabile per avere informazioni su eventi imprevedibili e difficili da studiare con i mezzi disponibili.
La campagna ha vinto il primo premio assoluto “Best Communication Award” al salone Big Blu di Roma e il premio come miglior campagna scientifica, sempre nell’ambito della stessa iniziativa. I risultati della campagna hanno raggiunto la copertina di Time magazine e sono stati menzionati anche dal New York Times.
Nel 2010 la campagna pilota, sperimentata con successo lungo gli ottomila chilometri di coste italiane, verrà estesa a tutto il bacino del Mar Mediterraneo e il manifesto, realizzato dall’artista Alberto Gennari e dal grafico Fabio Tresca (con la collaborazione del grafico Giuseppe Guarnieri), verrà tradotto in tutte le lingue dei popoli del Mediterraneo. La campagna 2010 è stata adottata dal mensile Focus, che le ha dedicato uno spazio sulla sua pagina web, per seguire in tempo reale le segnalazioni del pubblico.
Nelle pagine seguenti sono descritte le meduse riportate nel poster.

Aurelia aurita Linnaeus, 1758
Aurelia vive in tutti gli oceani dell’emisfero settentrionale, dove può essere molto abbondante. L’ombrello misura fino a 30-40 cm, ha tentacoli sul margine, il corpo è discoidale, biancastro, con gonadi disposte in quattro cerchi visibili in trasparenza. Il manubrio ha quattro lunghe braccia orali. Molti canali radiali collegano il centro e la periferia dell’ombrello. Le meduse, come tutti gli cnidari, sono dotate di cnidocisti, organelli cellulari che iniettano un veleno più o meno potente quando l’animale entra in contatto con una preda o con un nemico. Il veleno di Aurelia è innocuo per l’uomo e questa medusa può essere toccata impunemente (in Cina questa medusa è un piatto molto popolare). Le meduse, però, sono molto delicate e i contatti possono danneggiarle: meglio non toccarle. Il ciclo di Aurelia può esemplificare il ciclo di molte meduse. La medusa rappresenta l’adulto e, dalla fecondazione delle uova di un individuo da parte degli spermatozoi prodotti da un altro individuo, deriva una piccola larva planctonica, detta planula.
La larva nuota e poi va a insediarsi sul fondo, dove si trasforma in un polipo, un piccolo animale con il corpo sacciforme, con una bocca circondata di tentacoli, con i quali cattura i piccoli crostacei di cui si nutre. Con l’arrivo della stagione favorevole, il polipo inizia il processo di strobilazione, si forma una serie di costrizioni sul suo corpo, che assume la fisionomia di una pila di piatti. Ogni “piatto” costituisce una piccola medusa, detta efira. Le efire man mano si liberano e iniziano una vita planctonica, crescendo fino a diventare meduse. Le meduse adulte si riproducono sessualmente, e il ciclo ricomincia. Ogni fecondazione porta ad una planula e un polipo, ma ogni polipo può produrre anche centinaia di piccole meduse. Quando le meduse scompaiono, di solito sono sul fondo del mare, sotto forma di polipi. E sono i polipi a produrne a miliardi, quando il mare si riempie di meduse. Aurelia vive bene in acquario e può essere osservata negli acquari marini di tutto il mondo.

Pelagia noctiluca e Carybdea marsupialis
Pelagia è uno scifozoo, come Aurelia, ma il suo ciclo non comprende una fase di polipo. Lo sviluppo dell’uovo fecondato porta ad una efira che poi diventerà una medusa adulta. L’ombrello misura una decina di centimetri, è armato di otto lunghi tentacoli che, estesi, possono raggiungere anche i dieci metri, la bocca è dotata di otto lunghe braccia orali, il colore del corpo è violetto. Pelagia, in piena estate, può formare dei banchi estesissimi che flagellano le coste anche per mesi, rendendo impraticabili le spiagge di lunghi tratti. La puntura è dolorosa e può lasciare segni che, col tempo, di solito scompaiono. Il veleno è termolabile, e l’applicazioni di superfici calde (sabbia o sassi riscaldati dal sole) lenisce il dolore. Non si deve mai usare acqua dolce per lavare le zone punte dalle meduse. Se il dolore persiste, meglio rivolgersi in farmacia o in un pronto soccorso balneare. Nei primi anni Ottanta Pelagia è stata molto abbondante in tutto il Mediterraneo, poi è scomparsa e riapparsa ad intervalli più o meno decennali, ma dal caldissimo 2003 la sua presenza, soprattutto nel Mediterraneo Occidentale, è quasi costante. I banchi sono molto fitti e se arrivano ad un impianto di maricoltura, i pesci in allevamento possono essere uccisi. Dato che le meduse mangiano anche uova e larve di pesci, l’impatto sugli stock ittici e sulla pesca può essere devastante.
Carybdea marsupialis è un cubozoo, come le meduse mortali per l’uomo lungo le coste australiane. Il polipo non produce efire ma si trasforma totalmente in una medusa. Carybdea non ha un veleno mortale, le sue punture fanno male ma gli intensi effetti sono brevi. L’ombrello è cubico, misura pochi centimetri, è armato da quattro lunghi tentacoli. Il nuoto è molto vigoroso. Queste meduse sono attratte dalla luce e si avvicinano alla costa durante la notte. Carybdea sta diventando sempre più frequente lungo le nostre coste.
Pelagia e Carybdea sono tipicamente mediterranee e sono le meduse più urticanti dei nostri mari.

Velella velella e Physalia physalis
Velella (Barchetta di San Pietro) e Physalia (Caravella portoghese) non vivono in sospensione nell’acqua, ma galleggiano sulla superficie del mare. Inoltre non sono individui singoli, come le meduse, ma sono colonie. Velella è una colonia di 4-8 cm, formata da polipi blu che, invece di vivere attaccati al fondo, come i polipi di Aurelia, sono attaccati a un galleggiante chitinoso munito di vela, che porta la colonia a spasso, con l’aiuto del vento. La colonia, verso la fine della sua vita di pochi mesi, produce meduse di pochi millimetri, gli adulti sessuati, che con la fecondazione produrranno planule da cui si svilupperanno altre colonie galleggianti di polipi. Velella può essere presente in sciami enormi, lunghi anche diversi chilometri. Inevitabilmente trovano una costa, e spiaggiano, ma questo di solito avviene alla fine del ciclo, quando le meduse si sono staccate dalle colonie. Velella è un idrozoo e produce meduse per gemmazione laterale dai polipi, rientrando per questo nelle idromeduse. Mentre gli scifozoi le producono per strobilazione (la pila di efire descritta in Aurelia). Anche Physalia è un idrozoo come Velella, ma non è un’idromedusa, è un sifonoforo. E’ formata da una colonia di forme polipoidi e medusoidi che coesistono. Una grande pneumatofora, una vescica piena di gas, fa galleggiare la colonia. Ci sono polipi dotati di bocca, che ingeriscono le prede, e polipi armati di cnidocisti dotate di un potentissimo veleno, molto efficace anche nei nostri confronti. In alcuni casi, l’incontro con Physalia può essere fatale. Velella è comune in Mediterraneo, mentre Physalia, pur essendo stata segnalata anche in passato, non si incontra di frequente. Nel 2009, però, ha colpito diverse volte nel Mediterraneo Occidentale, in Corsica, in Liguria e lungo le coste della Toscana. Alcuni bagnanti sono stati ricoverati in ospedale. La pneumatofora di Physalia può misurare 15 cm, ma i tentacoli possono raggiungere anche i 30 m, se completamente estesi. Chi viene colpito raramente vede l’animale, sente solo una fortissima scarica. Velella, invece, è innocua.

Mnemiopsis leidyi e Leucothea multicornis
Gli ctenofori sono gelatinosi come gli cnidari, ma non hanno cnidocisti e, quindi, non sono velenosi. I loro tentacoli hanno i colloblasti, organelli cellulari che si attaccano alle prede senza però intossicarle. Gli ctenofori, innocui per noi, non nuotano con le pulsazioni del corpo, come fanno le meduse, ma sono dotati di otto bande ciliate che, battendo, fanno da propulsori. L’iridescenza che si vede sui loro corpi è dovuta proprio alle bande ciliate che battono come tanti piccolissimi remi. Mnemiopsis, uno ctenoforo lungo poco più di 10 cm, è arrivata in Mar Nero negli anni ottanta, portata dalle acque di zavorra delle petroliere che, dagli USA, vanno in Crimea a rifornirsi di petrolio. In Mar Nero ha proliferato e ha dato origine a popolazioni enormi. L’ecosistema, indebolito da inquinamento e sovrappesca, non ha reagito bene all’invasore che, in poco tempo, ha depauperato le risorse ittiche, mangiando le uova e le larve dei pesci, e anche le prede planctoniche delle larve stesse. La sua azione è stata sia di predazione, sia di competizione con i pesci, all’inizio del loro ciclo. Per decenni Mnemiopsis non è uscita dal Mar Nero, se non per qualche apparizione sporadica nel Mar Egeo. Nel 2009, però, è stata trovata in grandi quantità in tutto il Mediterraneo, dalle Coste di Israele al Bacino Occidentale. Non sappiamo ancora se il suo impatto sarà come quello subito dal Mar Nero. Gli effetti sono subdoli, perché questi predatori non fanno scomparire i pesci con la loro presenza, fanno scomparire i futuri pesci, e il loro effetto ci diventa evidente, sotto forma di diminuzione del pescato, quando magari questi predatori non sono più così abbondanti o sono addirittura assenti.
In Mediterraneo gli ctenofori non sono inusuali, e il sistema ha una lunga storia di coesistenza con loro. Leucothea, lunga anche 20 cm, per esempio, ha caratteristiche che potrebbero renderla ecologicamente simile a Mnemiopsis ma non forma mai grandi sciami e il suo impatto per il momento è sempre stato minimo.

Rhizostoma pulmo
Le meduse più grandi del mondo misurano tre metri di diametro e arrivano a pesare 250 chili. Rhizostoma è la medusa più grande del Mediterraneo, dopo Drymonema dalmatinum, il diametro del suo ombrello può superare il mezzo metro, e può pesare fino a dieci chili. Il colore è bianco, con un orlo blu lungo il margine dell’ombrello. Il manubrio è grande, e assomiglia ad un cavolfiore bianco. Non ha una sola grande bocca, ma tante piccolissime bocche. I tentacoli sono corti e non sono armati di cnidocisti pericolose per noi. Spesso Rhizostoma diventa riparo per pesci pelagici, e ci sono granchi che vivono tra le sue braccia orali. L’uniformità della colonna d’acqua non offre ripari, ma queste grandi meduse, spesso presenti in grandissima quantità, diventano dei microcosmi utilizzati da altri organismi. Il portamento di Rhizostoma è maestoso, le pulsazioni sono lente e possenti. Una volta consci che non ci può far male, guardarla nel suo ambiente diventa uno spettacolo che ha pochi confronti, soprattutto se si osserva un banco in movimento. Sembrano astronavi aliene in navigazione spaziale. Non a caso, negli acquari di tutto il mondo, le meduse sono oramai tra le attrattive principali. Vederle nel loro ambiente è un’emozione ancora più grande.
Rhizostoma è considerata edule da molti popoli, prima di tutto i Cinesi. La sua abbondanza lungo le nostre coste potrebbe diventare allora una duplice risorsa. Potrebbe diventare un’attrattiva turistica, quando dovesse affermarsi la moda del jellyfish watching, e potrebbe anche diventare una risorsa alimentare, se la cucina mediterranea saprà valorizzarne le caratteristiche. Non dimentichiamo che le meduse sono fatte in gran parte di acqua. Mangiarle, quindi, fornisce un limitato apporto nutrizionale e questo potrebbe essere un grande vantaggio, vista la ipernutrizione che caratterizza le nostre diete. Cibo naturale, con pochissimi grassi, o, in alternativa, un elegantissimo spettacolo della natura.

Phyllorhiza punctata
Phyllorhiza appartiene alla stessa famiglia di Rhizostoma, in comune le due meduse hanno le dimensioni (anche più di mezzo metro) e la struttura generale. Ma mentre Rhizostoma è biancastra con un bordino blu, Phyllorhiza è biancastra-azzurra e coperta di macchie bianche, da cui il nome. Una medusa a pois. E’ originaria dell’Australia, ma da qualche anno ha iniziato a girare il mondo. E’ arrivata lungo le coste atlantiche degli Stati Uniti e ha fatto danni paragonabili a quelli che Mnemiopsis ha causato in Mar Nero. Anche Phyllorhiza, come Rhizostoma, non infligge punture dolorose e quindi non costituisce una minaccia per il turismo e per la salute umana. Però si nutre di plancton di crostacei e, probabilmente, di uova e di larve di pesci. Come Mnemiopsis, quindi, può essere sia competitore sia predatore dei pesci, interagendo negativamente con le loro larve. In concomitanza con gli sciami di Phyllorhiza, lungo le coste della Florida, il pescato è crollato. Mnemiopsis, autoctona di quel mare, non causa grandi problemi, ma una specie non coevoluta con il sistema, come Phyllorhiza, può causare flagelli. Phyllorhiza è stata segnalata qualche volta nel bacino orientale del Mediterraneo, probabilmente si trattava di esemplari entrati attraverso il canale di Suez. Nel 2009 un esemplare di Phyllorhiza è stato fotografato lungo le coste dell’isola di Tavolara, in Sardegna. E’ la prima volta che questa medusa raggiunge il Mediterraneo occidentale, e si tratta della prima volta che entra a far parte della fauna italiana. Forse non farà proprio nulla, e questo arrivo rimarrà isolato. Oppure si tratta di un avamposto che potrebbe causare gli stessi effetti che hanno colpito le coste della Florida qualche anno fa. Come Rhizostoma, anche Phyllorhiza è bellissima e commestibile. Se ci abitueremo alla sua presenza, e la apprezzeremo, magari poi ci preoccuperemo se verrà improvvisamente a mancare!

Aequorea forskalea e Olindias phosphorica
Sono entrambe idromeduse, e gemmano lateralmente da forme polipoidi che vivono fissate al fondo. Non hanno grandi dimensioni, rispetto alle scifomeduse, Aequorea raggiunge i 10 cm di diametro, Olindias arriva a 7 cm. Non formano mai banchi estesi, ma possono essere localmente abbondanti. Aequorea non è urticante, e si distingue facilmente dalle altre meduse per i tantissimi canali radiali che congiungono il centro e il margine dell’ombrello appiattito. La bocca e il manubrio sono inseriti in un bulbo gelatinoso che parte dal centro dell’ombrello e si proietta verso il basso. Aequorea victoria, una medusa molto abbondante lungo le coste pacifiche del Nord America, ha permesso l’isolamento della proteina verde fluorescente (GFP), una sostanza alla base della fluorescenza di molte meduse. La scoperta ha portato ad applicazioni in campo diagnostico, permettendo di marcare specifiche linee cellulari. Gli scopritori e sintetizzatori della GFP hanno meritato il premio Nobel per la chimica nel 2008. Le meduse ci aiutano e ci rivelano segreti utilissimi.
Olindias ha un comportamento molto particolare. Dopo un periodo di riposo sul fondo, inizia a battere vigorosamente l’ombrello e sale verso la superficie, per poi lasciarsi cadere verso il fondo, con i tentacoli espansi. Durante la discesa la medusa pesca, catturando il plancton di cui si nutre. Olindias è leggermente urticante, quel tanto che basta per rovinare una giornata. Vedendole salire dal fondo si ha l’impressione che queste meduse ci stiano attaccando e che percepiscano la nostra presenza. Ma è solo un’impressione. Olindias, negli anni scorsi, è stata molto abbondante lungo le coste della Tunisia, causando notevoli problemi all’industria del turismo. Nel 2009 la presenza di queste meduse lungo le nostre coste è stata sporadica e non si sono registrati fenomeni di presenze massive.

Il recente episodio di una donna deceduta, il 25/08/2010, in Sardegna, in provincia di Cagliari, a seguito di un contatto con una medusa, ha suscitato curiosità ed allarme generale. Per questo motivo intendiamo approfondire il tema. Secondo gli esperti questo caso di decesso, a seguito al contatto con una medusa, non è stato determinato da cause allergiche.

Si valuta, in ogni modo, che circa lo 0,5 per cento della popolazione italiana può essere esposto a reazioni severe da contatto con meduse. Secondo un’indagine di De Donno e collaboratori (pubblicata su Contact Dermatitis nel 2009) in provincia di Lecce, nel 2007, erano stati segnalati 446 bagnanti presentatisi al Pronto Soccorso per reazioni da contatto con meduse. Nel 24% dei casi le lesioni erano localizzate in diverse parti del corpo, nel 33% dei casi agli arti inferiori. Nel 4,9% dei casi si presentavano complicazioni, incluso un caso di shock anafilattico. Dobbiamo però ritenere che i casi di shock anafilattico siano assai rari e che la patogenesi allergologia non sia sempre facile da dimostrare.

Le meduse appartengono al phylum dei Celenterati, sono organismi a semplice struttura radiale simmetrica, costituiti da un corpo centrale (ombrella) da cui si dipartono i tentacoli che possono variare in numero, dimensioni e lunghezza. Non solo le Meduse, ma anche altri animali marini come gli idroidi, i coralli rossi, gli anemoni di mare possiedono delle cellule specializzate chiamate nematocisti.
Gli effetti tossici delle meduse sono dovuti alla presenza delle loro tossine. Questi veleni sono costituiti da miscele di proteine, carboidrati e altri componenti la cui struttura chimica non è sempre ben identificata, per tutte le specie. Le tossine sono contenute nelle nematocisti, organi citoplasmatici, situati sulla superficie inferiore del corpo della medusa ed in particolare sui tentacoli. I nematocisti, attraverso l’estroflessione di un lungo e sottilissimo tubulo, un filamento cavo, avvolto aspirale e contenuto al loro interno, rilasciano i loro veleni. La liberazione di questi può avvenire a seguito di un semplice contatto fisico con la preda.
Le ustioni da medusa sono generalmente accidentali e colpiscono prevalentemente nuotatori e bagnanti che rimangono ustionati dopo aver toccato l’animale. Queste lesioni possono essere spesso conseguenti al contatto con le nematocisti o dai tentacoli delle meduse, staccatesi e disperse nell’acqua, mentre si nuota tranquillamente nel mare. Possono anche derivare dal maneggiamento di reti da pesca, oppure calpestando l’animale trascinato dalle onde sul bagnasciuga, dal contatto con frammenti di medusa presenti sulla tavola da surf.
La patologia causata da tali celenterati può variare tra le specie che popolano diversi habitat marini, in dipendenza soprattutto dal tipo di veleno di cui ognuna di loro è fornita. Non nel mediterraneo, ma nell’Oceano Atlantico e sulle coste dell’Australia, esistono organismi maggiormente pericolosi (Pyllsalia physalis, Chironex fleckeri, Chiropsalmus quadrigatus) i quali possono causare anche gravi sintomatologie generali e in alcuni casi anche la morte, per shock anafilattico, arresto cardiorespiratorio o per insufficienza renale acuta. Per la specie più pericolosa, vale a dire la Chironex fleckeri, presente in Australia, esiste addirittura un antisiero specifico che deve essere iniettato per via endovenosa entro i primi minuti dall’ustione, in quanto la morte può sopraggiungere in un tempo variabile da pochi secondi a più di trenta minuti.

Più frequentemente, il contatto con le meduse, tra cui quelle del Mediterraneo (dermotossiche per 1 ‘uomo sono Aurelia aurita, Carybdea marsupialis, Chrysaora hysoscella, Pelagia noctiluca Rhizostoma pulmo e Rhopilema nomadica) causa lesioni di minore importanza che, nella maggior parte dei casi, sono localizzate e si risolvono spontaneamente, anche se non sono rari i casi in cui è presente una compromissione sistemica. Tra le meduse presenti nel Mediterraneo la più temibile e frequente è la Pelagia noctiluca, il cui contatto cutaneo provoca dolore urente, a causa di una tossina ad azione chinino-simile. Al dolore segue un’eruzione cutanea figurata orticarioide dapprima pallida e poi eritematosa, di durata variabile riguardo all’intensità del danno cutaneo.

NATURA ALLERGICA DI ALCUNE REAZIONI
In un lavoro del 1983, scritto da Burnett e collaboratori, era dimostrata per la prima volta un’attività allergeni dei veleni di meduse.
I sieri di 66 pazienti intossicati da meduse (Chrysaora quinquecirrha) o Physalia physalis) furono studiati per identificare l’esistenza d’anticorpi specifici ed eventuali cross reattività tra specie diverse. Fu stato impiegato come antigene il veleno grezzo o parzialmente purificato (con cromatografia a colonna di PS-Sephadex) con un test ELISA al fine di determinare anticorpi IgE e IgG. Furono utilizzati sieri di 66 pazienti che avevano presentato reazioni locali e sistemiche al contatto con i veleni delle meduse.
La maggior parte dei soggetti presentava anticorpi IgG e molti anche anticorpi IgE specifici al veleno della medusa lesiva.

Il titolo d’entrambe le immunoglobuline correlava direttamente con il grado della severità dei sintomi. In un numero significativo dei pazienti fu stata dimostrata anche una cross reattività tra i veleni di queste due meduse.
Il titolo dell’anticorpo specifico di IgG veleno specifico era più elevato contro il veleno parzialmente purificato della Chrysaora quinquecirrha rispetto alle frazioni prive di attività tossica. Questi risultati possono far legittimamente ipotizzare che alcune risposte cliniche al contatto con i veleni di medusa possano essere di natura allergica che esista una reattività crociata tra i veleni di diverse specie.
E’ importante, tuttavia, sottolineare che la maggior parte delle reazioni da contatto con meduse sono dovute ad una reazione tossica ai veleni, mentre solo una minoranza sono dovute a cause allergiche. Sovente il quadro clinico, a causa dell’improvviso eritema pruriginoso a volte accompagnato da dispnea e segni di collasso cardiocircolatorio, ricorda una reazione allergica di tipo I. Questi sintomi sono provocati tuttavia, molto spesso, sopratutto da un effetto citotossico.

CAMBIAMENTO CLIMATICO
Non vi sono dati scientifici sull’incremento del numero di meduse nel corso del tempo, a parte l’opinione di alcuni autori sul crescere di meduse nel Mediterraneo , in questi ultimi decenni, a causa del cambio climatico. In un articolo pubblicato in Progress in Oceanografia , alcuni autori descrivevano un forte aumento delle popolazioni di meduse nel mare di Bering a partire dal 1990, con un picco nell’estate del 2000. Inoltre, ricercatori all’istituto delle scienze marine al Consiglio di Ricerca nazionale a Barcellona hanno sostenuto che l’aumento nei numeri delle meduse dalla Spagna in Australia, nel Giappone ed in Hawai è un segno del cambiamento climatico a livello dei mari. Infine, negli ultimi quindici anni, ricercatori U.S.A. hanno documentato un aumento notevole di meduse nel Golfo del Messico settentrionale e nelle acque della Florida. In alcune località le meduse sembrano andare ad occupare nicchie ecologiche occupate in precedenza da altre specie ittiche, La diminuzione delle presenze di popolazioni di grandi pesci, come i tonni faciliterebbe lo sviluppo di meduse. Le larve di questi pesci competono con le meduse per il cibo, mentre quando sono grandi i pesci diventano loro predatori. Tolti i concorrenti e i predatori le meduse aumentano. Inoltre le meduse mangiano le uova e le larve dei pesci, quindi fanno diminuire ulteriormente le risorse ittiche.

SINTOMI
Le vittime riportano immediato prurito o bruciore, parestesie, dolore pulsante. Le lesioni cutanee indotte dall’ustione da contatto con la medusa possono essere urticarioidi, pruriginose, eritematose, edematose, vescicolose, lineari, variamente orientate, più o meno estese a seconda della lunghezza dei tentacoli stessi, spesso non numerose; possono persistere per diverse settimane in rapporto alla loro estensione, alla durata del contatto e al diverso grado di suscettibilità individuale. Oltre alla sintomatologia cutanea, l’ustione da medusa può indurre sintomi generali quali mal di testa, nausea, vomito, vertigini, dispnea, dolori addominali, senso di angoscia, cardiopalmo, crampi muscolari, parestesie.
Sono state descritte anche localizzazioni a livello oculare, per questo possono verificarsi congiuntiviti, ulcerazioni della cornea, chemosi ed edema delle palpebre. Infine, si possono anche verificare, dopo contatto con meduse dell’Oceano Indiano, episodi d’ischemie vascolari, mononeuriti e lesioni del sistema nervoso simpatico.
Il contatto con la medusa genera un dolore istantaneo, urente che regredisce in un tempo variabile da pochi minuti a parecchie ore e alle volte giorni. Sequele inusuali, rare, includono la comparsa di reazioni granulomatose persistenti ritardate, eruzioni cutanee ricorrenti che insorgono a distanza varia dalla prima ed unica puntura, reazioni a distanza e recidive di herpes labialis.
gli esiti locali sono rari e rappresentati da atrofia del grasso sottocutaneo, granulomi anulari, formazione di cheloidi, cicatrici ipertrofiche, contratture e discromie ipo e ipercromiche.

TERAPIA
Le vittime in condizioni d’ipotensione o dispnea respiratoria devono essere subito trattate con terapia di supporto, chiamando il 118 e trasportate in Pronto Soccorso. Il trattamento delle ustioni da medusa è ancora oggi fondamentalmente sintomatico e aspecifico, perché non sono state identificate tutte le tossine delle diverse specie di meduse (eccezion fatta per il veleno della più pericolosa, vale a dire la Chironex fleckeri, per la quale esiste un antisiero specifico).
Il soggetto ustionato deve limitare i movimenti della parte colpita al fine di ridurre al minimo la quota di tossine immesse in circolo La pelle deve essere immediatamente decontaminata con un forte getto d’aceto (acido acetico al 5%) o con alcool a 40%, in questa maniera s’inattivano le nematocisti. In alternativa, allo scopo di alleviare la sintomatologia legata alle punture di celenterati, la cute può essere ripulita con acqua di mare e sono validi rimedi come ammoniaca, urina, coca-cola e ghiaccio, meglio evitare l’uso di acqua dolce che, essendo ipotonica, comporta lo scoppio delle nematocisti. Per lo stesso motivo niente docce fino alla neutralizzazione delle tossine. L’acqua salata, invece, andrebbe riscaldata al limite della tollerabilità, e in questa maniera contribuisce a neutralizzare il veleno.
Inoltre è importante evitare lo strofinamento che favorirebbe un peggioramento della situazione. La rimozione dei tentacoli ancora adesi alla cute va fatta evitando lo sfregamento che potrebbe indurre la scarica della nematocisti ancora integre presenti. La rasatura della cute aiuta a rimuovere le nematocisti rimanenti. La pelle deve poi essere asciugata delicatamente e si potrà usare un nastro adesivo per rimuovere le spine conficcate. L’aceto o l’alcool possono essere applicati immediatamente e poi dopo 20 minuti 3 – 4 volte il giorno.

Barack Obama parla spesso della grave situazione che sta attentando all’equilibrio dell’ambiente Outdoor e Indoor; anche le meduse a causa dell’innalzamento della temperatura delle acque e della loro salinità (mari costieri) e a causa di un minor apporto di acque dolci da parte dei fiumi, modificano l’equilibrio delle acque costiere e così le meduse si avvicinano alle coste trasportate anche dalle correnti marine. Corre l’obbligo dare subito un’informazione importante: se uno viene “diciamo” aggredito, più che “punto”, da una medusa si consiglia di non stropicciare la bocca e gli occhi ma lavare laddove possibile con semplice acqua di mare o acqua e bicarbonato la zona della cute ustionata dalla medusa. E’ saggio lavare la parte colpita con acqua e bicarbonato, non rimuovere i frammenti dei tentacoli con pinzette, meglio utilizzare le mani per allontanare le tossine che si depositano sulla superficie cutanea. Il miglior rimedio comunque oggi è quello dell’applicazione di un Gel Astringente al Cloruro d’Alluminio.
E’ quindi saggio portare questa risorsa preziosa quando si va al mare nel periodo in cui le meduse si riscontrano più di frequente nelle zone costiere. Pensate, questa è una novità: esistono non solo le corride con i tori, ma anche quelle con le meduse che si infuriano quando vedono il colore rosso. Si ricorda infine che il periodo peggiore per i bagnanti nei riguardi delle meduse è quello di fine stagione estiva ed inizio di quella autunnale.

Da sempre l’uomo ha cercato e cerca tuttora di migrare e vivere prevalentemente in prossimità di ambienti acquatici, mari, fiumi e laghi. Oggi, in un’epoca di tecnologia avanzata, l’uomo ha bisogno di vivere vicino alle acque durante le vacanze ed è come si può vedere specie in televisione un’urgenza irrinunciabile. Questa soluzione si accompagna a due ingredienti fondamentali che permettono di scaricare quel cumulo di trepidazione quotidiana: la nudità e l’esposizione al sole. Negli ultimi 50 anni le nostre spiagge e tutte le coste del Mediterraneo sono letteralmente invase da milioni di vacanzieri attratti dalle attività nautiche e subacquee pur non essendo informati sui rischi e i danni che possono subire. Gli oceani, i fiumi, i laghi, gli stagni, le piscine e anche gli acquari, sono abitati da numerosi organismi animali di diverse dimensioni fino a quelle microscopiche (vedi micobatteri tra cui anche quelli tubercolari). Nel corso dell’evoluzione numerose specie acquatiche hanno sviluppato nei confronti dei loro predatori naturali meccanismi di difesa e offesa che si estrinsecano mediante punture e morsi spesso per mezzo di apparati veleniferi. Questi meccanismi autoprotettivi talvolta vengono usati contro aggressori occasionali e spesso involontari, cioè bagnanti, subacquei e pescatori. Le punture e i morsi velenosi possono determinare reazioni sistemiche gravi tali da portare anche ad uno shock anafilattico. Può capitare infatti che un bagnante improvvisamente punto o morsicato si spaventi ed entri in crisi con un improvviso stato di panico. La rarità dei casi mortali non è il più delle volte legata alla tossicità del veleno, bensì ad un’impotenza funzionale che esso secondariamente provoca e che può intralciare il nuoto, ma in particolare la normale risalita in superficie del subacqueo. La pericolosità e gli accidenti tossici acquatici sono poco conosciuti dal pubblico ma anche talvolta dai medici e attenzione, spesso si hanno manifestazioni cutanee a noi poco conosciute che colpiscono un individuo che è stato nel Mar dei Caraibi o nella Polinesia. Ha contribuito agli studi più approfonditi lo storico Atlas of Aquatic Dermatology di Alexander A. Fisher che è stato un’inesauribile fonte di informazioni. Questo testo ha permesso di informare i medici sulle dermatiti acquatiche mettendoli in condizioni di cercare e trovare il rimedio farmacologico più idoneo. E’ vero che nel bacino del Mediterraneo le patologie da fauna marina non annoverano
specie particolarmente dannose e quello che si trova nel bacino del Mediterraneo può essere legato a tre eventi diversi: tossici, tossico-traumatici e traumatici che in genere non producono gravi danni.
Nel bacino del Mediterraneo sono soprattutto i Celenterati o “Ortiche di mare”, che determinano reazioni cutanee caratterizzate da manifestazioni dovute alla presenza, nella superficie del corpo e dei tentacoli, di una miriade di organuli microscopici detti cnidociti che sono organoidi morti detti anche cellule urticanti che contengono nel citoplasma un corpicciolo a forma globosa, tale corpicciolo è mezzo di difesa e offesa ed è chiamato nematociste in quanto provvisto all’interno di un lungo e sottilissimo filamento avvolto a spirale.

Quando l’animale viene a contatto con un corpo estraneo, per stimolazione di un particolare recettore esterno (cnidociglio) gli cnidociti espellono con violenza le nematocisti; queste penetrano nel corpo della preda aprendosi un varco attraverso cui si estroflette il filamento e vengono iniettate le tossine. Ontogeneticamente, queste caratteristiche anatomo-funzionali non si sono sviluppate per arrecare offesa all’uomo, bensì per sopravvivenza dei Celenterati, i quali, nutrendosi di pesci, crostacei e molluschi, senza tali armi non avrebbero potuto in alcun modo afferrare una preda. Essi infatti non dispongono di strutture meccaniche e di presa, ed inoltre sono anche immobili sul fondo marino (anemoni) o si muovono per azione delle onde o delle correnti marine (Meduse, dal nome della mitica Medusa, per i tentacoli che richiamano i serpenti del capo della Gorgone).
Le nematocisti variano molto da specie a specie, per le dimensioni, per la forma del corpicciolo e per la lunghezza e morfologia del filamento. Quest’ultimo non è un flagello ma un sottilissimo e flessibili tubo cavo che quando proiettato all’esterno si evagina come un dito di guanto. Il processo di evaginazione e di penetrazione nel corpo della vittima è stato ricostruito anche al microscopio elettronico. I meccanismi che portano all’espulsione delle nematocisti e all’evaginazione del filamento non sono noti. Alcuni autori sostengono che le sostanze tossiche contenute nelle nematocisti vengono iniettate attraverso il filamento, altri invece sostengono che le tossine si trovino nel filamento stesso.
Ma perchè tutti hanno paura delle meduse? Noi che viviamo nel bacino del Mediterraneo, abbiamo delle meduse anche piccole, tra le più comuni abbiamo la Pelagia noctiluca (che ha un ombrello del diametro di 10 cm e tentacoli che si estendono sino a 10 metri) e altre tra cui la Cyanea capillata detta anche “bolla di mare” che è tipica delle acque temperate (può raggiungere il metro di diametro) che determina reazioni cutanee pruriginose ma può anche provocare dispnea, crampi muscolari, dolori addominali, cardiopalma e collasso. La Pelagia noctiluca può determinare la comparsa di quadri clinici diversi con meccanismi tossici ma anche immunologici. Un sommozzatore che era stato punto dalla Pelagia noctiluca, dopo 6 anni accusava la presenza di una cute arrossata e dolente nel viso. Un altro caso riguarda un medico che punto da una Pelagia aveva avuto reazioni locali eritemato-vescicolose che durarono 15 giorni; un mese dopo la guarigione ricompare la lesione che aveva avuto precedentemente senza ulteriore contatto con le meduse. I veleni che determinano le reazioni in seguito alla puntura della Pelagia noctiluca, ma anche della Cyanea capillata, sono: l’ammonio quaternario, le catecolamine, l’istamina et altri.

Consigli utili in caso di contatto con le meduse
Impropriamente si parla spesso della puntura di medusa, in realtà le meduse non pungono né tanto meno mordono ma provocano un’irritazione della pelle mediante i tentacoli urticanti. Negli ultimi anni, nel mediterraneo, si è assistito ad un incremento delle meduse dovuto a diversi fattori come l’innalzamento della temperatura delle acque e l’aumento della salinità dei mari costieri a causa di un minor apporto d’acque dolci da parte dei fiumi.
Cosa bisogna fare se si viene a contatto con una medusa? Prima di tutto bisogna evidenziare che le meduse presenti nei nostri mari, a differenza di alcune specie tropicali del Pacifico come la Physalia Phisalis che ha un veleno molto tossico, non uccidono. In caso di un incontro con meduse i “rimedi della nonna” sono del tutto sbagliati, quindi niente ammoniaca o succo di limone. Il consiglio è quello di applicare delle pomate cortisoniche e non antistaminiche, che con il sole possono provocare problemi di fotosensibilizzazione.
Dieci utili consigli in caso di contatto con le meduse
1. Non strofinate bocca e occhi;
2. Evitate di lavare la parte colpita dai tentacoli della medusa con acqua dolce, questo potrebbe favorire la produzione di neurotossine in grado di causare danni a livello del sistema nervoso centrale;
3. Non utilizzate acqua fredda o ghiaccio;
4. Non grattate la zona dove è presente l’irritazione in quanto questa azione stimolerebbe l’attività muscolare mettendo in circolo più velocemente la sostanza tossica;
5. Lavate la parte colpita con acqua di mare e disinfettarla con bicarbonato;
6. Evitare l’utilizzo, secondo quanto consigliato dalle credenze popolari, di impacchi con aceto o ammoniaca, perchè sulla loro efficacia la medicina moderna ha avanzato numerosi dubbi; 7. L’uso di alcool è sconsigliato in quanto potrebbe stimolare l’apertura dei nematocisti, le cellule urticanti delle meduse;
8. Prima di adoperare pomate e creme è sempre bene chiedere il consiglio di un medico o uno specialista;
9. Non rimuovete i frammenti dei tentacoli della medusa con pinzette, meglio utilizzare le mani evitando così la lacerazione dei tessuti con conseguente fuoriuscita delle tossine dannose;
10. In casi estremi, se presi dal panico, utilizzate pomate cortisoniche o antistaminiche (se scegliete le seconde è però sconsigliata l’esposizione al sole), sempre comunque sotto il controllo di un medico o un esperto.
Il rimedio migliore in caso di contatto con i tentacoli delle meduse è l’applicazione di Gel Astringente al cloruro d’alluminio. Questo ha un’immediata azione antiprurito e blocca la diffusione delle tossine. Cortisonici ed antistaminici non andrebbero bene come primo soccorso in quanto la loro azione si manifesta dopo circa mezz’ora dall’applicazione quando la fase acuta è già passata. Purtroppo non è ancora comune in Italia l’abitudine di portare con sé un Gel Astringente al cloruro d’alluminio, che è peraltro utile anche per le punture di zanzara.

Le Cubomeduse
Le Cubomeduse (alcune specie sono chiamate anche vespe di mare), sono un ordine di Cnidari pericolosissimi, le specie più pericolose vivono nei mari Australiani. La Cubomedusa in un anno causa più di 70 decessi, superando così le vittime di attacchi dello squalo bianco. Molti incontri mortali con l’uomo avvengono nei mari della Tailandia benché sia principalmente diffusa nelle acque dell’Australia Settentrionale, la Cubomedusa è capace di uccidere un uomo in 3 minuti con il suo veleno urticante che provoca paralisi dell’apparato respiratorio, arresto cardiaco e spasmi muscolari. La specie di Cubomedusa più grande è la Chironex fleckeri (vedi fig.) che ha veleno urticante a sufficienza da uccidere sessanta persone.
Il liquido urticante ha azione neurotossica o emolliente, la cui natura può variare a seconda della specie, ma di solito è costituita da una miscela di tre proteine a effetto sinergico. Dai suoi studi, il Premio Nobel Charles Richet, individuò le tre proteine e le classificò come: ipnotossina, talassina e congestina. L’ipnotossina ha effetto anestetico, quindi paralizzante; la talassina ha un comportamento allergenico che causa una risposta infiammatoria; la congestina paralizza l’apparato circolatorio e respiratorio.
La Cubomedusa si serve dei suoi tentacoli per uccidere le prede (piccoli pesci ed invertebrati). Nelle Cubomeduse più grandi arriva ad esserci più del 50% di veleno nei tentacoli, permettendo quindi di cacciare animali molto più grandi. L’aceto sembra sia un anti doto efficace come primo soccorso se applicato immediatamente dopo il contatto per almeno 30 secondi. L’acido acetico distrugge le nematocisti che diffondono il veleno nell’apparato circolatorio dando discrete possibilità alla vittima. Esistono due servizi del 28 Aprile 2010, uno del quotidiano Repubblica e uno del Corriere della Sera su un caso di attacco all’uomo di una Cubomedusa in cui la vittima è una bimba che sopravvive alla Cubomedusa, è la prima volta che qualcuno si salva.

CONSIGLI VALIDI PER TUTTE LE MEDUSE (REPETITA IUVANT) Applicare delle pomate cortisoniche e non antistaminiche, che con il sole possono provocare problemi di fotosensibilizzazione. Il rimedio migliore in caso di contatto con i tentacoli delle meduse è l’applicazione di Gel Astringente al cloruro d’alluminio. Questo ha un’immediata azione antiprurito e blocca la diffusione delle tossine. Cortisonici ed antistaminici non andrebbero bene come primo soccorso in quanto la loro azione si manifesta dopo circa mezz’ora dall’applicazione quando la fase acuta è già passata. Purtroppo non è ancora comune in Italia l’abitudine di portare con sé un Gel Astringente al cloruro d’alluminio.
Una delle Farmacie sensibili ai consigli degli esperti Allergologi è la Farmacia Porcu di Via Cadello 330 a Cagliari che ha messo a disposizione del pubblico la pomata preparata con un gel astringente al cloruro d’alluminio.
Le acque limpide, la salinità dell’acqua e le correnti calde e temperate facilitano l’avvicinamento passivo a riva delle meduse, animali celenterati di colore biancastro con il corpo a forma di sacco e tentacoli di lunghezza variabili. I tentacoli hanno potenziali urticanti, nel caso in cui le Meduse vengono a contatto con la cute delicata dei più piccoli, si potrebbero determinare lesioni dolorose e di una certa entità.
A differenza di gran parte delle Meduse che sono cieche e si fanno trasportare dalla corrente, le Cubomeduse hanno 4 organi sensoriali che sono veri e propri occhi. Il bello è che non possiedono il cervello e quindi è ancora un mistero come riescano a percepire l’immagine. Alcune Cubomeduse riescono a uccidere anche squali bianchi e altre grosse prede visto che gli funzionano più del 50% di cellule urticanti. Per fortuna in Europa non vi è traccia di Vespe di Mare perchè vivono in Australia.

Com’è noto, nel mar Mediterraneo, le specie dannose per l’uomo sono rarissime. Per questa peculiare caratteristica il mar Mediterraneo si differenzia da tutti gli altri mari e Oceani del globo. La quantità di sali minerali in esso disciolti è relativamente considerevole (g 37,7/l). Il nostro mare è stupendamente blu al contrario degli Oceani e dei mari del Nord.
Le sue acque sono molto trasparenti grazie all’idrodinamismo delle forti correnti di maree e a variazioni termiche importanti. Queste caratteristiche possono subire variazioni in rapporto alle mutazioni ambientali che purtroppo oggi sono frequenti e sempre in aumento.

Purtroppo non si conosce esattamente il numero delle specie di Meduse viventi nei mari che ci circondano. Si ritiene che le Meduse finora conosciute siano oltre 9000. La loro comparsa nella superficie terrestre è attorno ai 570 milioni di anni fa come i primi invertebrati.
Non vorremo mai avere la fortuna di conoscere tutte le Meduse anche attraverso i loro veleni, come avete visto esistono delle specie particolari e con caratteristiche particolari. Uno dei dati fondamentali riguardanti le Meduse è che non sono dotate di occhi ne di cervello, ma in questo caso chi contempla la carenza deve, come abbiamo già detto, ricordare la Cubomedusa che ha 4 occhi anche se non possiede il cervello. PENSATE… esiste una Medusa immortale che è in arrivo nei nostri mari (vedi fig.) ed è pronta a diventare l’incubo dei bagnanti: la notizia, apparsa su Telegraph, è stata riferita da Maria Miglietta Biologa allo Smithsoniam Tropical Marine Institute di Washington (USA).
La Medusa in questione è della specie Turritopsis nutricula ed è capace di invertire il proprio ciclo biologico. Una volta che l’animale giunge a maturità sessuale, ritorna alla giovinezza, ripetendo così all’infinito il suo ciclo di vita.

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