Rubata reliquia con il cervello di Don Bosco: spunta il nome di Bergoglio, dall’incredulità all’invito alla preghiera

Ha letteralmente fatto il giro del mondo la notizia del furto avvenuto nella serata di venerdì alla Basilica inferiore del Colle Don Bosco.  Secondo quanto emerso, pare sia stata trafugata la teca contenente una porzione del cervello del grande santo sociale Don Bosco.  La reliquia in cui Salesiani avevano indicato una saletta a parte era stata apposta proprio nel punto in cui Don Bosco nacque, ovvero in una stanza della cascina Vione che alla fine degli anni 50 venne rasa al suolo per far posto al Santuario. Al momento non si hanno molte notizie al riguardo della scoperta del furto né tanto meno si hanno notizie di un possibile ritrovamento.  Partite sin da subito le indagini sul furto della reliquia di San Giovanni Bosco dalla Basilica di Colle Don Bosco nell’astigiano, queste sono proseguite nel più stretto riserbo; al momento i carabinieri del comando provinciale di Asti, coordinati dalla procura stanno provando a risalire all’autore o agli autori.

Da venerdì sera, l’accesso alla teca dove era custodita l’urna con il cervello del Santo, è stata interdetto, mentre la Basilica superiore e inferiore sono rimaste aperte come sempre. Secondo quanto riferito dagli inquirenti, pare che il furto sia stato effettuato da professionisti, molto probabilmente su commissione e pare ci sia già un sospetto ovvero si presume che possa trattarsi di qualcuno che abbia voluto fare uno sgarbo o lanciare un avvertimento a Papa Francesco, molto devoto a Don Bosco.  Per chi non lo sapesse, la famiglia di Papa Francesco è originaria proprio della zona e in alcune occasioni il Pontefice aveva reso omaggio al Santo nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino e in una di queste occasioni aveva ricordato di essere riconoscente ai Salesiani per quello che avevano fatto per la sua famiglia.

Nonostante ci sia questa possibilità, gli inquirenti pare non stiano tralasciando alcuna pista e stanno lavorando nel massimo riserbo. Si ipotizza anche che il furto possa essere stato commissionato da qualche collezionista di reliquie di santi. Anche i Salesiani hanno scelto di non divulgare dettagli al fine di non ostacolare il lavoro degli inquirenti.  Ciò che si sa al momento è che non sono stati ritrovati segni evidenti dell’avvenuta intrusione nella Chiesa.

“Siamo molto addolorati, insieme con i tanti devoti che ne verranno a conoscenza, per quanto successo. Confidiamo che don Bosco possa toccare il cuore di chi ha compiuto tale gesto e farlo ritornare sui suoi passi così come era capace di trasformare la vita dei giovani che incontrava. Siamo altresì sicuri che si possa, come è capitato, trafugare una reliquia di don Bosco, ma non si possa rubare don Bosco a noi e ai tanti pellegrini che ogni giorno visitano questi luoghi” ha dichiarato don Ezio Orsini, Rettore della Basilica.

Credere che sicuramente qualcuno ci aiuterà è un atto di coraggio. E certamente a don Bosco non era mancato il coraggio, quando aveva dato al capomastro 8 soldi per incaricarlo di costruire la Basilica, rassicurandolo: «Stai tranquillo. La Madonna penserà lei a far arrivare il denaro necessario». E anche la fede del capomastro è di grande esempio per tutti. Ma cominciamo dall’inizio. Don Bosco credeva sempre, anche nelle situazioni più difficili. E pensando alla storia della Basilica, non si può che ammirarlo per questo. Tutto era cominciato nell’ottobre del 1844 da un semplice sogno. Vidi una pastorella. Mi invitò a guardare a mezzodì. Guardando, vidi un campo, in cui era stata seminata meliga, patate, cavoli, barbabietole, lattughe e molti altri erbaggi. «Guarda un’altra volta», mi disse; e guardai di nuovo. Allora vidi una stupenda ed altra chiesa. Un’orchestra, una musica strumentale e vocale mi invitavano a cantar messa. Nell’interno di quella chiesa era una fascia bianca, in cui a caratteri cubitali era scritto: Hic domus mesa, inde gloria mea (“Qui è la mia casa, di qui uscirà la mia gloria”). Era solo un sogno, ma a lui quel sogno bastò. Per 19 anni continuò a coltivarlo, finché nel 1863 decise che era giunto il momento di trasformarlo in realtà. Pensavo: la nostra chiesa è troppo piccola; non contiene tutti i giovani. Quindi ne fabbricheremo un’altra più bella, più grande, che sia magnifica. Le daremo il titolo: Chiesa di Maria SS. Ausiliatrice. La Madonna vuole che la onoriamo sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: i tempi corrono così tristi che abbiamo proprio bisogno che la Vergine SS. ci aiuti a conservare e difendere la fede cristiana. Io non ho un soldo, non so dove prenderò il denaro, ma ciò non importa. Se Dio la vuole, si farà. La sua fiducia e il suo coraggio vennero messi, peraltro, a dura prova. I fondi per la costruzione ammontavano unicamente a quei famosi 8 soldi e quando si seppe che la Basilica sarebbe stata dedicata a Maria Ausiliatrice, le autorità municipali di Torino intesero quella dedica come una sfida da parte dei cattolici agli ideali liberali. Oggi, dopo quasi 150 anni, la Chiesa di Maria Ausiliatrice accoglie ancora tutti i pellegrini (e anche tanti turisti) da ogni parte del mondo. Don Bosco aveva creduto. Ci aveva creduto. E la realizzò.

Il sogno dei nove anni I bambini sognano sempre. Ma il sogno che un giovanissimo Giovanni Bosco fece a 9 anni non solo si realizzò, ma cambiò la stessa realtà che lo circondava. E quel sogno cominciava con dei bambini. Mi pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una grande quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole. In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobilmente. Un manto bianco gli copriva tutta la persona. La sua faccia era così luminosa che non riuscivo a fissarla. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di mettermi a capo di quei ragazzi. Aggiunse: «Dovrai farteli amici con bontà e carità, non picchiandoli. Su, parla, spiegagli che il peccato è una cosa cattiva, e che l’amicizia con il Signore è un bene prezioso». Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante, che non ero capace a parlare di religione a quei monelli. In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le bestemmie, e si raccolsero tutti intorno a colui che parlava. Quasi senza sapere cosa dicessi, gli domandai: «Chi siete voi, che mi comandate cose impossibili?». «Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili» rispose «dovrai renderle possibili con l’obbedienza e acquistando la scienza». «Come potrò acquistare la scienza?». «Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è sapiente diventa un povero ignorante». «Ma chi siete voi?». «Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno». «La mamma mi dice sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il suo permesso. Perciò ditemi il vostro nome». «Il mio nome domandalo a mia madre». In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un manto che risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse una stella luminosissima. Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno di andarle vicino, mi prese con bontà per mano e mi disse: «Guarda». Guardai, e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c’era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La donna maestosa mi disse: «Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli». Guardai ancora, ed ecco che al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa attorno a quell’uomo e a quella signora. A quel punto, nel sogno, mi misi a piangere. Dissi a quella signora che non capivo tutte quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo e mi disse: «A suo tempo, tutto comprenderai». Aveva appena detto queste parole che un rumore mi svegliò. Ogni cosa era scomparsa. Quel sogno divenne la bussola della vita di Giovanni Bosco.

Cammino Giovanni va a scuola Quando don Bosco cominciò ad andare a scuola, la strada si rivelò lunga e difficile da percorrere. E non solo in senso fisico. Durante l’inverno, il lavoro in campagna era ridotto quasi a zero. Antonio [fratellastro di Giovanni Bosco, ndr] permise che studiassi quanto volevo. Venuta però la primavera, cominciò a lamentarsi. Diceva che lui doveva logorarsi la vita in lavori pesanti, mentre io facevo il signorino: ebbe vivaci discussioni con me e con mia madre. Alla fine, per non rompere la pace in famiglia, decidemmo che sarei andato a scuola il mattino presto. Il resto della giornata l’avrei impiegato nei campi. Ma come avrei potuto studiare le lezioni e fare le traduzioni? Don Bosco sapeva quanto fosse importante lo studio e non si arrese. La strada da casa a scuola si trasformò in una seconda aula, dove ogni passo era scandito da coniugazioni e tabelline. Quando nel pomeriggio raggiungeva la famiglia al campo, con una mano trascinava la zappa e con l’altra teneva aperto il libro di grammatica. A merenda, briciole di pane cadevano sul libro aperto in equilibrio sulle ginocchia; dopo cena barattava qualche ora con il sonno per fare i compiti. Eppure… Nonostante tanto lavoro e tanta buona volontà, Antonio non era soddisfatto. Un giorno, con tono deciso, disse a mia madre e a mio fratello Giuseppe: «È ora di farla finita con quella grammatica. Io sono diventato grande e grosso e non ho mai avuto bisogno di libri». In uno scatto di dolore e di rabbia dissi: «Anche il nostro asino non è mai andato a scuola, ed è più grosso di te». A quelle parole andò sulle furie, e a stento potei evitare scappando una pioggia di pugni e di schiaffi. Il cammino era lungo e faticoso, ma don Bosco andò sempre avanti, un passo dopo l’altro. Quei libri, per lui, valevano tutta la sua fatica e il tanto sudore.

Famiglia Mamma Margherita a Valdocco Anche nei momenti più difficili, don Bosco sapeva che c’era una persona su cui avrebbe potuto contare sempre: sua madre. Avevo passato alcuni mesi di convalescenza in famiglia. Ora ero deciso a tornare tra i miei amati ragazzi. Ogni giorno ce n’era qualcuno che veniva a trovarmi o che mi scriveva. Mi dicevano: «Faccia presto! ». Ma dove andare ad abitare, ora che ero stato licenziato dal Rifugio? Con quali mezzi potevo sostenere un’opera che ogni giorno costava più fatiche e più denaro? Le persone che lavoravano per l’Oratorio, e io stesso, dovevamo pur vivere. In quel tempo si erano rese libere due stanze in casa Pinardi, e le feci affittare per me e per mia madre. «Mamma» le dissi un giorno, «dovrei andare ad abitare a Valdocco. Dovrei prendere una persona di servizio. Ma in quella casa abita gente di cui un prete non può fidarsi. L’unica persona che mi può garantire dai sospetti e dalle malignità siete voi». Essa capì la serietà delle mie parole, e rispose: «Se credi che questa sia la volontà del Signore, sono pronta a venire». Mia madre faceva un grande sacrificio. Non era ricca, ma in famiglia era una regina. Piccoli e grandi le volevano bene e le ubbidivano in tutto. Dai Becchi spedimmo alcune cose necessarie per preparare le stanze. Le altre poche masserizie vi furono trasportate dalla camera che avevo abitato al Rifugio. Prima di partire, mia madre riempì un canestro di biancheria e di oggetti necessari. Io presi il breviario, un messale, alcuni libri e alcuni quaderni. Questa era tutta la nostra fortuna. Ma la mamma di Giovanni non si fermò qui. Quando divenne chiaro che non avevano abbastanza soldi per l’affitto il cibo e i vestiti, Margherita fece un altro, enorme sacrificio: riutilizzare il corredo da sposa, una delle cose più preziose (e non solo in termini economici) che una donna di quel tempo potesse avere. Mia madre si fece mandare il suo corredo da sposa che fino allora aveva custodito gelosamente. Alcune sue vesti servirono a fare pianete. Con la biancheria si fecero tovaglie d’altare e indumenti che servirono per la celebrazione della santa Messa. Tutto passò per le mani di madama Gastaldi, che fin d’allora prendeva a cuore le necessità dell’Oratorio. Mia mamma possedeva pure una piccola collana d’oro e alcuni anelli. Li vendette per comprare oggetti necessari alla chiesa. Una sera mia madre, che era sempre di buon umore, si mise a cantare: “Guai al mondo – se ci sente forestieri – senza niente…”

Solidarietà La promessa che vince il colera Quando l’epidemia di colera colpì la città, don Bosco non esitò a ritenere che sia lui, sia i suoi ragazzi avrebbero potuto combattere la diffusione della malattia assistendo coloro che erano stati colpiti. Ma i ragazzi temevano di ammalarsi a loro volta; essendo loro spaventati e i cittadini abbandonati a loro stessi, certamente il colera poteva sconfiggerli tutti. E così… Don Bosco [così recita la testimonianza di don Michele Rua, ndr] una sera, nel solito sermoncino dopo le orazioni, ci assicurò che nessuno di noi sarebbe stato attaccato dalla terribile malattia che fece tanta strage nella città di Torino, specialmente nel quartiere dove abitavamo. Ci pose però la condizione di non commettere peccati mortali, e di dire ogni giorno un Pater, Ave e Gloria ed oremus a San Luigi Gonzaga, e la giaculatoria “Ab omni malo libera nos, Domine”. E tanta era la sua fiducia in Dio che in quella stessa circostanza ci esortò a prestare soccorso a coloro che sarebbero stati colpiti, assistendoli sia nei lazzaretti sia nelle case private. Prese nota di quanti si offrivano alla caritatevole impresa. Quando il colera cominciò le sue stragi, don Bosco e i suoi giovani furono tra i primi a prestare soccorso ai colerosi, passando i giorni e le notti al letto degli infermi, senza che neppure uno sia stato colpito. Io stesso, dietro il suo invito, presi parte a questa assistenza con altri compagni. Quante volte per primi noi rinunciamo ad un gesto solidale o caritatevole, adducendo più o meno reali motivazioni di pericolo o di timore? La solidarietà è un moto dell’animo che non ha freno dentro il cuore, ma neppure fuori di noi: don Bosco camminava le strade colpite dal colera, così come stava edificando i ragazzi all’interno del suo oratorio. Queste due realtà non potevano ignorarsi, non dovevano. E infatti quei due mondi del cuore, quei due angoli d’animo umano trovarono presto un punto d’incontro salvifico per entrambi. La solidarietà, quella che proviene dalla bontà d’animo e non si macchia di altri compromessi o interessi, sicuramente edifica e fortifica. Sia chi la riceve, sia chi la dona.

Collaborazione La “Società dell’Allegria” Durante gli anni della scuola, don Bosco comprese presto il valore delle vere amicizie. Sin da subito evitò i compagni che si davano a piccoli furti o a imprese rischiose. E questo gli valse la fiducia della padrona di casa, che gli chiese di aiutare suo figlio con la scuola. Era di carattere irrequieto, gli piaceva moltissimo il gioco, pochissimo lo studio. Anche se frequentava una classe superiore alla mia, sua madre mi pregò di dargli ripetizioni. Lo trattai come un fratello. Con gentilezza, giocando con lui, riuscii a portarlo in chiesa a pregare. Nello spazio di sei mesi cambiò. A scuola riuscì ad accontentare i professori e a prendere buoni voti. La madre fu così contenta che mi condonò la pensione mensile. Ero stimato e obbedito come il capitano di un piccolo esercito. Mi cercavano da ogni parte per organizzare trattenimenti, aiutare alunni nelle case private, dare ripetizioni. Coloro che prima avevano voluto coinvolgere Giovanni nelle loro bravate ora cominciarono a cercarlo affinché li aiutasse nei compiti. Lo fece, ma sempre secondo i propri valori: non prestando temi ed esercizi già fatti, ma insegnando loro a farcela da soli, con le loro forze. Spiegavo ciò che non avevano capito, li mettevo in grado di superare le difficoltà più grosse. Mi procurai in questa maniera la riconoscenza e l’affetto dei miei compagni. Cominciarono a venire a cercarmi durante il tempo libero per il compito, poi per ascoltare i miei racconti, e poi anche senza nessun motivo, come i ragazzi di Morialdo e di Castelnuovo. Formammo una specie di gruppo, e lo battezzammo Società dell’Allegria. Il nome fu indovinato, perché ognuno aveva l’impegno di organizzare giochi, tenere conversazioni, leggere libri che contribuissero all’allegria di tutti. Era vietato tutto ciò che produceva malinconia, specialmente la disobbedienza alla legge del Signore. Chi bestemmiava, pronunciava il nome di Dio senza rispetto, faceva discorsi cattivi, doveva andarsene dalla Società. Mi trovai così alla testa di un gran numero di giovani. Di comune accordo fissammo un regolamento semplicissimo: 1. Nessuna azione, nessun discorso che non sia degno di un cristiano. 2. Esattezza nei doveri scolastici e religiosi. Questo avvenimento mi diede una certa celebrità. Nel 1832 ero stimato e obbedito come il capitano di un piccolo esercito. L’allegria e più genericamente il divertimento furono, e possono ancora esserlo oggi, dei validi strumenti per costruire un bel gruppo di persone e di amici. Don Bosco costruì su questa allegria una collaborazione tra persone che portò a risultati eccezionali!

Silenzio Compagnia dell’Immacolata Nel 1854, a 12 anni, Domenico Savio fondò con un gruppo di amici la “Compagnia dell’Immacolata Concezione”, ma fu solo due anni dopo che don Bosco scoprì cosa il ragazzo si era proposto di fare. Infatti, con tutta calma e tranquillità, senza farsi notare, aveva voluto applicare quello che don Bosco gli aveva insegnato con l’esempio: Soltanto due anni dopo, trovai ciò che Savio aveva scritto in quell’occasione [la dichiarazione del Papa sulla nascita della Madonna senza peccato originale, ndr]. Era una specie di “regolamento e propositi” per la Compagnia. Sono 21 articoli, che riassumo brevemente per facilitarvi la loro lettura, ed erano impostati attorno a 3 linee guida generali. 1. Osservanza delle regole dell’oratorio; 2. Richiamo benevolo e caritatevole dei compagni; 3. Uso saggio e responsabile del tempo. I punti che seguivano andavano dall’obbedienza ai superiori, alla carità, al cammino di fede. Proseguivano le indicazioni per la correzione fraterna, l’attenzione agli altri, la preghiera (ma solo individuale), la frequenza ai sacramenti e alle altre pratiche religiose. Continuavano con la recita del rosario, la consacrazione ogni sabato a Maria, i comportamenti morali e dignitosi, l’ascolto della Parola, la giusta ripartizione del tempo tra studio, preghiera, gioco e pasti in comune. E, infine, si chiedeva agli iscritti la massima apertura alle indicazioni dei superiori, l’apertura a nuovi amici che, una volta ben confessati, desiderassero entrare nella Compagnia e molte altre indicazioni per una buona condotta individuale e sociale. L’ultimo punto invitava gli iscritti ad avere una sincera fiducia in Maria Immacolata e nella sua protezione. Allo stesso modo con cui la “Società dell’Allegria” di don Bosco poteva costruire collaborazione e sano divertimento, così anche la “Compagnia dell’Immacolata” di Domenico Savio si prefiggeva di edificare l’animo dei ragazzi, in modo da dargli equilibrio, obiettivi, forza amorevole. Domenico Savio individuò soprattutto nei momenti di preghiera individuali (dove maggiormente il silenzio è roboante di pensieri) quella fonte che poteva far cambiare la vita alle persone. Nel silenzio del cuore e dell’anima, si possono scovare tante idee, tanti propositi, tante motivazioni. Nel silenzio si può parlare di se stessi e degli altri. Nel silenzio si può trovare pace e forza. È il silenzio la parte più intima di noi. Domenico scoprì quel luogo mistico e stupendo e fece in modo che tanti altri ragazzi lo potessero raggiungere con lui. Senza troppi proclami. In dolce silenzio.

Dono Tutto a metà con Michele Michelino, quell’orfano di 8 anni che presso i Mulini aveva incontrato don Bosco e che sarebbe diventato il suo primo successore, non era stato attirato da una voce misteriosa, ma da una… cravatta. Eh sì, lo raccontò lui stesso all’amico Giovanni Francesia, che poi narrò: Un lunedì mattina Michelino aveva osservato un suo compagno far bella figura per una cravatta nuova. Esclamò: «Chi te l’ha comprata?». «Me la sono guadagnata ieri alla lotteria nell’Oratorio di don Bosco». «Chi è don Bosco?». «È un buon prete, che raccoglie alla domenica tanti ragazzi, li fa divertire, li istruisce, e per di più regala qualche oggetto. Ieri mi toccò questa cravatta». «E se ci andassi anch’io, potrei guadagnare simili oggetti? », «Certamente! Basta che esca il tuo numero […]. Il giovane Michele aspettò invano la lotteria per guadagnarsi la cravatta; ma, in compenso, vide don Bosco. Quel ragazzino era nato il 9 giugno 1837 in Borgo Dora, presso la Fucina delle Canne. Lì, in riva al fiume e a 400 metri da casa Pinardi, si fondevano le canne dei fucili e dei cannoni. Suo papà, Giovanni Battista, era controllore, il grado più alto che nella fabbrica potesse raggiungere un operaio. Gli era morta la prima moglie, dopo avergli dato tre figli, e per non lasciarli orfani si era sposato una seconda volta con Giovanna Ferrero. Anche da questo secondo matrimonio ebbe tre figli, Giovanni, Luigi e appunto Michelino. Fu là, nell’umile cappellina dei Becchi, che la domenica del Rosario, 3 ottobre 1852, prima della Messa solenne… il giovane Michele Rua vestì… l’abito chiericale. La sera stessa tutti tornarono a Torino. Il chierico Rua (così ormai lo chiamavano i suoi compagni) in un momento in cui fu solo vicino a don Bosco gli disse: «Quando mi incontrò la prima volta, lei mi fece un gesto strano: fece come per tagliarsi la mano sinistra e per porgermela. Cosa voleva dire?». «Non hai ancora capito?», sorrise don Bosco. «Nella vita noi due faremo sempre a metà. Dolori, responsabilità, gioie, tutto sarà per noi in comune». Da allora don Rua fece sempre a metà con don Bosco. Dapprima come scrittore, infatti era l’unico che capisse tutte le correzioni sui tantissimi testi che don Bosco scriveva; poi come fondatore di case; poi come suo segretario e infine come suo primo successore. Ognuno dei due fu un dono nella vita dell’altro. D’altronde, questo connubio nacque proprio all’insegna del voler donare e spartire proprio tutto.

. Amorevolezza L’incontro con Bartolomeo Don Bosco aveva già un forte ascendente sui ragazzi, ma fu dopo l’incontro con un giovane, Bartolomeo Garelli, che si rese conto di come un interesse sincero e affettuoso per l’altro potesse cambiare la vita di una persona. Orfano e semianalfabeta, Bartolomeo era venuto ad ascoltare la Messa, ma quando un altro prete lo aveva cacciato via a bastonate dopo avergli chiesto di servire la Messa ed essersi sentito rispondere che non sapeva farlo, don Bosco lo fece richiamare subito indietro. Nella festa dell’Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre 1841), nell’ora che mi era stata fissata, stavo indossando i paramenti per celebrare la santa Messa. II sacrestano, Giuseppe Comotti, vedendo un ragazzo in un angolo, lo invitò a servire la Messa. «Non sono capace», rispose tutto mortificato. «Dai, vieni a servire questa Messa! » insistette. «Ma non sono capace, non l’ho mai servita». «Allora sei un bestione!», si infuriò il sacrestano. «Se non sai servire Messa, perché vieni in sacrestia?». Sempre in furia, afferrò la canna che gli serviva per accendere le candele e la menò sulle spalle e sulla testa del povero ragazzo, che scappò a gambe levate. Allora gridai al sacrestano: «Ma cosa fa? Perché picchia quel ragazzo? Che male le ha fatto?». «Viene in sacrestia e non sa nemmeno servir Messa!». «E per questo bisogna picchiarlo?». «A lei cosa importa?». «Importa molto, perché è un mio amico. Lo chiami subito. Ho bisogno di parlare con lui». Quando tornò, don Bosco gli disse: «Sai leggere e scrivere?». «Non so niente». «Hai fatto la prima Comunione?». «Non ancora». «E ti sei già confessato?». «Sì, ma quando ero piccolo». «E vai al catechismo?». «Non oso». «Perché?». «Perché i ragazzi più piccoli sanno rispondere alle domande, e io che sono tanto grande non so niente. Ho vergogna». «Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo?». «Molto volentieri». «Anche in questo posto?». «Purché non mi prendano a bastonate».

don Bosco a tutto volume PER DIRE AI RAGAZZI QUELLO CHE CONTA 13 «Stai tranquillo, nessuno ti maltratterà. Anzi, ora sei mio amico, e ti rispetteranno. Quando vuoi che cominciamo il nostro catechismo?». «Quando lei vuole». «Stasera?». «Va bene». «Anche subito?». «Con piacere». Mi alzai e feci il segno della santa Croce per cominciare. Mi accorsi però che Bartolomeo non lo faceva, non ricordava come doveva farlo. In quella prima lezione di catechismo gli insegnai a fare il segno di Croce, gli parlai di Dio Creatore e del perché Dio ci ha creati. Non aveva una buona memoria, tuttavia, con l’attenzione e la costanza, in poche lezioni riuscì a imparare le cose necessarie per fare una buona confessione e, poco dopo, la sua santa Comunione. A Bartolomeo si aggiunsero altri giovani. Durante quell’inverno radunai anche alcuni adulti che avevano bisogno di lezioni di catechismo adatte per loro. Pensai soprattutto a quelli che uscivano dal carcere. Toccai con mano che i giovani che riacquistano la libertà, se trovano un amico che si prenda cura di loro, sta loro accanto nei giorni festivi, trova per loro un lavoro presso un padrone onesto, li va a trovare qualche volta lungo la settimana, dimenticano il passato e cominciano a vivere bene. Diventano onesti cittadini e buoni cristiani. Questo è l’inizio del nostro Oratorio, che fu benedetto dal Signore e crebbe come non avrei mai immaginato. Don Bosco, con un solo incontro, ottenne diversi risultati: diede inizio all’oratorio (ancor oggi la data dell’8 dicembre per i salesiani è da festeggiare anche per questo motivo); dimostrò che l’amore forte può vincere sulla forza e sulla violenza; da un solo ragazzo, la sua “catechesi” si espanse presto a tantissime altre persone (“chi ben comincia…”, basta iniziare!); la sua opera pastorale, iniziata con un ragazzo in chiesa, presto raggiunse anche i più lontani e disadattati come i carcerati o gli ex-carcerati (non c’è limite né di appartenenza né sociale alla forza dell’amore!). Tutto questo con un solo gesto, fatto in una piccola sacrestia…

Amicizia Un amico di nome Giona Un giorno don Bosco fece amicizia con un ragazzo ebreo, Giona1, con cui si trovava particolarmente in sintonia. Ma il rapporto tra i due divenne ancor più forte quando Giona si trovò nei guai e chiese un consiglio al suo amico. «Se fossi cristiano, ti porterei subito a confessarti. Ma per te non è possibile». «Ma anche noi, se vogliamo, possiamo confessarci». «Il vostro però non è un confessore. È’ un amico che vi ascolta e basta. Non celebra un sacramento, non può darvi il perdono a nome di Dio. Non è nemmeno tenuto al segreto». «Allora, se mi accompagni, vado a confessarmi da un prete». «Ci vuole una lunga preparazione». «Quale?». «La confessione cristiana perdona i peccati commessi dopo il Battesimo. Quindi, se vuoi ricevere un sacramento, prima di tutto devi venire battezzato». «Cosa dovrei fare per ricevere il Battesimo?». «Studiare la religione cristiana, credere in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Solo allora potrai essere battezzato». «E che vantaggio mi darà il Battesimo?». «Ti farà figlio di Dio, ti aprirà il Paradiso. Mediante l’acqua del Battesimo, Dio cancellerà il peccato originale, perdonerà le colpe commesse finora, e ti farà entrare nella sua Chiesa dove potrai ricevere tutti i Sacramenti della salvezza». «Ma noi ebrei non possiamo salvarci?». «Dopo la venuta del Figlio di Dio sulla terra, Gesù Cristo, la strada ordinaria della salvezza per tutti è credere in lui». «Se mia madre venisse a sapere che penso a diventare cristiano, per me sarebbero guai». «Non avere paura. Dio è padrone dei cuori. Se egli ti chiama a essere cristiano, farà in maniera che tua madre sia contenta, o comunque aggiusterà le cose». «Tu sei mio amico. Cosa faresti al mio posto?». Don Bosco cominciò a insegnargli i fondamenti della religione cristiana. Giona ne era felice, nonostante la paura che i suoi scoprissero la verità. Ma venne il giorno in cui sua madre scoprì il libro di catechismo e affrontò don Bosco.

don Bosco a tutto volume PER DIRE AI RAGAZZI QUELLO CHE CONTA 15 Secondo lei, l’amicizia di don Bosco era animata da secondi fini, mirava solo a convertire e rovinare suo figlio. Ma Giovanni si difese; non voleva nient’altro che il meglio per Giona, proprio perché era suo amico e teneva a lui: «Io non sono andato in cerca di suo figlio. Ci siamo incontrati nella bottega del libraio Elia e siamo diventati amici. Egli mi è molto affezionato, e anch’io gli voglio bene. Da vero amico voglio che salvi la sua anima, che conosca la religione cristiana, unica via di salvezza. Noti bene, signora, che io a suo figlio ho dato soltanto un libro, e l’ho solo invitato a informarsi seriamente sulla religione cristiana. Se egli diventerà cristiano, non abbandonerà la religione ebraica, ma la vivrà con maggiore perfezione». Questo scambio, e quelli che seguirono, misero a dura prova la loro amicizia. Ma Giona e Giovanni resistettero, forti dell’affetto che provavano l’uno per l’altro. Dovrei riempire parecchie pagine per raccontare gli incontri minacciosi che ebbi col Rabbino, i parenti di Giona, e ancora con la madre. Ma specialmente Giona subì minacce e violenze. Sopportò tutto con coraggio, e continuò a istruirsi nella fede. In famiglia non era più al sicuro. Dovette allontanarsi da casa e vivere in condizioni precarie. Molte persone però lo aiutarono. Un sacerdote molto istruito, a cui raccontai tutto, lo prese sotto la sua protezione, e lo aiutò ad approfondire la preparazione al Battesimo. Ora Giona era impaziente di diventare cristiano. (Il 10 agosto, nel duomo di Chieri) ci fu la festa del Battesimo. L’avvenimento fu un buon richiamo alla fede per tutti i chieresi, e fece riflettere alcuni ebrei, che più tardi abbracciarono il Cristianesimo. Ovviamente Giona non divenne cristiano solo per amicizia verso Giovanni (e questo è un punto su cui già riflettere…), ma soprattutto Giovanni non lo accompagnò durante la conversione solo per amicizia. Entrambi venivano e si muovevano per Dio e verso Dio. La loro amicizia fu solamente il veicolo con cui si mossero. Assieme. Condividendo le fatiche, le batoste e le soddisfazioni di quel viaggio. L’amico Giovanni fu saldo, paziente e compassionevole. L’amico Giona fu saldo, coraggioso e umile. Si può concordare che da questo rapporto di amicizia ne guadagnarono entrambi, pur anche non si volesse tener conto del vero guadagno massimo finale, quello della fede. Anche quella infine condivisa. Non “per” amicizia, ma “in” amicizia.

Stoffa La chiacchierata con Domenico Quando incontrò Domenico Savio per la prima volta, don Bosco comprese che il talento quel ragazzo ce l’aveva davvero. Nel 1854 fu proprio don Cugliero a venirmi a parlare di questo suo allievo così particolare. Gli assicurai che avrei incontrato volentieri il ragazzo a Morialdo, in occasione delle mie passeggiate autunnali con cui ritornavo al mio paese con i ragazzi. Ricordo ancora il giorno: era il primo lunedì di ottobre quando, di buon mattino, arrivò Domenico accompagnato da suo padre. «Chi sei? E da dove vieni?». Si presentò e mi parlò di lui, della sua provenienza e delle sue origini. Lo chiamai in disparte e gli chiesi se avesse intenzione di studiare. Entrammo immediatamente in una grande confidenza reciproca. Rimasi affascinato dalla sua capacità di ragionamento e di dialogo. Dopo un lungo discorso, mi domandò: «Allora, che gliene pare? Mi porterà a studiare a Torino?». «Beh, direi che sei una buona stoffa» gli risposi. E lui: “A che può servire questa stoffa?». «A fare un bell’abito da regalare al Signore» spiegai. «Allora io sono la stoffa e lei sarà il sarto: mi prenda con sé e mi faccia diventare un bell’abito per il Signore!» replicò deciso. «Temo solo per la tua gracilità. Ce la farai?» chiesi io. «Non abbia paura, don Bosco: il Signore mi ha dato finora salute e grazia, mi aiuterà anche in futuro» aggiunse Domenico. «Ma dopo aver studiato latino, cosa vorrai fare?». «Se il Signore vorrà, vorrei diventare prete». Così, a soli 12 anni, manifestò la sua vocazione con semplicità e decisione. Decisi di dargli un’opportunità. «Proviamo se hai abbastanza capacità per lo studio. Ora vai pure a giocare con gli altri. Ma entro stasera leggi una pagina di questo libro e torna a recitarmela, va bene?». E mentre Domenico si allontanava con il mio fascicolo delle “Letture Cattoliche”, mi misi a chiacchierare un po’ con suo padre. Dopo neppure otto minuti, Domenico tornò e mi ripeté la pagina a memoria spiegandomene il significato. Questa sua prova di intelligenza e di caparbietà sciolsero ogni mio dubbio. «Va bene, ti porterò con me a Torino, nella mia Casa. Vediamo se riusciamo a fare santa la mia e la tua vita». Domenico, sorpreso e al settimo cielo, mi baciò ripetutamente la mano, promettendomi che non mi avrebbe mai fatto soffrire per la sua condotta. E così fu. La stoffa, sì che l’aveva! Certo, ricevuta già in dono, ma Domenico seppe farne buon uso e don Bosco seppe addobbarla e abbellirla. Una giovane vita che ha saputo indossare la santità.

Soluzioni Tettoia Pinardi Non si può dire che don Bosco non fosse bravo a risolvere i problemi. Ma quello che gli si parò di fronte, il 5 aprile del 1846, sembrava davvero senza soluzione. Quello era l’ultimo giorno in cui avrebbero potuto usare un prato per l’oratorio e non aveva ancora trovato un altro posto dove andare. Quella volta sì che fu una di quelle in cui anche don Bosco si dovette scoprire disperato. La sera di quel giorno fissai a lungo la moltitudine dei ragazzi che giocavano. Era la “messe abbondante” del Signore. Ma operai non ce n’erano. C’ero io solo, operaio sfinito, con la salute malandata. Avrei ancora potuto radunare i miei ragazzi? Dove? Mi ritirai in disparte, cominciai a passeggiare da solo, e mi misi a piangere. «Mio Dio» esclamai «perché non mi indicate il luogo dove portare l’Oratorio? Fatemi capire dov’è, oppure ditemi cosa devo fare». Avevo appena detto queste parole, quando arrivò un certo Pancrazio Soave che, balbettando, mi disse: «È vero che lei cerca un luogo per fare un laboratorio?». «Non un laboratorio, ma un oratorio». «Non so che differenza ci sia. Ad ogni modo il posto c’è. Venga a vederlo. È proprietà del signor Francesco Pinardi, persona onesta. Venga e farà un buon contratto». Quando giunsero sul luogo, don Bosco trovò una tettoia, troppo bassa per loro purtroppo; eppure quell’uomo, Francesco Pinardi, voleva davvero che lì ci fosse un oratorio. Don Bosco rimase impressionato dalla devozione e disponibilità del signor Pinardi e decise che una soluzione andava trovata. «Troppo bassa, non mi serve» dissi. «La farò aggiustare come vuole» rispose cortesemente il Pinardi». «Scaverò, farò gradini, cambierò pavimento. Ma ci tengo che faccia qui il suo laboratorio». «Non un laboratorio, ma un oratorio, una piccola chiesa per radunare dei ragazzi». «Meglio ancora. Io sono un cantore e verrò a darle una mano. Porterò due sedie: una per me e una per mia moglie. E poi in casa ho una lampada: la porterò qui. Su, facciamo questo contratto». Quel brav’uomo era veramente contento di avere una chiesa in casa sua». «Mio caro amico -gli dissi- la ringrazio della sua buona volontà. Se mi garantisce che abbasserà il terreno di 50 centimetri, posso accettare. Ma quanto vuole d’affitto?». «Trecento lire. Mi vogliono dare di più, ma preferisco affittare a un prete, specialmente se vuol fare una chiesa». «Di lire gliene do trecentoventi, a patto che mi affitti anche la striscia di terra che corre intorno alla tettoia, per farvi giocare i ragazzi. Deve però darmi la sua parola che potrò venirci coi miei ragazzi già domenica prossima». «D’accordo. Contratto concluso. Domenica venga pure: sarà tutto a posto». La gioia dei ragazzi fu indicibile. Per non parlare di quella del prete che, solo qualche ora prima, aveva provato sconforto ed impotenza. Don Bosco seppe gestire sia il suo momento difficile, ma anche, e soprattutto, la contrattazione che risolse il problema. Lucido, attento, elastico, fiducioso.

Parola La Parola di don Bosco Forse era perché alla parola di Dio don Bosco ci aveva dedicato tutta la sua vita, ma per quel prete di campagna, uomo tutto d’un pezzo, le parole non erano soltanto… parole! Innanzitutto, se lui prometteva qualcosa, quella promessa, si stava pur certi, era già mantenuta in partenza. Domenico Savio gli chiese con un bigliettino di aiutarlo a diventare santo; don Bosco gli promise di aiutarlo. E Domenico diventò santo. I ragazzi ebbero paura di ammalarsi assistendo i malati di colera; don Bosco promise loro che non si sarebbero ammalati. E non si ammalarono. I giovani sentirono il bisogno di un amico che si prendesse cura di loro; don Bosco promise di essere lui quell’amico. E, a costo di sacrificare tutta una vita (come di fatto fece), alla fine fondò l’Oratorio, che non era solo un luogo, ma un insieme di persone in relazione tra loro. Ma don Bosco non è stato un “uomo di parola” solo in quel senso. Con le parole ci ha proprio lavorato: come scrittore, come giornalista e come editore. Dalla sua penna uscirono 150 opere, dalla spiritualità alla storia alla matematica, tutte scritte in italiano semplice, perché dovevano essere semplici da leggere. Sempre con l’obiettivo di diffondere la conoscenza tra i giovani. Perché, si sa, la parola nacque affinché gli uomini potessero comunicare tra di loro. E la parola di Dio voleva comunicare con tutti, nessuno escluso. Una sera di quelle prime domeniche don Bosco attraversando la chiesa per andare in sagrestia, mentre si predicava, vide innanzi ad un altare laterale seduti sui gradini della balaustra alcuni garzoni muratori, i quali invece di stare attenti, sonnecchiavano. Li interrogò sottovoce: «Perché dormite?». «Non capiamo niente della predica» risposero. «Quel prete non parla per noi». «Venite con me!» A volte basta una parola per cambiare la vita (propria e altrui): lo vedeva succedere ogni giorno nel suo Oratorio. Ma quelli erano gli anni in cui la predica era ancora in latino, così si adoperò con ogni mezzo perché quelle frasi, troppo astratte a orecchie giovani, si tramutassero in perle preziose, che potevano toccare i cuori anche meno “istruiti”. Ed è vero che le parole volano, ma le azioni restano sulla terra: e senza le azioni, le parole non volano poi così lontano. Ecco perché don Bosco diede sempre forma immediata e concreta alle sue parole. Che divennero anche pietra e fonte di vita: ad esempio, attraverso i comandamenti scolpiti in italiano nel cortile di Valdocco, oppure scrivendo i libri in uno stile semplice, non ricercato. Seppe usare bene le parole. Seppe usare buone parole. Seppe essere sempre di parola. Anzi, della Parola.

Passione Ad ogni costo Quando si ammalò, don Bosco si sentì pronto a morire. Tutto ciò per cui si era tanto impegnato si era, infine, realizzato: i ragazzi avevano il loro oratorio. Morire vedendo il frutto dei propri sforzi era una “bella” morte, ma i ragazzi gli dimostrarono che, se la sua passione per il loro futuro era stata grande, anche la loro per il suo non voleva essere da meno. Quando si sparse la notizia che la mia malattia era grave, tra i giovani si diffuse un dolore vivissimo, una costernazione incredibile. Ogni momento, alla porta della stanza dov’ero ricoverato arrivavano gruppi di ragazzi. Piangevano e chiedevano mie notizie. Non se ne volevano andare: aspettavano di momento in momento una notizia migliore. Io sentivo le domande che rivolgevano all’infermiere, e ne ero commosso. L’affetto verso di me li stava spingendo a veri eroismi. Pregavano, facevano digiuni, partecipavano alla Santa Messa e facevano la Comunione. Nel Santuario della Consolata si davano il turno giorno e notte. C’era sempre qualcuno che pregava per me davanti all’immagine della Madonna. Al mattino, quelli che dovevano andare a lavorare accendevano una candela che rimanesse al loro posto davanti all’altare. Molti altri trovavano il tempo di andarci anche durante il giorno, e resistevano fino alla sera tardi. Pregavano e scongiuravano la Madre di Dio perché conservasse in vita il loro povero don Bosco. La passione è quella “sofferenza” (pàthos) che ti spinge all’attacco, anziché rinchiuderti in un angolo. Di altra sofferenza. È quindi naturale che la vera passione sia convinta di poter fermare anche la morte. E così si mossero i cuori dei ragazzi dell’oratorio: don Bosco “non poteva morire” ed escogitarono ogni metodo per “combattere” contro l’inevitabile. Ovviamente, l’affidamento a Dio e a Maria, la preghiera e la devozione erano gli unici strumenti a loro disposizione contro la morte del loro prete, ma che strumenti! Per questo non fu una battaglia impari. Per questo non ci sarebbe stata sconfitta, neppure se don Bosco fosse morto e la natura avesse fatto il suo corso. La passione di quei ragazzi era il sintomo di una voglia di vita ben superiore e che certamente poteva andare oltre qualsiasi morte. E se la morte è tra le difficoltà più ineluttabili, allora quanto margine avrebbero avuto in più con tutti gli altri problemi, se solo avessero continuato ad usare una passione almeno simile a quella! Questa consapevolezza li rese tutti più forti, tutti più appassionati.

Perdono La confessione di Michele Michele Magone, così si chiamava, era un ragazzo molto vivace e un po’ monello, che si era unito all’Oratorio dopo un passato burrascoso da capobanda. Ma ben presto quello stesso passato cominciò a tormentarlo; i suoi compagni potevano pregare Dio in tranquillità, ma lui non si sentiva all’altezza, per via di quello che aveva fatto. Come disse egli stesso ad un amico… «Ma loro che sono buoni, pregando, diventano ancora più buoni; mentre io, che sono un monello, come faccio a diventare buono come loro, se non prego?» chiese Michele. «Non invidiare i tuoi compagni» rispose l’amico «datti una mossa! Se proprio te la senti, vai da un prete e confidagli queste tue ansie in confessione e lui ti dirà come risolverle». «Dici?». «Certo, Michele! Quando tutti noi ci sentiamo un po’ ingarbugliati facciamo così e poi ci sentiamo più felici!». Ma quelle parole non bastarono a rassicurarlo e, dopo altre insistenze, infine confessò a don Bosco tutta la sua preoccupazione: «Mi sento la coscienza ingarbugliata» sussurrò. La frase mi fece sorridere, ma allo stesso tempo capii che stava lottando con i conti del suo passato da capobanda. Cercai di tranquillizzarlo, dicendogli: «Ascoltami. Per stare bene, preparati alla confessione, partendo dall’ultima volta che l’hai fatta, senza tralasciare nulla». «È proprio questo il problema!» replicò «Come faccio a ricordarmi proprio tutte le cattiverie che ho fatto». Allora gli ripetei: «Preparati con calma, ripensa alla tua vita, senza fretta. Prenditi del tempo e vedrai che alla fine ci riuscirai». Michele lo fece. E quando il confessore lo rassicurò che era stato perdonato, qualcosa gli toccò per la prima volta davvero il cuore, nel profondo: «Davvero tutti i miei peccati sono stati perdonati?» chiese. «Certo» lo tranquillizzò il prete. «Perciò se dovessi morire stanotte, mi salverò?» insistette Michele, seriamente preoccupato. «Vai pure tranquillo. Gesù ti ha certamente perdonato tutto. Ora la tua anima è tornata bianchissima». E scoppiò in lacrime di gioia. Solo qualche tempo dopo, venni a sapere che Michele raccolse in una lettera tutte le emozioni provate durante la sua prima confessione: leggetela se vi capita. In breve, scrisse che, una volta aperto il cuore a Gesù, si era anche dischiusa la strada della conversione. Da quel momento, passo dopo passo, poteva far spalancare un cielo, quello della gioia vera, che è molto di più della semplice caciara o baldoria. Quel… “magone” di Michele se n’era andato per sempre: il perdono aveva fatto nascere un nuovo Michele Magone. Senza pesi sullo stomaco. Senza “magoni” appunto!

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