Anche i virus possono causare la celiachia

Oggi però uno studio della University of Chicago e della University of Pittsburgh School of Medicine svela qualcosa in più sui meccanismi alla base della celiachia. La celiachia è una malattia autoimmune che colpisce, stando alle stime dell’Associazione Italiana Celiachia (AIC), un italiano ogni 100 – 150 ed è provocata da una risposta immunitaria al glutine che, col tempo, danneggia l’intestino tenue. Come prevedibile, i due virus provocavano una risposta immunitaria, tuttavia uno dei due (il T1L) scatenava una reazione più violenta quando l’infezione avveniva in presenza di glutine o ovalbumina.

Gli esperimenti sui topi hanno evidenziato che solamente una delle due forme batteriche porta all’intolleranza al glutine, come ben argomentato dal team di ricercatori sulla rivista Science. La combinazione tra un’infezione intestinale da reovirus e la prima assunzione di glutine potrebbe essere la combinazione perfetta per sviluppare la celiachia in quei bambini particolarmente predisposti geneticamente a questa intolleranza. I sintomi principali della celiachia sono gonfiore addominale, diarrea, stanchezza cronica, iponutrizione e perdita di peso, anemia, dermatite, erpetiforme in corrispondenza di gomiti ginocchia e glutei, vomito, feci pallide maleodoranti e oleose.

L’incontro è rivolto a tutti, anche a coloro che non sono soci Aic.

“Questo studio dimostra in modo chiaro che un virus che non è clinicamente sintomatico può comunque arrecare danni al nostro sistema immunitario“, spiega Bana Jabri, professoressa presso il Dipartimento di Medicina e Pediatria e direttrice di ricerca al Centro della malattia celiaca dell’Università di Chicago, “e preparare il terreno per una malattia autoimmune, e per la celiachia in particolare”. Insomma, una scoperta davvero importante che potrebbe essere la base per risolvere e/o prevenire il problema della celiachia.

In questo lavoro sono stati studiati i Reovirus, che – spiega uno degli autori Terence Dermody – sono una comune famiglia di virus che infettano quasi tutti gli esseri umani durante la loro vita”. E anche livelli molto più alti di espressione del gene IRF1, un regolatore trascrizionale che svolge un ruolo chiave nella perdita di tolleranza al glutine. Secondo gli esperti queste sono le prove che un’infezione da reovirus, che solitamente non ha conseguenze rilevanti, lasci un segno indelebile nell’organismo di individui geneticamente predisposti, orientando il sistema immunitario verso l’ipersensibilità al glutine. “I nostri dati suggeriscono che in bambini ad alto rischio di celiachia (con familiari malati) l’infezione da reovirus al momento dell’introduzione del glutine nella dieta (durante lo svezzamento) potrebbe scatenare una reazione immunologica al glutine culminando nella malattia”, conclude Dermody.

Tuttavia secondo quanto riferito dai ricercatori in questione potrebbero esserci delle persone che sono predisposte alla malattia ma che non lo svilupperanno mai. I ricercatori hanno individuato due ceppi di reovirus sui topi e solo uno dei due si è dimostrato in grado di ridurre la tolleranza al glutine e quindi indurre la celiachia. I ricercatori, inoltre, hanno anche verificato che pazienti celiaci presentano nel sangue dei livelli molto alti di anticorpi specifici contrai reovirus.

Una partita a più giocatori, tra geni e ambiente

La celiachia è una malattia immunitaria scatenata – nei soggetti geneticamente predisposti – dall’ingestione del glutine, proteina contenuta in diversi cereali tra cui grano, orzo e segale. Come è noto, ne è affetto M% della popolazione mondiale. La celiachia risulta dall’interazione tra fattori genetici di predisposizione, in particolare i geni DQ2 e DQ8 dell’HLA, e l’ambiente in cui viviamo. Ambiente, però, non vuol dire solo glutine. Modalità di parto, infezioni virali, alterazioni della flora microbica e pattern di alimentazione infantile sono tutti fattori ambientali chiamati in causa per la perdita di tolleranza al glutine, ma nessuno studio è stato fino ad ora in grado di definire il contributo di questi nello sviluppo della malattia.
Un anno fa sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista “New England Journal of Medicine” due imponenti studi multicentrici, uno europeo e uno tutto italiano: entrambi hanno evidenziato che lo sviluppo della celiachia è dettato principalmente dalla genetica e che non vi sono differenze in termini di rischio di malattia se l’introduzione del glutine nella dieta infantile avviene a 6 o a 12 mesi. Anche il ruolo protettivo dell’allattamento al seno, documentato in passato da diversi studi retrospettivi, non è stato confermato in entrambe le casistiche.

La celiachia e i nostri affascinanti “coinquilini”: il microbioma intestinale

Negli ultimi anni lo studio del microbioma intestinale, la vecchia “flora intestinale commensale”, ha ricevuto sempre maggiori attenzioni da parte della comunità scientifica.
È decisamente affascinante che il microbioma umano consista di 100 mila miliardi di cellule batteriche, ben 10 volte in più rispetto al numero totale delle cellule umane! In aggiunta, si consideri pure che queste cellule batteriche posseggono una notevole quantità di informazione genetica, pari a più di 100 volte quella del genoma umano!

Ogni individuo ospita molte centinaia di specie batteriche, sia Gram-positive (principalmente Clostridium spp, Enterococcus spp. e Lactobacillus spp.) sia Gram-negative (Bacteroidetes spp. Proteobacteria,Fusobacteria e Verrucomicrobi); ognuna di queste poi, produce composti metabolici (metaboliti) che permettono uno stretto dialogo tra le cellule del sistema immune, le cellule intestinali e gli stessi batteri.

È possibile che nella celiachia ci sia un’alterazione del microbiota intestinale?

La risposta è sì, perché sono ormai diverse le segnalazioni della letteratura scientifica a questo riguardo, con alterazioni che possono riscontrarsi solo alla diagnosi per poi regredire con la dieta, altre che possono persistere anche dopo la diagnosi ed alcune che si associano solo a particolari quadri clinici (ad esempio alcuni pazienti celiaci con sintomi “tipici”, quali disturbi intestinali e anemia, tendono ad avere una minore variabilità delle specie batteriche adese alla mucosa duodenale, con una certa preponderanza di Proteobatteri, rispetto ai soggetti con dermatite erpetiforme).

È possibile che vi siano alterazioni della flora batterica che precedano la diagnosi?

Anche in questo caso la risposta è affermativa. Come infatti sottolineato tre anni fa da uno studio pilota americano, su 17 bambini a rischio genetico di celiachia monitorati nei primi anni di vita è stato possibile dimostrare, nell’unico bambino che poi ha sviluppato la malattia, un notevole incremento di lattato nelle feci sia 18 che 12 mesi prima della diagnosi, a suggerire verosimilmente un’alterazione quantitativa dei lattobacilli intestinali. Sempre nell’ambito dello studio, la stessa alterazione è stata identificata in un altro bambino che ha poi sviluppato un’altra malattia autoimmunitaria, il diabete mellito di tipo 1. Questo lavoro pilota, così definito perché pionieristico e propedeutico per uno studio su una popolazione più numerosa, è stato finanziato dall’NIH (National Institute of Health) americano e ha oggi la sua naturale prosecuzione in uno studio analogo, denominato “CD GEMM”; condotto simultaneamente negli USA ed in Italia.

CD GEMM: i fattori ambientali, genetici, microbiomici e metabolomici della celiachia
Lo studio CD GEMM è sponsorizzato dal Massachusetts General Hospital di Boston.

È l’acronimo inglese di Celiac Disease Genetic Enviromental Microbiome and Metabolome, e si tratta di uno studio osservazionale che segue i bambini a rischio genetico di celiachia, dalla nascita fino al raggiungimento dei 5 anni. Lo scopo è identificare i fattori ambientali che causano la stessa. Saranno arruolati complessivamente circa 500 bambini, di cui 250 negli USA e altrettanti in Italia.

Lo studio è coordinato dal Prof. Alessio Fasano, italiano da anni negli USA e attualmente alla guida del centro di ricerca sulla celiachia dell’Università di Harvard. In Italia il reclutamento è al momento attivo presso il centro di Gastroenterologia Pediatrica dell’Umberto I di Roma, la Gastroenterologia dell’Ospedale Maggiore di Milano, il centro di Pediatria di Cava de’ Tirreni (SA) ed il centro di Gastroenterologia Pediatrica dell’Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari. Entrare a far parte di questa ricerca è semplice.

I genitori di bambini con un’età inferiore ai sei mesi, che non hanno ancora iniziato lo svezzamento e che hanno un parente di primo grado celiaco (mamma, papà, fratellino o sorellina), possono inviare una mail all’indirizzo cdgemmita@ mgh.harvard.edu per essere contattati. Per le donne celiache (o madri di celiaci o mogli di celiaci) è possibile entrare nello studio già durante la gravidanza. Lo studio richiede la compilazione di specifici questionari online, un prelievo di sangue due volte all’anno nei primi 3 anni e una volta all’anno nel quarto e quinto anno d’età, e una raccolta di campioni di feci – effettuabile a domicilio – ogni 3 mesi nei primi tre anni e ogni 6 mesi successivamente.
L’obiettivo della ricerca è caratterizzare la flora microbica intestinale di questi bambini ed individuare marcatori fecali della malattia per effettuare una diagnosi precoce ed in futuro suggerire possibili strategie di prevenzione.

Una diagnosi meno invasiva

Rapido e soprattutto indolore. Già, perché l’iter diagnostico per la celiachia non è semplice: si valuta la presenza degli anticorpi nel sangue con un semplice prelievo, poi si procede con la biopsia, ovvero il prelievo di un campione di tessuto dell’intestino per verificare l’atrofia dei villi (ora per fortuna questo secondo esame può essere risparmiato ai bambini, come scriviamo a pag. 8), che conferma la malattia in maniera definitiva. L’endoscopia è un esame fastidioso e per alcuni anche doloroso, al punto che può essere eseguito su richiesta in anestesia totale. In aggiunta il tutto ha dei costi per il sistema sanitario.
Entrambi gli esami, infine, vanno eseguiti durante una dieta che prevede il glutine, altrimenti le risposte potrebbero essere falsate. Anche in caso di sospetta celiachia, se avete già eliminato il glutine di vostra iniziativa perché vedevate che stavate meglio, dovete ricominciare a mangiare glutine affinché gli esami diano dei risultati corretti. È evidente che tutto questo crea disagio nel paziente. Per questo motivo la ricerca sta cercando un’alternativa diagnostica e altrettanto valida per la celiachia.

Un nuovo esame del sangue

E sembra che i ricercatori della Facoltà di Medicina dell’Università di Oslo ci siano riusciti.
Per spiegare come, dobbiamo prima illustrare il funzionamento dei linfociti T dell’intestino. Quando il cibo ingerito arriva nell’intestino viene ridotto in minuscole frazioni e presentato ai linfociti come molecole HLA. Queste presentano vari elementi di ciò che si è mangiato così come ciò che è dentro le cellule. L’obiettivo dei linfociti T è di monitorare le cellule per vedere se sono infettate da virus o batteri. Nel caso della celiachia, i linfociti T pensano che il glutine sia un virus o un batterio e per questo motivo mandano un messaggio alle altre cellule immunitarie di attaccare non solo la proteina del glutine ma anche le cellule, e un enzima che si fissa al glutine: questo è il motivo per cui l’intestino dei celiaci presenta un’infiammazione.
I ricercatori hanno quindi messo a punto un nuovo test per identificare la presenza di molecole HLA: al campione di sangue viene aggiunto un reagente composto da molecole HLA e frazioni di glutine (il reagente è una sostanza che a volte viene aggiunta per identificare la presenza di un’altra sostanza). In questo caso il reagente si fissa ai linfociti T che sono nel campione di sangue.

Al campione sono anche aggiunti degli anticorpi magnetizzati, che a loro volta si legano al reagente. Come spiega uno degli studiosi, il dottor Asbjorn Christophersen, “quando facciamo defluire le cellule del sangue attraverso una colonna magnetica, le cellule che reagiscono al glutine rimangono sospese nella colonna, mentre le altre scivolano via. Abbiamo osservato che i celiaci hanno un numero maggiore di cellute T reagenti al glutine nel loro sangue rispetto al resto della popolazione, anche se seguono una dieta senza glutine (questo perché, si suppone, la risposta immunitaria è ormai avviata). E questo livello è indipendente dalla quantità di glutine assunto”.

Ciò vuol dire che è possibile diagnosticare la celiachia a prescindere se il paziente mangia cibo con il glutine o meno e si può evitare di far mangiare di nuovo glutine al paziente, ed ovviamente si può rinunciare all’endoscopia.

I ricercatori stanno ora conducendo un trial clinico su larga scala con tre gruppi: celiaci, persone non celiache e persone con sintomi simili alla celiachia. È importante aver incluso quest’ultimo gruppo di pazienti, come sottolineano i ricercatori, per verificare se anche loro hanno le cellule che reagiscono al glutine così come i celiaci. Questa nuova tecnica diagnostica, che i ricercatori sperano di poter introdurre nel mercato in pochi anni, può rivelarsi utile anche nello sviluppo di un vaccino per curare la celiachia che sia in grado di sopprimere la risposta immunitaria al glutine. I ricercatori sperano di concludere il trial entro il 2016.

Al ristorante È la situazione più classica: se vi trovate in un locale non certificato AIC, dovrete accertarvi che servano pasti senza glutine e che non ci siano rischi di contaminazione. Non scoraggiatevi e procedete con ordine.
ISe possibile, telefonate prima di arrivare: vi risparmierete incomprensioni o situazioni spiacevoli sul posto, in presenza di chi vi accompagna e degli altri ospiti del locale.
2 Se non avete potuto accertarvi prima, chiedete di parlare con un responsabile (un maTtre di sala, il proprietario, lo chef in persona).
3 Siate discreti: non avete nulla di cui vergognarvi, ma proprio per evitare imbarazzi a voi o a chi deve servirvi, non è necessario attirare l’attenzione di tutto il locale.
4 Siate cortesi: non tutti sanno cosa sia la celiachia né cosa sia il glutine. Preparatevi a spiegarlo con poche e chiare parole, senza scendere troppo nei dettagli.
5 Siate pazienti: la vostra richiesta potrebbe creare un po’ di subbuglio e qualche malumore. Date tempo agli altri di recepire le informazioni e così saranno in grado di rispondere meglio alle vostre esigenze. In genere un ristoratore ha tutto l’interesse ad accontentare un cliente e vedrete che si farà in quattro per voi.

La celiachia è un‟intolleranza permanente al glutine, sostanza lipoproteica presente in alcuni cereali, che, ingerito da soggetti geneticamente predisposti, determina un processo infiammatorio con lesioni della mucosa dell‟intestino tenue, conseguente malassorbimento e manifestazioni extraintestinali. Lo scopo del nostro studio è stato in primo luogo quello di inquadrare la situazione attuale dal punto vista scientifico, epidemiologico e normativo, analizzando poi come questi aspetti si riflettono nella vita quotidiana del celiaco. E‟ stata inoltre condotta un‟analisi della gestione economicosanitaria in materia di celiachia ed una valutazione dell‟approccio di marketing e di comunicazione di alcune aziende alimentari e farmaceutiche nel mercato dei prodotti per celiaci. Questo lavoro vuole proporsi come un approccio alla “persona celiaca” in tutta la sua complessità, considerandola non soltanto come un “paziente”, ma anche come un individuo in cui la condizione clinica si riflette quotidianamente sul piano psichico e socio-relazionale. Per tale motivo, è stato elaborato un questionario da sottoporre alle persone celiache, che è stato diffuso ad amici, parenti e conoscenti, sul social network Facebook ed anche inviato all‟Associazione Italiana Celiachia. L‟ampiezza del campione è stata pari a 550 persone. Oltre a dati di natura scientifica e socio-demografica, sono state raccolte informazioni sull‟impatto emotivo della comunicazione della diagnosi, sul livello di accettazione della celiachia, sui cambiamenti nella vita pratica, relazionale e sociale della persona celiaca. E‟ stata inoltre indagata la genitorialità, ossia come viene vissuto il rapporto con il proprio figlio celiaco, e sono state considerate le speranze e le aspettative future delle persone celiache. Dall‟ incontro con molti celiaci e dalle storie raccolte durante questo studio, è emersa, sopra ogni altra necessità, quella di informare, di raccontare e di farsi conoscere.

Definizione di celiachia La celiachia, definita anche “sprue” o enteropatia da glutine, è una malattia immunomediata scatenata dall‟ingestione di glutine che, in soggetti geneticamente predisposti, determina un processo infiammatorio che porta a lesioni della mucosa dell‟intestino tenue, con conseguente malassorbimento e manifestazioni extraintestinali .

Il glutine è un composto proteico contenuto nelle farine derivanti dai cereali ed è costituito dalle proteine glutenina e gliadina. Quest‟ultima è la frazione in grado di evocare l‟abnorme risposta immunitaria che determina la patologia. Grazie alle sue proprietà visco-elastiche, il glutine è ampiamente usato nell‟industria alimentare: non solo per la produzione di pane, pasta e prodotti da forno, ma anche in altri alimenti quali condimenti già pronti, salse, zuppe o stuzzichini salati. Ci sono, tuttavia, molti cibi naturalmente privi di glutine quali, ad esempio, il latte e i suoi derivati, frutta e verdura fresche, frutta secca, carne, uova, pesce, legumi, mais, riso e grano saraceno.

Storia della celiachia Le possibili origini della celiachia non sono ancora note, tuttavia si ipotizza che sia stata l‟introduzione del glutine nella dieta, a seguito della scoperta dell‟agricoltura e quindi della coltivazione dei cereali, a determinare la comparsa della patologia. Il primo accenno alla celiachia risale al I secolo d.C., quando Aulo Cornelio Celso, medico romano, introdusse il termine koiliakos (dal greco: “coloro che soffrono negli intestini”) per indicare malattie intestinali con diarrea incoercibile. In seguito, nel II secolo d.C, anche Areteo di Cappadocia, medico greco, nel suo scritto “Diatesi celiaca” (“alterazione intestinale”), descrisse per la prima volta soggetti affetti da celiachia, sia adulti che bambini, che presentavano sintomi quali steatorrea, perdita di peso e pallore. Si dovette poi aspettare fino al 1888 per avere la prima definizione di malattia celiaca come “sindrome da malassorbimento intestinale”, grazie a Samuel Gee, medico pediatra britannico, nel suo lavoro dal titolo “The Coeliac Affection”. Egli, pur non avendo piena conoscenza delle cause, individuò nella dieta priva di farinacei una possibilità di terapia. Negli anni ‟50 del XX secolo, il medico olandese Willem Karel Dicke riuscì a dimostrare il ruolo eziologico del glutine nella patogenesi della celiachia. Egli, infatti, osservò che durante la seconda guerra mondiale, i bambini che soffrivano di diarrea cronica associata a malassorbimento intestinale, sintomi tipici della malattia celiaca, migliorarono notevolmente quando, a causa del conflitto, ci fu il cosiddetto “inverno digiuno” (1944-1945) in cui, venendo a mancare le scorte di farina e frumento, i piccoli pazienti venivano sfamati con patate, banane ed altri alimenti inconsueti tra cui i bulbi di tulipano. Terminata la guerra, con il ritorno alla normalità alimentare, Dicke notò il ripresentarsi dei sintomi. Grazie a questa brillante osservazione, egli giunse all‟identificazione del glutine come causa della celiachia.

Nel 1954 venne descritta per la prima volta la presenza di atrofia dei villi con ipertrofia delle cripte, mentre a metà degli anni „60 venne suggerita un’ereditarietà autosomica dominante con penetranza incompleta. Inizialmente, la celiachia era una malattia che poteva essere diagnosticata solo dopo la morte, facendo l‟autopsia ed esaminando la mucosa intestinale. Successivamente, l‟introduzione della tecnica bioptica che consentiva di prelevare ed esaminare la mucosa digiuno-duodenale, ha permesso la diagnosi anche nei soggetti in vita. In seguito si sono diffusi test sierologici basati sull‟utilizzo di anticorpi sufficientemente sensibili e specifici, che hanno permesso di semplificare l‟iter diagnostico. Dalla fine degli anni ’80 e nel corso degli anni ‟90 venne scoperto il ruolo del complesso maggiore di istocompatibilità e della transglutamminasi tissutale nella patogenesi della celiachia.

In Italia, il 20% delle persone soffre di disturbi digestivi e di vere e proprie patologie dell’apparato digerente provocate da un’alimentazione scorretta, stili di vita sregolati, assunzione cronica di farmaci, ma anche da fisiologici processi di invecchiamento.
Sono queste le situazioni in cui si verificano disfunzioni della secrezione degli enzimi preposti alla digestione degli alimenti e all’assorbimento dei nutrienti, con riflessi negativi anche sulla funzionalità del fegato e del pancreas.

Gli organi coinvolti
La digestione è un processo a cui concorrono varie funzioni e che coinvolge numerosi organi e sistemi: lo stomaco e l’intestino tenue esercitano un controllo di tipo meccanico (transito gastro-intestinale), mentre fegato e pancreas fungono da controllori dei processi digestivi. Contemporaneamente il sistema nervoso centrale agisce elaborando e regolando i segnali nervosi e biochimici. Da non dimenticare poi l’importante ruolo
svolto dal microbiota intestinale, che partecipa in modo decisivo alla funzione digestiva, contribuendo a digerire sostanze altrimenti indigeribili e al mantenimento dell’omeo- stasi infiammatoria intestinale.

Gli enzimi
La funzione enzimatica gioca un ruolo cruciale nei processi digestivi e numerosi sono gli enzimi coinvolti:
amilasi salivari e pancreatiche, pepsina gastrica, lipasi epatiche e pancreatiche, tripsina e chimotrip- sina, lattasi e peptidasi intestinali. La secrezione pancreatica e biliare è stimolata a sua volta da ormoni gastrointestinali e coinvolge il sistema nervoso centrale così come quello enterico: tutti questi sistemi interagiscono non solo a livello digestivo, ma anche immunitario e nervoso, al punto che l’insieme di questi sistemi viene denominato Gut-Brain Axis (asse intestino- cervello).

Un equilibrio delicato

La stretta regolazione dei meccanismi digestivi è essenziale per il loro corretto funzionamento e per evitare l’insorgere di squilibri di tipo enzimatico che possono alterare l’assorbimento dei nutrienti ma anche i delicati meccanismi che regolano le relazioni tra sistema nervoso centrale e sistema nervoso enterico, con conseguenze negative sul benessere psicofisico generale della persona.
Basti pensare che l’insufficiente produzione di enzimi pancreatici porta ad una riduzione dell’attività della CCK (colecistochinina) nel periodo dopo il pasto. L’aumento di CCK circolante, secondario al tentativo di sopperire alla sua mancata azione, provoca l’alterazione della risposta del sistema nervoso centrale all’assunzione di cibo. Alcuni dei sintomi più comuni di questo squilibrio sono l’insorgere di sazietà precoce e l’aumento di sonnolenza e pesantezza dopo i pasti. Fondamentale a questo livello è il ruolo della grelina e della leptina, ormoni prodotti rispettivamente a livello gastrico e dal tessuto adiposo; il primo stimola l’appetito mentre il secondo regola il senso di sazietà. L’equilibrio grelina/leptina è alterato, per esempio, in presenza di disfunzioni epatiche o di alterazioni della microflora intestinale; questi squilibri sono riscontrabili anche in presenza di sindromi da malassorbimento, dove la riduzione dell’assorbimento di sostanze nutritive fa scattare un meccanismo compensatorio basato sull’aumento di grelina e quindi dell’appetito, e nell’obesità, dove invece la leptino-resistenza si traduce in aumento del tessuto adiposo.

Cosa influenza negativamente la digestione

Un’alimentazione ricca di grassi e carboidrati e il consumo frequente di cibo spazzatura sono alcuni dei fattori che possono predisporre a problemi digestivi. A questi si possono aggiungere l’età (dopo i 40 anni la funzionalità enzimatica digestiva si può ridurre anche del 50%), stili di vita sregolati e l’assunzione cronica di farmaci. Possono quindi verificarsi delle disfunzioni della secrezione degli enzimi digestivi necessari alla digestione degli alimenti: si comincia a digerire meno o solo in parte alcuni alimenti complessi come il latte e i derivati, o alcuni nutrienti come zuccheri, proteine e lipidi.

I sintomi
Quelli legati ad una cattiva o lenta digestione sono pesantezza e sonnolenza dopo i pasti, aumento dei fenomeni fermentativi e putrefattivi intestinali, gonfiore addominale, meteorismo e cefalea. Se la disfunzione enzimatica persiste, si riduce l’assorbimento dei nutrienti, si alterano le funzioni epatica e pancreatica e si modifica la composizione del microbiota intestinale.

Come contrastare questi disturbi

Abbiamo chiesto alla dottoressa Barbara Aghina, biologo molecolare responsabile nutraceutica e dispositivi medici di Guna, come evitare o ridurre questi disturbi, soprattutto in presenza di celiachia.
Parlando di alimentazione, ci sono cibi che possono favorire o al contrario evitare tali disturbi?
Sono da preferire pasti non troppo abbondanti, più contenuti e frazionati nel tempo (senza eccedere anche nella frequenza); è raccomandabile un buon equilibrio tra cibi cotti e crudi: per esempio, è ideale associare sempre ad un cibo cotto un’insalata cruda; sono assolutamente da preferire i cibi biologici (che assicurano un alto valore nutrizionale), certamente no OGM ed in generale sono da evitare cibi in scatola o in lattina, surgelati e precotti; dato che la celiachia riconosce un importante componente infiammatoria, è bene evitare alimenti pro-infiammatori (per esempio zucchero raffinato, alcol, dolcificanti, caffè, bibite gassate) e privilegiare quelli antinfiammatori come i vegetali a foglia verde (cavolo nero, cicoria, bietole), frutti di bosco (mirtilli, lamponi, more) e legumi. Infine, moderazione con uova, crostacei, soia, mais. Può anche essere importante verificare con il proprio medico la concomitanza di intolleranze a latte e latticini. Soprattutto nelle donne, per l’aumentata incidenza di osteoporosi in soggetti celiaci (per le sindromi di malassorbimento associate) è consigliabile una dieta che includa anche cavolo, sesamo, fichi e fagioli.
Dato che le nostre capacità digestive “diminuiscono” con il progredire dell’età, quando e come è necessario cominciare a modificare la propria dieta? Poiché la nostra salute dipende anche dal tipo di alimentazione e dalla qualità dei
cibi, prima si presta attenzione a questo aspetto meglio e più a lungo si vivrà. Proprio in questi mesi il MOIGE-Movimento Italiano Genitori, la SIPPS-Società Italiana di Pediatria Prev entiva e Sociale e l’AMIOT-Associazione Medica Italiana di Omotossicologia stanno promuovendo nelle scuole italiane la Campagna “Mangia Bene,
Cresci Bene”.
Sicuramente dopo i 40 anni diventa fondamentale prestare più attenzione a come ci si alimenta.
Oltre che a tavola, quali modifiche allo stile di vita si possono apportare?
Fare esercizio fisico moderato per almeno 30 minuti al giorno; coricarsi presto; bere almeno
30 mi d’acqua per kg di peso corporeo al giorno; alcalinizzare l’organismo e bilanciare il pH:
frutta e verdura fresca sono i più efficaci alcalinizzanti, in alternativa ( scegliere un buon integratore alimentare; è consigliato fare un’abbondante colazione, un pranzo normale ed una cena non abbondante o comunque non fare un pasto abbondante prima di coricarsi; evitare il fumo (è necessario ribadirlo ancora?); mantenere bassi i livelli di stress.
A lungo andare, questi disturbi digestivi possono in qualche modo danneggiare anche gli organi coinvolti? Sicuramente sì, e visto che il sistema digerente è un po’ come il “grande fratello” che controlla anche altre funzioni, la cattiva alimentazione si ripercuote pian piano sull’efficienza di tutti gli organi.

Ci conoscemmo, cari lettori, qualche tempo fa con un articolo che titolava: “La Dieta Mediterranea”, in particolare approfondimmo gli aspetti nutrizionali e la declinammo nella versione gluten free.
Cosa è cambiato? C’è qualcosa di nuovo? Questa Green Blue Diet è la nuova formula magica per superare la temuta ‘prova costume’? Assolutamente nulla di tutto ciò!
È vero, parlammo di dieta mediterranea ponendo su un piano privilegiato sia il suo modello nutrizionale, per la correttezza e completezza dei nutrienti, sia il modello comportamentale. Quell’insieme cioè di competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni che vanno dal paesaggio alla tavola.
Proprio in questo ultimo rigo c’è lo spunto per riflettere ancora meglio sulla dieta mediterranea e declinarla in versione green e blue. I tempi sono infatti, maturi per guardare la dieta mediterranea a 360°, o meglio conoscerla anche nei suoi aspetti ecologici.
È proprio l’ecologia infatti, il trait d’union tra scienza della vita e scienza della terra… benessere
dell’individuo e dell’ecosistema (o bioma) in cui viviamo!
Paesaggio e tavola
Benessere personale e benessere del pianeta: sono binomi che già ben si delineano nei riconoscimenti che la stessa dieta mediterranea ha ottenuto. È infatti, unanimemente riconosciuta dalla comunità scientifica per la correttezza del modello nutrizionale proposto che salvaguarda la salute dell’individuo (anche di coloro che devono porre attenzione all’ingestione di glutine) e al contempo nel 2010 è stata annoverata dall’UNESCO nell’elenco dei beni immateriali dell’umanità per l’insieme di tradizioni e competenze che salvaguardano la salute del Pianeta. Frugalità,
territorialità, biodiversità e stagionalità sono i capisaldi della dieta mediterranea che la incoronano come sostenibile ed etica. Vediamo insieme questi diversi aspetti.
Frugalità
Il concetto di frugalità non richiama certo povertà e/o miseria quanto piuttosto equilibrio, moderazione, giusta porzione per ciascun alimento, sia esso di origine vegetale che animale.
Il rispetto delle porzioni racchiude la doppia valenza eGologica ed eCologica.
La porzione di cibo corretta fa bene a ciascuno di noi (dimensione eGologica) perché permette il mantenimento del giusto peso – tecnicamente definito normopeso – o, meglio ancora permette il mantenimento delle circonferenze salutari (parliamo di quelle dell’addome): uomo minore/uguale a 92 cm e donna minore/uguale a 80 cm. Valori questi che, mantenuti, permettono di ridurre il rischio di patologie cronico-degenerative con particolare riferimento alle patologie cardiovascolari.
Al tempo stesso la giusta porzione di cibo porta con sé la dimensione eCologica: permette di evitare lo spreco alimentare. Recenti dati hanno messo in luce che 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile sono sprecati ogni anno e ciò significa che la comunità mondiale spreca 1/3 della produzione totale di alimenti e 4 volte la quantità necessaria a nutrire gli 805 milioni di individui malnutriti per difetto nel mondo. Entrando ancora più nel dettaglio, in Italia si sprecano 146 kg di cibo a persona ogni anno.
Biodiversità, territorialità e stagionalità
Gli ultimi tre capisaldi: biodiversità, territorialità e stagionalità mettono in evidenza ancor più la sostenibilità e l’etica della dieta mediterranea, anche in versione senza glutine. È una alimentazione sostenibile quella che non ha effetti negativi a lungo termine su ambiente, società ed economia, oltre ovviamente sulla salute. Leggendo i dati emersi da uno studio che aveva l’obiettivo di confrontare l’impatto ambientale e il costo della dieta mediterranea rispetto ad una dieta iper- proteica e agli attuali consumi alimentari degli italiani, balza subito all’occhio l’evidenza! (vedi tabella a pag. 23)
È evidente come l’impatto ambientale della dieta mediterranea risulti essere inferiore rispetto a quello di una dieta iperproteica e a quelli che sono i consumi reali. Ecco allora che i due termini inglesi che ho giocosamente avvicinato alla locuzione dieta mediterranea (green e blue) non risultano più così sibillini. Mangiare mediterraneo significa mangiare cibo sano che a sua volta consente di mantenere a lungo la nostra salute. Cibo sano significa anche agricoltura sostenibile a tutela della salute del pianeta e delle sue risorse (suolo
ed acqua). Nutrire non basta ma bisogna guardare in modo speciale al diritto umano al cibo sano. Questo è l’aspetto etico e questo sarà anche il focus della Biennale della dieta mediterranea calendarizzata per il 2016.
L’aspetto economico
In chiusura un altro tassello all’aspetto etico si aggiunge guardando all’economica: la dieta mediterranea ha un costo settimanale a persona pari a circa 35 euro, contro i 65 euro di una dieta iperproteica. Questo dato è in netto contrasto con il parlare comune, infatti il costo percepito, determinato da diversi fattori, non trova riscontro nel prezzo sostenuto. La cattiva informazione e la mancata educazione portano così ad una ripartizione della spesa errata: si consuma molta carne e meno frutta e verdura rispetto a quanto previsto dalla dieta mediterranea. Tutto ciò ha un forte impatto ambientale come i dati riportati hanno dimostrato.
E per il gluten free?
Se tutto questo sembra filare liscio come l’olio per la dieta mediterranea, qualche perplessità potrebbe nascere quando pensiamo alla dieta mediterranea gluten free. Non è così, anzi… Un’alimentazione sostenibile è tale quando prevede il consumo di cibo nutrizionalmente sano e a bassa impronta in termini di uso di suolo e risorse idriche, con basse emissioni di carbonio e azoto, attento alla conservazione della biodiversità e degli ecosistemi, ricco di cibi locali e tradizionali, equo ed accessibile a tutti. Molti dei cibi naturalmente senza glutine rispondono a tale connotazione senza forzatamente spostarsi verso un’alimentazione ricca di carne e pesce. Pur rimanendo nella scelta di prodotti di origine vegetale, i menu sono e saranno variati, ricchi, equilibrati e rispettosi dell’ambiente.
Mi piace aggiungere poi, un’altra considerazione sugli aspetti etici della dieta mediterranea green e blue gluten free. In particolare il focus va ai cereali naturalmente senza glutine. Ultimamente il panorama si è allargato molto e non si parla più solo di riso e mais,
ma si includono i cereali minori – coltivati in aree povere del mondo – e gli pseudocereali. Scegliere tali cereali e i prodotti confezionati che utilizzano farine derivate da questi significa dunque rispettare
il pianeta, la biodiversità, la stagionalità ma anche offrire possibilità di crescita, di ingresso in mercati mondiali con conseguente sviluppo e crescita economica delle popolazioni povere.

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