Malaria:è morta la bambina di 4 anni Sofia Zago, sarebbe stata contagiata da due bambini africani

La piccola e i famigliari non hanno mai lasciato l’Italia, il primario di malattie infettive all’ospedale di Trento: “Prima volta in 30 anni che assisto a un caso di malaria autoctona”. Ministro Lorenzin: “Forse contratta in ospedale”

Sofia, quattro anni appena, è morta di malaria cerebrale lunedì all’ospedale civile di Brescia, dov’era stata trasferita d’urgenza dal “Santa Chiara” di Trento, città in cui abitava coi genitori, Marco Zago e Francesca Ferro, e col fratellino di dieci anni.

La piccola, il 13 agosto, mentre era in vacanza con la famiglia a Bibione – nel Veneziano – aveva avuto una crisi a causa di un inizio di diabete infantile ed era stata curata all’ospedale di Portogruaro. Poi un nuovo ricovero, dal 16 al 21 agosto, al “Santa Chiara”. Quindi le dimissioni e il ritorno a casa, nel quartiere Piedicastello.

Sofia sembrava essersi ripresa. Il 31 agosto, però, aveva cominciato a star di nuovo male. I medici del “Santa Chiara” le avevano prescritto alcuni farmaci contro la faringite. Il 2 settembre, col peggiorare delle condizioni della piccola, i genitori avevano deciso di riportarla all’ospedale di Trento, dove sono bastati pochi minuti ai medici del reparto di Pediatria per capire che in realtà si trattava di qualcosa di molto più grave.

Nessuno però inizialmente aveva pensato che potesse trattarsi addirittura di malaria, anche perché la bambina non era stata in Paesi a rischio. Ma le analisi del sangue non hanno lasciato dubbi. Sofia quando era arrivata al “Santa Chiara” era cosciente. Dopo pochi minuti era entrata in coma e i medici ne avevano quindi disposto l’immediato trasferimento con l’elicottero a Brescia, dove c’è un reparto specializzato in malattie tropicali. Meno di 48 ore dopo il suo arrivo Sofìa è morta.

«Era entrata in coma sabato mattina alle 11.30» dice Ezio Belleri, direttore generale dell’ospedale bresciano. «Appena la bambina è arrivata qui è stata potenziata la terapia antimalarica. Il decesso si è verificato a causa di un danno cerebrale».

DUE INCHIESTE
Ma com’è possibile oggi morire di malaria in Italia? Le procure di Brescia e di Trento hanno aperto due inchieste. «Dalle prime indicazioni che abbiamo avuto» dice il ministro della Salute Beatrice Lorenzin «pare che la bambina possa aver contratto la malattia in ospedale a Trento. Abbiamo mandato immediatamente gli esperti».

Al momento sulle cause del contagio non ci sono certezze. È però probabile, come ci conferma la dottoressa Annunziata di Palma, direttrice della Pediatria del “Santa Chiara”, che Sofia sia stata contagiata da una zanzara che poco prima potrebbe aver punto uno dei due fratellini del Burkina Fa- so ricoverati a causa di una forma di malaria nel reparto il 21 agosto quando ancora era in cura la bambina, pur in una stanza diversa. I fratellini, che vivono in Italia, erano appena tornati da un viaggio nel Paese d’origine.

Sofia, come dicevamo, era stata colpita da malaria cerebrale, la forma più grave. Questo tipo di morbo viene trasmesso dal Plasmodium Falciparum, la specie più aggressiva di un protozoo parassita della zanzara Anopheles. Anche secondo il dottor Giampiero Carosi, infettivologo dell’Università di Brescia, una delle ipotesi più accreditate è che una zanzara abbia punto un soggetto infetto e che poi abbia trasmesso subito la malattia a Sofia. «Il caso è eccezionale. L’ultima trasmissione autoctona tramite zanzara risale a trent’anni fa nel Grossetano. Da allora ci sono stati solo alcuni casi tramite scambio di siringhe o trasfusione. Quello che potrebbe essere successo è che qualcuno, di ritorno da un viaggio nelle zo – ne colpite, abbia portato il plasmodio e sia stato punto da una zanzara anofele “nostrana”, che a sua volta potrebbe aver punto la bambina». Sofia era stata colpita dal plasmodio di tipo falciparum. «Il 90 per cento dei casi africani è di questo tipo» conclude l’infettivologo, «così come il 30-50 per cento di quelli asiatici».

LA DISINFESTAZIONE
Per il dottor Giovanni Rezza, epidemiologo e responsabile del Dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità, questo tipo di zanzara però in Italia non esisterebbe. Intanto il reparto di Pediatria di Trento è stato sgomberato e i tecnici hanno effettuato la disinfestazione. I medici assicurano che non c’è alcun pericolo per i piccoli ricoverati, ma la preoccupazione dei familiari è comprensibilmente tanta.

«Avevamo appena festeggiato il suo compleanno»

All’ingresso del reparto di Pediatria dell’ospedale “Santa Chiara” di Trento, al quarto piano, affisso al vetro che separa una piccola biblioteca coi tavolini e le sedie colorate dalle stanze, c’è un foglio bianco con su scritta una filastrocca. Inizia così: «Evviva l’estate cari bambini/ finiscono le scuole, basta studiare/ è la vacanza dei grandi e dei piccini/ si va in montagna, al lago, al mare». Anche la piccola Solia, prima di essere ricoverata qui per cinque giorni, era stata in vacanza a Bibione con papà, mamma e fratello. Dopo le dimissioni dall’ospedale aveva festeggiato il compleanno con la famiglia e gli amichetti nel giardino di casa, in via Dos Trento, un edificio giallo col tetto e gli infissi marroni appena sotto una piccola parete rocciosa.

Suoniamo al campanello. Ci si fa incontro Byron, un pastore tedesco che stava sonnecchiando all’ombra. Dopo qualche minuto esce Rodolfo, il nonno materno della povera bambina. I genitori di Sofia sono dentro distrutti dal dolore. Lo è anche Rodolfo, che però ha deciso di fargli da scudo. Ci parla con grande gentilezza dietro il cancello d’entrata, vicino ad alcune auto dell’autoscuola di famiglia. Gli Zago, nel quartiere di Piedicastello, li conoscono tutti. «Non riesco a capire come sia potuta succedere una cosa del genere. Sofia stava bene, le avevamo appena fatto la festina» ripete nonno Rodolfo portandosi le mani al volto. «Si è ammalata d’improvviso. Era la nostra bambina, mi sembra di vederla ancora qui che gioca, non è possibile, una cosa del genere non è possibile. Non ci stiamo capendo niente, sembra che la malattia sia collegata a quei due ragazzini africani che erano ricoverati con lei, ma non so niente di più» aggiunge. «Sofia aveva un sorriso così bello, le volevo un bene dell’anima». La voce è rotta dalla disperazione. «Mi scusi» si congeda «ma adesso devo tornare dentro dai genitori».

Al bar “Nuovo Euro”, a pochi metri di distanza, due signori sulla settantina stanno parlando della piccola Sofia. Uno dei due conosce il nonno ma non vuole dire niente: «In questi casi bisogna solo pregare per la famiglia». Al bar “Cin Cin”, poco più avanti prima del ponte, l’argomento è lo stesso. Un avventore, Sergio, cinquant’anni, è certo che la bambina abbia preso la malaria dai due ragazzini africani: «E da chi se no?» ci dice con fare rabbioso. «Ha presente dove siamo qui? Siamo a Trento, abbiamo le montagne mica le zanzare assassine!».
Le agenzie battono le dichiarazioni del ministro Lorenzin secondo cui effettivamente Sofia potrebbe aver contratto la malattia durante il ricovero a Trento. Torniamo all’ospedale dove tra poco comincerà la disinfestazione delreparto diPediatria.Nellativùdel- l’Accettazione passano le immagini della tragedia. La gente d’improvviso si zittisce e incolla gli occhi allo schermo. Saliamo di nuovo al quarto piano. Due uomini con la tuta bianca e la maschera antigas nera si preparano a sterilizzare i corridoi e le stanze. Staccano l’impianto di aerazione e ci dico – no di andarcene. Uscendo dalla porta l’occhio scappa di nuovo lì, alla filastrocca dei bambini.

Questo è un articolo che Libero non avrebbe mai voluto scrivere. Una bimba di quattro anni, ricoverata in ospedale a Trento per tutt’altre ragioni, è morta di malaria, malattia scomparsa in Italia da più di cinquantanni, nel giro di ventiquattro ore. Sembra quasi certo che a trasmettergliela siano stati due fratellini del Burkina Faso, Africa nera, tìgli di immigrati. I piccoli erano tornati nel Paese d’origine per le vacanze e lì si sono ammalati. Rientrati in Italia, sono stati curati e grazie a Dio ora stanno bene, ma la sfortuna – e anche un po’ di malasanità – ha fatto sì che una zanzara pungesse nuovamente i ragazzini infetti e poi la piccola italiana, iniettandole la morte. D a qui il nostro titolo, crudo ma fattuale: «Dopo la miseria, portano le malattie».

Sicuramente verremo criticati per la sintesi brutale dei fatti ma è altrettanto vero che non siamo gli unici ad aver fatto questa valutazione. Anzi, siamo sicuri che la maggior parte la pensi come noi. Saremo accusati di strumentalizzare politicamente una disgrazia, ma non è così. Primo perché noi non facciamo politica, secondo perché quanto accaduto ci sgomenta e quello che descriviamo è semplicemente il nostro spavento e la nostra preoccupazione per noi stessi, visto che solo per un caso fortunato non siamo protagonisti della vicenda, egli atri.
Sui giornali, in televisione, nelle discussioni personali, emerge sempre il desiderio di noi italiani di aiutare il prossimo senza badare troppo alle conseguenze né curarsi più di tanto di come farlo né di quanto questo sia possibile. Siamo un popolo con il cuore in mano ma non con la mano sul portafogli né tantomeno con il cuore collegato alla testa. Infatti preferiamo che il prossimo sia aiutato con i soldi pubblici, nell’illusione, derivante dal fatto che siamo tutti autarchici e viviamo lo Stato come un estraneo più straniero anche degli immigrati, che non siano nostri. Così, a parte coloro che hanno fatto dell’immigrazione un lavoro, quando non un affare lucroso, o chi suo malgrado vive in periferie disagiate a stretto contatto con gli immigrati, ci beiamo del nostro buonismo e tiriamo dritto. Finché non arriva la realtà a presentarci un conto salatissimo. Colpisce a caso: uno stupro, un contagio mortale, un pestaggio a sangue, ma può capitare a tutti, non solo a chi sta male e non può permettersi di vivere in centro.

Le vittime, una bambina, un’ottantenne, una ragazza polacca, chiunque, pagano anni di politica migratoria folle e suicida. Abbiamo aperto le porte a tutti con il risultato di non riuscire a controllare nessuno. Perdiamo tempo a distinguere tra profughi e migranti economici come se fuggire da una guerra fosse così diverso da scappare dalla fame più nera. Ci impieghiamo inspiegabili mesi a capire se un richiedente ha diritto all’asilo quando la situazione politica del suo Stato di provenienza, e quindi il suo diritto, dovrebbe essere del tutto nota agli operatori del settore; in caso di rifiuto, concediamo al non avente diritto di fare appello e restare qui, senza poter far nulla se non delinquere, come ha fatto il congolese che ha stuprato a Rimini la giovane turista polacca. Ovvio che messi come siamo, e con le persone che, fino a prima che il piano Minniti tamponasse qualcosa, arrivavano a migliaia al giorno, abbiamo importato una serie di malattie che avevamo debellato da anni. Lampedusa 2017 non è come Ellis Island 1890, quando gli immigrati venivano visitati e se non erano in salute lasciati fuori finché non guarivano. Non possiamo, e non vogliamo, visitare chi arriva, anche perché le rare volte che lo facciamo magari rischiamo di incappare in un giudice che ci accusa di violare la privacy di chi giunge illegalmente qui. Al solito, la legge e i diritti valgono solo per noi e non per chi manteniamo.
Da anni ci dicono che gli immigrati porteranno benessere e ripagheranno le pensioni, ma chi lo sostiene è il primo a non crederlo, altrimenti non ci chiederebbe contestualmente di alzare l’età pensionabile per evitare il fallimento dell’Inps. Tutta la narrazione sui benefici dell’immigrazione sta crollando pezzo dopo pezzo, abbattuta dalla realtà. L’uomo da millenni si sposta per migliorare le proprie condizioni di vita, quindi giocoforza chi arriva qui sta peggio di noi. Il problema è che, siccome anche noi non stiamo benissimo, siamo pieni di debiti e siamo cronicamente disorganizzati, con uno Stato incapace di badare ad alcunché, l’immigrazione, anziché migliorare le vite di chi sbarca, peggiora le nostre. L’effetto al momento, sia dal punto divista sociale sia della sicurezza, e adesso scopriamo perfino della sanità, è una regressione dell’Italia al livello dei Paesi di provenienza dei migranti, prima che un miglioramento delle loro vite. Il costo del lavoro è precipitato a livello immigrati, il capitolo sicurezza soffre della mancata integrazione degli extracomunitari, e non è solo una questione di stupri, che comunque non sarebbe marginale, ora scopriamo che ci arrivano pure le malattie.
Il nostro Parlamento non ha ancora approvato la legge sul suicidio assistito, malgrado la maggior parte degli italiani sia favorevole, ma procede a passi da gigante sulla via del suicidio, non assistito, della nazione. E non parliamo solo dello ius soli, su cui il governo vuol mettere la fiducia e il Pd è disposto a perdere le prossime elezioni, ma anche del fatto che spendiamo per un immigrato irregolare più di quanto non spendiamo per un povero italiano. Siamo fatti così, siamo buoni, ma pure fessi. Forse ci converrebbe diventare un po’ più cattivi, onde evitare di trasformarci in malvagi. Basterebbe fare come fanno nel resto d’Europa.
Ci costa, non la amiamo, ma almeno prendiamone esempio laddove ripotrebbe essere utile.

Il contagio per noi medici è ovvio, ed è avvenuto tramite la puntura di una zanzara portatrice del parassita malarico, che è stato inoculato in circolo alla bambina bresciana di quattro anni mentre di notte o di giorno l’insetto, per nutrirsi, le succhiava il sangue, lasciando sulla sua pelle la traccia di una pruriginosa bollicina. Solo che a causa di quella apparentemente innocua puntura la piccola Sofia è morta, e lei non si trovava in un paese tropicale, né c’era mai stata nella sua breve vita, ma giocava, mangiava e dormiva per l’esattezza a Bibione, sulla riviera veneta, e viveva a Trento, quindi in Italia, dove la malaria è scomparsa a partire dagli anni ’50. Allora come è potuto succedere? La malaria è una malattia infettiva causata da un microrganismo, il Plasmodium Falciparum, un protozoo parassita che viene trasmesso all’uomo attraverso la puntura di zanzare del genere Anopheles, che pullulano nei climi umidi e tropicali dell’Africa centrale ed in minor numero nell’America e nell’Asia centrale, ma sono rare nel nostro Paese,dove le temperature invernali non permettono loro, in genere, di vivere e di replicarsi, ma evidentemente il caldo rovente degli ultimi due mesi potrebbe non averglielo impedito.
Sofia infatti è stata punta e contagiata in Italia, ed è stata colpita dalla malaria classica che è presto evoluta nella forma cerebrale, la più seria della malattia, che spesso si complica con la meningite malarica, e che nei casi più gravi ha esito letale, portando a morte il paziente, anche adulto, in un solo giorno, cioè entro le 24 ore dalla diagnosi.
GLI ULTIMI 30ANNI
Questo non è il primo caso di morte malarica nel Bel Paese, ma è certamente il primo caso di decesso per infezione contratta e conclusa con esito letale in Italia negli ultimi 30anni. I media oggi elencheranno le cause più probabili di contagio e spiegheranno come eccezionale la presenza nel nostro Paese di tali vettori tropicali, senza escludere l’ipotesi ridicola che la zanzara killer sia giunta da noi dall’estero, infilata in qualche bagaglio, ignorando che questa è una credenza popolare, perché l’aria condizionata gelida degli aeromobili stecchirebbe l’insetto in meno di un’ora.
Quello che potrebbe essere accaduto realmente è che qualcuno, di ritorno dalle zone colpite, abbia “portato” in Italia il plasmodio nel suo sangue, si sia quindi ammalato di malaria, forse non ancora manifesta o dichiarata, ma comunque contagiosa, e sia stato poi punto da una anofele “nostrana”, che a sua volta ha poi punto la bambina, infettandone in fretta il piccolo corpo, replicandosi ed invadendo il suo circolo sanguigno e tutti i suoi organi, fino ad arrivare all’encefalo ed alle meningi, determinandone il decesso per morte cerebrale. Un caso insolito questo, primo perché si avrebbe notizia di pazienti infetti, diagnosticati e ricoverati negli Istituti di Malattie Tropicali, che hanno l’obbligo di denuncia sanitaria, e poi perché le zanzare che circolano da noi non sono molto adatte a trasmettere il parassita, anche se in teoria potrebbero. La seconda eccezionalità, che a mio avviso è l’ipotesi più probabile, è che nel nostro Paese ormai insistono e persistono molti viaggiatori o migranti, o famiglie airi- cane che provengono da zone endemiche, che sono affetti da malaria cronica, che hanno febbri terziarie non curate, non sottoposte ad indagini e non diagnosticate, che non eseguono profilassi, e che non ravvisano rischi sulla loro malattia, la quale non viene registrata dai servizi sanitari regionali, e che quindi viene trasmessa silenziosamente nel circondario, dalle zanzare che pungono i malarici, le quali si adattano e si abituano ad accogliere il plasmodio, per poi trasmetterlo con il tipico ronzio che anticipa la loro puntura su inconsapevoli bambini.
Quindi l’ipotesi più seria e sicura, è che una zanzara incriminata abbia punto qualcuno infetto, magari di ritorno da un viaggio, abbia succhiato l’agente malarico presente nei suoi capillari, per poi veicolarlo e trasmetterlo alla piccola Sofia. Naturalmente la magistratura ha aperto un’inchiesta, nel fascicolo saranno allegati gli esiti degli esami ematologici ed istologici eseguiti durante l’autopsia, i servizi di veterinaria ed igiene pubblica faranno un’indagine, il ministro Lorenzin ha inviato esperti dell’Istituto Zooprofilattico e le Asl di riferimento si stanno attivando per allarmare le persone che hanno sintomi malarici, come la febbre ogni tre giorni, accompagnata da brividi, sudorazioni notturne, dolori muscolari e diarrea, ma intanto domani verranno deposti in una bara e seppelliti i resti della piccola Sofia, con tutti i plasmodi malarici che hanno inzeppato ed ostruito i suoi vasi sanguigni fino al cervello.
Chi spiegherà a sua madre che questo èilprimo caso autoctono avvenuto in Italia, che è un evento rarissimo ed eccezionale, che non è mai stato dimostrato che la zanzara italiana possa trasmettere una forma di malaria cerebrale co – me quella contratta da sua figlia? Chi oserà dire alla mamma di Sofia che forse, durante il suo breve passaggio nel reparto di pediatria del Santa Chiara, a Trento, dove la piccola ha transitato dopo ferragosto per un problema di glicemia, c’erano due bambini africani ricoverati perché avevano contratto la malattia durante un soggiorno appunto in Africa, e che però loro sono stati solo due imprevedibili untori, forse anche della loro stessa famiglia, e che non erano stati isolati avendo avuto un decorso positivo? Chi spiegherà alla madre che per ammalarsi, all’infezione occorrono dai sei ai quindici giorni di incubazione per sviluppare la patologia malarica e i suoi danni irreparabili, e che quindi quando lei ha riportato il 31 agosto in quell’ospedale sua figlia con la febbre altissima, le hanno diagnosticato erroneamente una faringite anziché la malaria già in atto?
IL CORAGGIO
E chi avrà il coraggio di dirle che quindi Sofia avrebbe avuto tutto il tempo necessario per non complicarsi, per accertare il contagio se solo sospettato, essendoci due pazienti allettati in reparto con quella patologia? E soprattutto chi depotenzierà le gravi inadempienze dell’ospedale trentino, che durante quella degenza dei bambini africani infetti, non ha avvisato o controllato tutti i visitatori e gli stessimalati, delrischio ditransitare vicino o attraverso quel reparto per il pericolo infettivo e volante, vivo e vegeto in un settore che non è stato mai nemmeno disinfestato? Sfortuna o fatalità? Destino o irresponsabilità?
Ieri sera in tutti i telegiornali c’è stato un carosello di dichiarazioni dei vari esperti di malattie tropicali per tranquillizzare la popolazione dal rischio zanzara, per distoglierli da panico di epidemia, ma nessuno di loro ha chiesto scusa ai genitori della piccola bresciana, per aver permesso incoscientemente che si ammalasse, senza prevedere la sua malaria da contagio, diagnosticata solo quando non c’è stato più nulla da fare.
La malaria è la più temibile delle parassitosi, ed è la seconda malattia infettiva al mondo permortalità dopo la tubercolosi, anche questa in forte aumento in Italia.
I nuovi casi di malaria sul pianeta sono oltre 500milioni all’anno, e fra questi il 90% avvengono nell’Africa tropicale. Un paese che la piccola Sofia ignorava anche che esistesse, e che purtroppo non visiterà mai.

Sofia una bambina di 4 anni è morta nella giornata di ieri all’ospedale di Brescia per malaria e secondo quanto riferito potrebbe aver contratto la malattia nel reparto Pediatria del Santa Chiara di Trento, l’ospedale dove era stata ricoverata prima del trasferimento a Brescia.

Nel corso della giornata di ieri, il direttore generale dell’Azienda Paolo Bordon ha dichiarato che due bambini con malaria, tornati da una vacanza in Burkina Faso, erano fortunatamente guariti e dimessi ed erano ricoverati nella struttura sanitaria, proprio negli stessi giorni in cui Sofia si trovava in ospedale; lo stesso ha aggiunto che visto che la trasmissione della malaria non avviene per via aerea o per contatto, si sta indagando sulla rarissima ipotesi che i bambini avessero nei bagagli o nei vestiti dalle zanzare. Uno scenario davvero incredibile quello che si è aperto all’ospedale di Brescia dove la piccola di soli 4 anni è purtroppo deceduta per una malattia che si pensava fosse stata debellata, ma che invece sembra essere tornato a far paura.

Sofia era stata ricoverata il 13 agosto a Portogruaro per alcuni problemi legati al diabete e poi dopo tre giorni è stata trasferita a Trento da dove l’hanno dimessa il 21 agosto e 10 giorni dopo, pare sia tornata al pronto soccorso dell’ospedale con febbre molto alta e sintomi che inizialmente non aveva, ed è stato in quel momento che gli hanno diagnosticato una faringite.

Il fatto che non avesse effettuato viaggi all’estero però non ha fatto ipotizzare ai medici che la piccola potesse essere affetta dalla malaria e così le hanno prescritto una terapia antibiotica e l’hanno mandata a casa, ma il 2 settembre la piccola è tornata in ospedale in condizioni molto gravi e solo a quel punto, facendo delle analisi più approfondite le è stata diagnosticata la malaria e nello specifico il parassita Plasmodium falciparum che sembra essere più aggressivo.

Dopo un primo trattamento, al quale è stata sottoposta la piccola a Trento è stato richiesto poi il trasferimento a Brescia, dove puoi Sofia è deceduta.“Siamo davanti ad un caso eccezionale”, ha detto il professor Alberto Matteelli , esperto in malattie tropicali. “La malaria si contrae da una zanzara vettore di una specie particolare che esiste in Italia, ma non è mai stato dimostrato che la zanzara italiana possa trasmettere una forma di malaria come quella contratta dalla bambina” ha spiegato il medico Bresciano. Due procure hanno avviato le indagini sul caso e nello specifico i magistrati inquirenti di Trento e Brescia pare abbiano aperto un fascicolo per ora senza indagati per accertare come possa essersi sviluppata una malattia che come già abbiamo detto nel nostro Paese, ormai da decenni è scomparsa ed ancora sarà fatta luce su quello che è successo nei reparti ospedalieri per verificare se sono state eseguite correttamente tutte le procedure.

La malaria è una malattia infettiva dovuta ad un protozoo, un microrganismo parassita del genere Plasmodium, che si trasmette all’uomo attraverso la puntura di zanzare del genere Anopheles. La malaria è presente in gran parte dell’Africa, nel sub-continente indiano, nel sud-est asiatico, in America latina e in parte dell’America centrale. Il 40% della popolazione mondiale vive in aree in cui la malaria è endemica (si definisce endemica una malattia che è sempre presente tra la popolazione di una certa area geografica, con un numero di casi sostanzialmente costante nel tempo). La malaria può presentarsi con sintomatologia variabile: nella maggior parte dei casi essa si presenta con febbre accompagnata da altri sintomi quali brividi, mal di testa, mal di schiena, sudorazione profusa, dolori muscolari, nausea, vomito, diarrea, tosse. La diagnosi di malaria dovrebbe essere presa in considerazione per tutti i soggetti che presentino tale sintomatologia e che abbiano soggiornato in Paesi in cui è presente la malaria. Le infezioni da Plasmodium falciparum (la specie di plasmodi responsabile della forma più grave di malaria, anche definita terzana maligna) non curate possono complicarsi con insufficienza renale, edema polmonare, coma e progredire fino al decesso.

Cosa la provoca
La malaria è provocata, nell’uomo, da quattro tipi di Plasmodi: Plasmodium falciparum, responsabile della malaria maligna o terzana; Plasmodium vivax, responsabile della terzana benigna; Plasmodium malariae, responsabile di una forma di malaria definita “quartana” a causa della caratteristica periodicità con cui si presenta la febbre; Plasmodium ovale. Nelle zone endemiche non sono rare infezioni “miste”, con contemporanea presenza di plasmodi di tipi diversi.

Come si trasmette
I parassiti malarici vengono trasmessi all’uomo, che è l’unico serbatoio della malattia, attraverso la puntura di zanzare femmine che si nutrono di sangue per portare a maturazione le uova. I plasmodi compiono una parte del loro ciclo vitale all’interno dell’organismo umano (ciclo asessuato) ed una parte nell’organismo delle zanzare anofele (ciclo sessuato). Le zanzare Anopheles, vettori della malaria, pungono abitualmente nelle ore di oscurità (dal tramonto all’alba).

Periodo di incubazione
II periodo di incubazione della malaria, ovvero il tempo trascorso tra la puntura infettante e la comparsa dei sintomi clinici è di circa 7-14 giorni per l’infezione da P. falciparum, di 8-14 giorni per P. vivax e P. ovale, e di 7-30 giorni per P. malariae. Per alcuni ceppi di P. vivax l’incubazione si può protrarre per 8-10 mesi; tale periodo può essere ancora più lungo per P. ovale. Nel caso di infezione malarica da trasfusione, il periodo di incubazione può dipendere dal numero di parassiti trasfusi ed è usualmente breve, ma può protrarsi fino a due mesi. La profilassi antimalarica con farmaci (chemioprofilassi) a dosaggi inadeguati può prolungare il periodo di incubazione.

Periodo di contagiosità
La malaria non si trasmette per contagio interumano diretto, ma soltanto attraverso il tramite delle zanzare. Le persone colpite da malaria non curate possono essere infettanti per le zanzare che li pungono per 1 anno in caso di malaria da P. falciparum; per 1-2 anni nel caso di malaria da P. vivax; per più di 3 anni nel caso di infezione da P. malariae. Le zanzare rimangono infettanti per tutta la vita.

La trasmissione della malaria può avvenire anche in seguito alla trasfusione di sangue o di globuli rossi provenienti da soggetti malarici e contenenti plasmodi nella fase infettante. In Italia, esistono norme di legge che escludono dalla donazione persone che abbiano soggiornato in zone malariche e/o che abbiano effettuato chemioprofilassi antimalarica.
Come si previene
La malaria è scomparsa dal nostro Paese a partire dagli anni ’50. I casi di malaria attualmente registrati in Italia sono “di importazione”, sono cioè casi di malaria contratti all’estero, in zone malariche, da viaggiatori internazionali. Il rischio di contrarre la malaria può essere minimizzato ricorrendo ad una attenta combinazione di misure di prevenzione comportamentale e di misure di prevenzione basate sull’assunzione di farmaci adatti.
• Raccomandazioni per i viaggiatori diretti in aree malariche
L’adozione di misure di protezione personale, che da sole garantiscono un certo grado di protezione riducendo il rischio di contrarre la malattia anche fino a 10 volte, comprendono l’uso di zanzariere, l’impiego di repellenti cutanei ed ambientali e di indumenti adatti.
• Profilassi comportamentale
A causa delle abitudini notturne delle zanzare anofele, il rischio di trasmissione della malaria si manifesta principalmente nel periodo che va dal tramonto all’alba. Pertanto, per difendersi dalle punture di zanzare si consiglia di :
• evitare, se possibile, di uscire tra il tramonto e l’alba;
• indossare abiti di colore chiaro (i colori scuri e quelli accesi attirano gli insetti), con maniche lunghe e pantaloni lunghi, che coprano la maggior parte del corpo;
• applicare sulla cute esposta repellenti per insetti a base di N,N-dietil-n-toluamide o di dimetil-ftalato, ripetendo se necessario, ad esempio in caso di sudorazione intensa, l’applicazione ogni 2-3 ore;
• alloggiare preferibilmente in edifici ben costruiti e in buono stato di conservazione, in quartieri moderni e che offrano sufficienti garanzie dal punto di vista igienico;
• dormire preferibilmente in stanze dotate di condizionatore d’aria ovvero, in mancanza di questo, di zanzariere alle finestre, curando che queste siano tenute in ordine e ben chiuse;
• usare zanzariere sopra il letto, rimboccando i margini sotto il materasso, verificandone le condizioni e che nessuna zanzara sia rimasta all’interno. E’ molto utile impregnare le zanzariere con insetticidi a base di permetrina;
• spruzzare insetticidi a base di piretro o di permetrina nelle stanze di soggiorno e nelle stanze da letto, oppure usare diffusori di insetticida (operanti a corrente elettrica o a batterie), che contengano tavolette impregnate con piretroidi (ricordarsi di sostituire le piastrine esaurite) o le serpentine antizanzare al piretro.
Prodotti repellenti per gli insetti ed insetticidi a base di piretroidi possono essere spruzzati anche direttamente sugli abiti.
La possibilità, soprattutto in bambini piccoli, di effetti indesiderati dei prodotti repellenti per gli insetti, impone alcune precauzioni nel loro uso, ed una scrupolosa attenzione alle indicazioni contenute nei foglietti di accompagnamento.
In particolare, il prodotto repellente deve essere applicato soltanto sulle parti scoperte; non deve essere inalato o ingerito, o portato a contatto con gli occhi; non deve essere applicato su cute irritata o escoriata; deve essere evitata l’applicazione di prodotti ad alta concentrazione, in particolar modo per quanto riguarda i bambini; le superfici cutanee trattate vanno lavate immediatamente dopo il ritorno in ambienti chiusi o al manifestarsi di sintomi sospetti (prurito, infiammazione), per i quali è opportuno consultare immediatamente un medico.
• Chemioprofilassi
Alle misure di profilassi comportamentale può essere associata la profilassi farmacologica che riduce ulteriormente il rischio di infezione. Ad oggi non esiste un farmaco antimalarico che, a dosaggi diversi da quelli impiegati per la terapia, sia in grado di prevenire l’infezione malarica nel 100% dei casi e che sia del tutto esente da effetti indesiderati; inoltre, la resistenza dei plasmodi ai farmaci antimalarici è sempre più frequente e coinvolge già anche farmaci di impiego relativamente recente quali la meflochina. Nella scelta di un appropriato regime di profilassi antimalarica vanno considerati vari fattori tra cui l’itinerario ed il tipo del viaggio (altitudine, passaggio in aree rurali o permanenza esclusivamente in zone urbane); il rischio di acquisizione di malaria da P. falciparum clorochino-resistente; precedenti reazioni allergiche a farmaci antimalarici; le condizioni di salute e l’attività lavorativa svolta dal viaggiatore. In caso di soggiorni di breve durata (inferiori alla settimana) o per permanenze in zone urbane, può essere sufficiente la sola profilassi comportamentale.
La chemioprofilassi antimalarica deve essere iniziata 1 settimana prima della partenza, (nel caso di impiego di doxiciclina o di proguanil, la profilassi va iniziata 1 o 2 giorni prima della partenza), continuando l’assunzione dei farmaci, ai dosaggi e con la periodicità prescritti, per tutta la durata del soggiorno e per non meno di 4 settimane dopo il ritorno dalla zona malarica. I farmaci antimalarici vanno assunti a stomaco pieno ed con abbondante acqua. I viaggiatori internazionali, prima di effettuare la chemioprofilassi antimalarica, dovranno consultare il proprio medico di fiducia o le strutture sanitarie preposte alla prevenzione delle malattie dei viaggiatori, tra cui gli Uffici di sanità marittima ed aerea del Ministero della Sanità, di cui si riporta in allegato l’elenco; il medico di famiglia, oltre ad effettuare la prescrizione necessaria per l’acquisto in farmacia di tali farmaci, potrà anche valutare l’esistenza di controindicazioni o di situazioni che sconsiglino l’assunzione dei farmaci antimalarici.
• Gravidanza e allattamento
Sono sconsigliati viaggi in zone malariche, soprattutto quelle in cui vi sia rischio di malaria da P. falciparum clorochino-resistenti, in tutte le fasi della gravidanza, poiché se si contrae la malattia aumenta il rischio di prematurità, aborto, morte neonatale e morte della madre. Se il viaggio non può essere rimandato, oltre alla scrupolosa applicazione di misure di protezione personale, il medico curante prescriverà la profilassi farmacologica adeguata al periodo della gravidanza e alla sensibilità dei plasmodi presenti nell’ area del viaggio. In caso di sospetto di malaria in gravidanza è più che mai necessario cercare immediatamente una consulenza medica e cominciare un ciclo di terapia con farmaci antimalarici efficaci.
Le donne in età fertile possono effettuare la chemioprofilassi antimalarica sia con meflochina o con doxiciclina, avendo cura di evitare la gravidanza per almeno 3 mesi dal completamento del ciclo di chemioprofilassi con meflochina e per 1 settimana nel caso della doxiciclina. In caso di gravidanza non prevista, la chemioprofilassi antimalarica non va considerata una indicazione per l’interruzione di gravidanza.
I quantitativi di farmaci antimalarici che passano nel latte materno non sono considerati, alla luce delle attuali conoscenze, pericolosi per il lattante e sono insufficienti ad assicurare la protezione nei confronti dell’infezione e pertanto, in caso di necessità, la chemioprofilassi antimalarica deve essere eseguita con i farmaci ai dosaggi consigliati per l’età pediatrica.

Età pediatrica

I bambini sono ad alto rischio di contrarre la malaria poiché possono ammalarsi rapidamente e in modo grave, pertanto, la febbre in un bambino di ritorno da un viaggio in una zona malarica deve essere sempre considerata sintomo di malaria, a meno che non sia possibile dimostrare il contrario.
II viaggio in zone endemiche, particolarmente ove vi sia trasmissione di P. _ falciparum clorochino- resistente è sconsigliato per i bambini più piccoli. Oltre alla protezione nei confronti delle zanzare, essi dovrebbero seguire un regime chemioprofilattico appropriato secondo le prescrizioni del medico curante.
Soggiorni prolungati
Le raccomandazioni finora fornite sono applicabili a viaggiatori che soggiornino in zone malariche per periodi inferiori ad un mese.
Coloro che prevedono di soggiornare a lungo in zone endemiche dovrebbero attuare la chemioprofilassi per non meno di un mese e poi rivolgersi a sanitari locali per consigli sulle misure di prevenzione più adatte alla situazione epidemiologica del luogo.
Cosa fare in caso di malattia
Nel caso si sospetti la malaria è necessario rivolgersi immediatamente ad un medico o ad una struttura ospedaliera per effettuare immediatamente gli esami di laboratorio per conferma o esclusione della diagnosi.
La malaria dovrebbe essere sempre sospettata in caso di sintomatologia febbrile che si presenti a breve distanza dal ritorno da una zona malarica, particolare, questo, da riferire sempre ai sanitari.
Autotrattamento in caso di malaria
Nelle zone in cui siano presenti plasmodi clorochino-resistenti la clorochina può non prevenire la malaria e quindi, nei soli casi in cui non sia possibile consultare immediatamente un medico, i
viaggiatori, oltre ad osservare scrupolosamente le raccomandazioni circa la profilassi comportamentale, dovrebbero portare con sé farmaci antimalarici prescritti dal proprio medico di fiducia, che indicherà anche i dosaggi terapeutici da assumere al manifestarsi di sintomatologia sospetta.
L’assunzione di farmaci antimalarici a dosaggi terapeutici deve avvenire con estrema cautela per la possibilità di seri effetti collaterali.

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