Verona shock: morfina a neonato per farlo stare tranquillo

E’ davvero incredibile quanto accaduto a Verona, dove un’infermiera ha praticamente somministrato morfina ad un bambino fino a mandarlo in overdose e provocare un arresto respiratorio semplicemente perché non sopportava più di sentirlo piangere. Secondo quanto riferito dall’Ansa, purtroppo pare che non sia stata la prima volta che la stessa infermiera senza alcuna indicazione medica somministrava farmaci ai neonati per farli stare tranquilli, ma purtroppo l’allarme è scattato soltanto lo scorso mese di marzo quando una notte, un neonato in perfette condizioni di salute e prossimo alle dimissioni, improvvisamente sarebbe stato colpito da ripetute crisi respiratorie tali da rendere necessario il suo trasferimento in una stanza di cura intensiva per poter praticare le manovre di rianimazione.

In seguito a questo episodio e in seguito anche al comportamento sospettoso degli infermiera si è giunti a capire che a causare le crisi del neonato fosse stata proprio la somministrazione di qualche farmaco e poi con il peggiorare del quadro clinico, pare che la stessa infermiera  abbia ordinato ad una collega di somministrare un farmaco antagonista degli oppiacei, come la morfina indicando anche il dosaggio.

Subito  dopo il neonato aveva ripreso a respirare in modo autonomo, ma dagli accertamenti medici sarebbe emerso che la crisi respiratoria era stata dovuta proprio all’assunzione della morfina avvenuta poche ore prima della crisi e secondo quanto riferito dagli investigatori, non si è potuto trattare di un errore in quanto la morfina viene somministrata ai neonati per via endovenosa e non orale o nasale.

Ed ancora sembra che nelle ore precedenti alla crisi, fosse stata proprio l’infermiere in questione a tenere in braccio il neonato definendolo come “rognoso” in presenza anche di altre colleghe; i poliziotti hanno accertato che nella notte in cui si è verificato l’episodio, soltanto un neonato del reparto di terapia intensiva neonatale aveva in prescrizione la morfina che effettivamente era stata prelevata dalla stessa infermiera, destinata al suddetto paziente e pertanto nessun altro sanitario aveva movimentato nelle ore serali dello stupefacente.

“Quando l’equipe medica, considerata di elevatissimo livello professionale ha notato l’aggravamento ed era in difficoltà a comprenderne le ragioni, in una fase comprensibilmente molto concitata, è improvvisamente apparsa sulla scena l’infermiera: la donna ha chiesto che venisse somministrato al piccolo un farmaco antagonista agli oppiacei”, è questo quanto spiegato dal dirigente della mobile Di Benedetto. L’infermiera è stata dunque arrestata dalla polizia di Verona per avere somministrato della morfina di un neonato causale in overdose, provocando in un arresto respiratorio che prontamente pare sia stato superato grazie al tempestivo intervento sanitario.“Quando l’abbiamo arrestata non ha reagito, è stata molto fredda”, ha detto la polizia in conferenza stampa.Le indagini hanno accertato che poche ore prima della crisi respiratoria era stato in braccio al infermiera arrestata e poi tutta una serie di episodi hanno fatto sì che ci fosse alcun dubbio sul fatto che sarebbe stata tutta colpa della donna.

bambini appena nati piangono. Ora capiamo perché: si trovano davanti a grugni di infermiere del tipo che la polizia ha arrestato ieri a Verona. Il  loro è un avvertimento: tenetecele lontane, vogliamo la mamma. Non sempre l’allarme è preso sul serio. Così capita il guaio che d tocca raccontare. Il tono è un po’ così, diciamo garrulo, perché l’infamia di cui forniamo la cronaca non si è risolta in tragedia e c’è anzi da festeggiare: il piccolino, che aveva indispettito la strega perché faceva il suo mestiere di bambino, è stato più forte di lei e della sua pozione malefica.

LA RICOSTRUZIONE
È andata così, secondo la ricostruzione degli inquirenti della città di Giulietta, Romeo ma anche, apprendiamo ora, di Crudelia. Nella notte tra il 19 e 20 marzo scorso all’Ospedale civile di Verona, Mariolino (chiamiamolo così, con questo nome di fantasia, certi che in giro non ce n’è più) sta improvvisamente male, malissimo. Crisi respiratoria, si fermano
i polmoni. Com’è possibile? si domandano i medici, stava benissimo, nessun sintomo lasciava presumere questo accidente, era persino troppo vispo. Esami urgenti. Ed ecco spiegato l’arcano, con un nome troppo più grande di Mariolino: morfina. Addirittura un’overdose. Un’infermiera, chissà come, prontamente ha tra le mani il contravveleno ed esso funziona, per fortuna l’antidoto è somministrato appena in tempo.
La convalescenza è stata faticosa ma ora, dopo quattro mesi e mezzo, il lattante sta benissimo. Non sappiamo però che cosa gli si è incisa nell’inconscio. Abbiamo l’impressione che non sposerà un’infermiera e comunque nessuna signorina con il camice bianco. Non è colpa della categoria, ma a causa di uno cattivo ci rimettono sempre in tanti. Ci domandiamo: trattasi di pecora nera, oppure è una malattia professionale assai diffusa in Italia e si chiama menefreghismo, a costo della pelle altrui?

FRUSTRAZIONE
Non faremo il nome e cognome, e neanche diremo l’età dell’accusata. Non si vuole creare un mostro, non sarebbe la prima volta che un colpevole sicuro si rivela un capro espiatorio. Il fatto però è certo. Qualcuno/a ha commesso questo delitto, sicuro dell’impunità, e pure con l’autoassoluzione pronta: stanchezza, frustrazione, turni difficili.
Quanti alibi. Che schifo. Di sicuro è stata fatta circolare morfina sotto la rosea pelle di quel bebé, ed essa aveva afferrato cuore e polmoni del neonato. Il tutto «in assenza di prescrizione medica e senza necessità terapeutiche». Non è che si può darla per sbaglio. Si inietta per endovena nei neonati, solo se necessaria per non farli soffrire, ovvio.
Il sospetto di polizia e pm si è soffermato su una signora esperta, resa coriacea dal susseguirsi di parti, pianti, cacchette. Quella notte in servizio c’era una di quelle donne spicce, che si notano subito tra qualche infermiera-angelo. Sono quelle che stropicciano i bambini, appena sono lontani dalle mamme, come se fossero
cuscini morbidi che è così bello strapazzare in funzione anti-stress. Ridono delle infermiere più giovani, non ancore avvezze alle mvidità. Mariolino non ci stava, non è uno che si arrende alle stronze. Deve aver intuito la classica nota stridula delle befane. E ha alzato il livello del piagnisteo perché accorresse la mamma, ahimè troppo lontana per sentire.
Una collega, quando l’indagine si è fatta stringente, ha rotto la sporca solidarietà che talvolta prevale nelle categorie e si chiama omertà. E ha detto che l’infermiera incaricata di deporre il pupo nel nido si era seccata perché quel bamboccio era «rognoso», e dunque il modo per curare l’emicrania della testa così delicata della suddetta non era un’aspirina
per lei, ma morfina per il piccino, «per farlo stare tranquillo». Pare che la signora della morfina fosse adusa a questa pratica. Sapeva dosare la quantità. Tanto ormai i ragazzini tutti prima o poi finiscono drogati, tanto vale svezzarli precocemente, che problema c’è?
Ci ricorda certe baby sitter delle cronache di trent’anni fa, che per far dormire le creature
loro affidate usavano infilare nelle boccucce la canna del gas. Dormita sicura, il rischio è che sia eterna ma importante è non avere rotture dai bambinacci, si sa com’è la gioventù se non viene educata a stare al proprio posto sin dal primo vagito.

IL RIMEDIO
Pare che l’infermiera abbia cercato di rimediare al suo danno, propinando alla sua vittima l’antidoto immediatamente dopo che si era palesata la causa dell’arresto cardiaco. Si chiama sindrome dell’eroe. Qui più che altro abbiamo un’awe- lenatrice con il paracadute.
Non c’è nessuna morale da tirare. È così evidente che i bambini sono sacri. Già avranno tanto a patire in vita. Perché tormentarli subito, con le manacce di gente che non li sopporta. Purtroppo sappiamo come va il mondo. Dinanzi a cose bruttissime o bellissime che il lavoro o la stampa o il web ci fa incontrare ogni giorno, ci sono due tipi di reazioni. La prima è l’indurimento del cuore, esso diventa non di pietra, perché il granito ha la sua dignità, ma di palta. Le lacrime di gioia o di dolore degli altri lo rendono ancora più fangoso, annoiato, disfatto. La seconda reazione è di chi affina per compassione mai esaurita la propria sensibilità, e lo stupore non si spe- gne mai. I primi applicano la regola della propria convenienza: attutire il disagio, impermeabilizzare gli occhi tagliandone la comunicazione al cuore. I secondi conservano ima fanciullezza perenne, si meravigliano, compatiscono, cercano il bene del prossimo.
Ci sono categorie che più spesso delle altre si trovano davanti a questo bivio. I criteri dell’opzione appartengono alla libertà di ciascuno. Una volta che scegli l’indifferenza e il cinismo non ne esci più. Vale soprattutto per i giudici, per i giornalisti, per i medici e gli infermieri. Possono nell’ordine togliere la libertà, minare la reputazione, ferire giovani o vecchie vite senza badarci, perché in fondo siamo tutti pieni di guai e quelli degli altri sono affari loro. Impossibile però che il pianto di un bambino ci lasci indifferenti.
Se così fosse, sarebbe stato meglio per noi non essere neppure nati.

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