Amazon annuncia il servizio Ricarica in Cassa: Acquisti senza carte di credito

Amazon lancia in Italia il servizio “ricarica in cassa”, ora per fare si può pagare in alcuni punti vendita autorizzati. Da oggi sarà possibile fare acquisti su Amazon anche senza utilizzare la carta di credito. Il grande colosso di Amazon ha deciso infatti di lanciare in Italia, dopo il grande successo riscontrato nel regno unito, in Messico e tra Stati Uniti d’America il suo nuovo servizio chiamato “Amazon ricarica in cassa”.

Una vera e propria garanzia di acquisto da parte dei clienti Amazon, che sicuramente con il nuovo metodo il gigante in assoluto di Amazon, acquisirà nuovi clienti. La procedura è molto semplice: per i negozi convenzionati, si può utilizzare direttamente il contante per ricaricare il nostro account Amazon con un buono regalo di un valore compreso tra i 15 e i € 500, tale somma verrà accreditata immediatamente. Per inserire in tutta sicurezza il buono regalo sul proprio account Amazon, si dovrà utilizzare un codice a barre personale che verrà generato direttamente dall’app. Dopo aver scanzionato il codice l’importo sarà immediatamente disponibile per acquistare sul sito.

C’è da aggiungere inoltre che il codice può essere utilizzato sia in versione digitale che in quella cartacea. Un metodo d’acquisto piuttosto comodo, in quanto verrà data la possibilità di collegare un unico codice a barre di Amazon ricarica in cassa al proprio account, così da evitare di doverne generare degli altri per ogni acquisto. Il servizio è disponibile al momento, solo in diversi negozi convenzionati, ma in futuro si aggiungeranno altri punti autorizzati al servizio, ed inoltre ci saranno anche 40.000 punti di SisalPay dove sarà disponibile il servizio. Francois Nuyts, Vp, ES&ITA Country Manager di Amazon afferma “siamo entusiasti di mettere al servizio degli italiani la nostra rete di prossimità per offrire Amazon ricarica in cassa- ha spiegato inoltre anche Francesco Marzari, responsabile Payments and Service del gruppo Sisal è bello condividere con Amazon l’esperienza nell’utilizzo e nella fruizione semplificata delle modalità di pagamento”. Il servizio di Amazon ricarica in cassa è un modo rapido e inoltre è senza commissioni un metodo comodo e veloce per utilizzare contanti destinati gli acquisti di Amazon.

Come abbiamo già detto in precedenza il suo funzionamento è piuttosto semplice ora qui faremo più chiarezza: Ottiene il tuo codice tramite un sms. Porta questo codice a barre in qualsiasi negozio che aderisce all’iniziativa, mostra il codice al cassiere per ricaricare il tuo account di buono regalo Amazon.it. una volta che il rivenditore avrà completato la transazione l’importo caricato sarà immediatamente disponibile, il cliente riceverà una notifica di conferma all’indirizzo e-mail o sul proprio numero di telefono, ovviamente registrato sul proprio account, oppure attraverso la App mobile di Amazon.

Il lancio di un nuovo servizio di Amazon, denominato Amazon Go ha offerto ai commentatori
l’occasione di confrontarsi di nuovo con il tema del lavoro del futuro. È ciò che ha fatto Tim
Dunlop, autore di The Future is Workless (qui una intervista a proposito del libro), con un articolo
apparso sul giornale The Guardian dal titolo Amazon Go means more than just job losses, it will
restructure the economy.
Amazon Go è il servizio di Amazon, per ora disponibile solo per i dipendenti (l’implementazione
sul mercato pubblico è attesa per inizio 2017) che consente di effettuare la spesa senza necessità di
passare dalla cassa, grazie all’uso di tecnologie che consentono di verificare quali prodotti siano
stati presi dal consumatore, così da addebitargli direttamente sul conto una volta lasciato il negozio
l’ammontare della spesa.
Si tratta di un servizio che, insieme ad altre trasformazioni tecnologiche in atto, si prevede avrà
effetti diretti e indiretti su lavoro e società di grande rilievo.
Il ragionamento che l’autore segue, pur non essendo particolarmente originale, risulta interessante
perché ripercorre alcuni topoi della narrativa riguardante il futuro del lavoro.
In sintesi la riflessione ruota intorno ad alcuni punti fondamentali:
Il primo riguarda l’effetto di sostituzione del lavoro dovuto all’automazione, con il rischio di alti
tassi di disoccupazione tecnologica. Si tratta di una tematica classica a livello economico, che
accompagna la riflessione dottrinale da ormai due secoli: ancora prima di Keynes, era stato David
Ricardo ad inizio Ottocento ad esprimersi in tale direzione. Nonostante le previsioni di
disoccupazione tecnologica di massa si siano rivelate infondate rispetto alle precedenti ondate di
innovazione tecnologica – grazie al cd. capitalization effect, per cui il progresso tecnologico porta
ad una aumentata domanda di beni e servizi producendo altri lavori – timori in questo senso sono
tornati alla ribalta, anche in forza di alcuni studi predittivi che hanno sottolineato un elevato rischio
di computerizzazione del lavoro (il più famoso resta quello ad opera di Frey ed Osborne, datato
2013).
In secondo luogo, l’innovazione tecnologica avrebbe portato ad una modificazione del rapporto
tra lavoratore e attività produttive: ad aziende che impiegano i propri lavoratori a tempo pieno e
per tutta la vita, tipiche di un mondo a vocazione manifatturiera, si sostituiscono i giganti
tecnologici leader di un mondo interconnesso, i cui lavoratori sono per natura contingenti e
precari, trattandosi di business che procedono secondo una prospettiva project based.
Da ciò deriverebbe un diverso ruolo dei governi, che più che regolatori dell’attività produttiva ai
fini di un patto sociale che abiliti il sistema economico garantendo alcuni diritti ai lavoratori (è la
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duplice anima del diritto del lavoro, che è diritto di tutela del lavoratore e diritto della produzione),
si dovranno concentrare sulla redistribuzione della ricchezza generata, sempre più nelle mani dei
pochi giganti tecnologici. Anche la promozione di formazione e innovazione sembrerebbe, infatti,
risultare poco efficace di fronte a questi sconvolgimenti. Si giunge così ad un terzo topos, quello
della necessità di un reddito di base incondizionato, che assicuri la sussistenza di tutta la
popolazione e permetta ai lavoratori di muoversi nel mercato con maggiore libertà, senza le
pressioni dovute dalla connessione sussistenza/lavoro. È una prospettiva questa che acquisisce un
favore crescente tanto nel mondo politico quanti in quello dottrinale.
Benché entrati nella discussione comune in maniera dirompente, occorre sottolineare come tali
ricostruzioni ed argomentazioni non trovino il favore di tutti gli osservatori e come esistano diverse
narrative e soluzioni.
Quanto alla disoccupazione tecnologica di massa, non solo risulta allo stato indimostrato che la
trasformazione tecnologica sia qualitativamente diversa, quanto ad effetti, rispetto alle precedenti,
ma le stesse predizioni sul tasso di sostituibilità sono altamente dibattute, come dimostra l’analisi di
Arntz et al., The Risk of Automation for Jobs in OECD Countries, il quale, inoltre, sottolinea
opportunamente come una equazione tra rischio di automazione ed effettiva perdita di lavori
sia concettualmente errata. Essa, infatti, non tiene conto di 3 fattori in particolare: il già
richiamato effetto di capitalizzazione; l’interfacciarsi del fenomeno di trasformazione con fattori di
tipo sociale, economico e legale; il possibile re-skilling della forza lavoro.
Una altra equazione su cui occorre riflettere è quella tra nuove modalità di lavoro e precarietà: la
precarietà del lavoro non è connaturata alle modalità di lavoro date dalle nuove tecnologie.
Tanto le scelte imprenditoriali, quanto quelle legislative influiscono sugli esiti della nuova
trasformazione tecnologica. Da un lato, infatti, esistono aziende tecnologicamente avanzate
all’interno della gig/on-demand economy che hanno fatto la scelta di assicurare ai propri lavoratori
condizioni di stabilità e sicurezza (es. Managed by Q). Dall’altro resta compito dei governi, come
sottolinea efficacemente una Costituzione lavoristica come quella italiana, assicurarsi che
«l’iniziativa economica privata» seppur libera, non si svolga «in contrasto con l’utilità sociale» (art.
41 Cost.).
I governi sono, quindi, chiamati ad attivarsi per creare il giusto sistema di regole per ottenere un
lavoro sostenibile e abilitare gli operatori che devono occuparsi di integrare tale regolazione nei
diversi settori.
Non solo. Contro i rischi di esclusione sociale dovuti ad obsolescenza o carenza delle competenze,
ancora più importante può diventare il ruolo dei legislatori, che devono creare il giusto ecosistema
normativo, tramite politiche attive e sistemi formativi aggiornati, per garantire che i soggetti
possano operare transizioni tra diversi lavori senza pregiudizi. La tecnologia incide sulla
possibilità di costruire una carriera all’interno di una azienda o un settore, ma non su quella di
costruire percorsi professionali coerenti con le aspirazioni dei singoli.
Nonostante si ritengano importanti interventi atti ad assicura la sussistenza di tutte le persone,
soprattutto quando non siano in grado di provvedere al proprio mantenimento perché impossibilitate
alla partecipazione al mercato del lavoro, esistono, quindi, alternative ad un reddito di cittadinanza
che permettano di rispondere alle sfide della trasformazione tecnologica del lavoro che prendano in
considerazione le differenti dimensioni del lavoro nella nostra società. Esso, infatti, non è solo
fonte di reddito (dimensione strumentale del lavoro), ma è anche avvertito come un dovere dai
soggetti al fine di una attiva partecipazione alla società (etica del dovere) e come una forma di
espressione di sé (dimensione espressiva del lavoro) (si veda D. Méda, The future of work: The
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meaning and value of work in Europe).
Il lavoro ha, quindi, un fondamentale ruolo nella costruzione dell’identità dell’essere umano:
una riflessione seria sull’opportunità di un reddito di base deve tener conto anche di questo.
Infine, che si aderisca ad uno scenario sul futuro del lavoro piuttosto che ad un altro, è sempre
fondamentale ricordare come tecnica e tecnologia, al pari del diritto, non sono fattori che si
autodeterminano, ma sono frutto della cultura di una società. Essa non è quindi meramente
soggetta agli input che riceve da questi, ma concorre e deve concorrere a costruire le regole e ad
orientare le tecnologie verso i propri migliori interessi.

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