Allarme uova contaminate con il fipronil: Contagiati 15 Paesi e una segnalazione riguarda anche l’Italia

Anche in Italia sono arrivate uova dalle aziende straniere, per la maggior parte olandesi, coinvolte nella contaminazione da insetticida Fipronil. Ma secondo il ministero della Salute non risulta per ora che siano inquinate. Così il governo italiano ha risposto ieri alla Commissione Europea, che ha quantificato in 15 nazioni, finora, quelle in cui sarebbero arrivate le uova all’insetticida. Secondo Bruxelles, ecco le altre: Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Austria, Irlanda, Polonia, Romania, Danimarca, Slovenia, Slovacchia, Lussemburgo, Hong Kong e Svizzera.

Per Roma «ad oggi non risultano distribuiti al consumo uova o derivati contaminati da Fipronil sul territorio nazionale». E inoltre: «Risulta solo una segnalazione delle autorità francesi, pervenuta l’8 agosto attraverso il Rasff, il sistema di allerta europeo, che un’azienda di tale Paese ha acquistato uova da uno degli allevamenti olandesi interessati e le ha trasformate in ovoprodotti che ha poi venduto anche a un’azienda italiana». Sul caso sono stati disposti controlli.

Coldiretti ammonisce: «In Italia sono arrivati 610mila chili di uova in guscio di gallina dai Paesi Bassi nei primi 5 mesi del 2017 ai quali si aggiungono anche 648mila chili di derivati come uova sgusciate e tuorli treschi, essiccati, congelati o diversamente conservati». Eppure non ci sarebbe bisogno di importarne, poiché, sempre da Coldiretti, «gli italiani consumano in media 215 uova a testa all’anno, di cui 140 col guscio, il resto sotto forma di pasta, dolci e altro» e inoltre «grazie alla produzione nazionale di 12,9 miliardi di pezzi l’Italia sarebbe autosufficiente per consumo di uova».

Ma le logiche commerciali dell’Unione europea costringono a interscambi anche inutili e grotteschi, con l’aggravante che poi le autorità europee latitano nell’organizzare controlli più severi. Soprattutto in certi paesi del Nord in cui le regole alimentari sono spesso più lasche di quelle italiane. L’Italia avvia un piano di campionamenti su uova, derivati e pollo, ma Bruxelles se la prende comoda e convoca una riunione della Commissione europea il26 settembre, Ira un mese e mezzo.

La “solerte” Ue minimizza: «Non è una riunione di crisi. Obiettivo è trarre lezioni e discutere modi per migliorare l’efficacia del sistema dell’Unione riguardo a frodi e sicurezza alimentare». Al che ci si chiede, ma fin da vent’anni fa “mucca pazza” non era stata una lezione sufficiente? Almeno funziona il Rasff, le allerte incrociate. Ma intanto in Francia il ministro dell’Agricoltura Stéphane Travert dichiara vendute nel paese 48.000 uova contaminate belgo-olandesi. E in Gran Bretagna esplode una «psicosi», come la definisce il Times, con ritiro in massa di uova e maionese dai supermercati Waitrose e Sainbury’s.

Tocca così nuovi vertici la vicenda iniziata il 3 agosto, quando in Belgio, Germania e Olanda grandi catene come Aldi, Lidl e Rewe hanno ritirato un totale di un milione di uova provenienti dall’Olanda dopo che in alcuni campioni erano stati trovati alti livelli del Fipronil, insetticida vietato negli allevamenti alimentari, che la società olandese di disinfestazione avicola Chickfriend ha usato ugualmente per debellare su commissione di molti allevamenti un tipico parassita dei polli, il pidocchio rosso. Clienti di Chickfriend erano soprattutto aziende avicole dei Paesi Bassi, e infatti sono olandesiben 195 aziende indagate negli ultimi giorni contro 86 in Belgio e solo 5 in Francia e 4 in Germania. Due dirigenti della Chick- friend sono stati arrestati fin da giovedì.

L’accusa è grave poiché le tracce di Fipronil nelle uova o anche nella carne di pollo, se al di sopra di una certa concentrazione, danneggiano fegato, tiroide e reni. Ma delFipronil si sapeva già da tempo. Tre giorni fa il ministro belga dell’Agricoltura Denis Ducarme aveva accusato gli olandesi, in particolare la loro autorità per la sicurezza alimentare Nvwa, di conoscere il problema fin da novembre 2016. Al che dall’Aja hanno ribattuto che l’omologo ente belga Af- sca sapeva da giugno ma ha taciuto fino a luglio.

Nella polemica è intervenuta la stessa Commissione europea rigettando sui singoli stati le responsabilità sulla vigilanza e sostenendo che il ministro belga ha segnalato il problema non attraverso il Rasff, ma attraverso il sistema antifrodi «che però – ammettono da Bruxelles – è un sistema per la comunicazione amministrativa, che facilita lo scambio tra paesi, in cui la Commissione normalmente non interviene e ha tempi di risposta lunghi».

La Direzione generale per l’Igiene e la sicurezza degli alimenti del ministero della Salute precisa che “non risultano distribuzioni di uova contaminate con fipronil in Italia. Le indagini condotte attraverso il sistema di allerta europeo Rasff hanno evidenziato che si ipotizza un uso fraudolento del fipronil da parte di alcuni produttori dei Paesi Bassi“. Così il ministero in una nota.

In relazione alla segnalazione il ministero “già in data 31/7/2017 ha informato gli assessorati alla Sanità delle Regioni e Province Autonome della problematica, chiedendo di effettuare le verifiche sul territorio. Inoltre, è stato richiesto agli assessorati e al Nas di proseguire il monitoraggio e comunicare gli esiti delle verifiche e i risultati dei campionamenti su uova effettuati“, conclude.

Al Ministro della Salute, per sapere, premesso che:

I neonicotinoidi sono una categoria di insetticidi, con meccanismo neurotossico, simili chimicamente alla nicotina. Sono utilizzati come insetticidi e possono essere distribuiti sulle chioma delle piante, nel suolo in forma granulare o usati per trattare i semi. Sono inoltre contenuti in numerosi prodotti ad uso veterinario antiparassitario (fipronil, imidacloprid, etc) in Italia prodotti a base di fipronil (chimicamente non appartenente alla famiglia dei neonocotinoidi ma accumunato ad essa per via del meccanismo d’azione e della tossicità) venivano liberamente commercializzati previa autorizzazione fino al 2008; dal 2006 circa si sono evidenziate gravi problematiche di moria della api non solo in Italia; per questo sono state poste in essere numerose azioni di monitoraggio e progetti scientifici per la valutazione del rischio sulle epi ( es. Apenet del MIPAAF);

l’Italia nel 2008 è il primo paese a sospenderne l’impiego per i trattamenti alle sementi con divieti temporanei, rinnovati poi a ogni scadenza, per gli effetti tossici e nocivi di tali sostanze sulle api; il problema giunge successivamente in Commissione Europea, la quale chiede all’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, di esprimersi sui rischi connessi all’impiego di particolari neonicotinoidi: clothianidina, imidacloprid, tiamethoxam e del fipronil; nel gennaio del 2013 l’EFSA pubblica le proprie considerazioni riconoscendo che i prodotti in esame provocano effetti acuti e cronici sulla sopravvivenza e sullo sviluppo delle colonie di api; a maggio 2013 anche la Commissione Europea si esprime vietando l’utilizzo per due anni di clothianidin, thiamethoxam e imidacloprid sulle colture che attraggono le api; pochi mesi dopo viene vietato anche l’uso del fipronil; in merito a tale sostanza attiva, la Commissione europea, in un suo comunicato stampa del 16 luglio 2013, dichiara che gli esperti degli Stati membri hanno approvato la proposta volta a limitare l’uso del fipronil nel corso della riunione del Comitato permanente per la catena alimentare e la salute degli animali (Scofcah); il Regolamento di esecuzione (UE) n 781/2013 modifica le condizioni per l’approvazioni del principio attivo impiegato nei prodotti fitosanitari a base di fipronil limitandone fortemente la possibilità d’uso, riconoscendo così come sia effettivamente molto pericoloso;

in accordo con il considerando 17 del regolamento (UE) n 781/2013, entro due anni dalla data di entrata in vigore del suddetto regolamento, la Commissione europea prevede di avviare un riesame delle nuove informazioni scientifiche;
il 6 agosto 2015, l’EFSA è stata invitata dalla Commissione Europea ad organizzatore una raccolta di dati relativi a nuove informazioni scientifiche per quanto riguarda i rischi per le api dalla sostanza fipronil.
il fipronil è contenuto in diversi prodotti cosiddetti “one spot” utilizzati nella profilassi contro i parassiti degli animali domestici, in particolare i cani; è contenuto in una percentuale che, rapportata al peso corporeo, produce una esposizione, al momento della somministrazione, di circa 33.5 mg/kg di peso corporeo; la tossicità acuta orale per le api (DL50), riportata negli studi presentati per l’iscrizione in Allegato 1, è pari a 0,00417 microgrammi/ape (4.1 nanogrammi/ape, la DL 50 sulle api è di 0.04 mg/kg), ma ulteriori sperimentazioni, riportate dal documento EFSA, hanno dimostrato che una dose di fipronil di 0,1 nanogrammi/ape/die è responsabile di una mortalità pari al 100% della popolazione di api sia per contatto che per ingestione; altri studi hanno dimostrato che una dose di fipronil di 0,01 nanogrammi/api/die è responsabile di una mortalità del 20% per contatto e del 25% per ingestione dopo 11 giorni;
alcuni studi hanno dimostrato che una dose di 0,3 nanogrammi/ape riduce il numero dei voli di bottinamento nelle 24 ore successive all’esposizione; inoltre la stessa dose nei tre giorni successivi all’esposizione ha effetto sul tempo impiegato dalle api bottinatrici per tornare all’alveare. Considerando che un’ape pesa più o meno 100 mg possiamo valutare una DL 50 di 0.04 mg/kg di peso corporeo quindi molto più basso dell’esposizione a cui vengono sottoposti gli animali domestici;
tale preoccupante quadro relativo alla tossicità porta a chiedersi se ci si è posti il problema dell’uso del prodotto utilizzato a scopi veterinari;
la concentrazione del prodotto monodose è 100 mg di fipronil/ml; se ne usa una dose di 0.67 ml per cani da 2 a 10 kg quindi si valuta ad esempio per un cane di 5 kg una esposizione per contatto di circa 1,2 mg/kg cioè un dosaggio ben superiore alla DL50;
esiste un’ampia bibliografia che dimostrerebbe l’elevata tossicità e numerosi effetti avversi (sonnolenza, prurito, etc) sia del prodotto in questione che dei suoi metaboliti;
se il Ministero in indirizzo sia a conoscenza delle nuove evidenze scientifiche descritte in premessa e se quindi non ritenga urgente procedere ad un riesame delle motivazioni alla base della autorizzazione concessa anche al fine di vietare l’utilizzo del fipronil sugli animali.

L’effetto più concreto è la ricerca scattata in tutta Europa delle uova contaminate. Quanto alle possibili ricadute sulla salute, secondo l’Istituto tedesco per la gestione del rischio, una persona adulta dovrebbe ingerire nello stesso giorno fino a sette uova, per sentire gli effetti nocivi del Fipronil, stando alle concentrazioni in cui è stato trovato nelle uova partite da Olanda e Belgio. In Francia il riscontro c’è stato in cinque imprese.

Nel Regno Unito nello 0,0001 per cento delle uova importate. C’è preoccupazione anche in Italia, sull’eventuale arrivo delle uova contaminate, per cui sono subito scattati i controlli. Il prodotto è arrivato fino ad Hong Kong: due campioni su un milione di uova importate. Ma questo poco consola, se si pensa all’allerta. E proprio a trent’anni da mucca pazza. Secondo Federconsu- matori e Fiesa-Confesercenti, gli allarmi-cibo negli ultimi quindici anni sono costati 12 miliardi di euro.

Il caso delle uova contaminate con la sostanza antipulci – comunemente usata per gli animali domestici ma vietata nell’attività di allevamento – ha portato al richiamo e al ritiro di una decina di milioni di prodotti, per ragioni precauzionali, in particolare tra Belgio, Olanda e Germania, scatenando anche una disputa politica a livello europeo. Proprio dalla Germania è risuonato l’allarme: in nove Land su 16 sono stati emessi diversi provvedimenti precauzionali per tutelare la salute dei cittadini.

Il caso nel caso è scoppiato soprattutto sull’allerta, con uno scambio di accuse tra Belgio e Olanda. La pratica ieri è approdata al parlamento federale belga con l’audizione alle commissioni congiunte Economia e Salute dei ministri alla Salute e all’Agricoltura, Maggy De Block e Denis Ducarme. In carica dal 29 luglio, Ducarme ha attaccato le autorità sanitarie olandesi sostenendo che sapevano delle uova al Fipronil da novembre dello scorso anno e non hanno avvertito nessuno. Il ministro ha presentato un rapporto del Nv- wa, l’agenzia per la sicurezza alimentare dell’Aja. A sua volta, il direttore generale dell’agenzia, Rob van Lint, ha ribattuto che il rapporto parlava delle stalle e non delle uova: da qui la valutazione di assenza di rischi per la salute. Nel mirino, già da giorni, si trova l’Afsca (organismo pari al Nvwa) accusata di essere a conoscenza della questione da giugno, ma di aver notificato il caso all’Unione europea solamente il 20 luglio. La Commissione europea si tiene equidistante: rinvia agli Stati membri la responsabilità «primaria» per la sicurezza alimentare, ma «monitora la situazione».

Secondo l’accusa, il Fipronil è stato utilizzato per rafforzare gli effetti di un prodotto convenzionale, poi venduto agli allevatori tra Belgio e Paesi Bassi. Di fatto, si riduce il numero di trattamenti ordinari nell’arco dell’anno, quasi dimezzandoli. Le indagini sono concentrate su due aziende: una società in Olanda che offriva il trattamento e una società delle Fiandre, in Belgio appunto, che forniva l’insetticida. Ora, gli olandesi stanno analizzando anche le carni: oltre 150 allevamenti sono chiusi da una settimana per accertamenti.

Secondo le indagini condotte attraverso il Rasff, sistema europeo di allerta per la sicurezza alimentare, il nostro ministero della Salute ha precisato che «non risultano distribuite in Italia le uova contaminate con Fi- pronil». Coldiretti, dal canto suo, fa presente la necessità di «togliere il segreto sulla destinazione finale dell’import di tutti i prodotti alimentari», sottolineando che «i 2/3 delle uova consumate dagli italiani attraverso pasta, dolci ed altre preparazioni alimentari sono derivati delle uova». Uova di cui, in etichetta, non è indicata la provenienza. Nei primi quattro mesi di quest’anno – dicono i dati Coldiretti – l’Italia ha importato 578mila chilogrammi di uova dai Paesi Bassi, pur essendo autosufficiente. Produciamo 12,9 miliardi di pezzi all’anno. Il consumo pro-capi- te è di 215 uova. Di queste, 140 arrivano direttamente sulla tavola, il resto è utilizzato per preparare altro. A partire dai dolci.

ROMA Anche l’Italia, come altri 14 paesi (Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Austria, Irlanda, Polonia, Romania, Danimarca, Slovenia, Slovacchia, Lussemburgo, Hong Kong e Svizzera) compare tra i paesi che hanno importato uova contaminate dal fipronil, un insetticida tossico per la salute umana. Il ministero della Salute ha confermato che in Italia, per ora, non risultano uova o ovoprodotti contaminati dall’antiparassitario, il cui uso, in Ue, è proibito nella catena alimentare.

Ma, in via cautelativa, è stato predisposto un piano di campionamenti con le autorità sanitarie regionali e i Carabinieri del Nas «in considerazione delle nuove segnalazioni sul sistema di allerta comunitario che provengono da Paesi prima non coinvolti». E le autorità hanno già sequestrato prodotti provenienti da un’azienda francese che aveva usato le uova di uno degli allevamenti olandesi coinvolti nello scandalo.Pro- dotti che non sono mai arrivati sugli scaffali per la vendita grazie alla segnalazione della Francia, lo scorso 8 agosto. Perché le uova che presentano contaminazioni vanno ritirate dal mercato. Sequestri importanti ci sono già stati in Olanda e Belgio, i paesi da cui è partito l’allarme, in Germania (10 milioni di uova ritirate), Danimarca(22 tonnellate di uova contaminate). In Francia ci sono 48 mila uova alterate che potrebbero essere già state acquistate perché immesse nel mercato dal 16 aprile fino al 28 luglio. In Gran Bretagna sono 700 mila quelle già distribuite. La situazione è in evoluzione, giorno dopo giorno e Bruxelles ha convocato per il 26 settembre un incontro di alto livello con le autorità interessate dalla vicenda. Il primo allarme risale a fine luglio. Nelle ultime settimane i controlli hanno portato alla sospensione delle attività (solo in alcuni casi già ripresa) per centinaia di aziende in quattro paesi: Olanda (195), Belgio (86), Francia (5) e Germania (4). Secondo Coldiretti nei primi cinque mesi del 2017 in Italia sono arrivate 610 tonnellate di uova in guscio di gallina dai Paesi Bassi ai quali si aggiungono 648 tonnellate di derivati. Nel codice identificativo delle uova, tuttavia, è possibile capire subito se le uova provengono dall’Italia oppure no (basta trovare la sigla IT). «Anche questo episodio conferma una volta di più la necessità di una normativa europea obbligatoria più stringente sull’origine delle materie prime attraverso un’etichettatura trasparente. È giusto che i cittadini conoscano immediatamente la provenienza degli alimenti che consumano». Lo afferma in una nota il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina. I Verdi chiedono il ritiro «in via cautelativa di tutte le partite di non prodotte in Italia su tutto il territorio nazionale». E l’Italia, confidano fonti di Bruxelles, sembra essersi svegliata piuttosto tardi rispetto ai test da eseguire e agli altri paesi coinvolti.

L’uso di quella sostanza chimica è già vietato in Europa sugli animali che producono cibo, non si può spruzzare negli ambienti dove ci sono questi animali né tantomeno sui mangimi. Il fipronil è finita nelle uova perché c’è chi non ha rispettato la legge (c’è un’indagine in corso e due persone, i direttori della ditta che ha venduto il prodotto contenente la sostanza chimica sono state già arrestate). Si tratta della stessa sostanza che si trova nei collari anti zecche dei cani o negli insetticidi contro le formiche. «Se le uova sono pericolose è una questione di cui devono rispondere le autorità sanitarie locali che devono operare gli appositi test di analisi» dicono dall’Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare che ha sede a Parma.

Il codice stampigliato sulle uova dà una buona mano. Il problema si pone laddove il codice non c’è, ma la questione non riguarda il prodotto che portiamo a casa, ma la triangolazione commerciale. Le uova arrivano sulle nostre tavole anche sotto forma di prodotti derivati e sull’etichetta di dolci o pasta non figura l’indicazione della provenienza della materia prima. Ammesso pure che in Italia non siano in commercio le uova contaminate dal fi- promil, c’è sempre il rischio che le uova partite da Olanda e Belgio siano arrivate in un altro paese europeo, siano state trasformate e siano arrivate nel nostro Paese come derivati. E infatti ieri – ha comunicato il ministero della Salute – le autorità sanitarie hanno sequestrato in Italia alcuni prodotti provenienti da un’azienda francese.

«È la differenza tra l’uovo alla mensa (consumato direttamente, ndr) e l’uovo industriale» spiega Giorgio Apostoli, responsabile Zootecnia della Coldiretti. «Nel primo caso, il consumatore sa da dove arriva la materia prima e se vuole evitare di mangiare l’uovo belga, basta che prenda il prodotto che riporta il simbolo dell’Italia “IT”: magari bisogna aguzzare gli occhi, ma c’è. Ed è riportata anche la sigla della provincia di produzione. Nel secondo caso, invece, il consumatore mangia un dolce o la pasta senza sapere da dove arriva la materia prima. Qui può nascere il problema in caso di eventuali allerte. La rintracciabilità c’è, perché la ditta sa da dove arriva l’uovo, ma il consumatore no. E la verifica è molto più lunga».

Dalla produzione alla tavola, un ciclo complesso. Soprattutto in Italia, perché i controlli, a livello europeo, non sembrano univoci. Ma cosa accade durante il percorso? «I controlli nel nostro Paese sono moltissimi – spiega Apostoli – Peraltro, gli allevamenti non sono molti e sono tutti conosciuti. Le verifiche riguardano le strutture, gli animali e le uova, dal benessere all’uso dei prodotti veterinari per l’alimentazione. Abbiamo uno dei sistemi veterinari più potenti al mondo. E gli allevatori hanno una bella sensibilità anche nel benessere degli animali. Laddove c’è un’allerta, si è molto ferrei. Ci vuole un po’ di orgoglio: sulla salubrità del nostro prodotto non c’è alcun dubbio. Il problema più grave dell’uovo è la salmonella e per questo vengono effettuati controlli molto severi».

La serie di passaggi è incredibile, per i non addetti al settore. Intanto, si passa attraverso tre tipi di allevatori. «Il primo produttore segue l’animale selezionato per la deposizione delle uova da cui nasceranno i pulcini. Il secondo alleva le pollastre. Il terzo alleva la gallina per la produzione dell’uovo da vendere. Ciascun animale produce in media trecento uova all’anno». Nella fase finale, «le uova vengono stampigliate, imballate e consegnate ai centri di distribuzione attraverso le filiere operative. È un ciclo. Anche per questo è un problema quando ad esempio ci sono casi di aviaria: si blocca l’attività». Ma c’è un ciclo parallelo. «Un’altra gran parte di uova è lavorata in stabilimenti: si sgusciano, vengono pastorizzate e la materia viene venduta alle catene dolciarie e pastaie, per la trasformazione in derivati» aggiunge Apostoli.
E proprio qui sta il distinguo sull’indicazione di origine. L’uovo che arriva sul banco di vendita porta in sé una carta d’identità. Per quanto, sottolinea Coldiretti, «non sono più sufficienti quattro codici e una data sul guscio. Bisogna scrivere chiaramente, anche sulle confezioni e sui cartoni, da dove arrivano le uova e rendere riconoscibile ogni possibile informazione ai consumatori». Il primo numero sul guscio indica il tipo di allevamento, la seconda sigla lo Stato in cui è stato deposto (vedi “IT”). Seguono il codice Istat del Comune, la sigla della provincia e il codice distintivo dell’allevatore. Poi ci sono le indicazioni A e B, a seconda che il prodotto sia per il consumo umano o per quello industriale, e le diverse classificazioni in base al peso: XL, L, M, S.

«Quella dell’uovo è una delle poche filiere italiane che soddisfa il fabbisogno nazionale e anzi produce anche di più, andando oltre il cento per cento – dice Apostoli -. Poi c’è sempre una quota di esportazione e una quantità di importazione». Perché si è verificato il caso delle uova contaminate da Belgio e Olanda? «Purtroppo abbiamo la sensazione netta che all’estero non vengano effettuati gli stessi controlli che facciamo noi – sottolinea il responsabile Zootecnia di Coldiretti -. E non può essere che scatti un’allerta dopo mesi. I nostri produttori hanno controlli su tutto. Non so che controlli vengano effettuati sulle uova che arrivano dall’estero per essere lavorate qui». Coldiretti chiede che vengano resi «pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero».

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