Arezzo, bambina morta dimenticata in auto oggi l’autopsia: la madre è indagata per omicidio colposo

1

È indagata per omicidio colposo Ilaria Nardini, la mamma 33enne di Terranuova Bracciolini in provincia di Arezzo, che nella giornata di martedì ha dimenticato in auto Tatiana la figlia di soli 16 mesi, la quale è morta dopo aver trascorso 6 ore nell’abitacolo surriscaldata della Lancia Y posteggiata sotto il sole davanti al Comune di Castelfranco di Sopra, dove la mamma lavora. Nella giornata di ieri il pm Andrea Claudiani ha iscritto la donna nel registro degli indagati dopo averla sentita nella giornata di martedì fino alle ore 21:00 nella caserma dei carabinieri; al momento sembra essere esclusa l’accusa di abbandono di minore. La donna era convinta di avere portato la piccola all’asilo, prima di andare al lavoro tanto che ad una collega avrebbe detto di non vedere l’ora di andare a riprenderla alle ore 16:00.

È stata proprio la stessa a trovare il corpo senza vita della sua piccola, con la testa reclinata sul seggiolino dell’auto dove lei l’ha lasciata per 6 ore sotto al sole. La donna ha chiesto aiuto, prendendo in braccio la figlia e cercando di rianimarla; alcuni passanti e residenti della zona, sentendo le urla della donna l’hanno raggiunta, tentando di rianimare la piccola, e ci sarebbe stato anche chi è corso a prendere un defibrillatore in attesa che arrivassero i soccorsi, ma purtroppo non ci sarebbe stato più nulla da fare per la piccola. Arrivati i soccorsi, purtroppo il medico non ha potuto fare altro che dichiarare la morte della piccola. Secondo quanto raccontato da alcuni presenti, Ilaria ovvero la mamma della piccola Tatiana, non faceva altro che piangere e disperarsi.

Sembrava un animale ferito”, avrebbero riferito alcuni testimoni. I carabinieri intervenuti immediatamente, hanno portato la via la donna, la quale continuava a ripetere di non averla vista e di essere assolutamente convinta di averla lasciata a scuola. “Non so cosa mi sia successo”, continuava a ripetere la donna, che come ogni giorno usciva dalla sua abitazione a Terranuova Bracciolini, portando Tatiana alla scuola Pinocchio e proseguiva poi per il suo lavoro a Castelfranco sull’antica strada dei Setteponti che unisce Arezzo a Firenze. Adriano Rossi, padre della bimba e marito di Ilaria, fin da subito pur nella disperazione avrebbe avuto un atteggiamento protettivo nei confronti della moglie, la quale ben presto sarà sottoposta ad un esame psichiatrico per capire se al momento in cui ha dimenticato la bambina, potesse essere stata colpita da amnesia dissociativa come ipotizzano i sanitari.

Riguardo la piccola, sarà l’autopsia disposta per la giornata di oggi all’ospedale della Gruccia, a stabilire le cause del decesso; l’autopsia verrà eseguita dall’equipe di medicina legale di Siena. Intervenuto il sindaco della città, Sergio Chienni che ha dichiarato: “La nostra città è stata colpita da un grave lutto, un dolore infinito. Chi conosce Ilaria sa quale è la sua dedizione verso la famiglia e verso la comunità. Questo è il momento del silenzio e della vicinanza a tutti i familiari della piccola Tatiana. È difficile anche solo immaginare la disperazione che stanno vivendo. Ci stringiamo intorno a loro e faremo tutto il possibile per stargli vicino”.

Mamma Ilaria ha continuato disperatamente a ripeterlo anche al magistrato: Tamara l’avevo portata all’asilo. Lo ha urlato quando, scesa dall’ufficio in Comune, si è trovata di fronte la sua piccolina, ormai esanime, nel seggiolino posteriore della Lancia Ypsilon parcheggiata in piazza Vittorio Emanuele a Castelfranco di Sopra. Lo ha gridato mentre i soccorritori, per quasi un’ora, hanno cercato di rianimare il cuoricino della bimba di 16 mesi rimasta per ore, nella mattinata di mercoledì, dentro l’auto parcheggiata sotto il sole.

“Daria è indagata per omicidio colposo. Capiamo come sia, allo stato, un atto dovuto – sono le parole dell’avvocato di Daria Naldini, Andrea Erosali – La difesa tuttavia lavorerà per riportare questa tragica vicenda nella sua giusta luce, come sono certo faranno anche tutti gli altri operatori di giustizia”. Questa mattina, all’ospedale valdamese della Gruccia, l’autopsia disposta dal sostituto procuratore Andrea Claudiani: sarà compito del medico Matteo Benvenuti e del tecnico Marco Doretti accertare le cause del decesso. Conclusi gli esami, sarà concesso il nulla osta ai funerali. Per l’ultimo saluto alla piccola Tamara.

Una tragedia, quella della bimba di 16 mesi, che ha profondamente scosso tutta la comunità valdamese. “La nostra città è stata colpita da un grave lutto, un dolore infinito e chi conosce Daria sa quale è la sua dedizione verso la famiglia e verso la comunità. Questo è il momento del silenzio – il pensiero del sindaco di Terranuova Bracciolini Sergio Chienni affidato ad una nota – e della vicinanza a tutti i familiari della piccola Tamara. E’ difficile anche solo immaginare la disperazione che stanno vivendo. Ci stringiamo intorno a loro e faremo tutto il possibile per stargli vicino”. In segno di lutto, l’amministrazione comunale ha deciso di annullare, e rinviare a data ancora da destinarsi, tutte le iniziative; a cominciare del concerto della Bandabardò di “Una notte a Terranuova” in programma per stasera. Anche il pub Le Murate di Terranuova ha rinviato l’apertura estiva prevista per sabato, e Radio Emme, l’emittente radiofonica che ha sede a Terranuova, ha deciso di modificare il proprio palinsesto in questi giorni di lutto.

“Di fronte a tanto straziante dolore – la testimonianza del sindaco di Castelfranco Piandiscò Enzo Cadoli – nessuna parola può essere adeguata, solo un abbraccio, il silenzio e la preghiera”. Senza parole anche la responsabile dell’asilo Pinocchio, il nido di Terranuova che aveva accolto la piccola Tamara: “Non me la sento di parlare. Sono troppo scossa per aggiungere altro”. D cordoglio e la commozione hanno trovato la loro più semplice espressione in quei mazzi di fiori, nei biglietti che da ieri mattina sono stati lasciati in piazza Vittorio Emanuele, la piazza teatro della tragedia.

Un paese sotto choc. D ricordo corre alle 14 di mercoledì, quando Daria Naldini, 38 anni, segretaria comunale a Castelfranco Piandiscò e Terranuova Bracciolini, dopo la mattinata trascorsa in ufficio, ha fatto ritorno alla sua auto parcheggiata. Ed è stato allora che è precipitata nel più terribile degli incubi. La sua Tamara era esanime; nel seggiolino posteriore della Lancia Ypsilon. I soccorri, disperati, dei passanti richiamati dalle urla della donna. I tentativi con il defibrillatore che ri trova in piazza, poi Farrivo del 118, con i soccorritori che hanno tentato di tutto per rianimare la piccina.

Tutto vano. Il cuoricino di Tamara, 16 mesi, non ha più ripreso a battere. La disperazione si è abbattuta su quella giovane coppia di Terranuova, Daria e il marito Adriano Rossi. Una mamma die tutti descrivono attenta e premurosa. Un black out nella mente, la convinzione di aver lasciato la bambina all’asilo. Boi, la tragedia.

Giampiero Cesari è il direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl. Un esperto che può aiutare a comprendere ciò che appare incomprendibile. Un biade out nella menta, la certezza di aver accompagnato la propria figlia all’asilo, 1’arrivo in ufficio, il lavoro. E poi la tragedia. “Devo premettere che non posso parlare del caso specifico di Castelfranco. Dovrei conoscerlo e quindi mi posso limitare a guardare a quanto avvenuto nel suo complesso, ad altri casi che sono avvenuti e che d colpiscono in modo particolare.

Si può parlare di una sorta di black out la persona in quel momento dimentica. Ma stiamo attenti: questo non significa che la persona non ha attenzione o affetto. Assolutamente no. Il nostro cervello per affrontare tutte le sollecitazioni spesso si muove in modo meccanico. Incerti momenti è come se subentrasse una sorta di pilota automatico che d guida nella routine. Laidamente, presa dalle mille cose quotidiane, dà per scontato che lo ho ripetuto quei gesti per me normali. Basta che intervenga qualcosa di diverso dal solito, un piccolo cambiamento, banale, ed ecco che quella parte di memoria riemerge Ma io non mi ricordo, perché per me non è successo”. Per il dottor Cesari, sempre restando in termini generali e puntualizzando di non voler entrare nel caso specifico di Castelfranco, tra le cause che possono portare a questi black out d può essere anche un eccesso di stress. “E in questo – sottolinea – le donne che lavorano e che si occupano della famiglia corrono maggiori rischi. Il duplice impegno è decisamente più gravoso e riuscire a trovare un equilibrio tra lavoro e casa è più difficile”.

Dotare i seggiolini per bambini di un dispositivo salvavita.

Nel 2013 sono stati gli allievi dell’allora terza superiore dell’Iris di Bibbiena a ideare e a brevettare un’applicazione die ri attiva e invia ai genitori segnali con frecce, colpi di clacson e sms per avvertirli. D progetto, semplice ma geniale, ha ricevuto premi, complimenti e interessamenti da tutta la penisola ma per diventare concreto e applicabile ha bisogno di una sola cosa: una norma di legge che renda il dispositivo obbligato- rio su ogni seggiolino. “Purtroppo ri toma a parlare del nostro importante progetto quando accadono queste tragedie – sono le parole di Gianfranco Gentili, dirigente il meccanismo che abbiamo brevettato è a basso costo, non è complicato e ri integra con i tanti automatismi che si attivano nell’auto quando c’è qualcosa che non va. Per inserirlo sul mercato e perché realmente possa diffondersi serve l’appoggio di una legge Dunque ci auguriamo che passi rapidamente una normativa dal Ministero dei Trasporti che preveda l’obbligatorietà di questo dispositivo”.

Il brevetto dell’Iris di Bibbiena ri chiama “Ricordati di me” e, collegato con gli altri dispositivi dell’auto, avvia un processo di automazione nel caso che riverifichino quattro fatti: il bambino appoggiato siri seggiolino, lo spegnimento del motore, l’apertura della portiera e l’usdta dd guidatore. In quel caso, ecco scattare in sequenza il lampeggiamento delle quattro frecce, l’apertura di alcuni centimetri dd vetri delle portiere, l’attivazione dd clacson e rinvio di sms. Impossibile, a quel punto, non intervenire e porre rimedio alla dimenticanza. D merito di questa invenzione è di sedici ragazzi che hanno lavorato insieme ai coetanei di Elettronica con il coordinamento del professor Pier Luigi Bargellini e l’assistenza di Alberto Larghi, Claudio Castelli e Valentina Spignoli. “Questa tragedia – scrive la senatrice Donella Mattesini – deve spingerci ad agire subito. D dispositivo anti-abbandono esiste, è stato studiato dall’ìstituto tecnico di Bibbiena. È necessario renderlo immediatamente obbligatorio: la norma va inserita il prima possibile in un provvedimento e per questo ho presentato un’interrogazione e ho chiesto un appuntamento al ministro Delrio per accelerare il più possibile”.

Arezzo shock, bimba dimenticata in auto muore: “Dalla madre un urlo straziante”

Dimenticata chiusa in auto muore bimba di 1 anno. La tragedia Castelfranco di Sopra (Arezzo) nel primo pomeriggio di oggi.

Una bambina di un anno è morta per arresto cardiaco dopo essere rimasta alcune ore chiusa nell’auto della madre. È accaduto a Castelfranco di Sopra (Arezzo) nel primo pomeriggio di oggi. Secondo una prima ricostruzione, la mamma, dipendente del Comune di Castelfranco, sarebbe uscita stamani con a bordo la bimba e la precisa intenzione di lasciarla all’asilo ma si sarebbe invece diretta al lavoro “dimenticando” la piccola.

La bimba sarebbe stata già in arresto cardiaco quando è stata trovata in piazza Vittorio Emanuele. Immediatamente soccorsa da alcuni passanti con il defibrillatore e successivamente dai sanitari del pronto intervento, che avevano anche attivato l’elisoccorso, la bimba non ce l’ha fatta. Ogni volta che la cronaca riporta questo tipo di tragedie, commenta Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, sembra impossibile che possa succedere. Eppure i casi di bambini piccoli che muoiono dimenticati in auto sui sedili o legati al seggiolino non sono così rari e capitano in famiglie normalissime ed a genitori apparentemente impeccabili e incapaci di fare del male ai propri figli. Quest’ennesimo dramma però dev’essere da monito affinché non accada mai più.

Come può una mamma dimenticare la sua bimba in auto come un sacchetto della spesa? Come può lasciarla morire sotto un sole che diventa sempre più bollente? Qualche ora prima l’aveva svegliata sussurrando il suo nome e aveva sciolto i biscotti nel latte e scelto il vestito bello per portarla all’asilo, ma poi si è dimenticata di lei, l’ha chiusa nella Lancia Ypsilon ed è andata a passo svelto verso l’ufficio. Come ha potuto? Come si può?

È già successo ed è successo ancora ieri, a Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo. Si chiamava Tatiana aveva diciotto mesi e chissà se i suoi occhi hanno visto la mamma allontanarsi o se invece dormiva quando la donna l’ha lasciata lì, con lo zainetto di Peppa Pig accanto al seggiolino. Chissà se le sue manine hanno cercato di liberarsi dalla cintura, se ha pianto tutte le sue lacrime prima che il respiro diventasse un rantolo e il suo cuoricino si fermasse. Tatiana è rimasta nella prigione dell’abitacolo per cinque lunghissime ore.

La mamma alle quattordici è uscita dall’ufficio e, come ogni giorno, è salita sull’auto per andare a prendere la figlia a scuola. Ma quando si è girata verso il sedile posteriore per fare reotrmarcia, ha visto Tatiana sul seggiolino, immobile come una bambola.
Ha scoperto di aver dimenticato la sua unica figlia, di non averla mai lasciata a scuola e di averla fatta morire sotto il sole. «Abbiamo sentito un urlo straziante», hanno detto i passanti. E riusciamo a sentirlo anche noi, a distanza di chilometri e di ore, il suo grido struggente e vorremmo anche abbracciarla se servisse a qualcosa. Gli psicologi, i sociologi e tutti quelli che hanno sempre una risposta buona per ogni occasione proveranno a dare una spiegazione.

La vita della donna, segretaria del Comune di Castelfranco-Piandisco, sarà rovistata alla ricerca di qualcosa di strano nella sua testa, di una piega storta nel suo passato, di una sbavatura nel presente, di una patologia conclamata o nascosta.
E anche a noi piacerebbe scoprire che è malata, che ha avuto dei problemi psicologici o qualcosa che girava male nella sua testa. Ci piacerebbe perché ci darebbe una risposta e ci metterebbe al sicuro, ci farebbe dire: «A me non potrebbe succedere mai». Invece no, non possiamo dirlo.

Questa donna che ha dimenticato la sua bimba somiglia tremendamente a tutte noi. E ci obbliga a fermarci. Non ora, il tempo della notizia. Ma ci chiede di scendere da questa giostra spaventosa su cui noi tutti siamo saliti e continuiamo a girare come trottoline e troviamo senso solo riempiendo le agende di cose da fare e, a fine giornata, siamo felici se tutti i doveri sono stati compiuti. C’è la spesa da fare, il telefono che squilla, le mail da smaltire, i messaggi a cui rispondere. Ci sono i vestiti da ritirare in tintoria, bisogna comprare il regalo per la festa di compleanno della zia e poi i costumi per il mare perché tra poco si parte e quelli dell’anno scorso sono piccoli, sulla scrivania c’è la delega da firmare per la riunione di condominio e poi l’idraulico che arriva a sistemare la perdita in bagno e la visita di controllo da prenotare.

E i figli da portare a scuola. È così che i nostri bambini, i nostri figli che amiamo più di noi stessi, finiscono nel frullatore delle nostre giornate come pratiche da smaltire. È così che possiamo dimenticarli chiusi in auto sotto il sole. Viviamo proiettati nel futuro, sparati come razzi verso chissà cosa e, nel frattempo, ci dimentichiamo di vivere qui, ora. Così può succedere che un giorno credi di aver portato la tua piccolina all’asilo – perché lo fai sempre meccanicamente, frettolosamente – esci dal lavoro e la trovi morta in auto. «Non l’ho vista, non mi sono accorta di nulla», ha detto la donna ai carabinieri. Sulla sua pagina Facebook c’è un articolo dal titolo «Maternità e lavoro perché le donne non ce la fanno più» che adesso suona come un amaro presagio, come un grido d’aiuto inascoltato.

Questa mamma di 38 anni deve rispondere ai giudici di omicidio colposo e abbandono di minore, ma la condanna più atroce sarà leggere ogni giorno negli occhi del marito e di tutti la stessa domanda: «Come hai potuto?». E queste tre parole le rimbalzeranno in testa fino alla fine, saranno il suo vero ergastolo come il vuoto del lettino di Tatiana, il biberon ancora sporco di latte e tutti i suoi sognalini che non suoneranno più.

Quando l’adulto dimentica il bambino in auto: in America l’11% dei genitori ammette di averlo fatto almeno una volta I piccoli, al sole, hanno poche speranze di sopravvivere La scienza dice che è tutta colpa di due parti del cervello In gara tra loro a causa di routine e stress.

Ogni anno, sempre la stessa storia: la sonnolenza tipica degli afosi giorni d’estate è rotta dallo strillo di una locandina o dal titolo di un TG che richiama l’assurdo dramma di un bambino dimenticato in auto e morto per il troppo caldo. Notizia incredibile, letteralmente, ma che purtroppo si ripete con una cadenza sinistramente regolare: l’ultimo caso italiano è stato registrato a Vicenza lo scorso 1° giugno e ripropone l’assoluta necessità di intervenire.

L’errore, imperdonabile e irrimediabile, segna il destino del piccolo che soccombe al calore di un abitacolo sigillato e infiammato e quello del genitore, o comunque di colui che ne aveva la responsabilità. Ecco: il punto è questo. Negli Stati Uniti, dove si registra una media di 38 decessi all’anno, è definita “Forgotten Baby Syndrome” (FBS), patologia che nella sua traduzione in italiano suona nello stesso sinistro modo (Sindrome del Bimbo Dimenticato) ed è oggetto di accuratissimi studi e osservazioni. Lo scorso anno gli studenti di ingegneria meccanica della Rice University (Houston, Texas), hanno messo a punto un sistema d’allarme capace di rilevare la presenza del bambino a bordo 30 secondi dopo la chiusura delle portiere e che invia un messaggio di testo al telefono del proprietario, oltre ad azionare un segnale di pericolo visivo ed acustico capace di attirare l’attenzione di chi si trovi a passare nei paraggi del veicolo.

In caso di mancata risposta, l’hardware inizia ad inviare chiamate ad una lista predefinita di contatti secondari ed al 911, che invierà subito sul posto polizia, vigili del fuoco e sanitari. La sperimentazione non avrebbe però dato i risultati sperati. Tornando all’interrogativo principale, al quale spesso devono dare una risposta gli investigatori, i consulenti e i giudici: come è potuto succedere? E ancora: quegli adulti che hanno commesso loro malgrado questo atroce errore, sono persone normali? O si tratta di drogati o di malati di mente? Basta la definizione di colpa grave ad archiviare il caso? Secondo la pediatra statunitense Sara Connolly, autrice di uno studio pubblicato sul sito internet Bundoo.com – portale americano che si occupa di salute infantile – la Sindrome può potenzialmente colpire tutti e, anzi, la maggior parte dei genitori che si trovano a vivere questa esperienza, sarebbero tra i più amorevoli, spesso impegnatissimi a crescere i propri figli e destinati, proprio per questo, ad essere “irrimediabilmente segnati dall’incidente”.

Incidente dunque, secondo lo studio della Connoly, e non vero e proprio crimine, per quanto involontario. Il dottor David Diamond, professore di psicologia, farmacologia molecolare e fisiologia presso la University of South Florida di Tampa, ha dedicato la propria carriera alla ricerca delle valutazioni circa gli aspetti neurobiologici della FBS. Il suo parere è che sia la routine a spianare la strada alla fatale dimenticanza: la quotidianità dei sempre maggiori impegni porta il soggetto a vivere l’uniformità della consuetudine con il coinvolgimento di una minima parte di pensiero cosciente. Pian piano, secondo le ricerche, queste azioni passerebbero alla gestione di quella parte della corteccia chiamata motoria. L’esempio classico è la guida nel percorso quotidiano tra casa e lavoro, sempre con lo stesso percorso “Alla fine – spiega il dottor Diamond – possiamo farcela anche senza pensare.

In effetti, la nostra memoria motoria ci libera dal dover pensare le azioni di routine che dobbiamo ancora fare perché il completamento del compito è routine già collaudata.” Una specie di riflesso inconsapevole, capace di alienarci dalla realtà oggettiva e che empiricamente ci ricorda la distrazione tipica di chi parla al cellulare mentre cammina o guida: può passarci accanto la persona più bislacca e noi non ce ne accorgiamo. Questa fase inconsapevole della nostra azione è però contrastata da quella parte di cervello – l’ippocampo – che controlla la parte cognitiva del cervello, capace di scuoterci e farci prendere una decisione diversa dalla routine, come ad esempio fermarsi in un negozio lungo il percorso abituale Il dottor Diamond spiega che nella Sindrome del Bambino Dimenticato, la parte di cervello in cui si trova il centro della memoria motoria compete con la parte cognitiva del cervello e se prende il sopravvento, in parole povere, è capace di non far tenere in assoluto conto il messaggio dell’ippocampo: sappiamo bene che dobbiamo fermarci al negozio ma la circostanza è ignorata, quasi cancellata, e così ci troviamo nel garage di casa senza aver fatto la sosta che ci eravamo prefissati di fare.

C’è da perderci la testa, ma in molte nostre quotidianità possiamo riconoscerci in questa situazione: ebbene, è purtroppo una funzione normale del nostro cervello, non c’è niente che non vada. I casi osservati dagli studiosi americani, hanno infatti verificato che i casi di abbandono hanno avuto come protagonisti genitori tratti fuori dalla loro abituale routine, come ad esempio quello che si è trovato a dover accompagnare eccezionalmente il bambino all’asilo, compito necessariamente espletato dal partner. La corteccia in cui ha sede la memoria motoria del cervello, dice al corpo di andare al lavoro, vincendo il braccio di ferro con l’ippocampo, facendo completamente dimenticare al soggetto che deve fare una sosta o che deve deviare dal percorso abituale e facendogli addirittura dimenticare che sul sedile posteriore c’è il bambino.

Qui si consuma il dramma: del bambino non resta alcuna traccia nella testa del genitore, intimamente convinto che il bebè sia con il partner. Il dramma del bambino è che in particolari condizioni la sua vita è in pericolo; il dramma del genitore è che dovrà convivere con l’assurda circostanza di aver creato lui l’incidente e per quanto la scienza ritenga che tutti siano potenziali vittime della FBS, accettare di non essere responsabili della propria azione appare sostanzialmente impossibile. La National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA), ha ideato una procedura che viene normalmente insegnata nei corsi preparto: alla discesa dal veicolo lo stesso deve essere ispezionato secondo un metodo preciso.

Agli studi neurobiologici si aggiungono quelli più spicci degli investigatori dell’NHTSA, secondo i quali tra le cause principali di questi incidenti vi sono stanchezza e stress dei genitori, ma anche disattenzioni così banali e immorali da divenire imperdonabili agli occhi di giudici e opinione pubblica. Nel corso del 2014, nello stato americano della Georgia, un genitore maschio di 33 anni dimenticò il proprio figlio di 22 anni nel sedile posteriore del proprio SUV, parcheggiato al sole cocente del parcheggio del magazzino di bricolage dove lavorava come addetto. Il bambino morì e le indagini della squadra omicidi della polizia accertarono che durante le ore nelle quali avrebbe dovuto semplicemente lavorare, l’uomo si scambiò una moltitudine di messaggi con una ragazza adolescente.

Qui la sindrome ha toccato il suo corto circuito e l’uomo è ancora in attesa del verdetto della corte, che potrebbe decidere anche per la pena di morte: Justin Ross Harris, questo il nome dell’uomo, è ancora in attesa del verdetto finale. L’NHTSA, in un sondaggio online, ha appurato che l’11% dei genitori americani, due terzi dei quali di sesso maschile, ha ammesso di aver dimenticato il figlio in macchina almeno una volta: si parla di 1 milione e mezzo di persone. Noi della Polizia Stradale possiamo testimoniare che spesso molti automobilisti ripartono lasciando parenti o passeggeri, in alcuni casi anche figli piccoli, in autogrill. I dati statunitensi dicono che dal 1998 al 2013, la media annuale di decessi è stabile attorno alle 38 vittime: la causa di morte è la crisi cardiaca e la maggior parte dei bambini aveva meno di 5 anni. Gli studi tecnici dicono che in una giornata di 25 gradi con cielo coperto, la temperatura interna di un abitacolo arriva rapidamente a 35.

Peraltro, il 29% dei bambini morti erano entrati in auto da soli, sfuggiti alla sorveglianza dei genitori e poi rimasti chiusi per effetto dell’elettronica, ma il 52% dei casi investigati sono stati semplicemente dimenticati e il prezzo pagato è altissimo anche in relazione all’incapacità di un corpo così giovane di resistere a temperature così alte. La dottoressa Leticia Manning Ryan, medico pediatra al “Johns Hopkins” di Baltimora (Maryland), spiega che la temperatura del corpo di un bambino sotto i 5 anni cresce 5 volte più rapidamente rispetto ad un soggetto adulto. “Quando la temperatura interna di un bambino raggiunge i 40 gradi – spiega – le funzioni degli organi principali cominciano ad arrestarsi e una volta toccati i 41,7°, il bimbo può morire da un momento all’altro. In attesa di dispositivi attendibili, un gruppo di circa 10mila persone, che hanno sottoscritto una petizione, hanno chiesto a Barack Obama di destinare risorse federali agli studi per testare nuove tecnologie, per il momento senza esito.

Se la mamma “dimentica” il figlio

Può una mamma “dimenticarsi” la bambina in auto, come è successo alla infelice signora di Merate? Sì, può. Nella catena di automatismi mattutini, alzarsi di corsa, lavarsi, vestirsi, svegliare i bambini e vestirli, preparare la colazione, controllare le cartelle, prendere la borsa per la scuola, è saltato il comando “lasciare la bimba più piccola dalla baby-sitter”. Il pilota automatico della scansione delle corse mattutine prima di arrivare al lavoro procede inesorabile. Saltato quel comando, perché la bimba dorme e non dà segno di sé dal sedile posteriore, l’automatismo procede.

Arrivare a scuola, parcheggiare, chiudere la macchina, entrare di corsa nella sala insegnanti, e di corsa in aula. Mattina intensa di lezioni. Nessun allarme interno, nessun segnale rosso, nessun pensiero improvviso: “Oddio, non ho portato la bambina dalla tata!”. “Oh Signore, l’ho lasciata in macchina!”. No. Rimozione completa. Può un padre dimenticare il bambino in auto? Sì, può, come era successo dieci anni fa a Catania, a un operaio che dimenticò il suo bambino di quasi due anni in auto. Dimenticò di lasciarlo al nido, mentre andava al lavoro. Soprappensiero, lo lasciò addormentato nell’auto, nel parcheggio assolato. E alla fine del turno, lo trovò agonizzante nella macchina.

Anche allora, una tragedia. Due casi drammatici in dieci anni. Rari, si dirà: solo perché con conseguenze estreme. Meritano invece una riflessione perché sono i segni pesanti e terribili di dimenticanze molto più frequenti, ma più brevi, che un numero crescente di genitori ha nei confronti dei figli, specie se piccoli. Dimenticanze che non si concludono in modo atroce perché di durata minore, perché accaduti in ambiti meno pericolosi di un’auto lasciata al sole, o perché qualche parente interviene prima, limitando i danni. Ma responsabili spesso di incidenti domestici, anche gravi, quando il bambino viene “perso di vista” perché ci si è dimenticati del piccolo, mentre si è occupati in altro, anche per pochi minuti. La dimenticanza originale, staccata dalle sue conseguenze, più o meno gravi, resta rinchiusa nei silenzi della famiglia, e se ne perde traccia e memoria.

Ma sono dimenticanze di cui questi due bambini morti sono solo il segno più doloroso e purtroppo irreversibile. Che cosa facilita oggi questa dimenticanza grave, per il bambino ma anche per l’adulto? E’ un incidente “impensabile”, oppure il segno di una grave irresponsabilità, o, ancora, la conseguenza di una imperdonabile negligenza, o di qualcos’altro? Innanzitutto, dobbiamo riconoscere che il meccanismo feroce della dimenticanza ci tocca tutti: la stanchezza, la mancanza di attenzione e di concentrazione, ci portano ad una quantità crescente di “atti mancati”, come li definì Sigmund Freud, che ne fece un’analisi accurata. Freud insisteva sull’aspetto inconscio del dimenticare, come un “non voler fare”. L’atto mancato, in altre parole, direbbe la vera intenzione della persona: non faccio una cosa perché non ho voglia di farla, perché in realtà desidero fare l’opposto, perché mi interessa qualcos’altro.

L’atto mancato esprimerebbe allora un’intenzionalità intensa e profonda, così potente da indurci a fare qualcosa di diverso o, addirittura, contrario a quanto vorremmo fare consapevolmente. Tuttavia, mi sembra che in queste dimenticanze nei confronti dei propri figli ci siano degli elementi che non ascriverei all’intenzionalità, seppure inconscia, ma semmai al sinistro effetto degli automatismi in cui tutti siamo crescentemente inseriti, per sopravvivere a vite sempre più concitate e frenetiche. L’obiettivo di ogni persona che lavori e abbia una famiglia diventa infatti l’ottimizzazione di quella corsa a cronometro che è l’avvio mattutino della famiglia, per scuola e lavoro.

Se poi non ci sono aiuti domestici, la corsa continua nella giornata e nel tardo pomeriggio fino a notte, per riuscire a svolgere sufficientemente bene tutti i compiti che una donna e un uomo con famiglia si trovano ad affrontare. Molto spesso, più ancora le donne degli uomini. E allora, che cosa riducono le donne per riuscire a fare (quasi) tutto? Le ore di sonno. Ma la carenza cronica di sonno amputa drasticamente l’energia vitale, rendendo tutto più faticoso, e aumentando la quota di vita consegnata agli automatismi. Riduce drasticamente l’attenzione e la concentrazione su quello che si sta facendo, pilastri primi della memoria. Senza attenzione, la dimenticanza, è in agguato: dalle pentole sul fuoco, alle chiavi di casa, alla spesa sul pianerottolo, all’appuntamento dal dentista, al bambino che sta giocando in un’altra stanza, o da solo in giardino.

La carenza di sonno causa anche depressione, o la peggiora. E anche questa contribuisce alle dimenticanze e agli errori di attenzione che lasciano la nostra vita in mano agli automatismi, sempre più pericolosi quanto più si abbassa la soglia di attenzione. Pericolosi fino a diventare mortali, soprattutto in caso di depressione. I bambini figli di madri depresse hanno il 44% in più di ricorsi al Pronto soccorso pediatrico rispetto ai figli di madri non depresse, proprio in conseguenza di dimenticanze e disattenzioni. Un dato che parla da solo. Queste tragedie ci lasciano allora inquieti e turbati: per quel piccolino e quella piccolina morti soli, sentendosi abbandonati, piangenti e accorati, fino a morire, non solo di caldo ma forse di disperazione. Ma anche per quella madre e quel padre, che non si perdoneranno mai per le conseguenze così gravi di un gesto che non sanno spiegare nemmeno a se stessi.

E’ così orribile, la conseguenza del dimenticare un figlio, che un genitore può arrivare a desiderare la morte: perché sente di non poter più continuare a vivere, dopo quello che è successo, e perché il tormento per l’accaduto e i sensi di colpa possono essere così pervadenti da uccidere la sua stessa vita. Per tutti noi, che abbiamo figli o nipotini, fatti così gravi contengono un monito: facciamo attenzione alla stanchezza, alla carenza di sonno, alle piccole dimenticanze, se ci sono già capitate. Raddoppiamo l’autocontrollo, raddoppiamo le attenzioni, limitiamo gli automatismi. Soprattutto, rallentiamo i ritmi, soffermiamoci sulle cose (importanti) da fare, ancora di più se abbiamo bambini piccoli: perché la vita e la salute di un figlio sono le vere priorità della vita. E perché una dimenticanza più grave delle altre può essere fatale.

Lo sai che…

 Quando fa molto caldo i neonati e i bambini piccoli (per la loro ridotta superficie corporea) sono più esposti degli adulti al rischio di un aumento eccessivo della temperatura corporea (ipertermia) e a disidratazione, con possibili conseguenze dannose sul sistema cardiocircolatorio, respiratorio e neurologico, che possono causare anche la morte.  La temperatura corporea di un bambino sale da 3 a 5 volte più velocemente rispetto a quella di un adulto, per la presenza di una minore quantità di acqua nelle riserve corporee.  Quando fa molto caldo, la temperatura all’interno di un’automobile può salire da 10° a 15°C ogni 15 minuti! E, anche aprendo i finestrini, non si riduce in modo significativo l’innalzamento della temperatura nell’abitacolo.  L’ipertermia può verificarsi in soli 20 minuti e la morte può avvenire entro circa 2 ore.  L’ipertermia può verificarsi anche nelle giornate fresche, con temperature intorno ai 22°C. Infatti, l’abitacolo della macchina può surriscaldarsi (specialmente se l’auto è parcheggiata al sole) fino a superare i 40°C, anche se i valori di temperatura esterna non sono particolarmente elevati.  La maggior parte delle vittime di ipertermia ha un’età compresa tra 0 e 4 anni.

Come può accadere

A volte i genitori lasciano intenzionalmente un figlio piccolo solo in macchina, spesso addormentato nel seggiolino di sicurezza (posizionato sul sedile posteriore), per svolgere le loro commissioni, senza rendersi conto dei gravi rischi a cui viene esposto. Più frequentemente, però, gli incidenti avvengono quando un genitore indaffarato non ricorda di avere il bambino in macchina con sé mentre, ad esempio, si reca a lavoro o torna a casa.

Negli episodi più tragici è successo che il genitore non ha nemmeno avuto la percezione di aver dimenticato il proprio bambino in macchina, fino a quando, a fine giornata, ha scoperto il corpicino senza vita nell’auto. Questi incidenti possono accadere anche a genitori amorevoli e di qualsiasi ceto sociale. In altri casi può succedere che i bambini entrino nell’abitacolo dell’auto e chiudono accidentalmente le portiere o restano intrappolati nel bagagliaio, senza che i genitori se ne accorgano. Non escludere a priori che questi tragici incidenti possano capitare anche a te!

Purtroppo accade

Negli Stati Uniti muoiono ogni anno in media 36 bambini a causa dell’ipertermia per essere stati lasciati in auto, per un totale di 468 morti negli ultimi 12 anni. In Francia la Commissione per la sicurezza dei Consumatori ha rilevato che, tra il 2007 e il 2009, ci sono stati 24 casi di ipertermia in bambini rimasti chiusi in macchina, di cui 5 mortali. Il 54 % dei genitori aveva lasciato intenzionalmente il bambino in auto, per svolgere qualche commissione, sottovalutando il rischio legato a tale comportamento. Il 46% aveva dimenticato il bambino in automobile recandosi al lavoro o tornando a casa. Casi mortali di ipertermia sono stati segnalati anche in Italia.

Alcuni semplici consigli per prevenire questi incidenti

1. Se vedi un bambino solo in macchina chiama immediatamente il 112 (numero unico europeo per le emergenze) o il 113. 2. Se trasporti sul sedile posteriore della tua auto un bambino:  lascia i tuoi oggetti personali (borsa, telefono, valigetta, ecc.) sul sedile posteriore, vicino al piccolo. Questa abitudine può aiutarti a non dimenticare, quando esci dalla macchina, che hai portato con te un bambino  poggia gli oggetti personali del bambino (pannolini, borse e biberon) sul sedile anteriore, in modo che ti ricordino la presenza del bambino. 3. Quando accompagni il bambino al nido o all’asilo aggiungi sul programma dell’agenda del tuo computer o del telefonino un “promemoria” (oppure scrivilo sulla tua agenda di carta), che può segnalarti se hai portato o meno il bambino a destinazione, come programmato. 4. Ogni volta che si verifica un cambiamento di programma nel riprendere o nell’accompagnare il bambino, comunicalo al partner o a una persona di fiducia. 5. Chiedi alla persona che si prende normalmente cura del bambino (ad esempio la responsabile dell’asilo o del nido o la babysitter) di avvertirti se il bambino non è stato accompagnato all’asilo o al nido, come di solito accade. 6. Installa un dispositivo di allerta, sonoro o luminoso, che si attiva quando spegni il motore e ti allontani senza prendere con te il piccolo. 7. Quando in macchina non c’è nessuno, chiudi le portiere e il bagagliaio posteriore e tieni le chiavi lontano dalla portata dei bambini.

“Dimenticare un mazzo di chiavi è amnesia, dimenticare un bambino è annullamento”. Intervista a Massimo Fagioli

Parcheggiò l’auto di fronte al proprio luogo di lavoro, chiuse le portiere, entrò in ufficio. Quel
giorno di giugno del 2013, Andrea Albanese dimenticò in auto il figlio Luca di 2 anni. Il bambino
morì dopo otto ore chiuso in macchina, sotto il sole estivo di Piacenza. Circa due settimane fa il gip
Elena Stoppini ha deciso per il proscioglimento di Albanese, ritenendolo incapace di intendere e
volere. Le relazioni di psichiatri d’accusa e difesa sono concordi nel dire che Albanese era in preda
a cosiddetta “amnesia dissociativa” quando lasciò il bimbo e andò a lavorare, anziché portarlo
all’asilo. Ne parliamo con lo psichiatra Massimo Fagioli.
Concorda con questa diagnosi?
Mi congratulo innanzitutto con i magistrati. Anche sulla questione matrimoni e adozioni
omosessuali. Sono forse gli unici a capire che rispetto alla nascita umana non esiste maschio o
femmina. Esiste solo la necessità di brave persone che riconoscano la nascita e accettino il bambino
come essere umano. Cosa che spesso non succede nel caso di genitori eterosessuali, per via di una
concezione religiosa che si intreccia col logos occidentale.
Anche nel caso di questa sentenza, i magistrati sono più avanti degli stessi psichiatri. Il termine
amnesia dissociativa non dice tutta la verità, perché l’amnesia è una cosa molto normale, tutti noi ci
dimentichiamo delle cose. Ma “dissociativa”, “dissociazione”, chiama schizofrenia. In questo caso
parliamo invece di un uomo che svolge tranquillamente tutte le attività “normali” e materiali. Questi
psichiatri fanno una diagnosi che oscilla tra termini che richiamano la normalità e termini che hanno
a che fare con la malattia mentale manifesta, cosa che non riguarda Albanese.
I magistrati con la definizione “incapace di intendere e di volere” fanno dunque tutto quello che è
nelle loro possibilità.
La poca profondità sta invece nella psichiatria che non offre loro nuovi termini. La coscienza di
quest’uomo funziona senza problemi, è la mente senza coscienza che non funziona.
Importantissimo è distinguere – cosa che non è mai stata fatta – il ricordo cosciente dalla memoria
senza coscienza.
L’amnesia è un difetto del ricordo cosciente, ma il difetto del ricordo cosciente, il cosiddetto
scotoma, non si adatta a questo caso.
Dimenticarsi le chiavi o la borsa è una questione di rapporto con la realtà materiale, mentre la
memoria indica il rapporto con la realtà umana. Laddove quest’ultimo rapporto fallisce, parliamo di
malattia mentale. Dimenticare le chiavi è normale, dimenticare un bambino è malattia, è
annullamento.
Solo nel pomeriggio ci si rese conto della tragedia: il bambino non era mai arrivato in asilo,
purtroppo era ancora nell’auto parcheggiata e per lui non c’era più nulla da fare. Albanese
ha poi scritto su Facebook: “La sentenza di non luogo a procedere nei miei confronti non è un
successo per nessuno, se non per la giustizia e per la nostra battaglia per la diffusione dei
sistemi anti abbandono”.
Questa degli allarmi è una soluzione “meccanica” e materiale; una soluzione che si usa per gli
oggetti, applicata agli esseri umani. La pulsione di annullamento nei confronti di un bambino è
anaffettività; anaffettività per la quale il bambino diventa come le chiavi della macchina e per la
quale viene, appunto, annullata la sua realtà umana di bambino.
Albanese ha affermato: “Fino a poco più di un anno fa non sapevo nemmeno cosa fosse
l’amnesia dissociativa, poi mi ha distrutto la vita. Ora sono qui a testimoniare che si tratta di
una patologia più frequente di quanto si pensi, subdola, improvvisa e transitoria, il più delle
volte innocua ma, in combinazione con molta sfortuna, pericolosissima. Spesso non ci si
accorge di nulla finché non capita quando non deve capitare”. Albanese sembrerebbe
ascrivere le ragioni di questa tragedia ad una sfortuna improvvisa contro cui non possiamo
fare quasi nulla. Davvero queste tragedie potrebbero capitare a tutti?
Mi dispiace questa non è cosa che può capitare a tutti come vorrebbero dire, questa è malattia
mentale, è annullamento del bambino in quanto essere umano.
Posso capire questa affermazione se fatta da Albanese, ma è grave che cose del genere vengano
dette da psichiatri. Spesso si sente dire di persone apparentemente normalissime che
improvvisamente uccidono moglie e figli. Si tratta di malattia grave che convive con una normalità
di comportamenti. Perché non si tratta di malattia della coscienza, ma di malattia della mente senza
coscienza.
Questo difetto della psichiatria è figlio della cultura secondo cui l’inconscio è inconoscibile.
Saremmo insomma in un’ottica basagliana tutti “pazzi dentro”. Questo pensiero è a sua volta figlio
del logos occidentale, secondo il quale l’identità umana si forma con la razionalità. E dunque il
bambino, in quanto non ancora razionale, non è ancora umano.
Infine nel cristianesimo: lo scorso gennaio Papa Francesco ha affermato che “un bambino non
battezzato non è lo stesso di un bambino battezzato”. Ci sarebbero insomma nascite diverse, non c’è
affermazione più razzista di questa! Cristianesimo e logos occidentale ritengono che la nascita
umana sia come quella animale, un fatto biologico puro e semplice. E questo Papa lo avevano
persino candidato al Nobel per la Pace.
Per fortuna che il Nobel lo hanno dato a Malala, una ragazzina, del tutto umana.

Dimenticata in auto, muore a 18 mesi

Una distrazione che si è trasformata in un tragico incidente. Una bambina di 18 mesi è morta per arresto cardiaco, dopo essere rimasta per alcune ore chiusa in macchina da sola. È accaduto a Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo, nel primo pomeriggio di ieri. Quando i soccorsi sono giunti sul posto, era ormai troppo tardi. Inutili i tentativi di alcuni passanti di rianimare la bimba con il defibrillatore e successivamente dei sanitari del 118, intervenuti con l’elisoccorso Pegaso.

Ieri, verso le otto del mattino, la madre della piccola, una dipendente comunale, si è recata al lavoro in macchina. Ha parcheggiato a piazza Vittorio Emanuele, nei pressi dell’edificio, ha chiuso la portiera ed è entrata in ufficio. Un semplice gesto quotidiano, meccanico. Prima di andare al lavoro, però, avrebbe dovuto lasciare la figlia all’asilo. Ma lungo la strada se n’è dimenticata e, quando ha messo l’allarme alla vettura, ha lasciato la bambina seduta e legata al seggiolino. Ci è rimasta per sei ore, al caldo e sotto al sole. Alle 14, fini la madre si è accorta di quanto era accaduto, ma non c’era più nulla da fare. «Abbiamo udito un urlo straziante», racconta un testimone: «Nessuno prima si era accorto di niente e la bimba è rimasta nella vettura al sole per ore».

Purtroppo, casi del genere non sono una rarità: già nel luglio 2016 una bimba di 18 mesi era morta a Vada, in provincia di Livorno. Anche lei era rimasta chiusa in macchina per diverse ore, nell’auto parcheggiata dalla madre lungo la strada. A trovare la bambina, e poi a dare l’allarme, era stata la nonna, ma solo perché si era dimenticata qualcosa in macchina. Caso simile a quello di Andrea Albanese che, nel 2013 a Piacenza, si dimenticò di avere in auto il figlio Luca, di due anni. Anche lui era andato al lavoro per poi trovare, una volta uscito, il piccolo senza vita. Fu assolto dall’accusa di omicidio colposo grazie a una perizia psichiatrica che lo giudicò «incapace di intendere e di volere», poiché colpito da «amnesia dissociativa». Due anni fa un altro caso: Gioia, ultima dei sei figli di una famiglia ivoriana con cittadinanza italiana da 24 anni, è morta chiusa in auto e lasciata in un parcheggio sotto il sole a Vicenza. A distanza di pochi giorni, un incidente simile è accaduto di nuovo a Grosseto, dove una bimba di due anni fu salvata in tempo dai passanti, che la notarono in un parcheggio. Anche in questo caso, il padre era convinto di aver lasciato la bambina all’asilo.

In una recente analisi del fenomeno, quello dei genitori che dimenticano di avere a bordo i figli, Gene Weingarten, giornalista del Washington Post, ha spiegato che gli incidenti di questo tipo sono aumentati a partire dagli anni ’90, dopo l’introduzione dell’airbag al posto del passeggero. Dato che l’azionamento dell’airbag può essere pericoloso per un bimbo, si è cominciato a montare il seggiolino sui sedili posteriori, lontano dal campo visivo. Fattore che ha incentivato le dimenticanze da parte dei genitori. Vuoti di memoria, come chiarito dal professor David Diamond, docente di fisiologia molecolare alla University of South Florida di Tampa, che prescindono dal «livello di premura abituale del genitore». Queste, infatti, non sarebbero semplici disattenzioni, ma incidenti provocati da particolari emozioni e stati d’animo, dallo stress e dalla mancanza di sonno.

Più memoria e meno stress con i cibi giusti

Il cervello è un organo complesso e delicato, per farlo funzionare bene e avere una mente scattante, precisa, acuta, con una memoria infallibile, bisogna nutrirlo al meglio. I consigli arrivano dalle neuroscienze nutrizionali, nuovissima branca della dietetica, che cerca i cibi migliori per la mente. Trovare la ricetta giusta, se pure non farà di voi dei geni, aiuterà certamente a mantenere le vostre meningi in salute e ben “oleate”.

L’idea che i cibi giusti, o alcune componenti nutritive in essi contenuti, possano migliorare le capacità mentali, aiutandoci a concentrarci, a comandare in modo più preciso i nostri movimenti, a mantenerci motivati nelle nostre attività, a migliorare la memoria, ad accelerare i tempi di reazione, a combattere lo stress, forse anche a contrastare l’invecchiamento del cervello, non è una frivola speculazione, ma una teoria che ha i suoi fondamenti scientifici, basati su numerose ricerche.

Cosa mangiare allora? Per cominciare è importante sapere che i grassi saturi, il colesterolo cattivo e i trigliceridi non fanno bene al cervello: una dieta troppo ricca di colesterolo e trigliceridi incide sull’umore, è legata a depressione e disturbo maniaco depressivo, ha spiegato Charles Glueck, direttore del “Cholesterol Center” del Jewish Hospital di Cincinnati, il quale ha condotto uno studio su pazienti con ipertrigliceremia che manifestavano anche disturbi depressivi.

Dai risultati di varie ricerche, ha sottolineato Glueck sulla rivista Psychology Today, è emerso che queste persone migliorano il quadro del loro disturbo depressivo se riducono i trigliceridi nella propria alimentazione.

Nello studio in questione si è visto che i sintomi della depressione, nei pazienti, rientravano in poche settimane con una dieta a basso contenuto di grassi e farmaci per abbassare i trigliceridi nel sangue, senza ricorrere ad alcuna cura psichiatrica. Perché il grasso nel sangue disturba l’umore a tal punto da rendere le persone depresse e talvolta anche aggressive e antisociali? Secondo Glueck, i grassi aumentano troppo la viscosità del sangue (cioè lo rendono troppo denso), quindi rallentano il trasporto di ossigeno al cervello e “tolgono l’aria” ai neuroni che possono andare incontro a sofferenze e microlesioni e quindi lavorare male.

E non è tutto. Se ancora non vi siete convinti che il grasso fa male, ecco un altro buon motivo per moderarne i consumi: troppi grassi saturi (gli stessi che fanno male al cuore), infatti, riducono anche le performance cognitive. Gli studi che lo dimostrano sono tanti.

Per esempio la nutrizionista Carol Greenwood dell’Università di Toronto ha osservato cosa succede ad animali nutriti per tre mesi con diete a differente contenuto di grassi: alcuni hanno seguito un regime alimentare che prevedeva un introito calorico del 40% dai grassi (ovvero un quantitativo di grassi simile a quello dell’alimentazione di un occidentale medio che si è dimenticato della dieta mediterranea); altri sono stati sottoposti a un regime dietetico con solo il 10% delle calorie date dai grassi. Gli animali che hanno mangiato molti grassi, soprattutto quelli saturi, mostravano pessime performance di memoria e capacità di apprendimento. Quelli nutriti con pochi grassi, invece, hanno mostrato un cervello più scattante.

Eppure ci sono dei grassi che vanno consumati per “oleare” il cervello: sono chiamati grassi essenziali perché il nostro corpo non sa produrli da sé e quindi sono assunti dai cibi. Sono i grassi polinsaturi, ha spiegato la Greenwood, derivanti dagli oli vegetali e dal pesce (grassi omega 3). Questi grassi sono fondamentali per il cervello perché servono a costruire la membrana dei neuroni. Ma per il benessere del cervello e dell’umore hanno un ruolo fondamentale anche i carboidrati: Judith Wurtman del Massachusetts Institute of Technology di Boston, ha scoperto che una dieta ricca di carboidrati aiuta a combattere l’ansia e a rilassarsi. Il motivo è che i carboidrati aprono all’aminoacido triptofano (precursore della serotonina, “neurotrasmettitore del buon umore”) un accesso preferenziale al cervello dove sarà trasformato in serotonina. Quindi più carboidrati mangiamo, più serotonina produciamo.

Wurtman, inoltre, ha scoperto che le donne con sindrome premestruale aumentano moltissimo l’introito di carboidrati nelle due settimane precedenti le mestruazioni; è una tattica del corpo per aumentare la serotonina nel cervello e alleviare ansia, depressione, difficoltà di concentrazione tipiche della sindrome premestruale. Lo stesso avviene nelle persone con depressione stagionale che nei mesi invernali aumentano il consumo di carboidrati. Questi hanno un effetto calmante anche per un’altra ragione, ha spiegato Barbara Smith della Johns Hopkins University: i suoi studi indicano che il sapore dolce dello zucchero stimola il rilascio di endorfine, gli oppiacei naturali del cervello. Infatti quando un gruppo di adolescenti violenti sono stati sottoposti a una dieta che prevedeva una colazione con cereali ricchi di zucchero, i ricercatori hanno potuto riscontrare in loro la diminuzione dei sintomi depressivi e del comportamento violento.

Ma quali altri nutrimenti servono al cervello per non invecchiare e per funzionare bene? Un grande posto devono averlo vitamine e minerali, ma attenzione, è inutile e forse dannoso “trangugiare” grosse quantità di vitamine e antiossidanti in pillole, perché solo quando assunte dai cibi queste sostanze sono nella concentrazione giusta per il cervello. Cosa fare allora? Prediligere cibi come frutta e verdura, ricchi di questi nutrienti essenziali.

In uno studio su 2.000 settantenni, pubblicato nel 2009 dal nutrizionista Eha Nurk dell’Università di Oslo, si è visto, per esempio, che coloro che consumano regolarmente vino, tè e cioccolato, ricchi di flavonoidi, mostrano migliori abilità cognitive di chi non li  consuma o lo fa solo raramente. In un altro studio del 2010 di Robert Krikorian, dell’Università di Cincinnati, su over 75 con lievi problemi mnemonici, è stato rilevato che bere due bicchieri di succo di mirtillo al giorno per 12 settimane migliora la memoria. Anche il mirtillo è ricco di flavonoidi.

Importante è assumere anche corretti quantitativi di vitamine del gruppo B – tiamina (B1), riboflavina (B2), niacina, piridossina (B6), acido folico, cobalamina (B12). Tutte giocano un ruolo cruciale per il funzionamento del cervello. Gravi carenze di queste vitamine (presenti in cibi come germe di grano, legumi, asparagi, noci, carne, cuore, rene, fegato, prosciutto) hanno effetti profondi sul cervello: anomalie delle onde cerebrali riscontrabili con l’elettroencefalogramma, riduzioni di memoria, alti livelli di ansia, confusione, irritabilità, depressione. Anche carenze marginali possono causare anomalie riscontrabili con un elettroencefalogramma.

L’acido folico, invece, aiuta a mantenere livelli normali di serotonina: sue carenze contribuiscono a depressione, demenza, schizofrenia.

L’alchimia del cervello è così complessa che spesso ridurre tutto all’assunzione di multivitaminici non funziona, perché le vitamine competono tra loro nella corsa verso il cervello e concentrazioni sbagliate possono fare più danni che altro. Il vero segreto, dunque, è seguire una dieta bilanciata e non esagerare con l’alcol, che contrasta l’assorbimento di molte vitamine.

Da tenere bene a mente

– Una dieta ricca di cibi grassi e povera di frutta e verdura è legata a depressione e aggressività.

– Per nutrire le performance intellettive bisogna scegliere i grassi giusti, i migliori sono quelli del pesce mentre altri cibi fonte di grassi, come la carne e i formaggi, possono minare l’intelligenza.

– Per dare impulso a memoria, prontezza, resistenza allo stress, bisogna dare al cervello la materia prima per produrre i messaggeri chimici che fanno parlare i neuroni, cioè i neurotrasmettitori. Questi sono costruiti a partire da certi amminoacidi, ad esempio la tirosina di cui sono ricche le banane, le noccioline e molti formaggi stagionati. – I carboidrati esercitano effetti calmanti sul cervello perché facilitano il transito di un amminoacido, il triptofano, che viene poi trasformato in serotonina, il neurotrasmettitore del buon umore. Tra gli alimenti ricchi di triptofano ci sono le mandorle il miele, gli anacardi, le uova, il cioccolato.

– Lo zucchero ci rende acuti nei momenti di massimo sforzo mentale

– Per l’umore e la mente sono importanti le vitamine del gruppo B.

«Sia obbligatorio il dispositivo per ricordarsene»

Allarmi antiabbandono da installare sui seggiolini per auto. È questa in nuce la proposta della petizione lanciata sul sito Change.org da Maria Ghirardelli. Ghirardelli, 43 anni, medico d’urgenza e madre di tre bambini è rimasta turbata dalla storia del piccolo Luca di Piacenza, morto a due anni, il 4 giugno del 2013, dimenticato dal padre in auto che si era recato a lavoro. «Ho pensato», spiega, «che incidenti come questo possono capitare in condizioni di forte stress a qualsiasi genitore e la prova è che purtroppo esistono numerosi casi identici a quello accaduto in Italia in tutto il mondo». Così ha immaginato un dispositivo da introdurre nell’apparecchiatura elettronica standard di qualsiasi nuova autovettura che determini un segnale di allarme se viene attivato il comando di chiusura mentre una cintura è ancora allacciata e il sensore di peso segnala una presenza. «Questo banale accorgimento», spiega, «eviterebbe al genitore di dimenticare il bambino, magari assopito sul seggiolino sul sedile posteriore. In questo modo sarebbe impossibile dimenticare un bambino in auto». La petizione rivolta al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio affinché favorisca una modifica del codice della strada in tal senso (art.172 che regolamenta il trasporto dei bambini in auto) sino ad ora è stata firmata da 53.000 persone.

La reazione o risposta di stress

L’organismo umano affronta o sopporta le difficoltà, procurando l’energia necessaria tramite un processo naturale, la reazione di stress, paragonabile a un innato meccanismo di adattamento che consente di adeguare le reazioni individuali all’imprevedibile variare delle circostanze. Selye identificò, in tale processo, tre fasi fondamentali: reazione di allarme, resistenza o adattamento ed esaurimento, che si succedono nell’organismo durante ogni reazione da stress e chiamò l’intera sequenza General Adaptation Syndrome (G.A.S.) ovvero ”sindrome generale di adattamento”. Insieme con lo schema delle tre fasi, questa definizione è tuttora alla base delle moderne ricerche sullo stress. La sindrome G.A.S. è dunque un meccanismo difensivo con cui l’organismo si sforza di superare le difficoltà per poi tornare, al più presto possibile, al suo normale equilibrio operativo (omeostasi). Essa può svilupparsi secondo due modalità: – reazione da stress acuta, di breve durata, consistente in una rapida fase di resistenza cui segue un quasi immediato e ben definito ritorno alla normalità (ad esempio, quando si scatta in velocità per raggiungere l’autobus e, appena saliti, ci si rilassa); – reazione da stress prolungata, con una fase di resistenza che può durare da molti minuti a giorni, settimane, anni e, per qualcuno, tutta la vita. Il dottor Selye ricordava spesso che la principale causa del cattivo stress dell’umanità moderna è la frustrazione come effetto delle contrarietà e dei fastidi della vita di tutti i giorni. Per questo motivo la maggior parte di noi vive, quasi sempre, in una fase di resistenza da stress prolungata a cui, di tanto in tanto, si sommano episodi di reazione da stress acuta (come nel caso di una discussione col proprio partner o superiore). La risposta di stress è quindi un insieme di reazioni a catena che coinvolgono innanzitutto il sistema nervoso, il sistema endocrino e il sistema immunitario agendo di conseguenza su tutto l’organismo. Si tratta di sistemi che operano in stretta interdipendenza, come la psiconeuroendocrinoimmunologia ha dimostrato, sotto il controllo del sistema nervoso centrale. Determinante pare essere l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA); mentre in condizioni di non stress l’attività dell’asse HPA è organizzata in oscillazioni periodiche regolari, in condizioni di stress si verifica un’ulteriore attivazione del sistema. Lo scopo di tutti questi cambiamenti è uno solo: mettere l’individuo nella migliore “condizione di combattimento o fuga”. Ovviamente questo meccanismo di risposta di stress riguarda tutti gli animali e serve egregiamente: senza stress non si sarebbe in grado di reagire efficacemente, si tratti di affrontare o fuggire una belva (situazione oggi più rara) o di fornire la risposta esatta a un esame (situazione più frequente). Le ricerche del Dr. Selye e di altri scienziati hanno chiarito la complessa fisiologia delle tre fasi della sindrome generale di adattamento. Le spiegazioni seguenti ne colgono gli aspetti essenziali, al fine di dimostrare la grande importanza dello stress come intermediario mentecorpo.

Prima fase: allarme E’ la fase iniziale in cui l’organismo chiama a raccolta tutte le sue risorse disponibili per l’azione immediata, soprattutto secernendo ormoni in grado di provocare opportuni cambiamenti in determinate funzioni organiche. In questa fase avviene un’intensa produzione di adrenalina (catecolamine) e una rapida accelerazione del ritmo cardiaco.

1. L’organismo percepisce, a livello consapevole o inconsapevole, un fattore di stress, stressor, ossia qualcosa di inaspettato, nuovo o insolito, in grado di rappresentare una difficoltà o un potenziale pericolo. Il fattore di stress può essere di natura psicologica (accesa discussione, improvvisa preoccupazione ecc.), fisica (ondata di freddo violento, trauma, ecc.) o biologica (infezione, intossicazione alimentare, ecc.). Qualunque sia la causa, il processo biochimico della reazione da stress è il medesimo.

2. L’ipotalamo provoca nell’organismo una serie di cambiamenti chimici ed elettrici. L’ipotalamo è una minuscola ma importantissima area dell’encefalo che controlla la maggior parte delle funzioni organiche indipendenti dalla volontà (temperatura corporea, frequenza cardiaca, bilancio idrico, respirazione, pressione sanguinea ecc-) ed è strettamente collegato col funzionamento del sistema endocrino, a cui è anche connesso strutturalmente costituendo la neuroipofisi (sistema neuroemdocrino), e immunitario. Il suo compito è la conservazione dell’omeostasi (o equilibrio funzionale); per esempio, fa sì che si sudi quando fa caldo o, viceversa, si rabbrividisca quando fa freddo. In presenza di un fattore di stress, l’ipotalamo interviene tentando di conservare lo stato di normalità dell’organismo, agendo direttamente sul sistema nervoso autonomo e sull’apparato endocrino. L’azione dell’ipotalamo produce tre effetti immediati: secrezione di ormoni specifici, cortisolo e, soprattutto, attraverso una via diretta cervello-ghiandole surrenali (nervi splancnici) del sistema nervoso ortosimpatico, adrenalina e noradrenalina (prodotte in quantità dieci volte superiore del normale); sempre tramite il sistema nervoso simpatico, stimolazione di numerosi organi (sistema vascolare, muscolatura liscia, varie ghiandole ecc.) e inibizione di motilità e secrezione degli organi dell’apparato digestivo; produzione di betaendorfine, gli antidolorifici propri dell’organismo che consentono, tramite l’innalzamento della soglia del dolore, di resistere a tensioni emotive, traumi fisici o sforzi più intensi di quanto sarebbe normalmente sopportabile (l’organismo produce le betaendorfine al fine di alleviare lo sforzo e/o il dolore nelle situazioni più impegnative).

3. La secrezione di ormoni combinata con la stimolazione del sistema simpatico provoca numerose ulteriori reazioni organiche. L’effetto è un aumento del metabolismo: il cuore accelera i propri battiti, la pressione sanguinea s’innalza, la sudorazione aumenta, si ha un incremento della funzione respiratoria, le pupille si dilatano, la bocca s’inaridisce, i peli cutanei si rizzano. Sono i sintomi che, accompagnati dalla sensazione di vuoto allo stomaco, proviamo quando ci sentiamo “stressati” come, ad esempio, prima di una prova impegnativa (esame, esibizione, ecc.).

4. Il sangue confluisce dalle aree periferiche (vaso-costrizione periferica accompagnata da facilitazione della coagulazione) e dagli organi secondari verso quelli più necessari e importanti (cuore, polmoni) per aumentarne al massimo l’efficienza. La pelle impallidisce e, per l’azione combinata del sudore e del ridotto apporto di sangue, diventa umida e fredda. La funzione digestiva tende ad arrestarsi causando spesso nausea che può diventare mal di stomaco se si mangia. Intanto, i muscoli scheletrici si contraggono come per affrontare un aggressore. Infine, l’irrorazione sanguinea diminuisce anche nelle aree del cervello specializzate all’elaborazione delle informazioni e alla soluzione dei problemi. Aumenta quindi l’inquietudine, per l’aumentato afflusso di adrenalina, e diminuisce la concentrazione mentale (l’efficienza mentale è massima nel rilassamento profondo).

Seconda fase: resistenza La durata di ogni reazione da stress dipende soprattutto da questa fase che dura finchè risulta necessaria una speciale prontezza e capacità d’azione, secondo percezioni basate, in gran parte, su fattori psicologici. E’ la fase in cui ci si adegua, bene o male, alle nuove circostanze e, in pratica, finchè si percepisce il fattore di stress, l’organismo resiste. In questa fase assume un ruolo fondamentale l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (asse HPA) nella quale viene messo in atto un complesso programma sia biologico che comportamentale che sostiene la risposta allo stressor. L’evento fondamentale è la sovrapproduzione di cortisolo che ha, come conseguenza, la soppressione delle difese immunitarie (è noto l’impiego di cortisonici, molecole sintetiche simili al cortisolo, come farmaci antinfiammatori e immunosoppressori, ad esempio, nella cura di patologie autoimmuni come le dermatiti o l’artrite reumatoide).

Il conseguente indebolimento o la temporanea inefficacia delle funzioni immunitarie non sono preoccupanti se durano per brevi periodi, ma diventano un serio problema in caso di stress cronico: la prolungata riduzione delle capacità difensive moltiplica la probabilità di contrarre malattie infettive, dal semplice raffreddore alla monucleosi del virus Epstein-Barr, e sembra aumentare la predisposizione alle malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide e la sclerosi multipla. Molte persone restano imprigionate in questa fase, caratterizzata da un ritmo cardiaco accelerato e da muscoli scheletrici tesi, anche dopo aver superato le difficoltà contingenti: sono i cosiddetti “iper-reattivi”, i quali spesso lamentano l’incapacità di rilassarsi dopo un impegno importante. Si tratta di persone “stress-dipendenti” ovvero realmente assuefatte alla droga naturale che l’organismo produce in questa fase: è l’eccitazione, che alcuni chiamano “euforia del corridore”, provocata dalle già citate betaendorfine. Le stesse persone diventano facilmente consumatori abituali di sostante eccitanti, come la caffeina o altre droghe, al fine di prolungare oltre i limiti naturali la fase di resistenza. Nell’attuale scenario della civiltà occidentale, resistere allo stress può diventare un’abitudine quotidiana. Il costante “essere pronti al peggio” è un fenomeno sociale in rapida crescita, causato, in particolar modo, dall’attuale recessione economica mondiale che tende a creare un senso di ‘incertezza riguardo il futuro. Ci si può quindi trovare, inconsciamente, in costante fase di resistenza (stress cronico). Una prolungata resistenza allo stress può però danneggiare il sistema immunitario; in particolare è il timo a risentirne. Il timo è una ghiandola che entro quarantotto ore dall’inizio di una reazione di stress acuta (malattie, gravi incidenti, forti emozioni ecc.), si riduce alla metà delle sue dimensioni normali, annullando l’efficacia di milioni di linfociti B e T.

1 COMMENT

  1. Forse la fretta, forse i pensieri che angustiano ogni adulto, hanno distratto migliaia di genitori in tutto il mondo causando immani tragedie e lo stillicidio dei bimbi dimenticati nei veicoli.
    Realizzata a Messina, Infant Reminder è la prima app al mondo, per smartphones e tablets, totalmente gratuita e utilizzabile in tutto il mondo, in grado di scongiurare il pericolo di dimenticare i bambini nei veicoli.
    Prelevala gratuitamente dal sito ufficiale http://www.infantreminder.com/ oppure da App Store o Google Play.

Rispondi o Commenta