Atlanta shock: strage familiare, 35enne uccide il marito e quattro figli a coltellate

Un “crimine orrendo”. La polizia stessa è rimasta sconvolta quando alle cinque del mattino è accorsa in una casa di un tranquillo quartiere residenziale a 50 chilometri da Atlanta, in Georgia. Quattro bambini e un uomo giacevano in pozze di sangue, senza vita. Erano stati tutti accoltellati, probabilmente con un coltello da cucina. Un’altra bambina era agonizzante. Nel mezzo della carneficina, la madre. La donna è stata immediatamente arrestata. La bambina, trasferita in ospedale ad Atlanta, lotta fra la vita e la morte.

Per l’orribile massacro  la polizia della Contea di Gwinnett ha arrestato subito dopo la moglie dell’uomo e madre dei ragazzini che invece è illesa  e ora è sotto interrogatorio per capire cosa abbia scatenato la sua presunta furia omicida.

I quattro bambini uccisi avevano meno di 10 anni, il marito ne aveva 35. Il tutto si è verificato in un quartiere residenziale molto tranquillo, una strada piena di villette con giardino dove solitamente non si avverte che il rumore dei bambini che giocano. La donna è stata immediatamente arrestata, mentre la bambina trasferita in ospedale ad Atlanta. Per l’orribile massacro la polizia della Contea di Gwinnett ha arrestato subito dopo la moglie dell’uomo e madre dei ragazzini che invece è illesa e ora è sotto interrogatorio per capire cosa abbia scatenato la sua presunta furia omicida.

Secondo le prime ricostruzioni, la donna soffriva di una grave forma di depressione causata dalla recente morte del padre.
D quinto comandamento «Non uccidere» è identico nel testo dell’Esodo, del Deuteronomio e nella formula catechetica cristiana, te cui divisione risale a Sant’Agostino. È una caratteristica che ha in comune con il settimo, «Non rubare». Ma è altresì vero che il quinto ha una storia tormentata, tanto che ancora si discute se in determinate circostanze uccidere possa essere atto giusto e/o necessario. Del resto, già nel primo libro della Bibbia, nella Genesi, il quarto capitolo narra l’omicidio di Abele per mano di Caino: è l’assassinio che inaugura te storia. Ma che cosa uccide Caino in Abele? L’individuo-persona, un fratello rivale, te discendenza secondo te concezione ebraica, te sacralità della vita testimoniata dal cristianesimo o semplicemente il corpo biologico? A queste e ad altre domande risponde il libro «Non uccidere» che sta per uscire nella serie «I comandamenti» de Q Mulino (pp. 144, € 12), scritto dal cardinale Angelo Scote, patriarca di Venezia, e da Adriana Cavarero, docente di filosofia politica all’Università di Verona. Le loro riflessioni toccano nervi lasciati scoperti dagli ultimi avvenimenti. Se te Cavarero parte da un’osservazione di Lévinas («Tutta te Torah, col corteggio delle sue minuziose descrizioni, si raccoglie nel “Tu non ucciderai”») e analizza improbabili ipotesi sul sesso di Caino («Se fosse stato una donna?»), il cardinale Scote, dopo aver ricordato i tre testi che conservano i comandamenti, analizza il rapporto tra cristianesimo e morale razionale universale, quindi si pone domande quali «Che cos’è in verità te vita?». Del suo intervento anticipiamo la prima parte del capitolo sul significato di «Non uccidere».
T on uccidere» è il comandamento  che nel Decalogo esprime il valore inviolabile della vita degli esseri umani agli occhi di Dio. Dal punto di vista della coscienza morale razionale e di una riflessione filosofica che cosa vi corrisponde? Che cosa, cioè, della visione di Dio sull’uomo è visibile anche dalla ragione umana?
Dio vede nell’uomo la sua immagine; la ragione filosofica è in grado di vedere nell’uomo una dote eccezionale, che lo pone come essere singolare nelTuniverso: la sua capacità di aprirsi all’orizzonte intero della realtà, con il suo interesse e la sua domanda, la sua intuizione e il suo ragionamento, il suo desiderio e la sua affezione. È da ciò che gli deriva quella capacità di interpretare e trasformare realtà, di produrre forme e cultura, di costruire e abitare mondo, che lo rende così diverso da tutti gli altri viventi e così implicato con tutti gli esseri. L’uomo è Tessere che stabilisce relazioni in ogni direzione, perché egli stesso è un io-in-relazione e capace di porsi in relazione di pensiero e d’azione con tutti i suoi simili e con la realtà intera.
In tal senso l’uomo è centro del mondo, perché il «mondo» (che è ben più dì un cosmo quantitativo) esiste solo in ragione del suo centro. Né i ripetuti tentativi di fare dell’uomo
una creatura tra le altre, forse un po’ superiore, ma senza l’originalità irriducibile di abbracciare con le sue doti la realtà intera e di «costituire mondo», sono in grado di farlo con coerenza. Chi teorizza la parzialità dell’uomo (il suo essere nient’altro che un pezzo del cosmo), infatti, lo può fare considerando pur sempre una totalità di riferimento che è vista con il pensiero: l’uomo è una parte di un tutto pensato da quello stesso che lo considera solo parte, aggregato fisico, organismo biologico, apparato psichico, funzione sociale, ecc. Chi riduce l’uomo a una parte Io fa inevitabilmente in riferimento a una certa totalità di mondo: il cosmo fisico, il mondo biologico, l’evoluzione, la totalità sociale, ecc. In altri termini, si può pensare l’uomo come «parte», ma ci si contraddice pragmaticamente: si dice il contrario di quello che si fa; il pensiero umano che parla deB’uomo come parte lo fa pensando il tutto rispetto a cui l’uomo è parte. È questa la contraddizione su cui si fondano (cioè si invalidano) tutti i riduzionismi che pretendono di definire con le loro categorie parziali il tutto umano.
Tale capacità umana è manifestazione di qualcosa di invisibile, eppure potente, cui è possibile dare i molti nomi di cui si è servita la lunga riflessione occidentale, come pensiero, soggettività, trascendentalità, anima, non equivalenti, ma convergenti sull’idea di un nucleo costitutivo l’identità umana in quanto umana, essenziale, intrascendibile, inafferrabile; di cui ci si può disfare solo attraverso una difficilissima operazione di radicale riduzionismo materialistico, il cui esito è di non aver più spiegazione plausibile dell’inequivocabile differenza operativa e culturale dell’uomo.
Questa gloria dell’essere, che è l’uomo, è il luogo in cui si incontrano la visione di Dio e la riflessione umana stessa. Essa è l’oggetto proprio della proibizione di «Non uccidere».
Perché non si deve uccidere? Perché l’uomo è creato «a immagine e somiglianza di Dio» e l’uccisione dell’uomo, oggetto del compiacimento di Dio («Dio vide quanto aveva fatto [con la creazione dell’uomo], ed ecco, era cosa molto buona», Gen 1,31), è affronto e disprezzo di Dio; così risponde la coscienza teologica. Perché l’uomo è portatore di una «dignità incomparabile, senza prezzo», come pensa Kant; così risponde una tradizione filosofica che ha dato il suo lessico alla cultura moderno-contemporanea della libertà e dei diritti umani.
Ma la ragione del «Non uccidere» richiede un approfondimento, decisivo quanto all’apprezzamento della radicalità della proibizione e al senso della norma.
Ciò che non si deve voler uccidere è l’uomo come tale, considerato nella sua identità antropologica propria, cioè, per essere rigorosi, nella sua trascendentalità, che ha una dignità senza prezzo perché è incomparabile ed è tale perché è la condizione di ogni esperienza, di ogni azione, relazione, significato. Come si diceva, essa è la condizione dell’apparire del mondo, cioè della relazione intenzionale e culturale per cui l’uomo apre in torno a sé il mondo, ovvero la realtà in quanto pensata, interpretata, trasformata Trascendentalità vuol dire pensiero, desiderio, volontà, libertà; è, perciò, anche la condizione di incontro tra gli uomini, delle loro relazioni intersoggettive e socializzanti.
Approfondire il comandamento significa affermare che voler uccidere il tutto antropologico, di cui si diceva, non è possibile senza contraddizione, in un duplice senso. In un primo senso, perché l’uccidere tratta l’identità trascendentale umana come qualcosa che può essere scambiato, barattato con altro o sacrificato per altro. Chi uccide, infatti, è motivato dall’evitare un danno per sé o per altri (e tramite altri ancora per sé). Lo fa per vendicare qualcosa di sé o di altri, per «far pagare» un debito materiale o morale verso di sé o altri, per sacrificare altri a un bene superiore, per immolare altri a un Dio-Padrone… In ogni caso la dignità è equiparata a qualcosa di inferiore a se o è resa oggetto di qualcosa di superiore a essa; in ogni caso è ridotta a oggetto: la sorgente stessa d’ogni possibile esperienza diventa oggetto misurato e sottoposto a un particolare sentire, quello dell’ira, della bramosia o della vendetta, oppure è reso oggetto dell’interesse anonimo di un progetto storico (il Terzo Reich, il comuniSmo mondiale, la globalizzazione tecnocratica) o di un Dio così impotente da aver bisogno del sangue di sue creature, ecc. La violenza dell’uccidere Sta essenzialmente in questo scarto di livello, per cui l’umano è oggetti- vato e l’altro uomo è cosificato; una cosifica- zione — si noti — di fatto solo immaginata o voluta, perché in realtà impossibile: se l’uomo fosse cosificabile, semplicemente non sarebbe Tessere soggettivo trascendentale che è.

2 commenti

  1. Te la do io la depressione…
    Se fosse stato il marito ad amnazzare moglie e figli subito tutti a sbraitare di “femminicidio”…

  2. Bravissimo Peppe!
    In casi del genere tutti, specie i mass-media, minimizzano la notizia e tentano addirittura di giustificare la “carnefice” di turno.
    A parte invertita, invece, diverrebbe un caso politico con delle manifestazioni in piazza.
    Chissà quando capiranno che anche le femmine sono violente, non solo gli uomini!

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