Suo figlio neonato rifiuta di attacarsi al seno, poi la scoperta Shock

Sarah Boyle ha 26 anni e grazie a suo figlio ha scoperto di avere un cancro al seno. Il piccolo si rifiutava di essere allattato e ha spinto la donna a sottoporsi a un controllo. Oggi, sta bene e definisce il bimbo un vero e proprio eroe.

Davvero incredibile come una giovane donna ha scoperto di avere un tumore al seno. E’ accaduto ad una giovane ragazza inglese di 25 anni di nome Sarah, la quale ha scoperto di essere purtroppo malata di tumore in seguito ai rifiuti del suo piccolo Teddy che non voleva nutrirsi del latte materno; ogni volta che Sarah tentava di offrire il seno al suo piccolo per allattarlo, Teddy si rifiutava di nutrirsi. Inizialmente la donna ha sottovalutato il comportamento del suo piccolo, pensando si trattasse di un capriccio, ma poi continuando ad insistere si è resa conto che Teddy ogni qualvolta la stessa tentava di nutrirlo dal suo seno destro si disperava, mentre quando ci provava con il seno sinistro non batteva ciglio. Questo suo comportamento ha messo in allerta la giovane Sarah, impiegata in un call center e residente a Staffordshire insieme al marito Steven, e proprio per questo motivo ha deciso di rivolgersi al suo medico di famiglia che le ha diagnosticato un cancro al seno triplo di grado 2; praticamente il suo piccolo le ha salvato la vita.

Una volta diagnosticato il male, Sarah si è subito sottoposta ad un ciclo di chemioterapia ed è già in programma una doppia mastectomia ed infine dovrà sottoporsi ad un intervento di ricostruzione al seno. “Teddy è il mio piccolo eroe perché se non fosse stato per lui, non avrei mai sospettato di avere un tumore. Evidentemente il latte del seno destro aveva un sapore diverso da quello del seno sinistro, per questo Teddy lo rifiutava. Il mio medico ha ammesso di non aver mai visto nulla di così incredibile e che sono stata molto fortunata ad aver deciso di allattare perché in caso contrario la mia malattia non sarebbe stata scoperta”, ha raccontato la 26enne Sarah.

La giovane ha raccontato che Teddy è nato lo scorso mese di febbraio del 2016 e per i primi tempi l’allattamento al seno è andato bene, ma dopo cinque mesi sono cominciati i primi problemi e soprattutto Sarah ha cominciato a notare le differenze di comportamento del piccolo; quando veniva allattato al seno destro, secondo quanto riferito dalla giovane mamma, Teddy andava “fuori di testa”, al contrario quando lo avvicinava al seno sinistro non aveva alcuna reazione negativa. “Non avrei mai immaginato che mi sarebbe stato diagnosticato il cancro così giovane ma spero che quanto mi è successo spinga le altre donne a farsi sempre controllare. Il medico mi aveva detto che allattare al seno aiuta la madre a creare un legame speciale col proprio bambino, ma nel mio caso ha fatto molto di più, perché mi ha salvato la vita”, ha concluso Sarah. La giovane mamma non poteva sapere che il suo piccolo Teddy le stava salvando la vita.

E se mi ammalo cosa faccio?
Anche se sembra impossibile, la prima cosa da fare davanti al dubbio di avere un tumore al seno, è non perdere né la calma né la testa. Bisogna ripetersi come un mantra che solo pochi carcinomi mammari sono ormai veramente pericolosi per la vita e che la stragrande maggioranza è guaribile.

Salvo assolute eccezioni – che il vostro medico di famiglia sarà comunque in grado di riconoscere – il tumore al seno non richiede mai un intervento urgente. Due o tre settimane sono assolutamente “spendibili” per capire bene che cosa fare e non compromettono l’efficacia delle cure. Meglio cominciare i trattamenti un po’ più tardi ma con un chiaro piano d’azione che non precipitarsi all’intervento chirurgico e poi scoprire che era magari meglio fare prima una cura medica.

Frasi come “meglio tagliar subito la testa al toro”, “via il dente via il dolore” e simili non hanno nessun senso al giorno d’oggi quando è stranoto che la guarigione non dipende dalla quantità di tessuto asportata ma dalla natura delle cellule tumorali. Per oltre un secolo è stato tolto tutto il seno a tutte le donne ammalate eppure solo da pochi anni la mortalità ha cominciato a diminuire, perché ciò che conta è la precocità della diagnosi e l’efficacia delle cure, non la quantità di mammella asportata.

Senza perdere la testa, quindi, è importante cercare il centro di cura più competente e con maggiore casistica, stabilire il contatto e chiedere un programma di cura. Molto utile può anche essere quella che si chiama “seconda opinione”, cioè l’ottenimento di un parere sulla cura proposta anche da parte di un altro centro, in modo da confrontare eventuali diversi orientamenti.

Altrettanto importante può rivelarsi il contatto con una delle associazioni femminili impegnate sul fronte del tumore al seno, perché possono essere lo strumento di un miglior orientamento delle proprie cure. A livello nazionale operano l’ANDOS (Associazione Nazionale Donne Operate al Seno, vvvvvv.andosonlusnazionale.it, Europa Donna (www.europadonna.it), Komen Italia (www.komenitalia.org) e l’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (O.N.Da, vvvvvv. ondaosservatorio.it), riuniti in una campagna promozionale chiamata Gomitolo Rosa (www.gomitolorosa.org).
Potrebbe risultarvi utile anche il portale vvvvw.saluteseno.it.

Molte donne hanno paura della chirurgia, altre temono di più la chemioterapia. Ciò
che è importante sapere è che esistono molte decine diverse di combinazioni fra i
diversi fattori biologici che caratterizzano un tumore al seno e che quindi anche per la
cura bisogna personalizzare i programmi al massimo. Se possibile è bene sottoporsi ad
una biopsia istologica, cioè ad un prelievo di tessuto che permetta di avere non solo la
diagnosi di carcinoma ma anche altre informazioni quali la sua velocità di crescita, la
sua dipendenza dagli stimoli ormonali, ecc.

La chirurgia deve essere realizzata da mani esperte, ma soprattutto da cervelli esperti,
capaci cioè di capire qual è il miglior intervento per ogni singolo caso, stando attenti
a non “tagliare” troppo né troppo poco, a proporsi di sradicare drasticamente tutte le
cellule tumorali, ma anche a mantenere una buona immagine corporea perché non
è giusto guarire di tumore e poi ammalarsi di depressione perché non ci si può più
guardare allo specchio.

L’intervento al seno non è praticamente mai pericoloso, non richiede di norma
trasfusioni di sangue, non causa dolore grave, permette una rapida ripresa e una corta
convalescenza. Anche qui deve prevalere il buon senso, proponendosi di eseguire
l’operazione in tempi ragionevoli (non precipitosi, come si è detto, ma nemmeno
troppo lunghi), in una sede competente e dopo aver ben compreso che cosa accadrà
in sala operatoria, a scanso di equivoci e sorprese.

In un certo senso è dopo l’intervento che comincia la fase più cruciale perché è a quel
punto che il tumore “scopre le sue carte” nel senso di manifestarsi per quello che è.
Come abbiamo visto nelle prime pagine, infatti, esistono tanti tipi diversi di carcinoma
mammario e la ricerca prosegue veloce nel suo cammino di differenziazione sempre
più precisa.

Dopo qualche giorno dall’intervento (in genere dopo una settimana) il laboratorio
di anatomia patologica permette di consegnare alla paziente l’esame istologico
del suo tumore, l’identikit che ne svela le caratteristiche più specifiche. L’esame si
compone generalmente di quattro parti: l’elenco del “materiale” asportato ed inviato
al laboratorio, la sua descrizione macroscopica (cioè a occhio nudo), le eventuali
diagnosi fatte durante l’intervento (al “congelatore”), l’esame microscopico con le
relative conclusioni.

Solitamente un buon esame istologico di carcinoma mammario dà informazioni su otto
parametri: il tipo istologico (duttale, lobulare, ecc.), le dimensioni, il grading (G1, 2, 3),
la presenza o meno di cellule tumorali nei capillari sanguigni che circondano il tumore
(invasione vascolare), la presenza o assenza di recettori ormonali (estrogeni e progestinici),
lo stato di salute dei linfonodi ascellari, la percentuale di proliferazione, con la sigla Ki67
o MIB-1 (cioè in un certo senso la velocità di crescita) e la positività o negatività di un test
chiamato Her2 o c-erbB2, che caratterizza ulteriormente le cellule tumorali.
Da questo “identikit” è possibile finalmente sapere con chi si ha a che fare e le variabili
sono tante, da tumori che sono sì maligni, ma poco aggressivi, a lenta crescita, sensibili
alle cure ormonali, fino a tumori che hanno già raggiunto i linfonodi ascellari, che
crescono rapidamente e che dovranno quindi essere affrontati con determinazione
con tutte le armi terapeutiche possibili.

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