Amanda Knox racconta il rapporto con una detenuta omosessuale in carcere: la confessione il giorno di San Valentino

E’ tornata a parlare Amanda Knox, la giovane che ha trascorso ben quattro anni nella prigione di Capanne per l’omicidio di Meredith Kercher, coinquilina di Knox, reato per cui era stata ritenuta colpevole insieme all’ex fidanzato Raffaele Sollecito; dopo quattro anni di carcere, nel 2011 il verdetto sembra essere stato smentito in appello e la giovane è potuta tornare negli Stati Uniti dove lavora come scrittrice freelance per un settimanale di Seattle.Proprio in un suo articolo, Amanda Knox ha rivelato di aver avuto una relazione omosessuale durante la sua permanenza in carcere, e la rivelazioe è avvenuta proprio nel giorno di San Valentino. “In prigione ho conosciuto Leny, una ragazza bassa con capelli neri e corti”, ha raccontato.Nel suo articolo Amanda ha raccontato dei suoi anni trascorsi in prigione, quando era piuttosto taciturna e riservata; Amanda ha raccontato che in carcere vi erano dei gruppi ben definiti ovvero le italiane, le nigeriane e le ragazze rumene ed essendo lei americana non era entrata a far parte di nessuna cerchia.

Amanda ha raccontato che un giorno, dopo aver scontato tre anni di carcere ha conosciuto una ragazza che la stessa chiama con un nome di fantasia, Leny, mentre passeggiava per il perimetro della prigione, e la stessa le confessò di essere lesbica e di come in Italia fosse stata vittima di pregiudizi; tra le due giovani nacque una bella amicizia e settimana dopo settimana le due divenne amiche, anche perché Leny sembrava essere l’unica a non avere nulla contro l’americana che in quel periodo si trovava sempre sulle prime pagine dei giornali. “Io mi sono mantenuta prudente e le ho subito detto che ero eterosessuale”, afferma la Knox, ricordando come da giovanissima si sia sempre battuta per la difesa e l’affermazione dei diritti della comunità Lgbtq. Un pomeriggio però, dopo aver fatto jogging nel cortine del penitenziario, Leny avrebbe detto ad Amanda “Posso farti cose che un uomo non è capace di fare”, frase alla quale la stessa non ha saputo come rispondere.

Nonostante Amanda le avesse detto più di una volta di essere eterosessuale, Leny non sembra abbia desistito tanto che giorno dopo giorno non perdeva occasione per poter tornare all’attacco. “Ho detto a Leny che visto che non riusciva a rispettare il mio modo di essere non potevamo essere più amiche e il rapporto è diventato sempre più teso. Con Leny che mi ha accusato di aver reagito in maniera esagerata”, ha raccontato ancora Amanda, la quale ha aggiunto di essersi sentita subito sollevata solo una volta uscita dal carcere, anche se la ragazza le ha continuato a scrivere, inviandole cd di musica jazz. Amanda sembra non abbia mai risposto.

L’omicidio di Meredith Kercher avvenuto a Perugia nella notte tra il  ed il novembre, il conseguente processo penale avviato nei riguardi dei tre imputati Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede (giudicato, quest’ultimo, con rito abbreviato), le sentenze della Corte d’assise e della Corte d’assise d’appello di Perugia, l’una di condanna, l’altra di assoluzione, sono tutti elementi che fanno profondamente riflettere oltre che sui risvolti umani delle persone coinvolte nella vicenda, sugli aspetti giudiziari della stessa. Sarà anche per la presenza di una cittadina statunitense tra gli imputati e per la risonanza che l’avvenimento processuale ha avuto oltreoceano, ma viene naturale interrogarsi su alcuni aspetti del nostro processo penale, oramai di indiscutibile rilievo e attinenti alla ricerca ed all’utilizzo della prova scientifica, al ruolo del giudice e degli “esperti”, alla spettacolarizzazione della cronaca giudiziaria. Un’analisi che si vuole condurre anche volgendo l’attenzione, laddove possibile, ai corrispondenti istituti del processo penale degli Stati Uniti. L’intenzione non è quella di commentare la vicenda processuale, ancora in corso e in attesa del pronunciamento della Corte di Cassazione. La sentenza della Corte d’assise d’appello, tuttavia, offre lo spunto per analizzare alcuni temi nevralgici del processo penale: indagini scientifiche, prova del DNA, motivazione e principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio. In estrema sintesi sono questi gli elementi intorno ai quali ruota il convincimento maturato dai giudici di secondo grado e la conseguente assoluzione. Ognuno dei tre profili enunciati, a sua volta, racchiude una molteplicità di aspetti da indagare: sopralluogo della scena del crimine e protocolli investigativi, catena di custodia dei reperti di tracce biologiche e best practice, pericolo di contaminazione delle prove scientifiche e perdita di attendibilità del loro valore probatorio, il ruolo degli “esperti” nel processo penale.

Il processo penale interviene in un momento successivo all’accadimento del fatto e deve ricostruirlo, individuarne il responsabile, punirlo. È un compito arduo. Si interviene “dopo” e ben poco si sa delle modalità attraverso le quali si è sviluppato l’evento criminoso. Al fine di colmare questo deficit di conoscenza iniziale, si utilizzano i molteplici mezzi ricerca della prova previsti dalla legge. Nella maggior parte dei casi, la ricostruzione del fatto criminoso non è agevole. Alcuni delitti, soprattutto quelli che esulano dai tradizionali circuiti criminali, pongono esigenze investigative specifiche. Accade per i reati perpetrati in ambito familiare o in sfere solitamente estranee al mondo delinquenziale e che, sempre più spesso, nel nostro Paese vedono una violenza inaudita scatenarsi contro una donna. Ambienti “normali”, considerati esenti o, comunque, lontani dal pericolo di una morte violenta e nell’ambito dei quali, tuttavia, si è costretti a confrontarsi con i dolori più atroci che la vita può porre e con tutti gli interrogativi che ne conseguono, esistenziali, ma anche processuali. È il caso della vicenda in cui ha trovato la morte Meredith Kercher. Ma non solo. Negli ultimi anni la cronaca riporta sempre più frequentemente notizie di delitti avvenuti in contesti familiari o in circuiti “protetti” ed in cui la vittima è una donna o un minore. Non si tratta, purtroppo, di crimini nuovi, ma certamente la loro frequenza va aumentando in modo esponenziale, stando a quanto emerge dai dati statistici. Ebbene, in questo tipo di delitti l’apporto che scienza e tecnica possono offrire nell’esame della scena del crimine e nel repertare tracce biologiche si può rivelare determinante per la soluzione del caso. Oggi, lo sviluppo scientifico e tecnologico è certamente di ausilio per gli organi inquirenti e consente di riversare nel processo penale conoscenze che un tempo erano inimmaginabili. Emergono, così, orizzonti nuovi, colmi di prospettive vantaggiose per un avanzamento in termini di ricostruzione del fatto delittuoso. Si tratta, però, di strumenti che, come vedremo, richiedono adeguate cautele e non rappresentano la sola ed unica “risposta” da cercare sul piano della ricostruzione dei fatti criminosi. Nell’affrontare il dif- ficile compito della ricerca della verità, per gli organi competenti si profilano più strade da percorrere, ma non in alternativa tra di loro. La prova scientifica non può sovrastare lo scenario processuale, dovendo, piuttosto, essere affiancata ai “classici” mezzi di prova. Se, da un lato, dunque, si guarda con favore ed interesse all’apporto che la scienza può dare al processo penale in termini di ricostruzione del fatto ed individuazione delle responsabilità, dall’altro, nasce l’esigenza di un approccio adeguato a tali nuovi strumenti per tutti coloro che, nella fase delle indagini e, poi, del giudizio, si trovino a gestire cognizioni “specialistiche”. Ciò non soltanto per la diversità dei mondi — scienza e diritto — che vanno ad intersecarsi, ma anche perché la scienza non offre certezze e, a sua volta, richiede attenzione e controllo affinché il dato scientifico possa risultare attendibile.

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