Anoressia e bulimia, un problema in crescita che colpisce ragazzi sempre più giovani

Divorzio, lutti, gravi problemi di lavoro possono innescare disturbi alimentari. Uno studio britannico rivela che il 15% delle donne intervistate ha combattuto contro questo problema. L’esperto: «Per gli adulti diagnosi e terapie più difficili»

L’adolescenza è il periodo di transizione tra la fanciullezza e l’età adulta e si configura come un percorso con molti eventi critici più che come una fase unitaria. Il suo inizio è marcato dalla pubertà, un evento universale, ma non uniforme nel suo verificarsi: è un processo fisiologico esteso nel tempo e caratterizzato da rilevanti variazioni tra gli individui. Tale periodo è spesso accompagnato da disagio.

Disagio e incertezza sono alimentati dai cambiamenti del corpo che producono senso di smarrimento e inadeguatezza, sensazioni rinforzate anche dai mass media che, nell’esaltazione della perfezione e della bellezza, dimenticano la persona nella sua oggettività. Oltre al corpo, anche il pensiero dei giovani si modifica in questo tempo di passaggio: grazie pensiero operatorio formale gli adolescenti costruiscono proprie teorie e visioni del mondo.

A volte sono i genitori a farne le spese: alle accresciute abilità logiche seguono diversità di opinioni e spinta. Il mondo degli adulti non è più protervo come nell’infanzia né rappresenta più tutto l’ universo di riferimento del soggetto. E’ esperienza comune che la relazione tra genitori e figli e, più in generale, tra adolescenti e adulti di riferimento, quindi anche insegnanti, divenga conflittuale in questo periodo. E’ il tempo in cui è necessario il prodursi di un processo di separazione/ individuazione.

Anoressia e bulimia, allarme disturbo alimentare anche di donne over 40

Oggi torniamo a parlare di due disturbi alimentari purtroppo tra i più frequenti non solo tra le più giovani ma anche tra i 40 e i 50 anni. Le cause? Secondo quanto riferito dagli esperti, sembra che i disturbi alimentari come bulimia e anoressia possano essere causati da gravi shock come un lutto, una delusione lavorativa o un divorzio, che possono portare a gravi disordini dell’alimentazione.E’ questo quanto riferito da un gruppo di ricercatori dell’University College di Londra e della Ichahn School of Medicine di New York, i quali hanno indagato per la prima volta i disturbi alimentari nelle donne tra i 40 e i 50 anni sottolineando che proprio i cambiamenti improvvisi e stressanti possono scatenare disturbi del comportamento alimentare in persone che però pare abbiano una predisposizione biologica o genetica a questo tipo di malattie. I ricercatori nello specifico hanno intervistato un campione formato da 5.300 donne di mezza età ed i risultati hanno messo in evidenza come il 15% di quelle donne, ovvero una su sei ha sofferto nel corso della propria esistenza di anoressia o di bulimia ed ancora il 36% lo ha fatto nell’ultimo anno e dunque in età adulta.

Questo, inoltre, testimonia che non è assolutamente vero a soffrire di disturbi alimentari siano le più giovani ma questo può succedere anche in età adulta. I ricercatori in questione, che hanno pubblicato i risultati dello studio sulla rivista BCM Medicine, hanno scoperto che le donne sui 40 anni erano più a rischio bulimia se da bambine non avevano vissuto un buon rapporto con la madre.”Molte delle persone coinvolte nello studio ci hanno detto che quella era la prima volta che parlavano dei loro problemi alimentari. Dobbiamo quindi capire perché molte donne non cercano aiuto”, commenta Nadia Micali, coordinatrice della ricerca. Solo il 27,4% delle donne aveva infatti richiesto aiuto o ricevuto terapia in qualche momento della sua vita.Analizzando ulteriori dati i ricercatori hanno scoperto come le donne adulte che in adolescenza avevano avuto rapporti contrastanti con i genitori erano più soggette al rischio bulimia in età adulta.

Un grave lutto, come abbiamo anticipato, può aumentare di tanto il rischio di assoggettarsi ad un disturbo alimentare quale bulimia o anoressia. Secondo gli esperti, un disturbo alimentare in età adulta, risulta più difficile da trattare, perché le donne mature a differenza delle giovani non riescono ad accettare di soffrire di tale problema e per queste ragioni il rischio di aggravarsi è molto più elevato che nelle giovani. Nadia Micali, una degli autori dello studio, ha spiegato: “I disturbi alimentari possono essere scatenati da una serie di eventi traumatici e il divorzio è certamente un evento stressante. Spesso offrono in silenzio perché non sanno che altre sono nella stessa condizione. Molte delle donne che hanno preso parte a questo studio ci hanno raccontato che questa era la prima volta che parlavano della difficoltà che avevano a mangiare”

Professor Franzoni, in cosa consistono anoressia e bulimia? Sono disturbi del comportamento alimentare, patologie complesse che coinvolgono l’aspetto psicologico, biologico e sociale della persona. L’anoressia si può definire come rifiuto patologico del cibo, mentre la bulimia, al contrario, si caratterizza per abbuffatte importanti (anche 8 mila calorie alla volta), cui segue un tentativo di rigetto del cibo ingerito. Anche se è il più evidente, non è tuttavia il rapporto squilibrato con il cibo l’elemento più importante di queste malattie, ma la loro manifestazione più esterna. Come sono cambiate negli anni queste malattie? L’anoressia era conosciuta fin nel Medioevo, ma dopo gli anni Sessanta c’è stata come un’epidemia. Assistiamo poi alla progressiva affermazione di altre tipologie del disturbo alimentare, come l’alimentazione compulsiva: l’assunzione cioè di grandi quantità di cibo nella giornata.

Si calcola che il 30% delle obesità sia proprio di questo tipo. È per questo che in questi casi non serve a nulla intervenire solo sulla dieta. La terapia prioritaria deve essere quella fondata sugli aspetti psicologici. Stanno sorgendo inoltre forme più mascherate di anoressia: persone che pensano di avere malattie allo stomaco e non riescono più a mangiare, anche se gli esami non rivelano niente. Quando un genitore deve «alzare la guardia»? Ci sono alcuni elementi che si possono riconoscere. Prendiamo il caso dell’anoressia in un’adolescente: si inizia a ridurre il cibo; poi si mente pur di non mangiare; ci si vede grasse anche se non lo si è; con il tempo si assiste ad un dimagrimento progressivo e ci si chiude in casa, fino a non rispondere più neppure al telefono. La bulimia invece è molto più difficile da «scovare»: in genere a rivelarla è la ragazza stessa che, sfinita, si confida con qualcuno; ma si può andare avanti anche per qualche anno. Quali sono le cause? È mia opinione che un ruolo fondamentale lo giochi il problema dell’autostima: la persona anoressica non si ritiene capace di nulla. Questo anche se la maggior parte delle volte si tratta di ragazze molto intelligenti e con curriculum scolastici eccezionali.

Si vede nel rifiuto del cibo, che gli altri invece preferiscono assumere, un gesto eroico, l’unico che si è all’altezza di fare. È per questo che non serve, come cercano di fare volenterosamente alcune mamme, preparare pietanze succulente per attirare le figlie; in realtà si dà loro un pretesto per essere ancora più «eroiche». E l’idea che ad alimentare questi fenomeni siano le false immagini di bellezza imposte ovunque dalla società… Sono miti. Certo i media non sono un aiuto. Ma neppure lontanamente la causa. Cosa possono fare le famiglie? Rivolgersi subito al proprio medico e poi ai centri specializzati. In essi si trovano gruppi di lavoro multidisciplinari, come richiede la complessità della patologia: internista, psicologo, neuropsichiatra infantile, endocrinologo. Per amici o conoscenti qual è l’atteggiamento migliore? Non parlare mai di cibo, che è un terreno minato: lasciare questo compito agli specialisti. Accettare quindi la persona com’è, e farle sentire la propria vicinanza e comprensione per il dolore che sta attraversando.

Chi vive questo disagio porta in sé una sofferenza profondissima, e non ne conosce le ragioni. Non si tratta di un capriccio. Si può guarire? Siamo intorno al 50% di buona guarigione, ovvero di recupero di una buona qualità di vita. Si riprende a studiare, lavorare, le relazioni con le persone. Anche se il rapporto con il cibo può rimanere, a volte, un po’ alterato. C’è un 25% che deve invece convivere con questo problema e, purtroppo un altro 25% che tende a cronicizzare e a vivere molto male il rapporto con sé stesso e il cibo. In alcuni casi si giunge anche alla morte, così come nella bulimia ma, in questo caso, attraverso il suicidio. A quale età ci si può ammalare? In genere sono patologie dello sviluppo, perché compaiono prevalentemente nell’adolescenza. Diciamo quindi tra i 10 – 12 e 20 – 22 anni. Anche se stiamo assistendo a un’espansione dell’età interessata: ci si ammala anche prima (bambini e bambine), e dopo (uomini e donne anche oltre i 50 anni). Nell’età adulta sono forme associate ad altre patologie, quali la depressione, e in genere si tratta di bulimia più che di anoressia. Si tratta poi di una patologia che per il 90% è al femminile. Ci sono dei percorsi di prevenzione? Dovremmo crescere i nostri figli con quella sufficiente autostima che permette di costruire serenamente il proprio futuro. E poi il coraggio di un’educazione alla vita: i ragazzi non hanno bisogno solo di cibo ma di significato.

Anoressia nervosa (AN) Il termine anoressia deriva dal greco e indica letteralmente “mancanza di appetito”. Questo termine è abbastanza improprio poiché in realtà le persone affette da AN non smettono mai di avere fame, ma hanno così tanta paura del cibo che tentano di ingannare lo stimolo della fame (bevendo, ad esempio, notevoli quantità di acqua o mangiando grandi quantità di verdure o fibre) oppure lo negano (rifiutando di alimentarsi o dichiarandosi sazi dopo minuscoli bocconi).

L’AN è una patologia che ha come nucleo caratteristico un’estrema paura di aumentare di peso, una profonda sensazione di essere sovrappeso o francamente grassi (pur essendo spesso già molto magri o normopeso) e il continuo timore di perdere il controllo sul proprio peso, sul cibo e sul corpo. Per questi motivi, i soggetti affetti cercano di ridurre il più possibile l’assunzione del cibo, eliminano alcuni cibi considerati pericolosi per la linea e cercando in ogni modo di perdere peso (anche a costo di mentire sull’assunzione di cibo e sostenere enormi liti con i familiari). 26 I soggetti anoressici solitamente: A) rifiutano di mantenere il peso corporeo al di sopra o al pari del peso minimo normale per l’età e per la statura (il loro peso rimane al di sotto dell’85% di quello previsto come appropriato) B) provano un’intensa paura di acquistare peso o diventare grassi, anche quando sono francamente sottopeso C) vivono il peso o la forma del corpo in modo alterato; il peso e la forma del corpo hanno eccessiva influenza sui livelli di autostima. Rifiutano inoltre di ammettere la gravità del loro sottopeso tendendo a minimizzare D) vanno incontro a amenorrea (assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi) nelle femmine, impotenza nei maschi Si possono riconoscere due forme di anoressia, caratterizzate dalla presenza o meno di comportamenti estremi per controllare il peso e le calorie: A) Anoressia con abbuffate e/o condotte di eliminazione, in cui ci sono frequenti perdite di controllo nell’alimentazione, abbuffate con grandi quantità di cibo e uso di metodi per non aumentare di peso come provocarsi il vomito, usare lassativi o diuretici, dedicarsi ad esercizio fisico estenuante. B) Anoressia con restrizioni (restrittiva), caratterizzata da una riduzione drastica della quantità di cibo ingerita, fino ad arrivare al digiuno. Il peso è molto basso e si cerca spesso di ridurlo ulteriormente senza ricorrere ad abbuffate o vomito se non saltuariamente.

Bulimia nervosa (BN) La bulimia è caratterizzata dalla presenza di ricorrenti abbuffate con forti sensazioni di perdita di controllo sul cibo (vedi box). Anche la Bulimia Nervosa può avere due sottotipi: Bulimia Nervosa con condotte di eliminazione: in cui si utilizzano le strategie finalizzate a non aumentare di peso (vomito etc.,); Bulimia Nervosa senza condotte di eliminazione: si ricorre al digiuno o all’esercizio fisico eccessivo, ma non al vomito o all’uso di lassativi e diuretici. Le abbuffate sono vissute con estrema vergogna e disagio e spesso sono seguite da strategie utilizzate per prevenire l’aumento di peso (vomito, abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo). I soggetti bulimici hanno spesso un peso normale ma sono costantemente preoccupati per il cibo, la forma e il peso corporei, si sentono spesso inadeguati ed estremamente sofferenti, anche perché provano una forte sensazione di vergogna relativa sia al loro corpo che alle loro perdite di controllo, che confessano con enorme sofferenza. Il loro benessere e la loro autostima finiscono per essere costantemente e esclusivamente influenzati dai problemi relativi al cibo e alla paura di perdere il controllo. La sensazione peggiore provata da questi soggetti è l’incapacità di frenare l’impulso a compiere un’abbuffata, vale a dire la perdita di controllo. La vergogna che si associa a questi sintomi è così grande che molti pazienti riescono a condurre una vita apparentemente normale senza destare nei familiari o amici alcun sospetto, vivendo le loro perdite di controllo in segreto e solitudine. È importante considerare che le abbuffate sono quasi sempre secondarie alla dieta estrema e al digiuno e tendono a scomparire con la normalizzazione dell’alimentazione. È dunque fondamentale che il soggetto possa lavorare con un’equipe di specialisti allo scopo di regolarizzare l’assunzione di cibo, dato che la diminuzione delle abbuffate provoca di per sé un aumento dell’autostima, una maggior fiducia nelle proprie capacità e la sensazione di poter in qualche modo combattere attivamente il disturbo.

Comportamenti da evitare · Chiudere a chiave dispensa, cucina e altri posti dove è riposto il cibo. Essere lontani dal cibo non è sufficiente per bloccare una crisi bulimica. · Togliere le chiavi del bagno per poter in ogni momento entrare e controllare se il paziente vomita. Vomitare non è un capriccio, ma una necessità impellente. Ci sono pazienti che finiscono per vomitare altrove, o cominciano a digiunare perché non sono certi di poter vomitare se perdono il controllo facendo l’abbuffata. · Interrogare il paziente su quanto ha mangiato,o su cosa pensa che mangerà domani e fare calcoli di calorie. Spesso alcuni cibi fanno paura indipendentemente dalle calorie: ad esempio la carne e il pesce sono di solito assai temuti anche se cotti al vapore. Ha poco senso dire al paziente che “tutta quella frutta” ha più calorie di una fetta di carne, perché egli potrebbe spaventarsi ed eliminare anche i cibi che mangiava con relativa tranquillità. · Sostituirsi al lavoro dei terapeuti cercando di aumentare le quantità pattuite di cibo, di introdurre nell’alimentazione cibi non programmati dal paziente, o di promettere premi se mangerà di più o di meno, a secondo della patologia in questione. Ad esempio: fare regali alla paziente bulimica qualora riesca a non abbuffarsi. · Cedere ai capricci alimentari del paziente. Evitare di cucinare per gli altri familiari cibi detestati dal soggetto o cucinare per tutti cibi dietetici può servire per placare inizialmente le minacce e le discussioni, ma non motiva il paziente al cambiamento. La famiglia, pur assecondando il percorso alimentare del soggetto e preparando per lui i pasti stabiliti, può e deve conservare le sue abitudini alimentari. · Nascondere alimenti ipercalorici in piatti semplici e accettati dal paziente. Se ad esempio si cerca di nascondere la panna nel minestrone di verdure, o l’olio o quant’altro, il paziente accorgendosene potrebbe dubitare della volontà dei genitori di aiutarlo. La fiducia reciproca, difficilissima da mantenere, deve essere coltivata con cura.

Comprendere la paura Ai genitori e agli amici è inoltre richiesto un ultimo sforzo, il tentativo di comprendere una delle più misteriose caratteristiche dei disturbi del comportamento alimentare, cioè la paura. Quando si parla di paura dobbiamo pensare ad un’emozione molto forte e intensa, che paralizza il soggetto e modifica il suo comportamento. Potremmo dire che tutti i disturbi del soggetto sono promossi da alcune paure caratteristiche, dalla paura del grasso alla paura degli alimenti, a quella delle occasioni sociali e così via, a loro volta originate da una paura ancora più grande e totalizzante. 56 Questa è la paura di perdere il controllo, costante di tutti i disturbi alimentari, così intensa da condizionare le giornate del soggetto, e così forte da spingerlo a comportamenti spesso estremi e molto sofferti. Per la paura di perdere il controllo, direttamente sul cibo o sul corpo, indirettamente su tutta la loro persona e sul loro modo di essere, i pazienti si sottopongono a severi regimi restrittivi, evitano occasioni desiderate ma pericolose per il loro progetto, come feste, compleanni, cene di lavoro e così via, trascorrono moltissimo tempo bloccati su decisioni giudicate dagli altri ridicole, come scegliere al ristorante cosa mangiare o cosa acquistare al supermercato, vivendo nel terrore di sbagliare e perdere. Spesso la paura si manifesta quotidianamente, a tavola, davanti a porzioni minuscole di cibo, rese ancora più minuscole da un continuo tagliuzzare e sminuzzare. Altre volte si manifesta laddove non sia possibile pesare i cibi e conoscere con esattezza il loro contenuto calorico, altre ancora quando non sia possibile compensare un’avvenuta perdita di controllo. Ogni momento la paura sta lì, insieme al soggetto, che spesso non riesce più a studiare o a lavorare o ad uscire con gli amici, perché sottoposto a emozioni negative assai forti e poco gestibili. Si può affrontare la paura e imparare a gestirla opportunamente durante la terapia, non si può invece cercare di eliminarla spiegando al soggetto quanto sia incredibilmente fuori luogo avere paura di un piatto di spaghetti o di una festa di compleanno. I familiari dovrebbero pertanto sforzarsi di non ignorare la paura e cercare insieme al soggetto di rimpicciolirla gradualmente. Una buona risposta al trattamento si accompagna alla riduzione della paura e a una migliore gestione di questa emozione.

ALTRI DISTURBI Nn essendo un problema di appetito convive spesso con altri sintomi quali la depressione, l’ansia, disturbi psicosomatici e dipendenze varie. Questi disturbi “secondari” rimangono spesso radicati anche oltre quello principale al quale si accompagnano. – Binge Eating – Ricorrenti abbuffate senza azioni risolutorie tipiche della bulimia nervosa – masticazione del cibo ma mancanza di deglutizione – soggetto di peso nella norma che applica esagerate soluzioni compensatorie (es: vomito) x piccole quantità di cibo – Vomito: Oltre a sottoporsi ad una dieta ferrea e a routine di esercizio fisico massacrante molte persone che soffrono di queste patologie, allo scopo di limitare l’assorbimento di calorie, si inducono il vomito. Questo disturbo è presente nella maggior parte dei casi di Bulimia Nervosa ed in una buona metà dei casi di Anoressia Nervosa. Pare essere una pratica piuttosto diffusa tra le donne in età compresa tra i 15 ed i 35 anni anche in assenza di disturbi alimentari specifici. Studi in Europa e USA hanno evidenziato che circa un 10% delle donne in questa fascia di età riferisce di indursi occasionalmente il vomito ed un 2% di vomitare 1 o + volte alla settimana. I metodi usati sono i + vari, dalla stimolazione manuale o meccanica (eseguita con posate, bacchette, spazzolini da denti, abbassalingua) dell’ugola e della zona retrolinguale fino all’ingestione di grandi quantità di bevande gassate, alla compressione addominale ottenuta manualmente o mediante oggetti diversi. In questo modo si è convinti di eliminare gli effetti del cibo ingerito sull’aumento del peso (in realtà studi recenti eseguiti a Pittsburgh, USA, hanno dimostrato che con il vomito si eliminano circa il 50% delle calorie ingerite). Il vomito ha effetti molto deleteri sul comportamento alimentare. Si è visto che quando uno inizia ad indursi il vomito, il numero delle abbuffate inzia a crescere in maniera vertiginosa, essendo convinto di aver trovato una bacchetta magica che gli consentirà di mangiare quello che vuole. Il vomito ha un effetto ansiolitico che ne rinforza l’abuso. L’abitudine ad auto-indursi il vomito non è una pratica scevra da complicazioni per la salute di chi la usa. È causa di disturbi gastrici, danni dentali irreversibili, laringiti acide ad andamento cronico, infiammazioni e rigonfiamenti delle ghiandole salivari. Nei casi + sfortunati può causare rottura esofagea e morte per emorragia.

Il disturbo anoressico-bulimico e l’obesità si manifestano in adolescenza, ma le loro radici affondano nell’infanzia. I genitori sono il fulcro del benessere e del malessere dei propri figli. Spesso i genitori non sono consapevoli di propri disagi psicologici irrisolti: spesso taciuti, che possono aver contribuito all’insorgenza del disturbo dei figli. Anoressia, bulimia e obesità sono malattie che creano disorientamento e dolore all’interno delle famiglie, i genitori in particolare, si ritrovano confusi, spaventati e impotenti, con sentimenti di colpa e solitudine. Per questa ragione è indispensabile prevedere anche una loro presa in carico all’interno di un percorso di cura, utile anche per il riequilibrio delle dinamiche familiari.

Dall’anoressia, dalla bulimia e dall’obesità si può guarire. Oltre al ricovero, talvolta necessario per poter consentire alla persona di risanare una condizione fisica compromessa, i percorsi di cura che si possono intraprendere sono diversi. La scelta è strettamente legata alla persona, alle sue caratteristiche e alla sua storia. Non si può guarire da soli, è necessario affidarsi a persone e strutture competenti. Esistono luoghi dove operano terapeuti e medici specializzati nella cura dei disturbi alimentari: ASL, consultori, ospedali, associazioni e comunità residenziali. Le psicoterapie e le cure ad orientamento psicoanalitico integrate si concentrano sulle cause: cercano di offrire al soggetto uno spazio di ascolto che consenta di tradurre in parola il conflitto vissuto ed espresso dal corpo. L’accento viene posto sulla parte sommersa del disagio, ma integrate con la cura del corpo e delle eventuali psicopatologie correlate. Approcci comportamentali e rieducativi, che si occupano del corpo e della rieducazione alimentare. In questo caso è il corpo ad essere trattato al fine di recuperare il peso e ripristinare una corretta alimentazione.

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