Anoressia e bulimia già a 8 anni, colpiti 3 milioni di italiani: gli esperti lanciano l’allarme

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Si celebra oggi 15 marzo la VI Giornata del Fiocchetto Lilla, volta a sensibilizzare su una problematica che colpisce soprattutto i più giovani. I disturbi alimentari come l’anoressia nervosa sono sempre più diffusi e l’esordio è sempre più precoce: negli ultimi anni si è registrato un abbassamento dell’età fino agli 8-9 anni.

Ricorre oggi, mercoledì 15 marzo la Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla dedicata alla consapevolezza dei disturbi del comportamento alimentare, e per chi non ne fosse a conoscenza, si tratta di un evento giunto alla sua sesta edizione, e promosso dall’associazione Mi nutro di vita. Purtroppo i disturbi del comportamento alimentare sono sempre più diffusi non solo in Italia ma in tutto il mondo, e ad essere maggiormente colpiti sono i giovanissimi. Solo in Italia, secondo le stime, sono 3 milioni i giovani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare e nello specifico il 95,9% sono donne ed il 4,1% uomini. Tra i disturbi del comportamento alimentare, citiamo quelli più diffusi ovvero l’anoressia e la bulimia, ed a soffrirne sono 2,3 milioni di adolescenti. A tal riguardo è intervenuta Laura Dalla Regione, che dirige il Numero verde Sos DCA della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la quale ha dichiarato che negli ultimi dieci anni si è abbassata in modo vistoso l’età di insorgenza dei Disorini alimentari con esordi frequenti a 8-10 anni.

“La patologia non riguarda più solo gli adolescenti, ma va a colpire anche bambini in età prepubere, con conseguenze molto più gravi sul corpo e sulla mente”. La giornata di oggi, 15 marzo e riconosciuta come la Giornata nazionale del fiocchetto lilla, risulta essere l’occasione per parlare di disturbi dell’alimentazione. Purtroppo l’ossessione del cibo, del peso e dell’immagine corporea colpisce sempre di più e con maggiore frequenza, abbassando l’esordio di queste pericolose patologie, e non è più un problema che riguarda solo gli adolescenti, ma gli ultimi dati parlano di numerosi casi anche tra i più giovani ed i bambini, è questo quanto dichiarato dal Dottor Daniele Bosone, direttore sanitario dell’Istituto neurologico Mondino di Pavia. Lo stesso ha tenuto a precisare che l’anoressia e il suo opposto, ovvero la bulimia derivano dal disadattamento ambientale e se si presentano in forma grave è comunque necessario seguire un vero e proprio percorso medico, che inizia con una vera e propria diagnosi da parte di uno specialista ed arriva al trattamento clinico con il supporto psichiatrico.

Dal punto di vista della mortalità, l’anoressia è il disturbo più pericoloso e si stima che intorno al 5-10% chi ne soffre ha un rischio di morte dieci volte maggiore rispetto alla popolazione generale, ed oltre al numero verde 800180969 le istituzioni mettono a disposizione un sito, il www.disturbialimentarionline.it, con la mappa di strutture e di associazioni dedicate ai disturbi del comportamento alimentare nel nostro paese. Quanto tempo è sufficiente per curare un disturbo del comportamento alimentare? Per l’anoressia sembra essere previsto un percorso di ricovero e di riabilitazione, una fase ospedaliera molto lunga ed anche molto intensa, che va sempre abbinata alla psicoterapia. Grazie a questo percorso, i pazienti riescono a curare la parte sintomatica per poi passare alla rieducazione alimentare.

Professor Franzoni, in cosa consistono anoressia e bulimia? Sono disturbi del comportamento alimentare, patologie complesse che coinvolgono l’aspetto psicologico, biologico e sociale della persona. L’anoressia si può definire come rifiuto patologico del cibo, mentre la bulimia, al contrario, si caratterizza per abbuffatte importanti (anche 8 mila calorie alla volta), cui segue un tentativo di rigetto del cibo ingerito. Anche se è il più evidente, non è tuttavia il rapporto squilibrato con il cibo l’elemento più importante di queste malattie, ma la loro manifestazione più esterna. Come sono cambiate negli anni queste malattie? L’anoressia era conosciuta fin nel Medioevo, ma dopo gli anni Sessanta c’è stata come un’epidemia. Assistiamo poi alla progressiva affermazione di altre tipologie del disturbo alimentare, come l’alimentazione compulsiva: l’assunzione cioè di grandi quantità di cibo nella giornata.

Si calcola che il 30% delle obesità sia proprio di questo tipo. È per questo che in questi casi non serve a nulla intervenire solo sulla dieta. La terapia prioritaria deve essere quella fondata sugli aspetti psicologici. Stanno sorgendo inoltre forme più mascherate di anoressia: persone che pensano di avere malattie allo stomaco e non riescono più a mangiare, anche se gli esami non rivelano niente. Quando un genitore deve «alzare la guardia»? Ci sono alcuni elementi che si possono riconoscere. Prendiamo il caso dell’anoressia in un’adolescente: si inizia a ridurre il cibo; poi si mente pur di non mangiare; ci si vede grasse anche se non lo si è; con il tempo si assiste ad un dimagrimento progressivo e ci si chiude in casa, fino a non rispondere più neppure al telefono. La bulimia invece è molto più difficile da «scovare»: in genere a rivelarla è la ragazza stessa che, sfinita, si confida con qualcuno; ma si può andare avanti anche per qualche anno. Quali sono le cause? È mia opinione che un ruolo fondamentale lo giochi il problema dell’autostima: la persona anoressica non si ritiene capace di nulla. Questo anche se la maggior parte delle volte si tratta di ragazze molto intelligenti e con curriculum scolastici eccezionali.

Si vede nel rifiuto del cibo, che gli altri invece preferiscono assumere, un gesto eroico, l’unico che si è all’altezza di fare. È per questo che non serve, come cercano di fare volenterosamente alcune mamme, preparare pietanze succulente per attirare le figlie; in realtà si dà loro un pretesto per essere ancora più «eroiche». E l’idea che ad alimentare questi fenomeni siano le false immagini di bellezza imposte ovunque dalla società… Sono miti. Certo i media non sono un aiuto. Ma neppure lontanamente la causa. Cosa possono fare le famiglie? Rivolgersi subito al proprio medico e poi ai centri specializzati. In essi si trovano gruppi di lavoro multidisciplinari, come richiede la complessità della patologia: internista, psicologo, neuropsichiatra infantile, endocrinologo. Per amici o conoscenti qual è l’atteggiamento migliore? Non parlare mai di cibo, che è un terreno minato: lasciare questo compito agli specialisti. Accettare quindi la persona com’è, e farle sentire la propria vicinanza e comprensione per il dolore che sta attraversando.

Chi vive questo disagio porta in sé una sofferenza profondissima, e non ne conosce le ragioni. Non si tratta di un capriccio. Si può guarire? Siamo intorno al 50% di buona guarigione, ovvero di recupero di una buona qualità di vita. Si riprende a studiare, lavorare, le relazioni con le persone. Anche se il rapporto con il cibo può rimanere, a volte, un po’ alterato. C’è un 25% che deve invece convivere con questo problema e, purtroppo un altro 25% che tende a cronicizzare e a vivere molto male il rapporto con sé stesso e il cibo. In alcuni casi si giunge anche alla morte, così come nella bulimia ma, in questo caso, attraverso il suicidio. A quale età ci si può ammalare? In genere sono patologie dello sviluppo, perché compaiono prevalentemente nell’adolescenza. Diciamo quindi tra i 10 – 12 e 20 – 22 anni. Anche se stiamo assistendo a un’espansione dell’età interessata: ci si ammala anche prima (bambini e bambine), e dopo (uomini e donne anche oltre i 50 anni). Nell’età adulta sono forme associate ad altre patologie, quali la depressione, e in genere si tratta di bulimia più che di anoressia. Si tratta poi di una patologia che per il 90% è al femminile. Ci sono dei percorsi di prevenzione? Dovremmo crescere i nostri figli con quella sufficiente autostima che permette di costruire serenamente il proprio futuro. E poi il coraggio di un’educazione alla vita: i ragazzi non hanno bisogno solo di cibo ma di significato.

Anoressia nervosa (AN) Il termine anoressia deriva dal greco e indica letteralmente “mancanza di appetito”. Questo termine è abbastanza improprio poiché in realtà le persone affette da AN non smettono mai di avere fame, ma hanno così tanta paura del cibo che tentano di ingannare lo stimolo della fame (bevendo, ad esempio, notevoli quantità di acqua o mangiando grandi quantità di verdure o fibre) oppure lo negano (rifiutando di alimentarsi o dichiarandosi sazi dopo minuscoli bocconi).

L’AN è una patologia che ha come nucleo caratteristico un’estrema paura di aumentare di peso, una profonda sensazione di essere sovrappeso o francamente grassi (pur essendo spesso già molto magri o normopeso) e il continuo timore di perdere il controllo sul proprio peso, sul cibo e sul corpo. Per questi motivi, i soggetti affetti cercano di ridurre il più possibile l’assunzione del cibo, eliminano alcuni cibi considerati pericolosi per la linea e cercando in ogni modo di perdere peso (anche a costo di mentire sull’assunzione di cibo e sostenere enormi liti con i familiari). 26 I soggetti anoressici solitamente: A) rifiutano di mantenere il peso corporeo al di sopra o al pari del peso minimo normale per l’età e per la statura (il loro peso rimane al di sotto dell’85% di quello previsto come appropriato) B) provano un’intensa paura di acquistare peso o diventare grassi, anche quando sono francamente sottopeso C) vivono il peso o la forma del corpo in modo alterato; il peso e la forma del corpo hanno eccessiva influenza sui livelli di autostima. Rifiutano inoltre di ammettere la gravità del loro sottopeso tendendo a minimizzare D) vanno incontro a amenorrea (assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi) nelle femmine, impotenza nei maschi Si possono riconoscere due forme di anoressia, caratterizzate dalla presenza o meno di comportamenti estremi per controllare il peso e le calorie: A) Anoressia con abbuffate e/o condotte di eliminazione, in cui ci sono frequenti perdite di controllo nell’alimentazione, abbuffate con grandi quantità di cibo e uso di metodi per non aumentare di peso come provocarsi il vomito, usare lassativi o diuretici, dedicarsi ad esercizio fisico estenuante. B) Anoressia con restrizioni (restrittiva), caratterizzata da una riduzione drastica della quantità di cibo ingerita, fino ad arrivare al digiuno. Il peso è molto basso e si cerca spesso di ridurlo ulteriormente senza ricorrere ad abbuffate o vomito se non saltuariamente.

Bulimia nervosa (BN) La bulimia è caratterizzata dalla presenza di ricorrenti abbuffate con forti sensazioni di perdita di controllo sul cibo (vedi box). Anche la Bulimia Nervosa può avere due sottotipi: Bulimia Nervosa con condotte di eliminazione: in cui si utilizzano le strategie finalizzate a non aumentare di peso (vomito etc.,); Bulimia Nervosa senza condotte di eliminazione: si ricorre al digiuno o all’esercizio fisico eccessivo, ma non al vomito o all’uso di lassativi e diuretici. Le abbuffate sono vissute con estrema vergogna e disagio e spesso sono seguite da strategie utilizzate per prevenire l’aumento di peso (vomito, abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo). I soggetti bulimici hanno spesso un peso normale ma sono costantemente preoccupati per il cibo, la forma e il peso corporei, si sentono spesso inadeguati ed estremamente sofferenti, anche perché provano una forte sensazione di vergogna relativa sia al loro corpo che alle loro perdite di controllo, che confessano con enorme sofferenza. Il loro benessere e la loro autostima finiscono per essere costantemente e esclusivamente influenzati dai problemi relativi al cibo e alla paura di perdere il controllo. La sensazione peggiore provata da questi soggetti è l’incapacità di frenare l’impulso a compiere un’abbuffata, vale a dire la perdita di controllo. La vergogna che si associa a questi sintomi è così grande che molti pazienti riescono a condurre una vita apparentemente normale senza destare nei familiari o amici alcun sospetto, vivendo le loro perdite di controllo in segreto e solitudine. È importante considerare che le abbuffate sono quasi sempre secondarie alla dieta estrema e al digiuno e tendono a scomparire con la normalizzazione dell’alimentazione. È dunque fondamentale che il soggetto possa lavorare con un’equipe di specialisti allo scopo di regolarizzare l’assunzione di cibo, dato che la diminuzione delle abbuffate provoca di per sé un aumento dell’autostima, una maggior fiducia nelle proprie capacità e la sensazione di poter in qualche modo combattere attivamente il disturbo.

Comportamenti da evitare · Chiudere a chiave dispensa, cucina e altri posti dove è riposto il cibo. Essere lontani dal cibo non è sufficiente per bloccare una crisi bulimica. · Togliere le chiavi del bagno per poter in ogni momento entrare e controllare se il paziente vomita. Vomitare non è un capriccio, ma una necessità impellente. Ci sono pazienti che finiscono per vomitare altrove, o cominciano a digiunare perché non sono certi di poter vomitare se perdono il controllo facendo l’abbuffata. · Interrogare il paziente su quanto ha mangiato,o su cosa pensa che mangerà domani e fare calcoli di calorie. Spesso alcuni cibi fanno paura indipendentemente dalle calorie: ad esempio la carne e il pesce sono di solito assai temuti anche se cotti al vapore. Ha poco senso dire al paziente che “tutta quella frutta” ha più calorie di una fetta di carne, perché egli potrebbe spaventarsi ed eliminare anche i cibi che mangiava con relativa tranquillità. · Sostituirsi al lavoro dei terapeuti cercando di aumentare le quantità pattuite di cibo, di introdurre nell’alimentazione cibi non programmati dal paziente, o di promettere premi se mangerà di più o di meno, a secondo della patologia in questione. Ad esempio: fare regali alla paziente bulimica qualora riesca a non abbuffarsi. · Cedere ai capricci alimentari del paziente. Evitare di cucinare per gli altri familiari cibi detestati dal soggetto o cucinare per tutti cibi dietetici può servire per placare inizialmente le minacce e le discussioni, ma non motiva il paziente al cambiamento. La famiglia, pur assecondando il percorso alimentare del soggetto e preparando per lui i pasti stabiliti, può e deve conservare le sue abitudini alimentari. · Nascondere alimenti ipercalorici in piatti semplici e accettati dal paziente. Se ad esempio si cerca di nascondere la panna nel minestrone di verdure, o l’olio o quant’altro, il paziente accorgendosene potrebbe dubitare della volontà dei genitori di aiutarlo. La fiducia reciproca, difficilissima da mantenere, deve essere coltivata con cura.

Comprendere la paura Ai genitori e agli amici è inoltre richiesto un ultimo sforzo, il tentativo di comprendere una delle più misteriose caratteristiche dei disturbi del comportamento alimentare, cioè la paura. Quando si parla di paura dobbiamo pensare ad un’emozione molto forte e intensa, che paralizza il soggetto e modifica il suo comportamento. Potremmo dire che tutti i disturbi del soggetto sono promossi da alcune paure caratteristiche, dalla paura del grasso alla paura degli alimenti, a quella delle occasioni sociali e così via, a loro volta originate da una paura ancora più grande e totalizzante. 56 Questa è la paura di perdere il controllo, costante di tutti i disturbi alimentari, così intensa da condizionare le giornate del soggetto, e così forte da spingerlo a comportamenti spesso estremi e molto sofferti. Per la paura di perdere il controllo, direttamente sul cibo o sul corpo, indirettamente su tutta la loro persona e sul loro modo di essere, i pazienti si sottopongono a severi regimi restrittivi, evitano occasioni desiderate ma pericolose per il loro progetto, come feste, compleanni, cene di lavoro e così via, trascorrono moltissimo tempo bloccati su decisioni giudicate dagli altri ridicole, come scegliere al ristorante cosa mangiare o cosa acquistare al supermercato, vivendo nel terrore di sbagliare e perdere. Spesso la paura si manifesta quotidianamente, a tavola, davanti a porzioni minuscole di cibo, rese ancora più minuscole da un continuo tagliuzzare e sminuzzare. Altre volte si manifesta laddove non sia possibile pesare i cibi e conoscere con esattezza il loro contenuto calorico, altre ancora quando non sia possibile compensare un’avvenuta perdita di controllo. Ogni momento la paura sta lì, insieme al soggetto, che spesso non riesce più a studiare o a lavorare o ad uscire con gli amici, perché sottoposto a emozioni negative assai forti e poco gestibili. Si può affrontare la paura e imparare a gestirla opportunamente durante la terapia, non si può invece cercare di eliminarla spiegando al soggetto quanto sia incredibilmente fuori luogo avere paura di un piatto di spaghetti o di una festa di compleanno. I familiari dovrebbero pertanto sforzarsi di non ignorare la paura e cercare insieme al soggetto di rimpicciolirla gradualmente. Una buona risposta al trattamento si accompagna alla riduzione della paura e a una migliore gestione di questa emozione.

ALTRI DISTURBI Nn essendo un problema di appetito convive spesso con altri sintomi quali la depressione, l’ansia, disturbi psicosomatici e dipendenze varie. Questi disturbi “secondari” rimangono spesso radicati anche oltre quello principale al quale si accompagnano. – Binge Eating – Ricorrenti abbuffate senza azioni risolutorie tipiche della bulimia nervosa – masticazione del cibo ma mancanza di deglutizione – soggetto di peso nella norma che applica esagerate soluzioni compensatorie (es: vomito) x piccole quantità di cibo – Vomito: Oltre a sottoporsi ad una dieta ferrea e a routine di esercizio fisico massacrante molte persone che soffrono di queste patologie, allo scopo di limitare l’assorbimento di calorie, si inducono il vomito. Questo disturbo è presente nella maggior parte dei casi di Bulimia Nervosa ed in una buona metà dei casi di Anoressia Nervosa. Pare essere una pratica piuttosto diffusa tra le donne in età compresa tra i 15 ed i 35 anni anche in assenza di disturbi alimentari specifici. Studi in Europa e USA hanno evidenziato che circa un 10% delle donne in questa fascia di età riferisce di indursi occasionalmente il vomito ed un 2% di vomitare 1 o + volte alla settimana. I metodi usati sono i + vari, dalla stimolazione manuale o meccanica (eseguita con posate, bacchette, spazzolini da denti, abbassalingua) dell’ugola e della zona retrolinguale fino all’ingestione di grandi quantità di bevande gassate, alla compressione addominale ottenuta manualmente o mediante oggetti diversi. In questo modo si è convinti di eliminare gli effetti del cibo ingerito sull’aumento del peso (in realtà studi recenti eseguiti a Pittsburgh, USA, hanno dimostrato che con il vomito si eliminano circa il 50% delle calorie ingerite). Il vomito ha effetti molto deleteri sul comportamento alimentare. Si è visto che quando uno inizia ad indursi il vomito, il numero delle abbuffate inzia a crescere in maniera vertiginosa, essendo convinto di aver trovato una bacchetta magica che gli consentirà di mangiare quello che vuole. Il vomito ha un effetto ansiolitico che ne rinforza l’abuso. L’abitudine ad auto-indursi il vomito non è una pratica scevra da complicazioni per la salute di chi la usa. È causa di disturbi gastrici, danni dentali irreversibili, laringiti acide ad andamento cronico, infiammazioni e rigonfiamenti delle ghiandole salivari. Nei casi + sfortunati può causare rottura esofagea e morte per emorragia.

Il disturbo anoressico-bulimico e l’obesità si manifestano in adolescenza, ma le loro radici affondano nell’infanzia. I genitori sono il fulcro del benessere e del malessere dei propri figli. Spesso i genitori non sono consapevoli di propri disagi psicologici irrisolti: spesso taciuti, che possono aver contribuito all’insorgenza del disturbo dei figli. Anoressia, bulimia e obesità sono malattie che creano disorientamento e dolore all’interno delle famiglie, i genitori in particolare, si ritrovano confusi, spaventati e impotenti, con sentimenti di colpa e solitudine. Per questa ragione è indispensabile prevedere anche una loro presa in carico all’interno di un percorso di cura, utile anche per il riequilibrio delle dinamiche familiari.

Dall’anoressia, dalla bulimia e dall’obesità si può guarire. Oltre al ricovero, talvolta necessario per poter consentire alla persona di risanare una condizione fisica compromessa, i percorsi di cura che si possono intraprendere sono diversi. La scelta è strettamente legata alla persona, alle sue caratteristiche e alla sua storia. Non si può guarire da soli, è necessario affidarsi a persone e strutture competenti. Esistono luoghi dove operano terapeuti e medici specializzati nella cura dei disturbi alimentari: ASL, consultori, ospedali, associazioni e comunità residenziali. Le psicoterapie e le cure ad orientamento psicoanalitico integrate si concentrano sulle cause: cercano di offrire al soggetto uno spazio di ascolto che consenta di tradurre in parola il conflitto vissuto ed espresso dal corpo. L’accento viene posto sulla parte sommersa del disagio, ma integrate con la cura del corpo e delle eventuali psicopatologie correlate. Approcci comportamentali e rieducativi, che si occupano del corpo e della rieducazione alimentare. In questo caso è il corpo ad essere trattato al fine di recuperare il peso e ripristinare una corretta alimentazione.

Caratteristiche cliniche generali e fattori di rischio L’eccessiva importanza attribuita all’alimentazione, al peso, alle forme corporee e al loro controllo è considerata la psicopatologia centrale sia dell’Anoressia Nervosa sia della Bulimia Nervosa che del Disturbo da Alimentazione Incontrollata. In tutti e tre i disturbi dell’alimentazione, sono presenti alcuni comportamenti specifici, come ad esempio il body checking (controllare di continuo il peso e le forme), l’evitare l’esposizione del corpo e la sensazione d’essere grassi. I dati ricavati dalla ricerca sui fattori di rischio indicano che i disturbi dell’alimentazione derivano da una predisposizione genetica e da fattori di rischio ambientali. La predisposizione genetica è suggerita dall’osservazione che i disturbi dell’alimentazione e certi tratti della personalità “corrono nelle famiglie” e che sono più prevalenti nei gemelli monozigoti rispetto a quelli eterozigoti. La predisposizione genetica è anche supportata da alcuni studi preliminari di genetica molecolare. Il ruolo dei fattori di rischio ambientali è ricavato da numerose ricerche eseguite negli ultimi anni. I vari fattori di rischio variano a seconda della loro natura e specificità; alcuni derivano da esperienze negative accadute prima dell’insorgenza del disturbo dell’alimentazione e sono osservabili anche in altri disturbi mentali. Garner e Garfinkel (1982) hanno inoltre individuato in relazione a queste patologie una serie di fattori di rischio individuali, familiari e culturali che possono avere funzioni predisponenti, scatenanti e/o cronicizzanti. • Fattori predisponenti: Individuali Sviluppo della personalità deficitario quanto ad autostima, identità, autonomia Disturbi nella sfera percettiva e cognitiva Eccessiva preoccupazione per il peso corporeo Traumi perinatali Concomitanza d’altre patologie Familiari Caratteristiche demografiche Parametri educativi d’alimentazione, bellezza, performance Familiarità per disturbi affettivi, abuso di sostanze, anoressia nervosa, obesità Pattern specifici d’interazione genitori e figli Culturali Modelli estetici di magrezza Modelli di performance• Fattori scatenanti Individuali, familiari e culturali Dieta alimentare Separazione e perdita Alterazioni dell’omeostasi familiare Eventi stressanti consci o inconsci Minacce dirette all’autostima Malattie concomitanti

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