Bambino si chiude in macchina e resta bloccato sotto il sole: muore per un colpo di calore

È morto il bambino di soli 5 anni che nella giornata di Ferragosto e dunque martedì 15 agosto si era chiuso dentro l’auto della madre a San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona ed è bastato stare lì dentro una mezz’ora con i finestrini tutti chiusi per causarne la morte.

La mamma del bambino, una signora italiana di 40 anni, mamma di altri due bambini ha trovato soltanto ieri la forza di raccontare gli attimi terribili della giornata di Ferragosto e nello specifico la stessa ha raccontato che in un primo momento pensava che il figlio si trovasse insieme al fratello gemello, ma una volta accertato che il bambino si trovava giù in cortile e fuori che giocava si è chiesta dove fosse l’altro figlio.Così è scesa e lo ha cercato nel giardino ma niente, allora ha proseguito passando vicino alla macchina e li ha visto sdraiato dentro nel bagagliaio, il figlio che aveva già cominciato ad avere delle convulsioni.

Immediatamente la donna ha chiamato i soccorsi che sono arrivati sul luogo nel giro di pochi minuti e nel frattempo ha rotto il vetro della macchina portato fuori il bambino e seguito le istruzioni che i sanitari nel frattempo le davano via telefono; nello specifico i sanitari riferivano alla donna di tirarlo su un fianco e bagnarlo con acqua fredda e così la donna pare gli abbia versato una secchiata di acqua fredda, ma ormai pare che la situazione fosse piuttosto compromessa.

Arrivati i sanitari nel giro di pochi minuti, questi hanno praticato la respirazione e l’hanno trasportato in ospedale dove è stato intubato ma purtroppo dopo parecchie ore, il piccolo è deceduto nella giornata di ieri presso l’ospedale di Verona. “Ho portato fuori il bambino, al telefono mi avevano detto di girarlo su un fianco e bagnarlo con dell’acqua. Gli ho versato una secchiata di acqua fredda, poverino, ma ormai… Dopo due minuti sono giunti i medici del pronto soccorso, gli hanno praticato la respirazione e l’hanno portato in ospedale. Lì è stato intubato. Sono stati bravissimi al Borgo Trento, ma purtroppo il bambino non ce l’ha fatta“, ha raccontato la donna ancora in stato di shock.

Sul posto oltre che le ambulanze del 118, sono intervenuti anche i carabinieri che hanno avviato un’indagine per fare luce sull’episodio e in massima di strato valuterà poi l’eventuale iscrizione dei genitori sul registro degli indagati oppure archiviare il fatto come una tragica fatalità. Il piccolo di 5 anni si era chiuso dentro l’auto della madre a San Giovanni Lupatoto soltanto per giocare ma purtroppo non riuscendo più a uscire dall’auto il piccolo dopo una mezz’ora, ha cominciato ad avere le convulsioni e quando è stato ritrovato dalla mamma le sue condizioni di salute erano piuttosto compromesse.

È stato mezz’ora dentro l’auto bollente, con tutti i finestrini chiusi. E non ce l’ha fatta. Così è morto il bambino di quattro anni – ne avrebbe compiuti cinque tra poco – che si è chiuso per gioco dentro la macchina della madre a San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona. La mamma, una signora italiana quarantenne madre di altri due bambini, ha raccontato quegli attimi terribili: «Pensavo fosse assieme a suo fratello gemello. Ma lui mi ha risposto che il fratello era giù in cortile. Sono scesa e ho visto la finestra aperta, l’ho cercato nel giardino, ma niente. Allora ho proseguito, passando vicino alla macchina e lì l’ho visto,
sdraiato dentro nel bagagliaio, aveva già iniziato ad avere delle convulsioni…».
La donna ha rotto il vetro della macchina e chiamato i soccorsi. «Ho portato fuori il bambino – prosegue la madre nel racconto -, al telefono mi avevano detto di girarlo su un fianco e bagnarlo con dell’acqua. Gli ho versato una secchiata di acqua fredda. Dopo due minuti sono arrivati i medici del soccorso e l’hanno portato in ospedale, è stato intubato. Sono stati bravissimi al Borgo Trento, ma purtroppo non ce l’ha fatta». Il bimbo è morto senza riprendere mai conoscenza.

Quando l’adulto dimentica il bambino in auto: in America l’11% dei genitori ammette di averlo fatto almeno una volta. I piccoli, al sole, hanno poche speranze di sopravvivere La scienza dice che è tutta colpa di due parti del cervello In gara tra loro a causa di routine e stress.

Egni anno, sempre la stessa storia: la sonnolenza tipica degli afosi giorni d’estate è rotta dallo strillo di una locandina o dal titolo di un TG che richiama l’assurdo dramma di un bambino dimenticato in auto e morto per il troppo caldo. Notizia incredibile, letteralmente, ma che purtroppo si ripete con una cadenza sinistramente regolare: l’ultimo caso italiano è stato registrato a Vicenza lo scorso 1° giugno e ripropone l’assoluta necessità di intervenire. L’errore, imperdonabile e irrimediabile, segna il destino del piccolo che soccombe al calore di un abitacolo sigillato e infiammato e quello del genitore, o comunque di colui che ne aveva la responsabilità.
Ecco: il punto è questo.
Negli Stati Uniti, dove si registra una media di 38 decessi all’anno, è definita “Forgotten Baby Syndrome” (FBS), patologia che nella sua traduzione in italiano suona nello stesso sinistro modo (Sindrome del Bimbo Dimenticato) ed è oggetto di accuratissimi studi e osservazioni.
Lo scorso anno gli studenti di ingegneria meccanica della Rice University (Houston, Texas), hanno messo a punto un sistema d’allarme capace di rilevare la presenza del bambino a bordo 30 secondi dopo la chiusura delle portiere e che invia un messaggio di testo al telefono del proprietario, oltre ad azionare un segnale di pericolo visivo ed acustico capace di attirare l’attenzione di chi si trovi a passare nei paraggi del veicolo.

In caso di mancata risposta, l’hardware inizia ad inviare chiamate ad una lista predefinita di contatti secondari ed al 911, che invierà subito sul posto polizia, vigili del fuoco e sanitari.
La sperimentazione non avrebbe però dato i risultati sperati.
Tornando all’interrogativo principale, al quale spesso devono dare una risposta gli investigatori, i consulenti e i giudici: come è potuto succedere? E ancora: quegli adulti che hanno commesso loro malgrado questo atroce errore, sono persone normali? O si tratta di drogati o di malati di mente?
Basta la definizione di colpa grave ad archiviare il caso?
Secondo la pediatra statunitense Sara Connolly, autrice di uno studio pubblicato sul sito internet Bundoo.com – portale americano che si occupa di salute infantile – la Sindrome può potenzialmente colpire tutti e, anzi, la maggior parte dei genitori che si trovano a vivere questa esperienza, sarebbero tra i più amorevoli, spesso impegnatissimi a crescere i propri figli e destinati, proprio per questo, ad essere “irrimediabilmente segnati dall’incidente”. Incidente dunque, secondo lo studio della Connoly, e non vero e proprio crimine, per quanto involontario.

Il dottor David Diamond, professore di psicologia, farmacologia molecolare e fisiologia presso la University of South Florida di Tampa, ha dedicato la propria carriera alla ricerca delle valutazioni circa gli aspetti neurobiologici della FBS.
Il suo parere è che sia la routine a spianare la strada alla fatale dimenticanza: la quotidianità dei sempre maggiori impegni porta il soggetto a vivere l’uniformità della consuetudine con il coinvolgimento di una minima parte di pensiero cosciente. Pian piano, secondo le ricerche, queste azioni passerebbero alla gestione di quella parte della corteccia chiamata motoria. L’esempio classico è la guida nel percorso quotidiano tra casa e lavoro, sempre con lo stesso percorso “Alla fine – spiega il dottor Diamond – possiamo farcela anche senza pensare. In effetti, la nostra memoria motoria ci libera dal dover pensare le azioni di routine che dobbiamo ancora fare perché il completamento del compito è routine già collaudata.”

Una specie di riflesso inconsapevole, capace di alienarci dalla realtà oggettiva e che empiricamente ci ricorda la distrazione tipica di chi parla al cellulare mentre cammina o guida: può passarci accanto la persona più bislacca e noi non ce ne accorgiamo.
Questa fase inconsapevole della nostra azione è però contrastata da quella parte di cervello – l’ippocampo – che controlla la parte cognitiva del cervello, capace di scuoterci e farci prendere una decisione diversa dalla routine, come ad esempio fermarsi in un negozio lungo il percorso abituale Il dottor Diamond spiega che nella Sindrome del Bambino Dimenticato, la parte di cervello in cui si trova il centro della memoria motoria compete con la parte cognitiva del cervello e se prende il sopravvento, in parole povere, è capace di non far tenere in assoluto conto il messaggio dell’ippocampo: sappiamo bene che dobbiamo fermarci al negozio ma la circostanza è ignorata, quasi cancellata, e così ci troviamo nel garage di casa senza aver fatto la sosta che ci eravamo prefissati di fare.
C’è da perderci la testa, ma in molte nostre quotidianità possiamo riconoscerci in questa situazione: ebbene, è purtroppo una funzione normale del nostro cervello, non c’è niente che non vada.

I casi osservati dagli studiosi americani, hanno infatti verificato che i casi di abbandono hanno avuto come protagonisti genitori tratti fuori dalla loro abituale routine, come ad esempio quello che si è trovato a dover accompagnare eccezionalmente il bambino all’asilo, compito necessariamente espletato dal partner. La corteccia in cui ha sede la memoria motoria del cervello, dice al corpo di andare al lavoro, vincendo il braccio di ferro con l’ippocampo, facendo completamente dimenticare al soggetto
che deve fare una sosta o che deve deviare dal percorso abituale e facendogli addirittura dimenticare che sul sedile posteriore c’è il bambino.
Qui si consuma il dramma: del bambino non resta alcuna traccia nella testa del genitore, intimamente convinto che il bebè sia con il partner.
Il dramma del bambino è che in particolari condizioni la sua vita è in pericolo; il dramma del genitore è che dovrà convivere con l’assurda circostanza di aver creato lui l’incidente e per quanto la scienza ritenga che tutti siano potenziali vittime della FBS, accettare di non essere responsabili della propria azione appare sostanzialmente impossibile.
La National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA), ha ideato una procedura che viene normalmente insegnata nei corsi preparto: alla discesa dal veicolo lo stesso deve essere ispezionato secondo un metodo preciso.
Agli studi neurobiologici si aggiungono quelli più spicci degli investigatori dell’NHTSA, secondo i quali tra le cause principali di questi incidenti vi sono stanchezza e stress dei genitori, ma anche disattenzioni così banali e immorali da divenire imperdonabili agli occhi di giudici e opinione pubblica.
Nel corso del 2014, nello stato americano della Georgia, un genitore maschio di 33 anni dimenticò il proprio figlio di 22 anni nel sedile posteriore del proprio SUV, parcheggiato al sole cocente del parcheggio del magazzino di bricolage dove lavorava come addetto. Il bambino morì e le indagini della squadra omicidi della polizia accertarono che durante le ore nelle quali avrebbe dovuto semplicemente lavorare, l’uomo si scambiò una moltitudine di messaggi con una ragazza adolescente.
Qui la sindrome ha toccato il suo corto circuito e l’uomo è ancora in attesa del verdetto della corte, che potrebbe decidere anche per la pena di morte: Justin Ross Harris, questo il nome dell’uomo, è ancora in attesa del verdetto finale.
L’NHTSA, in un sondaggio online, ha appurato che l’11% dei genitori americani, due terzi dei quali di sesso maschile, ha ammesso di aver dimenticato il figlio in macchina almeno una volta: si parla di 1 milione e mezzo di persone.
Noi della Polizia Stradale possiamo testimoniare che spesso molti automobilisti ripartono lasciando parenti o passeggeri, in alcuni casi anche figli piccoli, in autogrill.
I dati statunitensi dicono che dal 1998 al 2013, la media annuale di decessi è stabile
attorno alle 38 vittime: la causa di morte è la crisi cardiaca e la maggior parte dei bambini aveva meno di 5 anni. Gli studi tecnici dicono che in una giornata di 25 gradi con cielo coperto, la temperatura interna di un abitacolo arriva rapidamente a 35.
Peraltro, il 29% dei bambini morti erano entrati in auto da soli, sfuggiti alla sorveglianza dei genitori e poi rimasti chiusi per effetto dell’elettronica, ma il 52% dei casi investigati sono stati semplicemente dimenticati e il prezzo pagato è altissimo anche in relazione all’incapacità di un corpo così giovane di resistere a temperature così alte.
La dottoressa Leticia Manning Ryan, medico pediatra al “Johns Hopkins” di Baltimora (Maryland), spiega che la temperatura del corpo di un bambino sotto i 5 anni cresce 5 volte più rapidamente rispetto ad un soggetto adulto. “Quando la temperatura interna di un bambino raggiunge i 40 gradi – spiega – le funzioni degli organi principali cominciano ad arrestarsi e una volta toccati i 41,7°, il bimbo può morire da un momento all’altro.
In attesa di dispositivi attendibili, un gruppo di circa 10mila persone, che hanno sottoscritto una petizione, hanno chiesto a Barack Obama di destinare risorse federali agli studi per testare nuove tecnologie, per il momento senza esito.

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