Belluno shock, scambio di provette: 76enne morto dopo 24 giorni di agonia

L’uomo aveva 73 anni. Quattro medici accusati di omicidio colposo. Un banale scambio di provette per un caso di omonimia. Sarebbe questa la causa che potrebbe aver portato alla morte Alberto Giacobbi, settantaseienne di Belluno, dopo un prelievo del sangue. A riportare la vicenda il Gazzettino, che racconta di come ha Belluno si stia celebrando il processo a carico di quattro medici dell’ospedale di pieve di Cadore, quella di omicidio colposo. Il caso avvenne il 9 maggio 2014 nel reparto di medicina dell’Ospedale Piave di Cadore.

Il settantaseienne era stato ricoverato per una lombosciatalgia e il sospetto è che sia morto, dopo due embolie ed un infarto, a causa di una “terapia anticoagulante troppo leggera perché calibrata su una persona che aveva un problema più lieve”, ha spiegato la famiglia dell’uomo facendo riferimento allo scambio di provette. L’uomo morì quasi un mese dopo il ricovero. Dichiarazioni che troverebbero conferma da parte del dirigente medico della Asl uno, Raffaele Zanella, il quale in aula riferito che un medico gli disse “che c’era stato uno scambio di prelievi” e che per questo aveva “ritenuto di procedere alla segnalazione all’autorità giudiziaria, chiamando i carabinieri”.

A puntare il dito contro i sanitari bellunesi è stata la figlia dell’uomo, Beatrice: «Mio padre è morto nel reparto di medicina il 9 maggio 2014 per una emorragia cerebrale, indotta dalle terapie anticoagulanti effettuate con un erroneo dosaggio». Un farmaco troppo leggero per un paziente nelle condizioni di Giacobbi, idoneo invece per il suo omonimo ricoverato nella stessa struttura ma con una storia clinica completamente diversa. «Venne parcheggiato nel reparto di Medicina e sedato – ha raccontato la donna – ebbi il presagio che sarebbe andata a finire male».

La battaglia processuale non si gioca tanto sull’errore, ammesso dalla struttura sanitaria, quanto se questo sia stato o meno determinante nella morte. Il primo a confermare lo sbaglio umano è stato, in aula, il dirigente medico dell’Usl 1 di Belluno, Raffaele Zanella. «Un medico – ha riferito – mi ha informato della morte e mi ha detto che c’era stato uno scambio di prelievi: per questo ho ritenuto di procedere alla segnalazione all’autorità giudiziaria, chiamando i carabinieri».

Dietro alle versioni contrastanti sulle cause del decesso, per la figlia vi sarebbe in ogni caso una “gestione” superficiale e poco rispettosa del malato. «È stato due giorni in astanteria e alla fine è stato sistemato nel reparto di medicina, dove gli davano una gran quantità di farmaci sedativi – ha accusato davanti ai giudici – Non era più in sé. Non mangiava più ed era pratica mente “parcheggiato” sotto terapia sedativa».

L’uomo soffriva di crollo vertebrale, anche se inizialmente era rimasto bloccato per un violento mal di schiena. Si tratta di una lombosciatalgia grave: un dolore del nervo sciatico, che colpisce la zona vertebrale lombare e si estende fino ai glutei, alle gambe e anche a parte dei piedi, ma che non è fatale. Dopo un primo breve ricovero al Codivilla di Cortina, una struttura specializzata, i figli riuscirono a trovare un posto per il padre, ancora sofferente, nell’ospedale di Pieve, nel reparto di Medicina, dove Giacobbi è entrato il 15 aprile. Qui è avvenuto lo scambio di provette, descritto anche dall’allora direttore medico Zanella e che può influire sul decesso per emorragia cerebrale.

Chiamarsi Alberto Giacobbi, finire in ospedale per un comune mal di schiena e morie. Perché? In reparto c’è un altro Alberto Giacobbi, che però è malato di tutt’altro. Qualcuno però non ci fa caso e scambia le provette con dentro il sangue dei rispettivi. Risultato: al primo paziente vengono date le medicine prescritte al secondo, fino a uccidere. È omicidio colposo, infatti, l’accusa della quale devono rispondere quattro medici dell’ospedale di Pieve di Cadore (Belluno), già sotto processo. Così se non è la zanzara Anopheles il cui veleno mortale viene trasmesso dal sangue di una bambina infetta da malaria a un’altra malata di diabete (e morta a 4 anni), com’è accaduto a Trento lo scorso settembre, a uccidere è lo scambio di provette di due ricoverati. “Colpevoli” di essere stati battezzati con lo stesso nome ma di ammalarsi (può succedere) di due patologie diverse.
il professore dell’Istituto di Storia del Risorgimento italiano e il suo omonimo che doveva essere curato con gli anticoagulanti. Quelli li hanno fatti ingoiare (in dosi da cavallo e a ripetizione) al primo, che aveva soltanto una lombosciatalgia. Mal di schiena. Una infiammazione al nervo sciatico. Sarebbero bastati il risposo, qualche esercizio e farmaci specifici per guarirla.

Invece, come dichiara in aula la figlia Beatrice del direttore dell’Istituto di Storia, «mio padre è morto per quelle terapie anticoagulanti somministrate con un dosaggio sbagliato». Due embolie, un infarto. Quindi il decesso a 76 anni, il pomeriggio del 9 maggio 2014. Era stato ricoverato il 15 aprile, il prof. Con quella lombo sciatalgia che s’è portato nella tomba. Il colpo di scena su questa vicenda che (se non fosse che c’è il morto) sembra una storia inventata, arriva in aula a Belluno venerdì.

«Un medico mi disse che c’era stato uno scambio di prelievi» racconta al giudice Raffaele Zanella, direttore medico dell’allora Usl 1 «io stesso» aggiunge «a quel punto ho ritenuto di segnalare la cosa all’autorità giudiziaria». Prima però c’erano stati i precedenti. A cominciare dalle lamentele dei familiari del defunto professore. «Avevo capito che poteva esserci uno scambio di persona fra mio padre e il suo omonimo» dice ancora Beatrice Giacobbi, «per questo avvisai la dottoressa Federica Vascellari, chiedendo alla stessa di spostarlo. Ma così non fu».

E il paziente muore a distanza di 25 giorni dal suo comunissimo mal di schiena. Per quel decesso sono imputati il veneziano Daniele De Vido, 51 anni, del servizio di Diabetologia, Paolo Nai Fovino, endocrinologo bresciano 62enne, Federica Vascellari 61, di Calalzo, internista; e Roberta Da Re, reumatologa di Vittorio Veneto, 53. Dietro alle versioni contrastanti di imputati e parenti del paziente sulle cause del decesso, secondo Beatrice Giacobbi ci sarebbe «in ogni caso una gestione superficiale e poco rispettosa del malato. Avevo capito, signor giudice, che sarebbe finita male» accusa, «papà è stato lasciato due giorni in astanteria e alla fine lo hanno sistemato nel reparto di Medicina, dove gli davano una gran quantità di farmaci sedativi. Lui a un certo punto non era più in sé. Aveva smesso di mangiare ed era praticamente parcheggiato sotto terapia sedativa, incapace perfino di riconoscermi». Escludendo il mal di schiena come causa della fine del professore Giacobbi, la battaglia processuale, adesso, si gioca non tanto «sull’errore» ammesso dalla struttura sanitaria, quanto sul fatto che questo sia stato oppure no «determinante nella morte». Si torna in aula il 24 novembre, col giudice che nominerà un perito d’ufficio.

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