Ancona shock: Otite curata con omeopatia, dopo giorni di agonia muore a 7 anni

Un’otite curata con gli omeopatici ha portato alla morte un bimbo di 7 anni. Il bambino non ha avuto altre patologie come la meningite. Ciò significa che nessuna valutazione dell’efficacia del prodotto è stata effettuata dall’autorità competente. TgCom 24 ha riportato le dichiarazioni della madre del piccolo, ora sotto accusa: “Andate via, vi sembra il momento? State solo approfittando del nostro dolore…”.

Il Salesi ha trasmesso una segnalazione sul caso alla procura di Ancona e a quella dei minori. Persistenza del quadro neurologico di coma irreversibile.

I medici hanno fatto il possibile per salvare la vita del piccolo – giunto nel plesso anconetano il 24 maggio, ndr – compresa una delicata operazione chirurgica, nella notte tra mercoledì e giovedì, per rimuovere l’infezione che ha aggredito il tessuto cerebrale.

E’ stato dichiarato clinicamente morto Francesco, il bambino di 7 anni originario di Cagli, che era seguito da tre anni da un’omeopata di Pesaro.

Ed il dibattito sull’obbligo delle vaccinazioni per accedere alla scuola è veemente: sono migliaia le famiglie che si ribellano all’obbligo di vaccinazione, nonostante tutti i più illustri esperti del mondo ne ribadiscano l’efficacia e la necessità, per debellare per sempre virus che al contrario stanno tornando. A quanto pare il piccolo aveva inizialmente una semplice otite che i genitori hanno deciso di curare con dei medicinali omeopatici e non con farmaci tradizionali. Le condizioni del bambino peggiorarono però ulteriormente – racconta ancora il Corriere Adriatico – era sempre più debole, con la febbre che andava e veniva.

Le cure omeopatiche sono valse a nulla e la malattia è degenerata fino a interessare il cervello del piccolo, che da Urbino – alle 4 di notte – è stato portato all’ospedale Salesi di Ancona, dove il neurochirurgo ha disposto la profilassi antibiotica. Tra una settimana si capirà se l’infezione è regredita o se sarà necessario un intervento chirurgico.

1) L’otite media acuta ( OMA ) è caratterizzata da insorgenza improvvisa e breve durata. E’ presente una flogosi acuta della membrana timpanica, accompagnata da effusione all’interno del cavo timpanico. Sono concomitanti uno o più sintomi di infezione acuta: otalgia, febbre, irritabilità, anoressia, vomito. Esiste il fischio di complicanze suppurative endocraniche e talora è possibile una cronicizzazione della patologia.

2) L’otite media ricorrente (OMAR) è caratterizzata da episodi recidivanti (>3 in 6 mesi ). Tra gli intervalli può persistere il versamento.

3) L’otite media secretoria (OMS) è caratterizzata dalla presenza di effusione endotimpanica in assenza di perforazione della membrana timpanica e di segni e sintomi di infiammazione acuta. Può definirsi anche otite media cronica quando la persistenza dell’effusione supera le 8-12 settimane.

INCIDENZA L’incidenza è estremamente elevata: un recente studio condotto negli Stati Uniti dal gruppo di Boston ha dimostrato che quasi il 90% dei bambini presenta almeno un episodio di OMA entro il terzo anno di vita, mentre circa il 50% presenta almeno tre episodi.

EPIDEMIOLOGIA Tra i fattori epidemiologici più importanti va sottolineata la stagionalità.: la stragrande maggioranza delle forme di OMA è preceduta da un’infezione virale delle alte vie respiratorie e di conseguenza l’OMA ha un picco di comparsa nel periodo autunno-inverno.

PATOGENESI La patogenesi dell’otite media è strettamente correlata a due fattori: la struttura della tuba di Eustachio e la presenza di agenti patogeni nel rinofaringe. Nel bambino infatti la tuba di Eustachio è, rispetto all’adulto, più orizzontale (l’inclinazione è di soli 100), di diametro inferiore e più corta. Ciò condiziona un maggior coinvolgimento della tuba in tutti i processi infiammatori a carico del naso e del rinofaringe, con più facile risalita delle secrezioni dal rinofaringe verso il cavo timpanico e più difficile drenaggio dell’effusione

DIAGNOSI La diagnosi dell’otite media acuta si basa fondamentalmente sull’utilizzo dell’otoscopio. Infatti l’anamnesì è per la patologia auricolare poco contributiva perché in una considerevole proporzione di bambini, specie nei primi anni di vita la sintomatologia è sflhmata o aspecifica o del tutto assente. In particolare, l’otalgia può mancare in circa il 25% dei bambini di età inferiore ai 2 anni. Inoltre, quando presente, può non essere riferibile ad un’infiammazione dell’orecchio medio ma ad una patologia dell’orecchio esterno o addirittura ad un coinvolgimento dell’articolazione temporomandibolare, dei denti o del faringe.

La corretta esecuzione dell’esame otoscopico presuppone che il bambino sia posizionato in modo corretto: ciò è determinante sia per poter visualizzare in modo ottimale il condotto auricolare sia per impedire che il soggetto possa compiere bruschi movimenti durante la procedura e possa conseguentemente provare dolore. Inoltre, per rendere ottimale la visione della membrana timpanica, è necessario cercare di ridurre le naturali curvature del condotto. Per fare ciò è necessario esercitare una trazione sul padiglione auricolare che porti a rettilineizzare il canale stesso. Nel lattante la trazione deve essere fatta sul lobulo, tirando verso il basso mentre nel bambino più grande, analogamente all’adulto, la trazione deve essere esercitata sulla parte superiore del padiglione, tirando verso l’alto.

L’ispezione della membrana timpanica è volta a valutare sei diverse caratteristiche : integrità, posizione, colore, trasparenza, luminosità, mobilità. Per avere riferimenti spaziali fissi si è convenuto di suddividere la membrana timpanica in 4 quadranti (antero-superiore, antero-inferiore, postero-superiore, postero-inferiore ) che si ottengono prolungando il manico del martello sino alla parete inferiore del condotto auricolare e tracciando una linea perpendicolare a questa linea, che passi attraverso l’umbus. La membrana timpanica normale è ntegra, un poco concava verso l’esterno e separa il condotto auricolare dalla cavità dell’orecchio medio in cui è contenuta la catena degli ossicini. Il manico del martello è ben evidente ma non prominente. Il colore èuniformemente bianco-perlaceo e la trasparenza tale da permettere di intravedere le strutture dell’orecchio medio. La luminosità del timpano e legata all’integrità dell’epitelio di superficie ed è indicata dalla presenza del triangolo luminoso, determinato dalla riflessione della luce di illuminazione proveniente dall’otoscopio, situato nel quadrante anteroinferiore. La mobilità è la caratteristica più specifica e sensibile nell’identificare la presenza di effusione endotimpanica: la membrana timpanica normale, infatti si muove liberamente se sottoposta a modificazioni pressorie in senso positivo o negativo dirette sulla sua superficie. L ‘otite media acuta in fase iniziale è di difficile identificazione:assolutamente necessario che la membrana timpanica venga visualizzata nella sua interezza. Infatti i rilievi patologici sono presenti di solito solo nel quadrante postero-superiore (che appare iperemico e lievemente estroflesso) che può essere facilmente sottovalutato. Il triangolo luminoso è ben evidente, a dimostrazione del fatto che la sua presenza non può essere considerata sinonimo di “normalità” della membrana timpanica. In fase conclamata la diagnosi di otite media acuta è agevole: la membrana timpanica appare fortemente iperemica, con una sfumatura giallastra, opaca, con una superficie distrofica e intensamente estroflessa. La risposta alla pressione esercitata con l’otoscopio pneumatico è nulla: la membrana è immobile per la presenza dell’essudato che colma la cavità timpanica.

EZIOLOGIA I batteri sono gli agenti eziologici di oltre l’80% delle otiti medie acute. Nei bambini di superiore alle 6 settimane, ed in modo uniforme fino all’età scolare, lo Streptococcus pneumoniae, l’Haemophilus influenzae e la Branhamella catarrhalis sono i germi più frequentemente responsabili ( complessivamente 50-80% dei casi). Solo tre sierotipi di Streptococcus pneumoniae  sono in causa, mentre l’Haemophilus influenzae è nel 90% dei casi non tipizzabile. I virus hanno un ruolo importante nell’innescare il processo flogistico a carico della tuba di Eustachio ma un ruolo modesto nel mantenere autonomamente l’infezione a livello dell’orecchio medio.

L’OTITE MEDIA CRONICA L’otite media cronica è stata individuata come la causa del Suo problema auricolare. La presenza o meno dei sintomi è in relazione al fatto che la malattia è in fase attiva o meno, da un eventuale interessamento dell’osso mastoideo e dalla presenza o meno di una perforazione timpanica. Da ciò ne può conseguire un’otorrea (fuoriuscita di materiale dall’orecchio anche male odorante), una ipoacusia (diminuizione dell’udito), degli acufeni (ronzii, fischi, pulsazioni), vertigini, dolori e raramente paralisi del nervo facciale.

FUNZIONI DELL’ORECCHIO NORMALE L’orecchio viene diviso in 3 parti: l’orecchio esterno, l’orecchio medio e l’orecchio interno. Ogni parte ha la sua funzione. Le onde sonore vengono convogliate dall’orecchio esterno ed attraverso il condotto uditivo esterno giungono alla membrana timpanica che trasmette le vibrazioni ai 3 ossicini presenti nell’orecchio medio (martello, incudine e staffa). Attraverso la coclea (orecchio interno) le vibrazioni vengono trasformate in impulsi elettrici che tramite il nervo acustico raggiungono il cervello.

IPOACUSIA (PERDITA DELL’UDITO) Esistono diversi tipi di sordità; se il problema riguarda l’orecchio esterno e/o l’orecchio medio si parla di sordità trasmissiva, se, invece, il problema riguarda l’orecchio interno si parla di sordità di percezione (neurosensoriale). Quando la lesione interessa sia l’orecchio medio che quello interno si può avere una sordità mista.

INFEZIONI DELL’ORECCHIO MEDIO Qualsiasi malattia che interessi la membrana timpanica o gli ossicini può causare una perdita uditiva se interferisce con i meccanismi di trasmissione del suono. La perdita uditiva può essere una conseguenza di una perforazione della membrana timpanica o di una distruzione parziale o totale della catena ossiculare. In seguito ad una infezione dell’orecchio la membrana timpanica può perforarsi; tale perforazione si può chiudere anche spontaneamente, ma se questo non avviene potrebbe subentrare una perdita uditiva, spesso associata a dei rumori ed ad un’otorrea costante o intermittente.

COLESTEATOMA Una particolare forma di otite cronica è il colesteatoma, che consiste in una cisti di pelle desquamata che si accumula nell’orecchio medio e nell’osso situato posteriormente ad esso (mastoide). Tale cisti se non asportata continua ad ingrandirsi distruggendo tutte le strutture circostanti. I primi ad essere interessati sono solitamente gli ossicini, ma col tempo possono essere coinvolti l’orecchio interno, il nervo facciale con successiva paralisi facciale, con rischi potenziali di perdita totale dell’udito, vertigini invalidanti (fistole dei canali semicircolari, meningite ed ascesso cerebrale (interruzione del tegmen timpani e propagazione dell’infezione al cervello. In caso di colesteatoma il trattamento medico fornisce un miglioramento solo temporaneo della malattia, che per essere completamente risolta va rimossa chirurgicamente. Di fronte ad un caso di colesteatoma il primo obiettivo dell’intervento chirurgico è quello di ottenere un orecchio sano ed asciutto, mentre passa in secondo piano il problema uditivo.

PRECAUZIONI In presenza di un’otite media cronica semplice o di un colesteatoma va evitata assolutamente l’introduzione di acqua nel condotto uditivo esterno, in quanto questo comporta frequentemente l’instaurarsi od il riacutizzarsi di un processo infettivo. In caso di raffreddori bisogna soffiare il naso, lentamente ed una narice per volta, per evitare il propagarsi dell’infezione all’orecchio medio tramite la tuba di Eustachio. Le secrezioni auricolari devono essere asciugate spesso e le gocce auricolari devono essere applicate secondo prescrizione medica.

TRATTAMENTO MEDICO Il trattamento medico spesso è in grado di far regredire temporaneamente l’otorrea. Tale trattamento consiste principalmente nella pulizia accurata dell’orecchio (aspirazione delle secrezioni e lavaggi con soluzione alcoolica di acido borico al 2%) ed a volte nell’applicazione locale di gocce auricolari a base di antibiotici. Raramente sarà necessario assumere antibiotici per via orale od intramuscolare.

TRATTAMENTO CHIRURGICO Per tanti anni il trattamento chirurgico dell’otite cronica è stato rivolto soprattutto al controllo ed alla prevenzione delle possibili complicanze. Attualmente il progredire delle tecniche ha reso possibile, nella maggior parte dei casi, anche la ricostruzione del meccanismo uditivo. Tale chirurgia, generalmente, viene eseguita presso il nostro Centro, in anestesia locale; tranne che nei bambini o in casi particolari.

In alcuni casi è possibile intervenire attraverso il condotto uditivo esterno, più frequentemente è necessario praticare un’incisione cutanea a livello del solco retroauricolare. Per la riparazione della membrana timpanica la nostra preferenza va ad un tessuto prelevato dal paziente stesso (fascia del muscolo temporale) attraverso la stessa incisione chirurgica. Gli ossicini erosi possono essere rimodellati ed usati per la ricostruzione della catena ossiculare; quando completamente assenti od inutilizzabili vanno sostituiti da protesi o da cartilagine. Talvolta, per evitare la formazione di tessuto cicatriziale, può essere lasciata una lamina di materiale plastico (Silastic) all’interno dell’orecchio. In alcuni casi si rende necessario eseguire l’intervento in 2 tempi, a distanza di 6-12 mesi l’uno dall’altro. Nel corso del primo tempo solitamente si rimuove la malattia e si ricostruisce la membrana timpanica, mentre durante il secondo si controlla che non siano rimasti residui di patologia e si provvede alla ricostruzione della catena ossiculare. Spesso tra i 2 tempi si può verificare un ulteriore peggioramento uditivo dovuto alla completa assenza della catena ossiculare. In genere questi interventi richiedono 2-3 giorni di ricovero e 7-10 giorni di convalescenza. La guarigione avviene nella maggior parte dei casi in 6-8 settimane. Il miglioramento uditivo definitivo è solitamente valutabile 2-3 mesi dopo l’intervento.

MIRINGOPLASTICA (RICOSTRUZIONE DELLA MEMBRANA TIMPANICA) Nei casi di otiti ricorrenti o di traumi, la perforazione della membrana timpanica può non rimarginarsi completamente; ne consegue, pertanto, un’ipoacusia di grado variabile nonostante la catena ossiculare intatta. La miringoplastica consiste nella ricostruzione della sola membrana timpanica con il duplice scopo di proteggere l’orecchio medio dall’ambiente esterno e di recuperare la sordità di trasmissione. Nella maggior parte dei casi gli interventi possono essere eseguiti in anestesia locale. In alcuni casi è possibile intervenire attraverso il condotto uditivo esterno, più frequentemente è necessario praticare un’incisione cutanea a livello del solco retroauricolare. Per la riparazione della membrana timpanica la nostra preferenza va ad un tessuto prelevato dal paziente stesso (fascia del muscolo temporale) attraverso la stessa incisione chirurgica.

TIMPANOPLASTICA Nella timpanoplastica oltre a riparare la membrana timpanica viene ricostruita anche la catena degli ossicini, danneggiata dalla malattia. Può essere necessaria l’apertura della mastoide. Ne esistono 2 tipi principali, la timpanoplastica chiusa e la timpanoplastica aperta. Nella TIMPANOPLASTICA CHIUSA viene rispettata l’anatomia dell’orecchio medio, aprendo la mastoide ma lasciando integra la parete posteriore del condotto uditivo esterno. Richiede quasi sempre l’esecuzione di 2 tempi chirurgici. Le indicazioni per questo tipo di tecnica sono: otite colesteatomatosa nei bambini e nei pazienti che presentano una mastoide molto pneumatizzata, presenza di colesteatoma mesotimpanico, colesteatomi che hanno causato solo una minima erosione epitimpanico.

Nella TIMPANOPLASTICA APERTA invece la parete posteriore del condotto uditivo esterno viene abbattuta, creando così una sola cavità comprendente condotto uditivo e mastoide e ricostruendo un piccolo orecchio medio. Per garantire una sufficiente areazione di tale cavità è necessario allargare anche l’orifizio esterno del condotto (plastica della conca) (vedi figure). Viene utilizzata quasi esclusivamente nei casi di colesteatoma, in quanto garantisce una maggior sicurezza nei riguardi delle recidive. Anche con questa tecnica, a volte, risulta necessario eseguire 2 tempi chirurgici a distanza di 6-12 mesi l’uno dall’altro. Nel corso del primo tempo solitamente si rimuove la malattia e si ricostruisce la membrana timpanica, mentre durante il secondo si controlla che non siano rimasti residui di patologia e si provvede alla ricostruzione della catena ossiculare. Spesso tra i 2 tempi si può verificare un ulteriore peggioramento uditivo dovuto alla completa assenza della catena.

OBLITERAZIONE DELL’ORECCHIO MEDIO Nei casi con sordità totale preoperatoria e con diffusione massiva del colesteatoma alla rocca petrosa, l’exeresi della patologia può essere seguita da una completa obliterazione e chiusura dell’orecchio, in modo che questo non dia più alcun problema nel futuro. Come materiale di obliterazione è usato un pezzetto di grasso addominale.

RISCHI CHIRURGICI 1.Infezione: il 5% dei pazienti potrebbe avere dei problemi infettivi dopo l’intervento con una eventuale riperforazione del neotimpano. 2. Perforazione: in circa il 5% dei casi. 3. Peggioramento dell’udito: si verifica nell’1-2% dei casi. In casi rarissimi si può avere una sordità totale definitiva dal lato operato. 4. Vertigini: comuni i primi giorni, raramente di lunga durata. 5. Acufeni: un loro peggioramento è possibile in circa l’1% dei casi. L’intervento non offre alcuna garanzia riguardo la loro scomparsa! 6. Paralisi di metà faccia: talvolta è indotta dall’anestetico locale e regredisce in alcune ore. Si verifica raramente a distanza dell’intervento per un edema del nervo facciale e regredisce con terapia medica. Estremamente rara la possibilità di un danneggiamento chirurgico del nervo. 7. Disturbi del gusto: comuni nei primi 2 mesi, di solito scompaiono spontaneamente. 8. Ematoma. 9. Pericondrite: in rarissimi casi un’infezione dei tessuti cartilaginei può causare malformazioni del padiglione auricolare. Se l’intervento richiede un’apertura della mastoide, complicanze rarissime sono la fuoriuscita di liquido cerebrale, la meningite e l’ascesso cerebrale.

DISTURBI POSTOPERATORI • Sensazione di liquido nell’orecchio: frequentissima i primi giorni. • Disturbi del gusto e secchezza della bocca: possono manifestarsi per alcune settimane dopo l’intervento. In una piccolissima percentuale di casi possono restare per sempre. • Ronzii o rumori nell’orecchio interessato: se presenti prima dell’intervento potrebbero non scomparire. Se l’udito dovesse peggiorare, il ronzio può persistere o peggiorare. • Perdita di sensibilità del padiglione: frequente in caso di incisione retroauricolare; può durare fino a 4-6 mesi. • Dolori durante la masticazione: frequenti quando è necessario modellare la parete anteriore del condotto. Scompaiono spontaneamente in 1-2 mesi.

PRECAUZIONI POSTOPERATORIE L’unica importante precauzione dopo l’intervento consiste nell’evitare di far entrare acqua nel condotto uditivo. È anche consigliabile soffiare il naso delicatamente, starnutire a bocca aperta e non guidare l’auto per 3-4 giorni. Non esistono controindicazioni per viaggiare in auto, treno od aereo.

CONSIDERAZIONI GENERALI Se nel Suo caso l’intervento non è urgente, è consigliabile eseguire controlli periodici soprattutto se si ha dell’otorrea. Se dovesse insorgere del dolore in zona auricolare, un’aumentata secrezione, vertigini o paresi facciale, bisogna contattare immediatamente il medico. È buona norma informare il chirurgo di malattie preesistenti o in corso di trattamento, onde valutare un eventuale nesso patologico e concordare il trattamento terapeutico più idoneo.

Omeopatia

E’ben nota la posizione della Federazione Nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri espressa con la delibera di Temi del 2002 che, includendo alcune pratiche non convenzionali all’interno dell’atto medico, intese innanzitutto disegnare un confine di responsabilità a tutela della salute dei cittadini e nel rispetto delle competenze del medico, garante della qualità e sicurezza delle proprie prestazioni professionali. Oggi, nella medesima linea, si deve ribadire che i più elevati parametri culturali della società, la forte domanda di qualità di vita e di nuovi modelli di benessere determinano l’esigenza di governare le nuove criticità e i differenti codici valoriali che il Sistema Salute nella sua complessità esprime. L’impegno che ci viene chiesto, quindi, è di essere in grado di decodificare una realtà sanitaria che negli ultimi decenni appare completamente mutata che aumenta e non riduce i profili di responsabilità tecnico-professionali, etici e civili della nostra Professione. Prima di ogni cosa ci compete, infatti, contemperare la forte domanda sociale di nuovo “benessere” con il rigore del metodo scientifico, cardine della Medicina ufficiale, quale patrimonio di conoscenza irrinunciabile ma capace di dialogo e confronto. Il tutto all’interno di modelli operativi e funzionali che devono restare fondati sulla centralità del paziente e su una relazione fiduciaria forte e consapevole con il suo medico che garantisca l’accesso a trattamenti scientificamente consolidati. Dunque la responsabilità è l’elemento fondante dell’esercizio delle nostre professioni, non delegabile, scientemente e coscientemente assunto dal professionista e offerto al paziente, una preziosa ed irrinunciabile garanzia ai suoi diritti e alla tutela della salute. In questo senso è oggi una sfida da vivere, una delle tante che la medicina deve affrontare ma all’interno di una rete di valori di giustizia, di beneficialità, di rispetto dell’autodeterminazione che costituisce, ormai, l’asse deontologico portante del nostro moderno esercizio professionale. Sull’esercizio medico non convenzionale la FNOMCeO proseguirà nel suo percorso di responsabilità che individua nella definizione di adeguati parametri formativi uno dei pilastri fondanti per il legittimo esercizio di queste pratiche. L’individuazione e la formalizzazione di qualificati standard qualitativi didattico professionali non è, dunque, un attacco all’esercizio non convenzionale ma un indispensabile strumento di garanzia a tutela della sicurezza delle prestazioni offerte. Da ciò ai cittadini potrà derivare trasparenza, chiarezza di informazioni, consapevolezza riguardo alle prospettive ed eventuali alternative diagnostico-terapeutiche; il tutto fondato sul principio di un consenso libero ed informato e di un’etica della responsabilità. Mi pare vada in questa direzione l’iniziativa editoriale “Guida all’Omeopatia” che illustra con obiettività le caratteristiche metodologiche dell’omeopatia. Un’iniziativa quella della SIOMI, che vuole aprire una strada di dialogo e di confronto nell’ ottica del trasparente rapporto tra medico e paziente.

I rimedi omeopatici – al di là di ogni diatriba sulla loro efficacia – sono classificati dalla legge come farmaci, sono resi disponibili come tali nel circuito terapeutico e recitano quindi un ruolo incontestabile nei percorsi di terapia dei molti cittadini che scelgono di avvalersene. È da questa realtà di fatto che, secondo me, ogni professionista della salute pienamente consapevole del suo ruolo dovrebbe partire per costruire un corretto rapporto con i pazienti che scelgono di curarsi con questi prodotti. Costoro, a prendere per buone le statistiche, hanno infatti un atteggiamento mediamente più “attivo” e di maggiore consapevolezza nei confronti della salute e della sua gestione e, sempre nella media, hanno un rapporto più aperto, mediato e dialogante con i professionisti sanitari, il medico prima e il farmacista poi. Per dirlo in altre parole, chi si rivolge all’omeopatia è in genere un paziente avvertito, informato e particolarmente esigente. Ne consegue che una corretta relazione di cura con questi pazienti, al netto di ogni opinione personale del professionista sanitario sulla pratica terapeutica, potrà esistere soltanto se sorretta da una preparazione professionale adeguata e costantemente aggiornata. Ben venga, dunque, l’iniziativa con la quale la Siomi, la Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata, ha inteso dare vita a questa agile ma esaustiva “Guida all’omeopatia”, che si propone come utile strumento nella pratica professionale quotidiana non solo del medico, ma anche del farmacista. Se è vero, come è vero, che la prestazione professionale del professionista del farmaco, lungi dall’esaurirsi nella semplice consegna di un prodotto, si realizza anche e soprattutto in quel prezioso bene immateriale rappresentato dal corredo di informazioni, rassicurazioni, consigli e indicazioni che viene fornito a ogni cliente-paziente, non v’è alcun dubbio che in questo volume – concepito e realizzato con criteri di apprezzabile obiettività – il farmacista possa trovare un alleato davvero prezioso, anche in ragione della sua facilità di consultazione. Un’iniziativa editoriale opportuna, dunque, quella della Siomi, soprattutto in tempi nei quali il fenomeno del “meticciamento terapeutico” (la tendenza, cioè, a rivolgersi senza pregiudizi tanto alla medicina classica quanto ad altre discipline terapeutiche, omeopatia su tutte) interessa numeri crescenti di cittadini e rappresenta una nuova sfida professionale per i medici e i farmacisti.

L’aspetto più interessante dell’omeopatia risiede nel duplice approccio, scientifico e umano, aperto tanto allo sviluppo scientifico e alla tecnica quanto all’ascolto della persona malata. Questa conoscenza scientifica si unisce all’ascolto e all’osservazione minuziosa del paziente nella sua specificità. In particolare per la Pediatria la medicina omeopatica sta riscuotendo, in quest’ultimo decennio, continui riconoscimenti, e questo perchè essa sfrutta le potenzialità dell’organismo, in maniera dolce e progressiva, per guarirlo dalle varie malattie. La medicina omeopatica interviene in modo rispettoso e innocuo per l’organismo e poichè tiene in grande considerazione il rapporto tra genitori e figli, concepito come la fonte primaria del benessere infantile, molte volte favorisce entrambi contemporaneamente, così da porre le basi per uno sviluppo felice e salutare. In definitiva, “Similia similibus curantur” il concetto filosofico di Samuel Hahnemann sul quale si fonda la medicina omeopatica, al di là delle controversie che ne legittimano o meno la reale efficacia, è molto più di un’interessante ed affascinante teoria, che in molti casi, tra l’altro, è stata suffragata dai fatti, da risultati tangibili, anche se in altri casi, è stata messa più volte in discussione. Giunge quanto mai utile e tempestiva la proposta della SIOMI, la Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata, che ha realizzato questa “Guida all’omeopatia” con l’intento di creare uno strumento pratico e di facile consultazione, nel rispetto del rigore e dell’attendibilità bibliografica, a favore della chiarezza e dell’approfondimento medico nella pratica quotidiana. Pur tuttavia, richiamare ad un maggior spirito critico vale per la medicina alternativa, ma anche per quella ufficiale; la salute è il bene più prezioso di cui l’uomo dispone ed è doveroso occuparsene, cercando di capire il più possibile cosa si muove attorno. Distinguere la magia o la ciarlataneria da ciò che è ancorato a solide basi scientifiche non è facile, ma è necessario se si ha a cuore la salute dei pazienti.

Da sempre la figura del medico è stata affascinata dalla conoscenza del corpo e delle sue malattie. Il connubio medicina filosofia ha accompagnato per secoli il cammino della scienza. In questa ricerca olistica della figura del paziente si colloca l’interesse di molti medici di medicina generale in molti paesi del mondo,ed anche in Italia vi è una sensibilizzazione ed una richiesta crescente da parte della popolazione per accedere a questo tipo di cure. Nei Paesi in cui le statistiche sono disponibili, la medicina non convenzionale viene utilizzata dal 20% al 50% della popolazione e la sua popolarità cresce con il passare del tempo. In diversi Paesi della Comunità Europea queste medicine trovano, talora, spazio nelle prestazioni dei servizi sanitari pubblici, nel sistema della formazione del personale sanitario, e soprattutto nel mercato sanitario privato. Condividiamo pienamente la posizione di alcune Regioni e fra le prime la Regione Toscana di un crescente interesse per la conoscenza e lo sviluppo delle MNC, considerate come tecniche idonee a proporre una visione di benessere complessivamente inteso, a favorire il cambiamento di stili di vita dannosi alla salute, a sviluppare una cultura della prevenzione e dell’autocura. In tale contesto si è ritenuto necessario monitorare il ricorso alle medicine non convenzionali da parte della popolazione toscana. La recente riconversione dell’Ospedale di Pitigliano (Grosseto) a centro per la pratica delle MNC fa parte di questo sforzo, tenendo conto che da uno studio su un gruppo di colleghi toscani, molti ritengono che le pratiche alternative siano utili ed efficaci, le consigliano e/o le praticano e sono favorevoli ad una loro erogazione da parte del sistema sanitario nazionale. In conclusione un grande interesse ,curiosità scientifica,cautela per la pratica di alcune ben definite MNC (l’agopuntura, la medicina tradizionale cinese, la fitoterapia, l’omeopatia e l’omotossicologia), affidate a professionisti medici certificati con obiettivi sicuramente misurabili nei risultati e un rifiuto per pratiche sulfuree.

Molte sono oggigiorno le persone che per curare le loro malattie si rivolgono a medici che applicano le medicine complementari e conseguentemente hanno cominciato a pensare di utilizzare le cure e le terapie proposte da omeopatia piuttosto che fitoterapia o agopuntura anche per i propri animali. Così, come accade anche per la medicina che si rivolge alla specie umana, la medicina veterinaria si trova sempre più spesso a “vedere” come arricchimento delle proprie potenzialità le medicine complementari o non convenzionali come proposto dalla vecchia terminologia. Molte sono le scuole di formazione post laurea che preparano i medici veterinari alla conoscenza di queste per noi nuove, ma nei fatti antichissime, medicine e di conseguenza sono ormai numerosi coloro che le utilizzano riuscendo così ad integrare la medicina allopatica. Grande iniziativa è quindi questo testo, prodotto e pubblicato da SIOMI, che si prefigge di essere una guida semplice e di facile consultazione ma esaustiva nei contenuti per tutto il mondo delle professioni della sanità, medici, farmacisti e medici veterinari. Mi auguro che la medicina complementare veterinaria possa, anche grazie a questa guida, manifestare in maniera sempre più forte la scientificità di cui si deve permeare in modo che l’utente, il proprietario dell’animale, e il paziente, cane, gatto o cavallo che sia, abbiano sempre a confrontarsi con persone preparate che rivolgono il loro interesse alla salute, nel significato più ampio che questo termine ha (non dimentichiamo che spesso l’operato del medico veterinario è di fondamentale importanza per la salute pubblica).

L’omeopatia nacque alla fine del 1700 per merito del medico, fisico, chimico, e linguista Christian Friederich Samuel Hahnemann. In un momento in cui i comuni trattamenti medici comprendevano salassi e veleni, Hahnemann s’interessò a sviluppare una medicina meno aggressiva. Il suo pensiero si sviluppò a seguito della lettura di un testo sulle erbe, leggendo gli effetti della China (Cinchona) utilizzata per la cura della malaria. Egli ingerì alcune “dramme di China di buona qualità”(4) e osservò su se stesso lo sviluppo di sintomi del tutto simili a quelli patiti dai malati di malaria. Tali sintomi regredirono spontaneamente sospendendo l’assunzione della China. Questa esperienza indusse Hahnemann a considerare che una sostanza potesse curare sintomi identici a quelli che poteva produrre. Questo concetto, che rappresenta il principio fondante dell’omeopatia, si chiama “principio di similitudine” o “like cure like”. Il principio di similitudine era noto fin dai tempi di Ippocrate, il quale aveva notato, per esempio, che episodi di vomito ricorrente potevano essere trattati con basse dosi di sostanze ad attività emetica (ad es., Helleborus niger). Hahnemann aggiunse a questo principio due elementi ulteriori. Una volta preparata una soluzione del medicinale omeopatico, egli ipotizzò che la sua efficacia aumentasse attraverso la dinamizzazione della soluzione. Tale dinamizzazione era ottenuta applicando a ogni diluizione successiva del medicinale un numero prestabilito di succussioni (agitazioni longitudinali). Altra fondamentale “svolta” di Hahnemann rispetto al riduzionismo della medicina del suo tempo fu il considerare il malato in una visione globale e non soltanto dai sintomi della sua malattia. Questo è un aspetto basilare della medicina omeopatica.

I medicinali omeopatici sono venduti prevalentemente sotto forma di granuli o globuli composti da un supporto di saccarosio e lattosio imbevuto della sostanza medicinale. Un tubo granuli contiene da 75 a 140 granuli secondo l’azienda produttrice. Il medicinale si assume, nella diluizione indicata dal medico, lasciando disciogliere sotto la lingua il numero dei granuli prescritti. È buona norma versare i granuli nel tappino senza toccarli con le mani. Un tubo-dose globuli contiene da 200 a 400 globuli di dimensioni più piccole rispetto ai granuli. L’intero contenuto di questo tubo deve essere direttamente vuotato in bocca, dove è lasciato disciogliere sotto la lingua. Le dosi globuli offrono una maggiore superficie di assorbimento del medicinale omeopatico. Sono abitualmente prescritte nelle malattie acute o quando la terapia non preveda un’assunzione quotidiana del medicinale. In pediatria, in particolar modo nel caso di lattanti o bambini piccoli, si può sciogliere il medicinale in un dito di acqua naturale e somministrare a cucchiaini. Esistono in commercio altre forme farmaceutiche, come colliri, gocce, sciroppi, supposte e fiale bevibili. Le gocce sono costituite da soluzioni in alcool al 30%. Un’altra formulazione farmaceutica è costituita dai cosiddetti estemporanei o magistrali omeopatici. Si tratta di formule composte da due o più medicinali mescolati in parti uguali (ana parti) preparate in maniera estemporanea, su specifica indicazione del medico omeopata. I medicinali omeopatici sono dispensabili senza obbligo di ricetta medica con l’eccezione della preparazione degli estemporanei. Poiché il medicinale omeopatico unitario cura l’individuo affetto dalla malattia e non la malattia come tale, la prescrizione del farmaco è altamente personalizzata e dovuta al giudizio del medico, in relazione alle caratteristiche del singolo paziente. Le principali indicazioni di ciascun medicinale omeopatico sono riportate nelle Materie Mediche omeopatiche.

Esistono in commercio in tutto il mondo preparati composti da più medicinali omeopatici, registrati come specialità OTC, SOP. Si tratta di formule predeterminate dai produttori e consigliate per la cura sintomatica di molte patologie. In alcuni paesi europei, come per esempio in Francia e in Belgio, queste formulazioni riportano l’indicazione terapeutica e la posologia. In Italia il medicinale omeopatico è stato registrato con la qualifica di “medicinale omeopatico e pertanto privo di indicazioni terapeutiche riconosciute”. Per questo motivo sulle confezioni non è possibile riportare alcuna indicazione terapeutica, posologica o precauzioni d’uso. La scadenza dei medicinali omeopatici è stabilita per legge ed è fissata a cinque anni. Più breve è la scadenza per una formulazione estemporanea, da un minimo di sei mesi a un anno. I costi dei medicinali e delle visite omeopatiche possono essere detratti dalla dichiarazione dei redditi. In Italia alcune assicurazioni malattie rimborsano sia le visite omeopatiche sia il costo dei medicinali.

CONCETTI GENERALI La Medicina Convenzionale, dall’inizio degli anni ’90, ha adottato come paradigma i concetti dell’Evidence Based Medicine (EBM) o Medicina Basata sull’Evidenza, che prevede alla base dei comportamenti medici indicazioni provate con un metodo scientifico convenzionalmente ritenuto valido. E’ diffusa l’opinione che le CAM (Medicine Complementari e Alternative), e tra esse l’Omeopatia, non abbiano i requisiti di scientificità fissati dall’EBM. La Medicina Convenzionale peraltro sta rivalutando negli ultimi anni utilità e limiti dell’EBM e gli stessi RCT, ritenuti il Gold Standard per la dimostrazione dell’efficacia di un dato trattamento terapeutico, non sono in grado di dimostrare l’efficacia e cioè la reale utilità terapeutica al di fuori del campo sperimentale.

Va inoltre rilevato che l’obiettivo terapeutico delle medicine complementari in genere, e dell’Omeopatia in particolare, è il conseguimento dello stato di salute desiderato dal paziente inteso in ogni suo aspetto (benessere e qualità della vita). Pertanto i parametri da considerare per la valutazione della loro efficacia sono in parte differenti da quelli utilizzati dalla Medicina Classica . In linea generale, quando si voglia analizzare la questione della ricerca scientifica in Omeopatia, occorre tenere presente due aspetti rilevanti:

1. La procedura di studio dei medicinali omeopatici è di tipo sperimentale (sperimentazione patogenetica) – La medicina omeopatica ha fin dalle sue origini un’impostazione sperimentale. Infatti, tutte le sostanze utilizzate in terapia sono state sperimentate sull’uomo sano e il loro potere terapeutico è stato verificato sull’ammalato. La procedura d’indagine fu standardizzata dallo stesso Hahnemann il quale si preoccupò anche di valutare l’effetto del placebo.

2. La metodologia scientifica vigente si applica con difficoltà all’Omeopatia – L’applicazione all’Omeopatia degli studi clinici controllati Randomizzati (RCT), considerati il “gold standard” per la ricerca clinica, richiede la risoluzione di alcuni problemi:

Accettazione da parte del paziente – Poiché i pazienti che scelgono l’omeopatia pagano questo sistema di cura, accettano malvolentieri la possibilità di essere trattati con il placebo e non con il rimedio attivo. Problemi etici – L’atteggiamento da parte dei comitati di bioetica è in genere sfavorevole nei confronti di studi sulle CAM, ritenendoli pregiudizialmente scorretti sulla base dell’ipotetica inefficacia anche del trattamento attivo. Problemi metodologici – L’omeopatia per motivi di metodologia è lontana dal prevedere l’impiego dello stesso rimedio in gruppi di pazienti affetti dalla stessa sintomatologia, poiché questo comporterebbe l’assenza dell’individualizzazione della terapia, operazione possibile soltanto con quadri clinici eccezionalmente monomorfi. Problemi economici – La mancanza di possibilità di brevetto sul mercato del farmaco per i rimedi omeopatici unitari scoraggia l’impegno delle aziende nello sviluppare protocolli di ricerca clinica. Non va infine dimenticato che il fatturato mondiale del mercato delle aziende omeopatiche ha dimensioni notevolmente ridotte rispetto a quello della medicina convenzionale, rappresentando soltanto l’1% del fatturato totale.

LE PRINCIPALI OSSERVAZIONI SULLA SCIENTIFICITÀ DELL’OMEOPATIA Come rilevato in precedenza, le principali obiezioni rivolte all’omeopatia riguardano la plausibilità fisico-chimica di questo sistema di cura. Vengono di seguito esposte le evidenze disponibili come risposta a tali obiezioni. Le osservazioni riguardano tre argomenti: il principio della diluizione; il principio del simile; la verifica dell’effetto terapeutico. Il Principio della Diluizione Come già detto, i medicinali omeopatici sono ottenuti diluendo soluzioni di sostanze appartenenti al mondo animale, vegetale o minerale. Con tale procedura dopo un certo numero di diluizioni non è più prevedibile una quantità dosabile della sostanza di partenza. Per il sistema delle diluizioni hahnemanniane questo avviene dopo la 12a diluizione centesimale. Poiché una mole (M) di una qualsiasi sostanza per definizione contiene 6,023 x 1023 atomi, molecole o ioni, una soluzione di concentrazione inferiore a 10-24 M (che corrisponde alla 12CH) non può contenere materia. Esistono studi illustrati qui di seguito, che pare dimostrino (con prove dirette, indirette e cliniche) la persistenza di attività di soluzioni ultradiluite.

Prove dirette – Alcuni ricercatori hanno sviluppato modelli di valutazione dell’attività delle diluizioni infinitesimali. Tra questi lavori meritano attenzione gli studi di Demangeat e di Rey . Il primo dimostrò che le diluizioni spinte di Silicio conservano attività rilevabile con tecniche di Risonanza Magnetica, il secondo, più recentemente, con tecnica di termoluminescenza, che lo spettro del ghiaccio puro è diverso da quello del ghiaccio ottenuto da soluzioni saline diluite a livelli ultramolecolari. Prove indirette – Metodologie indirette sono state applicate per valutare gli effetti biologici delle diluizioni infinitesimali su strutture cellulari. Poitevin ha dimostrato come una diluizione 9CH di Apis mellifica, medicinale ottenuto dalla macerazione in alcool di api intere, sia in grado di inibire la degranulazione dei basofili provocata da siero anti IgE . Adottando un modello sperimentale simile, vari gruppi di ricerca europei, coordinati da Madeleine Ennis, hanno ottenuto lo stesso effetto inibente la degranulazione con diluizioni di Istamina comprese tra la 7CH e la 14CH . Prove cliniche – Esistono numerosi studi clinici che dimostrano gli effetti terapeutici di farmaci contenenti principi attivi a diluizione infinitesimale. Tra gli studi più noti, perché accolti su riviste internazionali di elevato prestigio e particolarmente significativi, sono da ricordare quelli compiuti dal gruppo di David Relly che, dal 1987, ha pubblicato alcuni lavori sull’efficacia di diluizioni alla 30CH di allergeni nel controllo della sintomatologia in pazienti con allergie respiratorie, asma e rinite allergica. Stessa validità nei lavori della Jacobs nel trattamento delle diarree infantili .

Il Principio del Simile Come già illustrato in precedenza, il principio di similitudine è il principio ispiratore del pensiero di Samuel Hahnemann. Esso afferma che i sintomi provocati da una sostanza somministrata in dosi ponderali a un soggetto sano (fase sperimentale), possono essere curati somministrando la stessa sostanza in dosi infinitesimali (fase terapeutica). Prove della validità del “Principio del Simile” – L’affermazione del “similia similibus curentur” ha trovato nel tempo riscontri dalla farmacologia, dalla tossicologia e, per quanto concerne l’omeopatia, nella pratica clinica quotidiana di numerosi medici e soprattutto in studi di ricerca sia di base che clinica.

Il “Simile” in farmacologia e in tossicologia – Arndt e Schulz enunciarono circa un secolo fa la legge di “inversione degli effetti” che porta il loro nome e che stabilisce che “uno stimolo debole accelera modestamente l’attività vitale, uno stimolo d’intensità media la incrementa, uno forte la deprime, uno molto forte la arresta”. L’applicabilità della legge di Arndt-Shultz è dimostrata dal rilevante numero di lavori pubblicati sull’argomento e dal fatto che essa rappresenta anche il modello alla base dell’ormesi, termine con il quale s’indica il fenomeno del comportamento stimolante di una sostanza a basse dosi e della sua capacità inibitrice o addirittura tossica ad alte dosi. Il fatto che tale proprietà sia stata accertata come caratteristica di oltre 4000 sostanze diverse ha portato a suggerire l’esistenza di un fenomeno generale riguardante la reattività degli organismi viventi e non di una curiosità episodica. Per esempio, basse dosi di un carcinogenetico, la diossina, riducono i tumori nei ratti, basse dosi di un erbicida, il fosfone, determinano un aumento significativo della crescita delle piante.

La legge di Arndt-Schulz scomparve dai testi di farmacologia negli anni 30 del secolo scorso perché faceva presupporre un modello farmacologico che non prevedesse un andamento lineare dose di farmaco/risposta dell’organismo. In aggiunta essa forniva una base sperimentale di supporto dell’Omeopatia. Dobbiamo precisare che gli esperimenti fino ad oggi riportati riguardano soluzioni con concentrazione di qualche ordine di grandezza superiore a quello comunemente utilizzato per i medicinali omeopatici. In aggiunta, l’andamento dose/risposta atteso dall’ormesi è significativamente diverso da quello teorizzato dalla medicina omeopatica. Ciò nonostante entrambe le teorie rilevano come l’utilizzazione di certe sostanze a basse dosi possa avere un effetto di stimolo sugli organismi viventi.

Il principio dell’ormesi è ampiamente condivisibile da un punto di vista immunologico come risposta adattativa di un sistema multicellulare a una perturbazione esterna. Da un punto di vista scientifico tale risposta corrisponde al principio di azione e reazione, nel senso che un sistema in stato di equilibrio reagisce sempre in modo da opporsi a una perturbazione esterna. In altre parole, se perturbato, il sistema reagisce aumentando le proprie difese per prepararsi alla successiva perturbazione. A livello cellulare questo avviene stimolando numerosi meccanismi quali la produzione di ATP che permette una cinetica più veloce di molti processi biologici. Con questa chiave di lettura è abbastanza ragionevole supporre che l’assunzione di un medicinale omeopatico provochi l’iperattività del sistema genetico di difesa dell’organismo.

Nonostante il concetto di ormesi sia stato spesso ignorato a livello farmacologico come fenomeno generale, esistono numerosi dati sperimentali in letteratura che documentano tale comportamento. In questi casi i farmacologi sono soliti indicare il fenomeno come effetto paradosso ed esempi di ormesi sono citati in tutti i testi di farmacologia. Le ricerche iniziali sull’efficacia della penicillina mostravano che l’antibiotico a basse dosi favoriva il diffondersi dell’infezione. Nello stesso modo alcuni antistaminici e neurolettici mostrano un andamento non lineare dose/risposta. Per finire, l’effetto antiaggregante dell’aspirina scompare con la diluizione per diventare aggregante piastrinico a basse dosi . Da questi dati ci appare evidente che i pilastri portanti della farmacologia sviluppati nel ventesimo secolo dovrebbero essere ampiamente riconsiderati. Il “Simile” in terapia omeopatica – Dopo le prime esperienze di Hahnemann che sperimentò su se stesso la China, utilizzata nella terapia delle febbri malariche, ottenendo un quadro di sintomi sovrapponibile a quello dei pazienti nei quali la China era usata terapeuticamente, il principio del Simile è stato verificato nella sperimentazione di tutte le sostanze utilizzate poi come medicinali omeopatici. L’applicabilità del principio di similitudine è dimostrata in alcuni RCT .

Verifica dell’effetto terapeutico del medicinale omeopatico Le critiche riguardanti il possibile effetto terapeutico del medicinale omeopatico sono particolarmente enfatizzate dai detrattori della medicina omeopatica, i quali sostengono che non esiste la dimostrazione di come una sostanza diluita in modo infinitesimale possa avere effetti terapeutici. Non è ignorabile che il problema dell’incompleta conoscenza del meccanismo d’azione esista anche nell’impiego di molti farmaci cosiddetti convenzionali (per es., le Ig somministrate per endovena in alcune malattie autoimmuni, l’immunoterapia specifica delle allergopatie respiratorie, la stessa Aspirina, etc.) per i quali non è ancora del tutto chiaro il meccanismo d’azione. Nel tentativo di spiegare l’azione di diluizioni ultramolecolari delle sostanze (compatibili con quelle utilizzate in Omeopatia) si sono prodotti lavori scientifici e teorie che implicano sia la cosiddetta “memoria dell’acqua” che fenomeni di fluttuazione, che modelli che vanno sotto il nome di “domini di coerenza elettromagnetica”. A oggi, sull’argomento, non vi sono dati definitivamente accettati. E’ nostra opinione che sarebbe opportuno compiere studi differenziati per indagare l’effetto di diluizioni molecolari e di quelle ultramolecolari dei medicinali omeopatici. A fine 2007 risultano nella banca dati Medline oltre 2500 lavori sull’omeopatia, tra i quali diverse metanalisi. Nelle Tabelle 3 e 4 sono riassunti alcuni risultati di questi lavori.

I l trattamento omeopatico non è in grado di promuovere alcun tipo di effetto terapeutico in situazioni cliniche in cui non sia possibile avviare un naturale processo di guarigione. Per tale ragione non può essere utilizzato per riparare funzioni perdute come quella del sistema nervoso, per ripristinare ormoni mancanti o per patologie per le quali è richiesto un intervento chirurgico inderogabile. Come trattamento palliativo, può contribuire a migliorare le condizioni di vita in molte patologie (per es., danni da chemioterapici) . In linea generale l’Omeopatia può essere utilizzata per la cura di malattie sia acute che croniche nei casi seguenti: il medico non ritiene soddisfacente altri trattamenti presi in considerazione; il medico e/o il paziente vogliono ridurre l’uso di farmaci per trattamenti a lungo termine e/o vogliono verificare alternative terapeutiche a trattamenti ritenuti troppo invasivi rispetto alle garanzie di efficacia terapeutica; il paziente non può utilizzare farmaci convenzionali per intolleranze, allergie, gravi effetti collaterali, etc. il paziente, adeguatamente informato su rischi e benefici, lo richiede come trattamento preferenziale. Il campo di applicazione della medicina omeopatica è, secondo l’esperienza dei medici omeopati, coerente con quanto dichiarato dai pazienti che la utilizzano sia nelle inchieste Doxa 1999 e 2004 (1, 2) che nell’indagine riferita esclusivamente alla popolazione pediatrica (cfr. Tab. 6) (4). Nell’indagine ISTAT pubblicata nel 2007 (3) il 71.3% dei pazienti che hanno utilizzato l’omeopatia si dichiara soddisfatto dei risultati ottenuti mentre il 21.9% riferisce benefici solo parziali.

Effetti avversi della terapia omeopatica registrati in trial clinici riguardavano principalmente aggravamenti momentanei dei sintomi in corso di cura o la comparsa di effetti transitori e di lieve entità: cefalea, astenia, eruzioni cutanee, vertigini, diarrea (29). Anche la FDA, dopo aver valutato i dati concernenti l’ipotesi di effetti avversi dovuti ai medicinali omeopatici, conclude che tali medicinali non possono causare effetti avversi a causa della loro alta diluizione . Per certo anche nelle diluizioni molecolari (inferiori alla 12CH) la concentrazione di molecole della sostanza di origine è così scarsa da non poter causare effetti tossici. L’ingestione accidentale di un intero tubo di granuli di un qualunque medicinale omeopatico non comporta l’adozione di alcuna procedura antiveleno. Quando si vogliano valutare gli effetti avversi di un medicinale omeopatico, occorre distinguere tra rischi diretti (attribuibili al medicinale in sé) e rischi indiretti (da attribuire a errori di scelta terapeutica da parte dell’operatore.) Senza dubbio i maggiori rischi associati alla terapia omeopatica sono da attribuire ai rischi indiretti. Per questo è necessario affermare che tutte le istituzioni coinvolte nella formazione e nella diffusione dell’omeopatia devono adoperarsi affinché l’esercizio della medicina omeopatica e la prescrizione dei medicinali omeopatici siano di esclusiva pertinenza dei medici laureati in medicina e chirurgia, degli odontoiatri e dei medici veterinari. Questa proposizione è stata peraltro espressa dalla stessa FNOMCeO nella delibera di Terni del 2002. E’ altresì indispensabile che il medico esperto in omeopatia utilizzi tutti gli strumenti diagnostici in uso alla moderna medicina occidentale allo scopo di compiere una corretta diagnosi di malattia. Qualunque scelta terapeutica dovrà conseguire alla diagnosi e alla valutazione attenta dei rischi e benefici dell’uno e dell’altro sistema di cura e prevedere l’acquisizione del consenso informato. Gli aspetti deontologici dell’esercizio professionale del medico esperto in omeopatia sono stati per la prima volta definiti dagli stessi medici omeopati nel documento elaborato dalla SIOMI “Raccomandazioni per la Pratica dell’Omeopatia in Medicina Integrata” e consegnato alla FNOM nel 2004 .

In linea generale è possibile affermare che: I medicinali omeopatici assunti in alte diluizioni e sotto la supervisione del medico non sono in grado di determinare effetti tossici . Quest’affermazione è valida anche nel caso di un’ingestione accidentale di una dose eccessiva di medicinale. Tuttavia è sempre consigliabile informare il medico omeopata dell’accaduto. I sintomi di peggioramento della sintomatologia che si possono verificare talvolta nei primi giorni di terapia omeopatica sono interpretati come il tentativo dell’organismo di ripristinare lo stato di salute.

Questi sintomi, che costituiscono il cosiddetto “aggravamento omeopatico”, sono reversibili nell’arco di qualche giorno. Qualora tali sintomi non regredissero, è molto importante rivalutare la diagnosi della malattia e la possibilità che essi rivelino un aggravamento della patologia in atto per motivi dipendenti dalla malattia stessa. I medicinali omeopatici in forma liquida contengono alcool. Sebbene le dosi assunte siano irrilevanti (10- 20 gocce per dose di medicinale omeopatico dispensato con titolazione alcolica al 30%) alcuni pazienti possono avvertire bruciore e fastidio. In questi casi è opportuno cambiare formulazione farmaceutica oppure diluire il medicinale in un maggior quantitativo di acqua. Non vi sono evidenze che i medicinali omeopatici possano interferire con i farmaci convenzionali. E’ buona norma, tuttavia, quando possibile, assumere i medicinali omeopatici in momenti diversi della giornata rispetto ad alcuni farmaci convenzionali (cortisonici, anti-istaminici, ormoni, chemioterapici). E’ comunque necessario che il paziente informi compiutamente sia il proprio medico curante sia il proprio omeopata riguardo alle cure che sta facendo. I medicinali omeopatici non sono controindicati in gravidanza .

L’esperienza comune dei medici omeopati è che non vi siano effetti collaterali. Tuttavia, è opportuno informare le pazienti di avvisare il medico omeopata non appena esse sappiano di essere in gravidanza. E’ stato sollevato il problema concernente l’assunzione di rimedi omeopatici da parte di pazienti intolleranti al lattosio o affetti da malattia celiaca: la quantità di lattosio contenuto dei granuli è talmente bassa da non provocare sintomi; comunque, ove questi dovessero presentarsi in soggetti con deficit assoluto di lattasi, i rimedi possono essere prescritti nella formulazione in gocce. Non esistono motivi legati alle tecniche di preparazione che giustifichino la presenza di glutine nei preparati.

Lo streptococcus pneumoniae e l’Haemophilus influenzae sono anche nelle prime epoche della vita i germi in assoluto più frequenti. Tuttavia nei neonati propriamente detti (fino a due settimane) e nei lattanti di età inferiore alle sei settimane, soprattutto se precedentemente affetti da patologie associate che avevano richiesto una lunga permanenza in un reparto di patologia neonatale, è possibile che germi inusuali, quali i Gram negativi intestinali, assumano un’importanza notevole. L’unico modo per poter attuare in maniera corretta una diagnosi eziologica consiste nel prelevare un poco di essudato dal cavo timpanico mediante timpanocentesi. L’invasività della procedura e la necessità della sua esecuzione da parte di personale appositamente addestrato condizionano fortemente la possibilità che venga attuata su larga scala, va riservata solo a situazioni selezionate.

Nell’impossibilità di distinguere in modo indiretto, fra otiti batteriche e virali è opportuno intraprendere una terapia antibiotica empirica in base all’eziologia più frequente. Con un trattamento antibiotico adeguato, la maggior parte dei bambini affetti da otite media acuta migliora significativamente entro 48-72 ore. Se non è dimostrabile alcun miglioramento, il bambino deve essere riesaminato : quando possibile, ed in particolare, se le condizioni generali sono compromesse, è opportuna la esecuzione di una timpanocentesi per identificare il microrganismo responsabile e quindi modificare la terapia. Gli episodi di otite media acuta ricorrente possono risolversi completamente o più comunemente possono essere seguiti da un’otite media con effusione cronica che predispone alla comparsa di un nuovo episodio acuto, per cui alcuni Autori consigliano una profilassi antibiotica.

La diagnosi dell’otite media effusiva non è facile poiché soltanto una minoranza dei bambini presenta sintomi obiettivi legati al deficit uditivo, mentre rari sono i casi di otalgia a insorgenza notturna. La maggior parte dei bambini con OME persistente è del tutto asintomatica pertanto è consigliabile eseguire un esame impedenzometrico. L ‘ otoscopia permette di evidenziare frequentemente l‘opacamento della membrana timpanica, la posizione anomala ( retrazione o estroflessione), colorazione biancastra, eventuale presenza di placche calcaree. Nei casi in cui l’entità dell’effusione è molto modesta è possibile mettere in evidenza la presenza di livelli idro-aerei a convessità superiore o bolle d’aria adese alla membrana timpanica. La sicurezza della presenza di versamento endotimpanico si può ottenere tuttavia solo con un esame impedenzometrico, procedura oggettiva, del tutto affidabile fin dai primi mesi di vita e facilmente applicabile anche in ambito ambulatoriale per la presenza di strumenti portatili.

Complicanze dell’otite media con effusione cronica Numerosi studi hanno ampiamente accertato che un’OME che persista per mesi o anni prima dell’età scolare è causa di disturbi dell’acquisizione del linguaggio, della sfera emotiva e dell’apprendimento. Si ritiene che se nei primi anni di vita la durata dell’OME è superiore ai sei mesi, se il versamento è bilaterale, se il deficit uditivo è di una certa entità ( superiore a 30 —40 dB), la probabilità che ne consegua un’alterazione del linguaggio, con alterata articolazione della parola, sia estremamente elevata. Se l’OME persiste invece in un bambino di età scolare, soprattutto nei primi anni della scuola elementare, il deficit uditivo conseguente può determinare importanti limiti di apprendimento e resa scolastica. L’obiettivo del trattamento dell’OME è quello di eliminare i sintomi, se presenti, e soprattutto di ridurre al minimo la possibilità di insorgenza delle complicanze. I tipi di trattamento sono sostanzialmente 3: • Medico • Meccanico • Chirurgico Anche se esiste una quarta possibilità rappresentata da una vigile sorveglianza.

i processi infiammatori dell’orecchio medio, i problemi relativi alla difficile interpretazione etiopatogenetica, la loro spesso inevitabile evoluzione in forme cliniche diverse e più complicate ed il loro trattamento, in particolare quello chirurgico, costituiscono tuttora uno dei capitoli fondamentali dell’otologia, oggetto di ampia discussione e di continua revisione critica. In particolare il tema dell’ otite cronica nell’infanzia ha rappresentato uno degli argomenti più trattati in letteratura, al centro di vivaci controversie, non solo tra otologi e pediatri, ma fra gli otologi stessi. L’assenza di chiare linee guida nella gestione clinica e chirurgica dell’otite cronica nell’infanzia ha creato non poca confusione nella scelta del loro trattamento; in particolare è ancora irrisolto il problema se intraprendere e quando la terapia chirurgica nell’otite media cronica semplice e quale sia la scelta più opportuna tra le tecniche chirurgiche di timpanoplastica “aperta” o “chiusa” nell’otite media colesteatomatosa. Tali temi sono stati oggetto di un’innumerevole letteratura, incontri, convegni tra gli anni ’70 ed ’80. Viceversa, il ridimensionamento del dibattito a cui si è assistito nell’ultimo decennio ha fatto si che venissero adottati protocolli terapeutici sempre più personali, a volte privi di fondamenti scientifici. Scopo di questa Tavola Rotonda è quello di fornire, in base all’esperienza clinica maturata e alla revisione critica di alcune nozioni ormai consolidate, un tentativo di sintesi sia in termini etiopatogenetici che terapeutici.

La complessità etiopatogenetica, ancora oggi discussa e non ben conosciuta, ed i differenti quadri otoscopici fanno dell’otite media cronica una patologia di difficile inquadramento classificativo. I molti termini usati per descrivere lo stato infiammatorio della cassa del timpano sembrerebbero giustificare l’evoluzione a cui spesso, inevitabilmente, va incontro il processo patologico. In letteratura il tentativo di classificare l’otite media cronica con una terminologia chiara ed univoca ha seguito due filoni principali: la ricerca sperimentale su animali da laboratorio e gli studi clinico-epidemiologici. Nel primo caso simulando un’otite media sperimentale si è cercato di valutare il ruolo di alcuni fattori ritenuti importanti nella genesi e nel mantenimento del processo patologico quali le endotossine batteriche, i fattori causali della metaplasia della mucosa dell’orecchio medio, il ruolo del NO (acido nitrico) come mediatore dell’infiammazione, il ruolo delle mucine e dell’interfaccia cellule-secrezione-batteri (biofilm).

Nel secondo caso le osservazioni clinico-epidemiologiche degli ultimi anni, hanno messo in discussione quella che era la convinzione generale che l’effusione della mucosa dell’orecchio medio fosse frutto di un semplice trasudato infiammatorio sterile, isolando, tramite metodologie molto sensibili, frammenti di DNA batterico ed identificando, tramite tecniche colturali più precise, nuovi possibili patogeni responsabili dell’OME (Alloiococcus otitis). Tutte queste nuove acquisizioni hanno ovviamente avuto un impatto pratico sull’approccio terapeutico, rivalutando il ruolo dell’antibioticoterapia ed il ruolo del vaccino anti-pneumococcico come misura di profilassi, riaprendo il dibattito terapeutico nell’otite media effusiva.

Ai fini classificativi appare importante la valutazione dei fattori etiopatogenetici dell’otite media cronica quali: • infezioni delle vie aeree superiori e del rinofaringe • ipertrofia adenoidea • lo sniffing • allergie e le reazioni immuni • il reflusso gastro-esofageo? E la possibilità evolutiva di un versamento endotimpanico. Classicamente la patogenesi dell’otite media cronica si fa risalire come sequela di otite in corso di malattie esantematiche o come sequela di perforazione traumatica della membrana timpanica o come sequela di un versamento endotimpanico di lunga durata, quest’ultima ritenuta il primum movens dalla quale si differenzierebbero tutte le altre forme cliniche di otiti. In questi ultimi vent’anni si è assistito ad una rivoluzione copernicana nella etipatogenesi dell’otite cronica, passando da una concezione “tubocentrica” ad una concezione “otocentrica”. La teoria classica (tubocentrica) pone l’attenzione sulla funzione tubarica, secondo la quale l’ostruzione e/o la discinesia tubarica causerebbero attraverso vari meccanismi, tra cui turbe della ventilazione, metaplasia ghiandolare, ipersecrezione, ipossia endotimpanica, edema e vasodilatazione della mucosa ecc., l’isorgenza di una OMS. Tale teoria, se pur enfatizzata, non è stata però del tutto dimostrata.

La teoria attuale (otocentrica), viceversa, parte dal concetto che il primum movens deriverebbe dalla alterazione della omeostasi e della diffusione dei gas dell’orecchio medio innescata e facilitata dallo sniffing che porterebbe ad edema e dilatazione dei vasi mucosali e via via a metaplasia ghiandolare deficit del drenaggio e quindi otite media sierosa. Tali alterazioni dell’omeostasi sarebbero dovute a processi infettivi delle prime vie aeree che interagirebbero con processi immunologici, allergici, ipertrofia adenoidea. Le ragioni per il ridimensionamento del ruolo della tuba nell’etiopatogenesi dell’OMS, derivano da una serie di studi eseguiti dalla scuola israeliana, che dimostrando un flusso bidirezionale dei gas tra rinofaringe ed orecchio medio e che la composizione del gas ivi presente non è come quella dell’area contenuta nel rinofaringe, ma è sovrapponibile alle pressioni parziali dei gas presenti a livello venoso, per cui buona parte dei gas presenti nell’orecchio medio non deriva dal rinofaringe.

A conferma di ciò la dimostrazione che i volumi di gas che attraversano la tuba ad ogni sua apertura sono insufficienti per ristabilire il volume di gas necessario per l’omeostasi dell’orecchio medio (Sadè). Si è inoltre dimostrato che le condizioni di pressione a livello della cavità dell’orecchio medio, in condizioni infiammatorie, non sono tali da giustificare la presenza di un versamento catarrale (Buckingam e Ferrer 1995). Comunque, anche se il ruolo meramente meccanico della tuba è stato ridimensionato, non bisogna dimenticare, invece, il suo ruolo in quanto coinvolta nei meccanismi di immunocompetenza loco-regionale rinofaringea ed attraverso la produzione di surfactante. Le possibilità evolutive di un versamento endotimpanico cronico, rappresentano il secondo punto che ci permetterebbe una classificazione etiopatogenetica dell’otite media cronica. Il persistere di un versamento catarrale cronico, attraverso l’atrofia della membrana timpanica, porterebbe alla perforazione della membrana stessa o a sequele fibroadesive, che darebbero origine a tasche di retrazione e ad eventuale colesteatoma.

In un lavoro di Tos (1993) si sottolinea la presenza di anormalità della pars-tensa a varie età in una coorte di bambini sani ed in due gruppi clinici di casi di otite media secretiva trattati con adenoidectomia e drenaggio transtimpanico. In quest’ultimo gruppo si è osservato la presenza all’età di 18 anni di anormalità della membrana timpanica del quasi 60%. Si può concludere che tutti i casi di otite media rappresentano stadi differenti di un continuum di eventi con forme precoci di otiti medie che porterebbero a varie sequele e/o a malattia cronica (Paparella 1985).

Le timpano plastiche chiuse nel bambino C.A. LEONE Reparto ORL, Azienda Osp. Monaldi, Napoli

Le motivazioni che spingono chi si occupa di questa chirurgia a differenziare il trattamento del colesteatoma del bambino rispetto a quello dell’adulto sono molteplici: • maggiore aggressività dei cheratinociti (dato controverso); • maggiore incidenza delle infezioni delle altre vie respiratorie; • maggiore pneumatizzazione della mastoide del bambino, che favorisce la diffusione del colesteatoma nelle cavità paratimpaniche; • sviluppo anomalo del recesso peritubarico. Gli obiettivi della chirurgia del colesteatoma, indipendentemente dalla tecnica usata sono l’eradicazione della malattia, il rispetto delle strutture nobili dell’orecchio medio e dell’orecchio interno, il rispetto ed il miglioramento della funzione uditiva. Per timpanoplastica si intende un intervento che si propone di rimuovere la patologia dall’orecchio medio e di ricostruire l’apparato timpano ossiculare per migliorare la funzione uditiva. Le timpanoplastiche chiuse, nella fattispecie, hanno l’obiettivo di preservare i contorni anatomici dell’orecchio medio e del condotto uditivo esterno. Le controversie che accendono la diatriba su quale tecnica usare, sono costituite da: • recidive: il colesteatoma residuo (che si sviluppa da un’isola di tessuto epidermico lasciata in sede), il colesteatoma ricorrente (che rappresenta una vera e propria recidiva, sviluppandosi anche in sedi diverse da quella primitiva) e le tasche di retrazione (che si definiscono autodrenanti e non, con fondo visibile o non alla otomicroscopia); • tecnica chirurgica: chiusa vs. aperta, stadiazione ed accorgimenti. In particolare alcuni accorgimenti tecnici sono particolarmente utili nella chirurgia del colesteatoma del bambino, quali l’utilizzo di endoscopi durante l’intervento, la stadiazione della tecnica, il rinforzo con cartilagine nei quadranti postero-superiori, l’inserzione di un drenaggio transtimpanico contemporaneamente all’intervento. Consigliamo sempre la programmazione dell’intervento in 2 tempi. Ad un primo tempo di eradicazione della patologia e ricostruzione della membrana timpanica segue un secondo tempo di controllo e di ricostruzione della catena ossiculare. Le indicazioni ad un tempo unico sono riservate alle orecchie con scarsa riserva cocleare, mucosa dell’orecchio medio normale, o condizioni che lasciano intravedere una modesta prognosi funzionale (timpanosclerosi). Nella scelta della tecnica chirurgica bisogna inoltre considerare alcuni fattori come le condizioni generali del paziente (età, malattie intercorrenti, condizioni socio-economiche, anacusia, unico orecchio udente) e fattori locali (colesteatoma bilaterale, condotto uditivo esterno eroso, orecchio già operato, sede della perforazione, pneumatizzazione della mastoide, seno sigmoide procedente, tegmen timpani basso). Non bisogna trascurare le condizioni intraoperatorie come la sede del colesteatoma, la sua estensione, la presenza di una fistola labirintica e l’aspetto della mucosa dell’orecchio medio. I vantaggi teorici di una tecnica chiusa sono: • rapidità di guarigione; • possibilità di utilizzare una protesi acustica; • nessuna limitazione all’esposizione all’acqua. Gli svantaggi della tecnica chiusa sono: • tecnica chirurgica più difficile; • incidenza maggiore di recidive; • necessità di un secondo tempo chirurgico; • difficoltà di individuare una malattia residua. La nostra personale casistica è costituita da 105 pazienti con colesteatoma acquisito trattati dal 1984 al 1989. In 58 pazienti era affetto l’orecchio destro, 55 erano maschi con età media di 8,7 anni; il follow-up minimo è stato di 10 anni. In 85 casi si è effettuata una tecnica chiusa. La sede del colesteatoma, secondo la classificazione di Sanna, era principalmente rappresentata a livello epi-mesotimpanica (59,5%-62 casi). L’incidenza delle recidive, nella nostra casistica, rappresenta una importante e considerevole parte degli insuccessi a 2 anni dall’intervento; incidenza che a 4 anni si riduce per l’esecuzione di ulteriori interventi chirurgici di revisione, mantenendo sempre una tecnica chiusa. Molto spesso, però, quando persiste una ricorrenza trasformiamo la tecnica chiusa in una tecnica aperta. Considerata l’alta incidenza di recidive con tale tecnica è importante, a nostro avviso, controllare i bambini per almeno 10 anni. Per quanto riguarda, in fine, i risultati funzionali si può affermare che indipendentemente dalla tecnica usata, un buon risultato si ottiene quando è presente una staffa integra e mobile. In conclusione riteniamo che la scelta della tecnica chirurgica debba essere sempre personalizzata e che la tecnica chiusa nel bambino sia preferibile a quella aperta per il miglior risultato anatomo-clinico ad eccezione di: • chirurgia di revisione; • presenza di unico orecchio udente; • orecchio anacusico; • erosione del CUE; • due o più fattori di rischio con mastoide eburnea.

Anche se può apparire teoricamente paradossale, l’Ordine dei Medici, almeno nel suo inquadramento attuale, è un’istituzione che tutela soprattutto il cittadino. Dall’Ordine il medico è tutelato solo indirettamente, e soprattutto con una serie di regole e di avvertimenti, più che di rassicurazioni o promesse. Ciò che anche il cittadino deve però sapere è che l’Ordine considera tutti i medici alla pari, senza alcuna distinzione: l’Ordine è per tutti i medici e non per una parte di essi. Per tale ragione non deve stupire più di tanto che anche il Codice di Deontologia Medica, anche nella sua ultima stesura, dedichi un intero articolo (il 15) alle cosiddette “pratiche non convenzionali”, nonostante i vari pareri in merito siano ancora in gran parte contrastanti e, in molti casi, anche contrari. Probabilmente il termine “pratiche” potrebbe suonare troppo vago e di per sé poco orientato verso una distinzione fra attività mediche e discipline di altro tipo (forse più “non convenzionali” che “medicine”). In realtà, il comitato per la deontologia si è trovato a discutere del soggetto in un momento di grande fermento culturale e politico in cui neppure a livello legislativo era stata operata una distinzione realistica, chiara e utile: per questo si è forse prudentemente trincerato dietro un termine molto ampio che quanto prima sarà sicuramente sostituito con uno più idoneo. Già dal primo comma dell’articolo si evince come la principale finalità dell’Ordine, e quindi del medico da quest’organismo tutelato, debba essere anche in quest’ambito il decoro e la dignità della professione. Qualunque attività sanitaria di competenza del medico, anche se presentasse qualche aspetto diverso dai canoni tradizionali, dovrà sempre rispettare quel codice di correttezza e di nobiltà che da sempre conferisce all’atto medico un’aura quasi di sacralità… Il principio bioetico di beneficità sarà pertanto mantenuto anche fra le medicine complementari né più né meno che per la medicina tradizionale: non si tratterà dunque di porsi in competizione fra sostenitori di una corrente o di un’altra, né di far prevalere interessi di alcun genere. Per questo, il cittadino che ricorre ai servizi di un medico deve comunque sapere che quel medico s’impegnerà a curarlo nel modo migliore possibile nell’ambito delle sue competenze specifiche e della sua coscienza di professionista e di uomo. Il suo sapere in ambito non convenzionale va visto pertanto come una possibilità in più che il medico può offrire al suo paziente, e non come un’alternativa obbligata a trattamenti tradizionali, magari sulla base di una filosofia particolare. Il secondo comma dello stesso articolo, quando parla di trattamenti specifici e scientificamente consolidati, pone in ogni caso le terapie scientificamente dimostrate a un livello superiore a quello di altre che fino a oggi non si sono avvalse di studi di provata efficacia, così come auspica la medicina delle evidenze (Evidence-Based Medicine): ciò non deve indurre chi legge a vedere un errore nell’enunciazione del primo comma, immaginando come una formalità la citazione delle pratiche non convenzionali a queste condizioni. Non si tratta di un errore o di un facile imbonimento della commissione per la stesura del Codice Deontologico. E’ risaputo che i fondi di cui dispone la medicina tradizionale, in particolare quella farmacologica, sono sempre stati maggiori rispetto ai budget delle medicine non convenzionali (fino a oggi, comunque, escluse dal piano sanitario nazionale). E’ noto anche che alcune discipline complementari (in particolare l’omeopatia) necessitano di parametri molto particolari, basati soprattutto sulla regola dell’hic et nunc (quella cura per quel malato in quel momento), per i quali il metodo scientifico tradizionale può non essere sufficiente (perché impostato su grandi campioni). E’ indubbio però che nel momento in cui fossero rivisti i metodi d’indagine epidemiologica anche alla luce delle medicine non convenzionali, oppure in cui i lavori scientifici in materia di medicine non convenzionali fossero ritenuti sufficienti e quindi accettati, le stesse “pratiche” entrerebbero ipso facto nel novero dei “trattamenti di comprovata efficacia”. A tutela del cittadino, ma anche del medico e della medicina, esiste comunque uno strumento che favorisce il rapporto medico-paziente anche in questi ambiti: ci riferiamo al consenso informato, anzi “esplicito e informato”, indicato anche dall’articolo 15, ma descritto per esteso nell’articolo 35 di suddetto Codice. Il medico deve sempre mettere il suo paziente nelle condizioni di conoscere l’iter cui sarà sottoposto, soprattutto se il medico ritenga che possano esserci dei rischi. Facendogli leggere e firmare il modulo del consenso informato, il medico deve fornire al paziente “la più idonea informazione sulla diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive e le eventuali alternative diagnostico-terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate; il medico dovrà comunicare con il soggetto tenendo conto delle sue capacità di comprensione, al fine di promuoverne la massima partecipazione alle scelte decisionali e l’adesione alle proposte diagnostico terapeutiche” (art. 33). Questo articolo non è pensato né stilato per le medicine convenzionali, ma va esteso anche a esse, indipendentemente dal fatto che per qualcuno si tratti di medicine innocue o, come si dice erroneamente, “dolci”. Anche in questo caso l’Ordine adotta un trattamento paritario a tutte le medicine, forte del fatto che non ci sono tante medicine, ma una sola medicina. Sul terzo comma parrebbero non esserci in apparenza dubbi: il medico non può e non deve collaborare a qualsiasi titolo o favorire l’esercizio di terzi non medici nel settore delle cosiddette pratiche non convenzionali (il che minerebbe dunque decoro e dignità della professione). Dunque l’aggiunta “anche nel settore delle cosiddette pratiche non convenzionali” parrebbe essere pleonastica. La precisazione ci pare però importante perché proprio nel settore “non convenzionale” (e più spesso in quello delle “pratiche” piuttosto che delle “medicine”) è più facile il richiamo del facile guadagno, magari anche a spese (è il caso di dirlo!) del cittadino quasi sempre ignaro di ciò che gli si fa o dà, stimolato a richiedere prestazioni particolari perché vendute come “naturali” o “non tossiche”. Può succedere pertanto che questo tipo di miraggio economico o taumaturgico possa in qualche caso indurre anche un laureato in medicina a prestare il suo nome a iniziative che di medico non hanno nulla, oppure a coprire dei non medici a svolgere attività mediche.

ANCONA Non si muove dal capezzale del figlioletto la mamma del piccolo di 7 anni ricoverato«in uno statocomatoso grave» all’ospedale pediatrico Salesi di Ancona per un’otite curata non con gli antibiotici ma con preparati omeopatici. Tutelata, con il piccolo, da un cordone protettivo di familiari, amici e personale medico. Non vuole vedere nessuno che non sia il figlioletto o i parenti più stretti. Il momento è delicatissimo. «Pregate, pregate per lui» è l’implorazione che rimbalza da Cagli dove la famiglia risiede. Una famiglia conosciuta, giovane, serena, con altri figli piccoli che si è ritrovata catapultata in un incubo per un’infiammazione solitamente guaribile in pochi giorni con antibiotici.

Che il bimbo non ha mai preso perché ci si è fidati delle prescrizioni di un medico omeopata pesarese che aveva già curato alcuni familiari. Ma adesso non è il momento dei perché, anche se del caso verrà informata la procura, per chiarire quello che è accaduto in queste settimane. Serviranno comunque altri riscontri per stabilire un nesso diretto fra l’evolversi della situazione clinica e la mancata terapia antibiotica. Ci sarà dunque tempo per sciogliere gli interrogativi e per ottenere risposte. Ora c’è solo la disperazione che non deve spezzare l’esilissimo filo della speranza. I genitori sono sotto shock e con loro i nonni, gli zii e gli altri parenti più prossimi che si stanno alternando in questi giorni terribili nella spola continua tra Cagli e Ancona. Chi non si muove giorno e notte, notte e giorno, è la giovane mamma del bimbo che chiede solo che suo figlio venga salvato. Ieri, il bollettino medico diffuso dal direttore sanitario degli Ospedali Riuniti, Alfredo Cordoni, attestava la gravità della diagnosi: «Dall’ultima valutazione dei parametri vitali, respiratori, cardiocircolatori ed elettroencefalografici risulta persistere uno stato comatoso grave».

Dal suo ricovero, avvenuto nella notte tra il 23 e il 24 maggio, le condizioni del bambino non sono migliorate. Il piccolo soffriva di otite da almeno due settimane. I genitori si erano così rivolti ad un omeopata di Pesaro, venendo rassicurati. Trascorsi 15 giorni il bambino stava sempre peggio, con forti dolori e febbre altalenante. Nella giornata di martedì scorso ha perso conoscenza: i genitori l’hanno portato nell’ospedale più vicino, a Urbino, dove una Tac ha rivelato che il pus causato dall’infezione batterica aveva già compromesso le funzioni cerebrali. Da Urbino la corsa verso il presidio pediatrico Salesi: alle 4 di notte i medici hanno sottoposto il bambino ad un intervento per la rimozione dell’ascesso cerebrale, somministrando poi una terapia antibiotica d’urto. E siamo all’oggi, con il bimbo che sta lottando tra la vita e la morte e nel reparto di Rianimazione. Nel frattempo sono tantissime le persone e i gruppi religiosi che stanno pregando per il bimbo e la sua famiglia e che invitano altri a unirsi. Un tam tam diffuso anche attraverso i social.

La pediatra di famiglia, la dottoressa. Rosera Falasconi, ha raccontato di non aver mai visitato il bambino negli ultimi 15 giorni, di non essere stata interpellata per il problema dell’otite e di non aver prescritto alcun farmaco, tanto meno di carattere omeopatico. Il piccolo paziente, che ha altri fratelli, era seguito da un medico omeopata da almeno tre anni, a quanto pare con soddisfazione della famiglia. I genitori non sarebbero seguaci di movimenti contrari alla medicina ufficiale, avrebbero solo una generica preferenza per le cure omeopatiche. Resta il fatto che loro stessi hanno confermato ai sanitari del Salesi che dall’età di tre anni il figlio non ha mai assunto antibiotici.

CAGLI E’ come se un velo di tristezza, angoscia e paura avesse ricoperto, tutto ad un tratto, l’intera cittadina. La piazza, i vicoli, i negozi, le scuole e, soprattutto, gli sguardi dei cittadini travolti da una notizia estemporanea e terribile. E’ così che si è svegliata, ieri mattina, Cagli, racchiusa in una campana di angoscia opprimente, con il cuore appeso alla speranza che il suo piccolo cittadino, ricoverato all’ospedale Salesi in gravi condizioni, possa riuscire a farcela, possa tornare a stare bene.

L’attesa
«Mi sento di esprimere la più sentita vicinanza e solidarietà alla famiglia. In questo momento, possiamo solo pregare, ognuno con il suo credo, e rimanere uniti». E’ il primo cittadino di Cagli Alberto Alessandri, a farsi portavoce del dolore e dello sgomento di un’intera comunità che aspetta, con il fiato sospeso e il cuore in mille pezzi, di avere notizie, di intravedere uno spiraglio di speranza in un quadro clinico apparso, fin da subito, molto critico. Il bambino, mercoledì notte, è stato trasportato d’urgenza dall’ospedale di Urbino al pediatrico Salesi di Ancona con un grave ascesso cerebrale. Era affetto, da un paio di settimane, da un’otite, curata con metodi omeopatici, così come dichiarato ai medici dai genitori. Poi, nella notte, un violento attacco di febbre e una situazione medica che è degenerata velocemente, con un intervento neurochirurgico e il coma. «Non ho ancora parlato direttamente con i genitori, che sono in ospedale con il bambino. Ho chiesto notizie ad una parente stretta, non c’è ancora nessuna novità. La situazione, purtroppo, resta grave» commenta con amarezza il sindaco che, come tanti altri cittadini, in questi giorni, ha provato a chiedere discretamente informazioni e aggiornamenti a zii, parenti e soprattutto ai nonni, molto conosciuti in paese perché titolari di attività al pubblico. «Sono vicino, e con me tutta la comunità, alla famiglia del piccolo, molto conosciuta ed inserita in paese. Sono dei bravi ragazzi a cui tutta la città vuole bene» conclude il sindaco, senza nascondere emozione e trasporto.

Lo stesso trasporto che trapela dai tanti post su Facebook di solidarietà e vicinanza nei confronti della famiglia che tutti in paese conoscono. Gente stimata e rispettata travolta da un dolore impossibile da quantificare, caduto come un macigno, probabile conseguenza di una “semplice” otite, non curata nella maniera adeguata. Ma non è tempo, adesso, di sindacare o giudicare, di recriminare o puntare il dito.

Chi ci prova, in paese, viene subito messo a tacere. Adesso, è solo il momento di stringersi in rispettoso silenzio, di supportare, ognuno come può, una famiglia annichilita, e di sperare e pregare, affinché il piccolo sia più forte di ogni complicazione e che riesca a reagire, tornando presto a stare bene.

L’agonia del piccolo Francesco Bonifazi è durata quattro giorni, finché ieri mattina i medici dell’ospedale materno infantile Salesi di Ancona non l’hanno dichiarato clinicamente morto. Fine delle speranze, anche se il suo sacrificio servirà per dare speranza di vita ad altri sei piccoli pazienti, visto che i genitori hanno dato il consenso per un prelievo multiorgano.

L’INCHIESTA Adesso sarà un’inchiesta penale, aperta per il reato di omicidio colposo, a chiarire chi ha la responsabilità di questa morte causata dalle complicanze di una banale otite bilaterale curata per due settimane solo con rimedi omeopatici. I familiari del bambino, che viveva a Cagli, in provincia di Pesaro Urbino, accusano il medico omeopata a cui s’erano affidati, preferendolo alla pediatra di famiglia. «Lo denunceremo, è stato lui a dire ai genitori di non ricoverarlo, li ha spaventati dicendo che i farmaci tradizionali l’avrebbero fatto diventare sordo o indotto in coma epatico», accusa il nonno materno Maurizio, con uno sfogo che adesso la Procura dovrà mettere a confronto con la versione che darà il dottor Massimiliano Mecozzi, medico omeopatico con studio a Pesaro.

Ieri è rimasto in silenzio, ma presto sarà interrogato per chiarire quali sono stati negli ultimi quindici giorni, da quando il bambino s’era ammalato, i rapporti con il bambino e i suoi genitori. Aveva visitato Francesco due volte, l’ultima a domicilio il 21 maggio, sempre consigliando rimedi omeopatici, a detta dei familiari. Ma Francesco peggiorava. Fino alla notte del 23, quando ha perso conoscenza: a quel punto l’hanno portato nell’ospedale di Urbino, dove una Tac ha rivelato gravi danni al cervello. I sanitari hanno disposto il trasferimento al Salesi, dove subito i medici hanno tentato un intervento chirurgico per la rimozione dell’ascesso cerebrale. È cominciata anche una terapia antibiotica d’urto, ma le condizioni del bimbo sembravano disperate. Ieri mattina alle 10 e 40 anche l’ultimo filo di speranza s’è spezzato.

«La situazione era già di coma importante – ha spiegato il dottor Fabio Santelli, direttore del Reparto di Anestesia e Rianimazione del Salesi – Si è fatto un tentativo di aspirazione dell’ascesso, ma il pus dall’orecchio era arrivato al cervello, e l’infezione era troppo estesa. Al di là delle convinzioni personali in materia di terapie mediche, se dopo tre o quattro giorni l’infezione permane e il quadro clinico appare compromesso è meglio affidarsi agli antibiotici».

Ed è proprio questo il cuore dell’inchiesta aperta sulla morte di Francesco dalla Procura, che disporrà l’autopsia e acquisirà le cartelle cliniche. A rischio la posizione di Mecozzi, 55 anni, ambulatori a Pesaro e Fano, conosciutissimo tra i cultori dell’omeopatia. Un uomo religiosissimo viene descritto da chi lo conosce. Tanto da aver fatto parte in passato di gruppi di preghiera, tra cui quello del Roveto Ardente, da tempo sciolto dopo essere stato al centro di un’inchiesta giudiziaria conclusasi però con un’archiviazione per le accuse di truffa e circonvenzione di incapace. Il dottor Mecozzi per un periodo decise di lasciare la professione e di lavorare come magazziniere, ma poi è tornato a lavorare come medico, regolarmente iscritto all’ordine dei medici di Pesaro. Anche i genitori di Francesco, che hanno altri due figli minori, potrebbero essere indagati per non essersi rivolti ad altri medici o al pronto soccorso vedendo che la situazione peggiorava.

Così dilaga la medicina alternativa ma è in arrivo la stretta sui prodotti
Sono molte le critiche che nel tempo e, in particolare nelle ultime ore, sono state avanzate contro l’omeopatia. Gino Santini, segretario nazionale SIOMI-Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata e direttore dell’Istituto di Studi di Medicina Omeopatica, i rimedi omeopatici possono sostituire quelli convenzionali?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.