Bere alcol diminuisce il rischio di diabete e rafforza la memoria: scoperta shock alcol, diabete e memoria

Va in pensione il detto “bevo per dimenticare”. Sì, perché da oggi un drink in più o un boccale di birra di troppo è un toccasana per la nostra memoria, parola dei ricercatori inglesi. Da uno studio dell’Università di Exeter, pubblicata dalla rivista Scientific Reports, spiega che la stimolazione della memoria è legata a quanto una persona ha bevuto.

Come si apprende da Wired.it, più è alta la quantità di alcol che si assumo e migliore sara la memoria nel “day after”, il giorno dopo. In poche parole, tutto quello che si impara poco prima di una bella bevuta migliora la capacità celebrale di fissare le nuove informazioni ricevute.

L’esperimento condotto dal team inglese ha coinvolto 88 persone, volontari, comprese fra i 18 e i 53 anni così divisi: 57 donne e 31 uomini. Alle divertite “cavie”, è stato assegnato il compito di imparare una serie di nuove parole. In un secondo momento sono stati divisi in due gruppi differenti: il primo poteva bere tutto ciò che voleva fino a 4 cocktail, il secondo invece non doveva toccar bicchiere. La terza fase dell’esperimento è iniziato nella mattinata successiva, durante la quale si è ripetuta la stessa scena del giorno precedente. I risultati sono stati estremamente interessanti: chi aveva bevuto il giorno prima riusciva a ricordare molto meglio degli altri le nuove informazioni imparate nella giornata prima.

La spiegazione principale è che l’alcol impedisce l’apprendimento di nuove informazioni e quindi il cervello dispone di più risorse per fissare altre informazioni recentemente apprese nella memoria a lungo termine” spiega Celia Morgan, a capo del team di ricerca. “L’ipotesi è che l’ippocampo, l’area del cervello fondamentale per la memoria, consolida le informazioni, trasferendole dalla memoria a breve a quelle a lungo termine”. In soldoni, l’alcol dovrebbe fermare il processo di apprendimento delle nuove informazioni prima che la sostanza entri in circolo. Ma non solo, la differenza non si è registrata solo fra chi ha bevuto e chi no: “L’effetto è stato più forte tra coloro che hanno bevuto di più” ha concluso Morgan. Insomma, dopo una delusione d’amore o un momento di tristezza, meglio non bere per dimenticare.

Secondo un’indagine svolta da Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna) gli italiani hanno un comportamento un po’ irresponsabile nei confronti delle terapie
farmacologiche: solo 1 su 3 infatti, segue le indicazioni del medico nell’assumere i farmaci, gli altri modificano a piacimento modi e tempi di somministrazione.

Perché questa anarchia? Scarsa motivazione nel curarsi, informazione inadeguata da parte del paziente, insorgenza di disturbi imputati, a volte arbitrariamente, al medicinale, schemi terapeutici difficili da ricordare e gestire nel quotidiano e la sostituzione di farmaci generici con un altro equivalente sono fra i motivi che possono portare ad errori di assunzione, sospensione o interruzione della terapia da parte del paziente.

Di questo però non va imputato solo il paziente, perché la scarsa aderenza alla terapia è un problema che riguarda tutto il sistema sociosanitario. Una migliore comunicazione tra personale sanitario e pazienti e una semplificazione della terapia potrebbero portare ad una maggiore aderenza, con un conseguente impatto positivo sulla salute della popolazione.
A niente serve infatti che si studino nuovi farmaci, sempre più efficaci e sicuri, se poi questi vengono assunti in modo scorretto.

Vediamo intanto quali sono le novità tra i farmaci per il diabete. Insulina degludec anche per i giovani

L’AIFA ha reso rimborsabile l’insulina degludec anche in pediatria per il trattamento del diabete di tipo 1 a partire dall’età di 1 anno. Questo farmaco, caratterizzato da una durata superiore alle 42 ore, ha dimostrato infatti di essere efficace e sicuro nel lungo periodo anche in bambini e adolescenti. “Le caratteristiche dell’insulina degludec la rendono particolarmente adatta nella cura del diabete nei bambini”, spiega Stefano Tumini, responsabile servizio diabetologia pediatrica dell’Ospedale di Chieti. “L’insulina degludec agisce con maggiore costanza, assicurando nel tempo una migliore copertura, che si traduce ad esempio in riduzione delle iperglicemie al risveglio, miglior glicemia a digiuno, miglior glicemia dopo colazione e dopo cena. Anche i casi di ipoglicemia notturna, che rappresentano una delle maggiori paure per i genitori, risultano ridotti. Inoltre la lunga durata d’azione può consentire qualche flessibilità nei tempi di somministrazione, rendendo possibile adattare la distanza tra una somministrazione e l’altra, quando necessario nella vita di tutti giorni, come ad esempio può accadere se il bambino alla domenica o durante le vacanze si sveglia più tardi del solito”, coclude.

Semaglutide riduce peso e HbAIC. È un analogo del glucagone-like peptide-1 (Glp-1), protagonista dello studio SUSTAIN-1, il primo trial clinico di fase 3 condotto su questo farmaco. I risultati dello studio,
pubblicati da The Lancet Diabetes & Endocrinology, evidenziano che il trattamento con semaglutide una volta alla settimana può essere una valida scelta da aggiungere a quelle disponibili. Il farmaco infatti riduce in modo significativo l’emoglobina glicata e il peso corporeo nelle persone con diabete di tipo 2 rispetto al placebo.

Glargine migliora il controllo glicemico
L’insulina basale di nuova generazione per il trattamento del diabete di tipo 1 e 2 è disponibile anche in Italia, in fascia A. Si tratta di un’evoluzione di insulina glargine 100 U/mL, ora disponibile nella nuova formulazione di 300 U/mL. Questo farmaco si somministra con grande flessibilità (una volta al giorno a qualsiasi ora, ma sempre con un intervallo di circa 24 ore) e agisce in modo stabile e costante nell’arco della giornata, riducendo anche gli eventi di ipoglicemia. La nuova formulazione ha dimostrato un migliore profilo farmacocinetico e farmacodinamico più uniforme e prolungato rispetto all’insulina glargine 100 U/mL, permettendo un controllo della glicemia per oltre 24 ore.

Empagliflozina riduce il rischio cardiovascolare
È un farmaco inibitore selettivo del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (Sglt2) che viene somministrato per bocca in monodose giornaliera. Approvato in Europa e negli Stati Uniti per la terapia del diabete di tipo 2 nell’adulto, ha dimostrato di ridurre la mortalità cardiovascolare del 38%, il che lo rende interessante per quei pazienti con diabete che hanno anche un rischio cardiovascolare importante.

Canagliflozin: rischio amputazioni
Questo farmaco per il trattamento del diabete di tipo 2 può aumentare il rischio di amputazioni degli arti inferiori (in particolare le dita dei piedi) nelle persone con diabete che hanno anche un alto rischio cardiovascolare. È quanto emerso da 2 studi clinici in corso che mettevano a confronto pazienti in cura con questo farmaco o un placebo, in occasione di una revisione richiesta dalla Commissione Europea. Anche se non sono ancora note le cause che aumenterebbero questo rischio, il Comitato di Valutazione dei Rischi per la Farmacovigilanza dell’EMA (agenzia del farmaco europea) ha chiesto che venga inclusa nelle informazioni di questi medicinali un’avvertenza sul rischio di amputazioni di arti inferiori e che venga quindi effettuato un controllo routinario della salute del piede, valutando l’opportunità di interrompere il trattamento con canagliflozin in presenza di ferite od ulcere.

La ricerca nel campo del pancreas artificiale prosegue con successo

Abbiamo chiesto al dottor Claudio Cobelli, professore di Ingegneria Biomedica all’Università di Padova, di raccontarci le ultime novità nella ricerca scientifica verso il pancreas artificiale.
Come funziona quest’ultìma versione di pancreas artificiale da voi messa a punto e di quali strumenti si avvale?
Il pancreas artificiale consiste in un sensore sottocutaneo del glucosio, un tablet in cui risiede l’algoritmo di controllo che riceve wireless l’informazione sulla glice- mia e in una pompa di infusione sottocutanea di insulina che, sulla base della gli- cemia misurata, eroga l’insulina decisa dall’algoritmo, sempre in modalità wireless (vedi l’immagine accanto).
Può dirci qualcosa di più sulle sperimentazioni effettuate nel corso degli anni e a che punto siamo arrivati?
La nostra sperimentazione è iniziata nel 2007. Dapprima abbiamo provato il pancreas artificiale su pazienti ricoverati, così da garantire la massima sicurezza. Il nostro pancreas artificiale è stato testato in
4 studi clinici internazionali, per un totale di 147 adulti studiati per un giorno, reclutati in 11 centri di 7 diverse nazioni. Dal 2012, una volta dimostrata la sicurezza e l’efficacia del nostro sistema nel contesto
superprotetto dell’ospedale, abbiamo iniziato una serie di studi in hotel, in cui simulavamo la quotidianità del paziente, ma con la sicurezza di avere il team lì vicino, pronto ad intervenire al bisogno. Si trattava di studi di 2-5 giorni che hanno coinvolto in totale 85 pazienti, reclutati in 4 centri di 4 nazioni.
Nel 2014, visti i buoni risultati, abbiamo fatto il grande salto ed abbiamo affidato un prototipo di pancreas artificiale ad alcuni pazienti per un lungo periodo.
In uno studio internazionale che ha coinvolto 3 centri in Europa (Padova, Amsterdam e Montpellier) il pancreas artificiale è stato usato da 32 pazienti per 2 mesi. 20 di questi hanno poi continuato ad usarlo per altri 2 mesi. In un altro studio internazionale è stato usato da 30 pazienti reclutati in 6 centri europei, americani ed in Israele, che lo hanno usato per 6 settimane. Poi 14 di questi hanno continuato ad usarlo per 5 mesi.
Infine, nel 2015, con i colleghi di 5 centri pediatrici italiani (Università di Torino, San Raffaele di Milano, Verona, Bambin Gesù di Roma e Università Federico II di Napoli) abbiamo sperimentato il pancreas in una popolazione di bimbi diabetici in età scolare, dai 5 ai 9 anni, in un campo estivo tenutosi a Bardonecchia (TO).
I partecipanti utilizzavano i dispositivi tutto il giorno o solo la notte?
Abbiamo testato entrambe le opzioni.
La notte è il momento in cui il pancreas può fare il suo meglio, perché può concentrarsi sul portare il paziente in target senza dover “combattere” contro pasti ed esercizio fisico. È anche uno dei momenti più importanti, perché il paziente è meno vigile rispetto al giorno. Pensiamo quindi che un pancreas artificiale da usare solo di notte possa rappresentare un primo step per portare questa tecnologia nelle case delle persone.
Potevate monitorare i pazienti a distanza? Ovvero potevate controllare che il pancreas artificiale stesse
funzionando nel modo giusto?
Sì, i nostri dispositivi inviano costantemente i dati relativi al paziente ed al funzionamento del pancreas ad un server, a cui il team poteva accedere da remoto per controllare che tutto stesse funzionando a dovere.
L’algoritmo è in grado di decidere la dose di insulina da iniettare: è anche in grado di dare allarmi in caso di ipoglicemia e/o di bloccare l’infusione di insulina?
Assolutamente sì. Questa è un’importante funzione del nostro dispositivo.
Quali sono stati i risultati della sperimentazione in termini di controllo glicemico?
Direi molto incoraggianti. Mi focalizzo sugli adulti, dove la sperimentazione è più matura. Il tempo nel target glicemico desiderabile (70-180 mg/dl) è aumentato in maniera significativa grazie alla simultanea riduzione del tempo in ipoglicemia e del tempo in iperglicemia.
E in termini di sicurezza? Vale a dire, è stato necessario l’intervento umano per sopperire al dispositivo che non iniettava o iniettava dosi sbagliate di insulina?
Non bisogna illudersi che il pancreas artificiale sia un dispositivo magico. Come sanno benissimo i nostri pazienti, nella terapia del diabete ci sono ipoglicemie che non si riescono ad evitare solo sospendendo l’insulina, neppure iniziando diverse ore prima. È il caso, per esempio, di alcune ipoglicemie dovute all’esercizio fisico. Proprio per questo ci sono gli allarmi che avvertono il paziente di assumere dei carboidrati. Similmente nella terapia del diabete si incontrano iperglicemie apparentemente
inspiegabili, che non si abbassano nonostante ripetuti tentativi di correzione.
Detto questo, non è mai capitato che ci siano stati “gravi malfunzionamenti” che hanno portato all’infusione di dosaggi pericolosi di insulina.
In qualche caso i pazienti non erano soddisfatti dell’azione “prudente” dell’algoritmo ed hanno preferito agire più energeticamente con un bolo correttivo. Ma anche questo fa parte del modo con cui pensiamo che il pancreas debba essere utilizzato. Il nostro pancreas mira ad interagire con il paziente, così da beneficiare della sua conoscenza di sé e della sua capacità di gestirsi.
In termini di soddisfazione dei pazienti?
Direi che la risposta dei pazienti è stata molto buona; abbiamo riscontrato grande entusiasmo da parte dei grandi e dei piccini. Ovviamente abbiamo proposto loro di testare un prototipo, non un prodotto commerciale, quindi ci sono arrivate diverse segnalazioni e richieste per migliorare l’usabilità di questo dispositivo.
Dopo queste sperimentazioni, entro quando pensate che il pancreas artificiale possa diventare una realtà nella cura del diabete? Quando sarà disponibile per tutti quei pazienti che desiderano utilizzarlo?
Un primo prototipo di pancreas artificiale di Medtronic è già stato approvato dalla FDA ed è di imminente commercializzazione negli USA (in Europa probabilmente nei primi mesi del 2018 ). Altri gruppi stanno lavorando ad altri prototipi di pancreas artificiale in USA ed Europa e in un prossimo futuro saranno certamente disponibili sul mercato.

In materia di neuropatia diabetica ci sono alcune novità per medici e pazienti.

Al momento della stesura di questo articolo l’American Diabetes Association ha appena pubblicato sulla rivista “Diabetes Care” un paper statement sulla neuropatia diabetica (complicanza di cui avevamo parlato approfonditamente). Si tratta di un documento importante, che porta all’attenzione dei diabetologi, non solo americani ma di tutto il mondo, alcuni aspetti di quello che è un insieme di patologie che possono colpire chi ha il diabete. La neuropatia diabetica è infatti la complicanza cronica del diabete a
maggiore prevalenza: in poche parole è quella che, fra tutte le complicanze, si manifesta più frequentemente. In realtà, sotto questo nome si identifica un gruppo eterogeneo di condizioni che colpiscono diverse parti del sistema nervoso con manifestazioni cliniche differenti. Da sottolineare che anche i pazienti con prediabete possono sviluppare una neuropatia.

Abbiamo rivolto al dottor Giacomo Clerici del nostro comitato scientifico, alcune domande per capire meglio il significato di questo documento e quali sono gli aspetti salienti.
Secondo lei perché l’ADA ha sentito il bisogno di pubblicare un “paper statement” (tra l’altro a distanza di 10 anni dal precedente) su questa patologia?
La neuropatia diabetica è la neuropatia periferica più frequente nel mondo occidentale e colpisce un numero altissimo di pazienti diabetici (circa il 50%). La presenza di neuropatia inoltre, aumenta esponenzialmente il rischio per i pazienti di sviluppare complicanze come deformità, ulcere ai piedi o amputazioni, con costi elevatissimi per i sistemi sanitari nazionali. Tuttavia, nonostante questa grande diffusione e morbidità, l’ultimo documento ufficiale dell’ADA sulla neuropatia risaliva a diversi anni fa ed era ormai diventata necessaria una revisione della nuova letteratura a disposizione per aggiornare alcune delle raccomandazioni e per aumentare la consapevolezza tra i diabeto- logi su “come approcciarsi” a questa patologia.
Il documento si focalizza soprattutto sui sintomi e sulla diagnosi precoce, anche con screening mirati (in alcuni casi questa patologia è asintomatica): questo perché oggi i medici hanno a disposizione dei nuovi protocolli o dei nuovi strumenti per individuare la presenza di questa complicanza?
Negli ultimi anni sono stati sviluppati molti nuovi strumenti per riconoscere danni alle fibre nervose in fase sempre più iniziale, così come molti protocolli per meglio inquadrare la patologia in atto. Tuttavia il problema storicamente più diffuso nello screening e diagnosi della neuropatia è proprio la difficoltà ad implementarne la ricerca. Gli ultimi annali AMD mostrano come solo in una piccola percentuale di pazienti, afferenti agli ambulatori di diabetologia, venga realmente effettuato uno screening mirato della sensibilità ai piedi, con valori che oscillano in Italia dal 4% al 40%. Questo dato, seppure potenzialmente influenzato da problemi tecnici nella sua rilevazione, mostra come la barriera principale per una diagnosi precoce e appropriata di neuropatia non sia tanto l’assenza di strumenti adeguati alla sua ricerca, quanto piuttosto la difficoltà a mettere in atto le procedure suggerite dalle società scientifiche. È forse anche per questo motivo che le raccomandazioni dello ‘statement’ ADA enfatizzano l’importanza di mettere in atto un esame clinico che, in 2-3 minuti, riesca a dare al diabetologo un’idea chiara sulla presenza/assenza di neuropatia.
Uno screening annuale basato su valutazione della sensibilità termica (caldo/freddo), pinprick, tattile e vibratoria, associata alla valutazione dei riflessi e della forza muscolare alla caviglia è di per sé sufficiente a riconoscere l’esistenza della neuropatia, che viene definita ancora una volta su base puramente clinica come “la presenza di segni e/o sintomi di disfunzione nervosa in pazienti con diabete mellito”.
I test più costosi e complessi sono suggeriti nelle situazioni atipiche, in cui
la diagnosi non è chiara o esiste il ragionevole sospetto di una sovrapposizione tra più forme di neuropatia.
L’ADA elenca anche una serie di trattamenti e farmaci per curare la neuropatia diabetica: quali sono? E, nello specifico, curano i sintomi o la malattia? Con quale efficacia?
La terapia della neuropatia si basa fondamentalmente su 3 livelli:
• Prevenzione: si concentra sullo stretto controllo glicemico, in particolare nei diabetici di tipo 1, e sulla correzione dei fattori di rischio extragli- cemici, come fumo, obesità ed iperco- lesterolemia.
• Terapia patogenetica: sebbene siano presenti in letteratura molti studi sui meccanismi patogenetici della neuropatia diabetica, ad oggi non esistono ancora farmaci registrati con l’indicazione alla terapia patogenetica della neuropatia diabetica. Negli ultimi 10 anni sono stati effettuati numerosi studi su farmaci innovativi (es. inibitori dell’Aldoso Reduttasi, Inibitori della PKC-p, mio-inositolo, ecc.), tuttavia i dati ottenuti dagli studi randomizzati e controllati sono stati molto limitati e al momento sono insufficienti per raccomandarne l’uso clinico.
• Terapia sintomatica: cioè terapia del dolore associato alla neuropatia. Il dolore neuropatico è presente in % circa dei pazienti affetti da neuropatia diabetica e si presenta nei modi più disparati, dalla sensazione di scosse elettriche ai formicolii, fino al dolore trafittivo episodico. Ad oggi gli unici due farmaci registrati dalla FDA statunitense specificamente per la terapia del dolore nella neuropatia diabetica sono Pregabalin e Duloxetina.

Il Pregabalin è un farmaco antiepilettico attivo sui canali del calcio a2-S. Usato ad una dose terapeutica di 150-600 mg/die, divisi in 2-3 somministrazioni, si è rivelato efficace in una grossa percentuale di pazienti nel ridurre i sintomi di almeno il 50%. Il suo metabolismo è prevalentemente renale e gli effetti collaterali più frequenti (sonnolenza e talvolta nausea) possono essere ridotti da un incremento molto graduale del suo dosaggio.
La Duloxetina è un inibitore selettivo della ricaptazione di serotonina e norepinefrina con proprietà spiccatamente antidepressive, ma anche efficace sul controllo del dolore neuropatico. Disponibile nella dose di 60 e 120 mg, si è rivelato efficace in molti studi nel ridurre significativamente il dolore neuropatico avvertito dal paziente e nel migliorarne la qualità di vita, quest’ultimo effetto probabilmente potenziato dalle proprietà antidepressive. I principali effetti collaterali sono la nausea e un potenziale effetto negativo sul controllo glicemico, che in alcuni studi ha mostrato un incremento significativo dei valori di HbAlc rispetto al placebo.
Tra gli altri farmaci in uso nel mondo per il dolore associato a neuropatia ci sono anche gli antidepressivi triciclici, gli oppioidi ed altri antiepilettici. Una nota particolare merita il commento presente nello ‘statement’ ADA sull’amitriptilina, farmaco usato in molte nazioni, come ad esempio il Regno Unito, di prima linea per la neuropatia. Nel documento si sottolinea come le evidenze a sostegno dell’uso dell’amitriptilina siano deboli, in quanto basate su studi di piccole dimensioni e ad alto rischio di bias (distorsione), a fronte di un’ am-
pia gamma di effetti collaterali potenziali e pertanto non se ne suggerisce l’uso se non in casi selezionati. Per quanto riguarda gli oppioidi infine, se ne sconsiglia l’uso routinario visto l’elevato potenziale di assuefazione e dipendenza.
neggiamento dei nervi: a cosa è dovuta questa lesione e perché il diabete ne è la causa?
Col termine “neuropatia diabetica” si intendono diverse forme di neuropatia periferica, tipiche del paziente
Come abbiamo detto sopra, il termine “neuropatia diabetica” raggruppa una serie di patologie che hanno in comune il dandiabetico
e determinate dagli effetti molecolari dell’iperglicemia cronica. Nello ‘statement’ ADA vengono identificate 3 grandi categorie di neuropatia: • Neuropatie diffuse: includono la Polineuropatia Simmetrica Distale, la più frequente delle neuropatie associate al diabete, sia nella sua variante classica che nella sua variante dolorosa, e la neuropatia autonomi- ca. Quest’ultima consiste in un danno alle fibre nervose autonomiche con effetti a carico dei distretti viscerali interessati (cardiovascolare, gastrointestinale, genitourinario, su- domotorio).
• Mononeuropatie isolate o multiple dei nervi cranici o spinali
• Radicolopatie o plessopatie che
hanno la loro manifestazione più severa nella amiotrofia diabetica.
Può spiegarci in poche parole le varie tipologie?
La neuropatia autonomica consiste in un danno iperglicemia-dipenden- te ai neuroni del sistema nervoso autonomo (simpatico e/o parasimpatico) con conseguente disfunzione degli organi innervati. A seconda del distretto affetto se ne riconoscono diverse varianti e possono risultare in una serie di sintomi o disturbi, spesso di difficile inquadramento, ma altamente invalidanti (es. ipotensione ortostatica, diarrea/stipsi, dispepsia, vomito post-prandiale, disfunzione erettile, incontinenza/ri- tenzione urinaria, disfunzioni sudo- motorie, inconsapevolezza delle ipo- glicemie).
La neuropatia autonomica cardiovascolare è un fattore di rischio indipendente di mortalità cardiovascolare e pertanto un suo riconoscimento precoce consente di identificare i pazienti ad alto rischio e che richiedono un follow up più stretto. Clinicamente si manifesta con ipotensione ortostatica, intolleranza all’esercizio e tachicardia a riposo; la
sua diagnosi può essere confermata con dei test che valutano la variazione della frequenza cardiaca in situazioni particolari come la respirazione profonda (deep breathing) o il lying to standing (passare dalla posizione sdraiata a quella eretta) e valutando le variazioni di pressione ai cambi di posizione.
La neuropatia autonomica gastrointestinale è spesso misconosciuta e si manifesta con sintomi aspecifici quali dispepsia, turbe dell’alvo, vomito postprandiale. La diagnosi è più complessa e si basa su test che valutano la rapidità dello svuotamento gastrico associato ad esami endosco- pici per escludere patologie ostruttive dello svuotamento gastrico.
La neuropatia genitourinaria si manifesta spesso con disfunzione erettile e/o eiaculazione retrograda nell’uomo oppure con incontinenza o ritenzione urinaria.
Le disfunzioni sudomotorie infine, sono responsabili dello sviluppo di cute secca, in particolare agli arti inferiori, e che predispone alla formazione di fissurazioni ed ulcerazioni le quali a loro volta possono diventare porta di ingresso per infezioni a volte anche molto aggressive.
Quali sono invece le forme più rare di neuropatia e in che percentuale si manifestano?
Tra le forme più rare ricordiamo sicuramente le monoeuropatie, cioè disfunzioni a carico di singoli nervi, sia cranici che spinali, e che possono presentarsi in forma isolata o in clu- ster (a grappolo). Tra queste forme poco frequenti di neuropatia ricordiamo le oftalmoplegie monolaterali per paralisi del nervo oculomotore, le paralisi del nervo facciale o la disfunzione
del nervo peroniero. Sono forme la cui patogenesi non è ancora del tutto chiara, probabilmente legata ad ischemia localizzata nell’ambito dei singoli nervi, e che in genere regrediscono spontaneamente nel giro di 1-2 mesi.
Infine vanno ricordate le rare forme di radicolopatia diabetica che, anche se poco frequenti, possono essere particolarmente debilitanti. Queste trovano la loro massima espressione nella amiotrofia diabetica, una forma di radicolopatia che coinvolge in contemporanea più radici nervose, generalmente a livello toraco-loma- re, determinando gravi deficit motori per il paziente.
Infine l’ADA, per ogni tipologia di complicanza, evidenzia chiaramente i metodi per prevenirla: vogliamo riassumerli qui di seguito a beneficio dei nostri lettori e soprattutto spiegare perché, soprattutto nel caso di questa patologia, è importante la prevenzione?
Il miglior metodo per prevenire l’insorgenza della neuropatia diabetica è avere un buon controllo glicemico, associato a una dieta e uno stile di vita sani, basati sul basso introito calorico, particolarmente nella forma dei grassi saturi e dei carboidrati, e sull’attività fisica quotidiana. Molto importante è anche il non fumare e il mantenere un peso che non sconfini nel range dell’obesità.
Per i pazienti che già hanno manifestato l’insorgenza della neuropatia è inoltre fondamentale un’attenta cura dei piedi che includa l’ispezione giornaliera per riconoscere eventuali lesioni nelle loro fasi più iniziali.

Una patologia cronica come il diabete di tipo 2 richiede un’attenzione costante e quotidiana, fatta di azioni di routine come il controllo glicemico, le iniezioni di insulina, una dieta particolare, ma anche una supervisione dell’andamento generale, con controlli periodici, visite specialistiche e altro. Sei sicuro di fare tutto nel modo giusto? Rispondi onestamente a queste dieci domande: se rispondi “sì” a tutte, vuol dire che ti stai impegnando al meglio per gestire in modo corretto il tuo diabete, altrimenti è il caso di rivedere qualche passaggio, magari parlandone anche con il diabetologo per mettere a punto una strategia efficace e che si adatti alla tua persona.
IStai assumendo i farmaci nel modo giusto?
Nel caso di antidiabetici orali, devi attenerti alle prescrizioni del tuo diabetologo: fai attenzione ad orari e quantità e non decidere mai in maniera autonoma di saltare o smettere di assumere il farmaco. Idem per l’insulina: controlla bene il dosaggio prima di iniettarla e fai le iniezioni nei momenti giusti della giornata, a seconda delle indicazioni del diabetologo.
Controlli regolarmente la glicemia?
Se ti curi con i farmaci, può bastare anche misurarla una volta I al giorno o una volta ogni due giorni, con il glucometro, ma se ti curi con l’insulina devi controllarla più volte al giorno e comunque sempre prima di iniettarti la dose del farmaco. Se segui una terapia insulinica intensiva, devi controllare la glicemia 5 volte al giorno: al risveglio e dopo la colazione, prima di pranzo e cena, infine prima di andare a dormire (se fai attività sportiva può essere necessario qualche controllo supplementare).

3 Esegui correttamente le iniezioni?
Sei sicuro di usare la penna (o la siringa) nel mondo corretto? Controlla sempre la dose da iniettare, cambia l’ago ad ogni iniezione e anche il punto del corpo in cui ti fai la puntura, per evitare la formazione di lipodistrofie: queste sono solo le indicazioni di base, ma è buona norma ripassare ogni tanto con il proprio diabetologo tutta la procedura corretta da seguire.
4 Svolgi attività fisica in modo regolare?
Sia che tu sia in sovrappeso sia che il tuo peso sia nella norma, il diabetologo ti avrà raccomandato di svolgere regolarmente attività fisica, in base alle tue condizioni di salute, al tuo peso corporeo (e quindi agli eventuali chili in eccesso che devi perdere), al tipo di terapia farmacologica che segui e al tuo stile di vita (se svolgi un lavoro sedentario dovrai fare più sport, al contrario se già svolgi un lavoro attivo avrai solo bisogno di un po’ di movimento in più). I medici raccomandano, sia a chi ha il diabete sia al resto della popolazione, di fare almeno mezz’ora di attività fisica ogni giorno, oppure un’ora 3-4 volte alla settimana. In base alle tue condizioni fisiche e ai tuoi gusti, puoi praticare un vero e proprio sport (tennis, corsa, bicicletta, ginnastica in palestra, nuoto…) oppure dedicarti a qualche altra attività “attiva”: ballo, camminata, trekking. Cerca ad ogni modo di non trascorrere troppo tempo seduto, ma di trovare sempre degli stimoli per alzarti dalla sedia e dal divano e fare un po’ di movimento, anche per pochi minuti.
5 Mangi in modo adeguato?
Vuol dire seguire la dieta assegnata dal dietista/ dietologo, se è il tuo caso, o semplicemente scegliere cibi e piatti salutari, controllando sempre le porzioni. Consuma molta verdura cruda e cotta, frutta non troppo zuccherina, cereali integrali e lascia i dolci e l’alcol solo per le occasioni speciali.
6 Vai a tutte le visite di controllo?
Non devi fare tutto da solo: il tuo diabetologo è la figura di riferimento per curare la tua malattia, per questo non devi assolutamente saltare gli appuntamenti per i controlli di routine e rivolgerti a lui e/o agli altri medici del team diabetologico per avere chiarimenti e indicazioni in caso di dubbi.
7 Hai ispezionato i tuoi piedi?
Come sai, il piede diabetico è una delle più frequenti (e temute) complicanze del diabete. Ma è evitabile se la tua glicemia è nella norma e se controlli regolarmente la salute dei tuoi piedi. Fissa un giorno a settimana per dedicarlo all’ispezione. Puoi farlo per esempio la domenica mattina, se hai più tempo, o la sera dopo la doccia: controlla bene la pelle fra le dita e sotto la pianta del piede. Se non riesci a piegarti o a vedere bene, usa una lente di ingrandimento, uno specchio per riflettere la superficie della pianta o chiedi aiuto ad un familiare.
8 Sei sufficientemente informato?
Conoscere tutti gli aspetti della patologia, i nuovi dispositivi e il loro funzionamento può aiutarti a gestire meglio il diabete. Puoi informati su Internet (utilizzando fonti autorevoli), leggendo riviste specializzate come la nostra, frequentando dei corsi di formazione organizzati presso il tuo ospedale o dalle associazioni dei pazienti.
9 Esegui tutti i controlli di routine?
A seconda del tuo stato di salute generale, della tua età e della durata del diabete dovrai sottoporti a controlli regolari per valutare la condizione di alcuni organi e prevenire le complicanze. Fra questi: misurazione dell’HbAlc, analisi delle urine per verificare la condizione dei tuoi reni, visita oculistica, elettrocardiogramma, ecc. Il tuo diabetologo ti fisserà delle scadenze e degli appuntamenti che è importante tu rispetti.
Sei stressato?
Lo stress è nemico del diabete, perché non solo può far oscillare la glicemia, ma può anche indurti a mangiare di più (per appagare la tensione o l’insoddisfazione) e a non seguire la terapia. Inoltre, la stessa gestione del diabete comporta un certo livello di stress. Se ti senti sotto pressione, parlane con il tuo diabetologo, con i tuoi familiari, frequenta un’associazione di pazienti oppure rivolgiti ad uno psicoterapeuta. Impara anche ad allentare la tensione con qualche rituale: un bagno caldo prima di andare a dormire, una passeggiata a fine giornata, un weekend alle terme, qualsiasi cosa ti permetta di staccare la spina, rilassarti e ricaricarti.

Quanti anni avevi quando hai scoperto di aver il diabete e qual è stata la tua reazione?
Il diabete mi è stato diagnosticato all’età di 40 anni durante la mia prima e unica donazione di sangue. Sottolineo che stiamo parlando di diabete di tipo 1. La mia reazione è stata di stupore, in quanto nessuno dei miei familiari è o era affetto da tale patologia.
È stato difficile accettarlo?
Indubbiamente l’età adulta ha giocato in mio favore. A questo va aggiunto il supporto ricevuto dagli altri, prima di tutto mia moglie Antonella, che è infermiera al Policlinico di Tor Vergata di Roma. La prima terapia è stata la metformina, ma il peggioramento delle mie glicemie ha indotto il diabetologo a prescrivermi l’insulina. Dopo un periodo di terapia multi-iniettiva mi è stato proposto di usare il microinfusore. Accettare di dover prima prendere farmaci per via orale e poi iniettarmi insulina non è stato facile, anche perché sono sempre stato in buone condizioni di salute e ritrovarmi ad assumere/iniettare
farmaci tutti i giorni ha richiesto per me un sacrificio non indifferente, ma come ho già detto, considerata l’età e il fatto che comunque l’insulina sarebbe stata la mia anima gemella invisibile e indispensabile per tutta la vita, ho accettato presto questo cambiamento.
Anche, o forse proprio, perché già adulto il diabete deve aver influito parecchio sulla tua vita?
Credo che il diabete influisca in modo sconvolgente sulla vita delle persone. I primi tempi mi chiedevo perché mi fosse capitato di ammalarmi in modo cronico; fortunatamente però, la tecnologia, l’associazionismo e la voglia di ribellione mi hanno dato la forza per accettare il tutto e la mia vita si è presto rimessa nei binari della razionalità.
Per quanto riguarda la mia professione, posso dire che ci sono stati cambiamenti importanti: la mia azienda, essendo sensibile alla mia problematica, ha fatto in modo che il diabete non rappresentasse un limite per le mie capacità lavorative, assegnandomi una mansione idonea al mio status.

Quanta importanza ha avuto ed ha tuttora lo sport?
È soprattutto grazie allo sport se sono riuscito a convivere positivamente con la patologia. Sono istruttore di atletica leggera a ho iniziato a correre quotidianamente, mi sono poi iscritto ad una società sportiva e sono diventato un podista amatoriale, per poi passare a gareggiare anche con buoni risultati. Sono venuto a conoscenza dell’esistenza di un’associazione di atleti con diabete, l’ANIAD, con la quale ho partecipato a moltissime attività ed eventi, come campionati italiani di corsa su strada per atleti con diabete su diverse distanze (10 km, mezze maratone, maratone…).

Ci sono ancora dei momenti difficili?
I momenti difficili fortunatamente non hanno cause legate al diabete, e comunque se capitano li affronto con la giusta determinazione. L’esperienza del diabete forma le persone nel carattere e le aiuta ad essere concrete e sicure delle proprie possibilità. Per questo sono ottimista per il mio futuro: ho un diabete ben compensato e nel frattempo sono diventato anche presidente dell’ANIAD
Lazio (vedi riquadro).
Cosa puoi e vuoi susseri- re ai nostri lettori nella tua stessa condizione?
Il mio unico consiglio è di non fermarsi alla diagnosi e alla cura, ma di cercare associazioni che parlino di diabete e di come affrontarlo, di accettare la malattia e di trovare il giusto equilibrio per conviverci.
E soprattutto, di attivarsi alla pratica sportiva.

Le stime ci dicono che in Italia vivono più di 1,4 milioni di persone di religione musulmana: di queste almeno 130 mila hanno il diabete e seguono il Ramadan. Per
questo motivo la Società Italiana di Diabetologia ha sviluppato un ‘position paper’ per permettere agli operatori sanitari di gestire quella che è sicuramente una situazione nuova e delicata. Un impegno per il rispetto, l’accoglienza e l’integrazione di persone con diversa cultura e religione.
Il Ramadan prevede non solo il digiuno durante le ore diurne ma anche l’astensione dall’assumere farmaci. Il ‘position paper’ contiene quindi una serie di raccomandazioni per affrontare il digiuno in sicurezza, nel rispetto della libertà di culto ma anche della salute individuale.
Rischio ipo e iperglicemia
Se il rischio durante il prolungato digiuno diurno è quello di incorrere in un’ipoglicemia, non va sottovalutato neanche il rischio di iperglicemia subito dopo i 2 pasti concessi, uno all’alba e uno al tramonto, anche perché si tratta di pasti ipercalorici, che prevedono un menu molto ricco, soprattutto di alimenti contenenti carboidrati e zuccheri semplici (frutta secca, dolci, miele). È ovvio che una persona con diabete, magari in cura con antidiabetici orali o insulina, possa incorrere in sbalzi glicemici importanti, sia per il lungo digiuno sia per i due pasti abbondanti consumati tra l’altro in orari non consueti (uno molto presto al mattino e l’altro tardi in serata).
L’impossibilità di bere inoltre, aggiunta anche al fatto che siamo in un mese in cui comincia a fare caldo, può provocare disidratazione.
Infine, il rischio di iperglicemia si fa più alto anche al termine del Ramadan, che si celebra con 3 giorni di festa. In questa occasione è importante non eccedere con il cibo e fare subito un controllo diabetologico per ripristinare il normale trattamento farmacologico.
Qualche consiglio per affrontare il digiuno in sicurezza
Prima di tutto occorre consultare il proprio team diabetologico, perché
le raccomandazioni possono variare in base al proprio controllo metabolico, al tipo di farmaci assunti, all’età e alla presenza di altre patologie. In linea generale, è bene seguire queste indicazioni per evitare ipo e iperglicemie:
• Bevande: bere molta acqua e altre bevande non zuccherate sia ai pasti che durante la notte, evitando o riducendo il consumo di bevande contenenti caffeina per il loro effetto diuretico.
• Il pasto prima dell’alba dovrebbe essere consumato il più tardi possibile e dovrebbe essere più ricco di cibi proteici e grassi, perché riducono il rischio di iperglicemia e hanno un più alto potere saziante.
• Sono ammessi, se necessari, due spuntini a base di frutta, verdura o noci, da 100-200 kcal. Si può anche fare uno spuntino leggero appena terminato il digiuno e poi ritardare l’orario del pasto al tramonto.
• Al termine della giornata di digiuno, bere subito molta acqua per ridurre la disidratazione e mangiare 1 o 2 datteri secchi o freschi per innalzare la glicemia.
Cosa fare con i farmaci
Alcuni nuovi farmaci orali (quali i DPP4 inibitori e le glifozine) sono d’aiuto non solo nel migliorare il controllo glicemico ma anche nel ridurre il rischio di ipoglicemia e pertanto possono essere di particolare utilità durante il Ramadan. Anche le nuove insuline con durata d’azione lunga e stabile possono contribuire a mantenere dei corretti valori di glicemia, con limitato rischio di ipoglicemia. In
particolare metformina, acarbose e pioglitazone raramente provocano ipoglicemie. Vi sono esperienze di utilizzo di sitagliptin e vildagliptin (inibitori DPP-4) durante il Ramadan: sono ben tollerati e con basso rischio di ipoglicemia. In caso di terapia insulinica, per il rischio di ipoglicemia, è preferibile utilizzare analoghi rapidi ai pasti.

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