Una tazza di tè al giorno dimezza i rischi di demenza senile

In uso da più di 4000 anni in Asia, il tè è la seconda bevanda più consumata al mondo dopo l’acqua. Molto ricco di flavonoidi, un gruppo di polifenoli con potente attività antiossidante, il tè contribuisce in modo rilevante all’apporto giornaliero di antiossidanti con la dieta, non solo nei paesi asiatici, ma anche in Gran Bretagna, dove il suo consumo può raggiungere le sei tazze al giorno. Una tazza di tè nero infatti contiene circa 200 mg di flavonoidi , costituiti da molecole più complesse rispetto alle epicatechine del tè verde, che si generano nel corso dei processi ossidativi che hanno luogo durante la manifattura delle foglie.

Il tè nero infatti subisce una serie di reazioni biochimiche, durante la torsione, la fermentazione e l’essiccamento delle foglie, che comportano la polimerizzazione dei componenti originali e la formazione di tearubigine e teaflavine. La capacità di questi composti di chelare ferro e rame e di formare complessi è alla base del loro effetto antiossidante.Nonostante la diversa composizione in polifenoli, l’assunzione di tè nero e di tè verde comporta un potenziale antiossidante plasmatico simile, che fa seguito all’assorbimento dei flavonoidi nel tratto superiore dell’intestino.

Infatti tre tazze di tè al giorno per due settimane (equivalenti a 2 g di tè per tazza) possono aumentare le concentrazioni ematiche di tali composti del 25%. Il consumo di latte con il tè, molto diffuso ad esempio in Gran Bretagna, non sembra modificare l’attività dei suoi antiossidanti. L’effetto cardioprotettivo è sicuramente l’aspetto salutistico più studiato in relazione al consumo di tè e che può contare sulle evidenze più solide. Il consumo di tè nero infatti è stato associato con una ridotta incidenza di cardiopatie e di mortalità per malattie cardiovascolari, e con la riduzione dei fattori di rischio ad esse associati, sulla base dei dati epidemiologici disponibili. In particolare l’assunzione di tre tazze di tè al giorno (circa 240 ml per tazza) è risultata efficace nel ridurre l’incidenza di infarto del miocardio di circa l’11%. Questa dose ha trovato conferma in alcuni studi di caso controllo.

I benefici dei flavonoidi sembrano essere più evidenti nei pazienti con una coronaropatia conclamata: infatti il consumo di 900 ml al giorno di tè per quattro settimane, in soggetti coronaropatici, non solo ha aumentato i livelli dei polifenoli circolanti, ma ha anche migliorato la vasodilatazione flusso mediata, endotelio dipendente: un parametro che rappresenta un eccellente indicatore della funzionalità della parete arteriosa (ed in particolare della ben nota “via del nitrossido”) e che correla in maniera marcata con il rischio cardiovascolare a lungo termine. Nel più recente studio di intervento pubblicato, con l’assunzione per una settimana di due tazze di tè al giorno, a contenuto crescente di flavonoidi, è stata infatti confermata una relazione dose dipendente tra l’apporto di antiossidanti del tè e il miglioramento della funzione endoteliale, già evidente alla dose più bassa (100 mg di flavonoidi, contenuti normalmente in ½ tazza di tè).

Alle stesse dosi è stata registrata anche una riduzione significativa della pressione sanguigna sia sistolica (-2,6 mm Hg) che diastolica (-2,2 mm Hg). Queste osservazioni sono particolarmente rilevanti dal momento che, come si ricordava, l’endotelio vascolare svolge un ruolo fondamentale nella parete arteriosa, contribuendo alla regolazione della funzionalità della parete stessa, rilasciando fattori vasoattivi come il nitrossido: un’adeguata biodisponibilità di nitrossido, che promuove il ripristino della funzione endoteliale, può prevenire l’insorgenza o l’evoluzione dell’aterosclerosi. D’altra parte la disfunzione endoteliale è predittiva degli eventi sia coronarici che cerebrovascolari.

All’aumentata biodisponibilità di nitrossido è stata attribuita anche la riduzione dei valori pressori osservata in questo studio che, benché in assoluto modesta, potrebbe avere un impatto clinico non trascurabile, se è vero (come suggeriscono gli studi epidemiologici osservazionali) che una riduzione della pressione sistolica di 2-3 mm Hg nella popolazione generale corrisponderebbe ad una significativa riduzione del rischio cardiovascolare e della mortalità per tutte le cause. Il consumo quotidiano di tè può ridurre anche il rischio di ictus ischemico. È questo il risultato principale che emerge dalla metanalisi di nove studi condotti su un totale di circa 200.000 soggetti in sei diversi paesi (Stati Uniti, Giappone, Australia, Cina, Finlandia e Olanda). In particolare nei bevitori di tre o più tazze di tè al giorno il rischio di ictus fatale e non fatale risulta ridotto di circa il 21%. Questa osservazione conferma i dati ottenuti in studi sperimentali secondo i quali i principi attivi contenuti nella Camelia sinensis possono ridurre il danno associato agli eventi cerebrovascolari.

Gli autori della metanalisi, pubblicata recentemente su Circulation, analizzano i diversi i meccanismi d’azione con i quali il tè può proteggere dal rischio di ictus, che comprendono la riduzione della pressione sanguigna, la maggiore biodisponibilità di nitrossido e quindi il miglioramento della funzione endoteliale. Tali effetti sarebbero più marcati nei casi in cui la funzionalità endoteliale stessa è più compromessa, come nell’anziano. Gli autori ipotizzano che l’efficacia preventiva, o quanto meno di riduzione del danno post ischemico, vada attribuita in parte alla teanina, un aminoacido contenuto in dosi elevate nel tè, in grado di passare la barriera ematoencefalica, che secondo studi nel topo potrebbe ridurre il danno endoteliale, ma confermano che i maggiori responsabili dei benefici del tè siano i polifenoli, dei quali il tè stesso è particolarmente ricco.

Che il abbia tantissimi benefici non è di certo una novità, ma forse il fatto che bere una tazza di tè al giorno, sia che esso sia nero o verde o di altre varietà possa in qualche modo diminuire i rischi di semenza senile addirittura del 50%, potrebbe risultare davvero una grande novità in campo medico scientifico. Ad osservare la riduzione sostanziale dei casi di demenza mentale tra i consumatori abituali di tè è stato un nuovo studio effettuato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Singapore i quali hanno dichiarato che bere una tazza di tè al giorno dimezzerebbe i rischi di demenza senile del 50%. Dallo studio è emerso che l’86% tra chi è portatore di una mutazione genetica che favorisce i disturbi del declino mentale e si tratterebbe del gene APOE che nella variante dell’allele E4 sembra favorisca lo sviluppo dell’Alzheimer.

Da quanto è emerso dallo studio effettuato dai ricercatori dell’Università di Singapore e condotto nello specifico da Feng, il tè sembra avere davvero delle proprietà benefiche per la salute del nostro cervello; i ricercatori pare abbiano rilasciato nelle scorse settimane un comunicato stampa sui dati emersi dalla loro indagine. I ricercatori nello specifico hanno seguito circa 957 individui di età dai 55 anni in su ma sembra abbiano tenuto conto anche di altre condizioni, ovvero della salute e degli stili di vita dei partecipanti; i risultati purtroppo non sembrano essere molto chiari e nello specifico sembra che i ricercatori abbiano messo in evidenza il fatto che, il rischio di demenza nei soggetti monitorati è dimezzato soltanto nei bevitori quotidiani di tè e pare questo sia sceso dell’ 87% tra i portatori del gene alterato.

Questo effetto benefico sarebbe attribuibile alle catechine ed ai flavonoidi presenti nelle foglie del tè, i quali pare abbiano delle potenti sostanze antinfiammatorie che andrebbero ad agire sul cervello proteggendolo. Lo studio in questione si è rivelato piuttosto importante dal punto di vista della prevenzione e per questo motivo è stato  ritenuto un ottimo punto di partenza per la cura ed il trattamento di malattie neuro-degenerative come l’Alzheimer; la ricerca è stata pubblicata sulla rivista USA “Journal of Nu,trition” e posta all’attenzione dei più grandi ricercatori del mondo. Il tè rappresenta la bevanda più diffusa nel mondo dopo l’acqua, le cui foglie vengono ricavate da una particolare pianta ovvero la Camelia Sinensis, un arbusto sempreverde e ramoso che può raggiungere un’altezza di 2 metri al massimo; la coltivazione del tè viene principalmente in Cina, India, Giappone e Kenya.

Ad oggi esistono diversi tipi di te, da quello verde a quello nero, bianco, classico etc. Particolarmente in voga nell’ultimo periodo sembra essere il tè verde, una preziosa bevanda che può essere gustata sia calda in inverno che fredda o tiepida durante la stagione estiva; il tè verde sembra abbia diverse proprietà benefiche, e nello specifico risulta essere un antibatterico naturale, un antiossidante, diuretico, previene i tumori della pelle e all’utero, previene anche l’ictus ed aiuta a dimagrire.

DEMENZA SENILE: ECCO COSA DOVETE SAPERE

L’INVECCHIAMENTO NORMALE È diffusa l’opinione che l’invecchiamento si accompagni inesorabilmente alla perdita di numerose funzioni sia fisiche che mentali. Col trascorrere degli anni udito, vista, memoria, intelligenza, agilità, equilibrio e così via subirebbero un declino inevitabile. Secondo questa visione negativa della vecchiaia sono tuttora validi l’antico aforisma “senectus ipsa morbus” e la più recente, ed ugualmente insopportabile, immagine di Shakespeare secondo il quale sono numerosi i tributi che si devono pagare alla vecchiaia: “senza memoria, senza denti, senza occhi, senza tutto”. Il deterioramento delle capacità mentali – che una cultura obsoleta continua a considerare “naturale”– è in realtà causato, più spesso di quanto non si creda, oltre che da numerose malattie, alcune delle quali curabili, dall’abbandono, dall’emarginazione sociale, dalla perdita di relazioni affettive, nonché dalla carenza di esercizio mentale e fisico. La ricerca scientifica sempre più spesso documenta come molte delle perdite attribuite alla macina del tempo sono provocate da un cattivo stile di vita, da abitudini alimentari errate e dallo scarso esercizio. Va sottolineato fin da ora che la grande maggioranza delle persone anziane – oltre i 65 anni – conserva un cervello in grado di funzionare in modo corretto. Nel corso delle frequenti conversazioni con gli anziani ci piace spesso usare la metafora dell’orologio: ciascuno di noi, alla nascita, ha al proprio interno un orologio (verosimilmente ubicato nel cervello) che scandirà il tempo dell’esistenza, la cui molla è caricata in modo da consentire una sopravvivenza che nella grande maggioranza dei casi è di 110-120 anni. Se nei nostri geni – la molla dell’orologio – è scritto, in parte, il nostro destino, la possibilità di raggiungere l’età avanzata sarà condizionata dal modo in cui conserviamo l’orologio, evitando con cura che si ammacchi, che si inceppi prematuramente oppure che la molla possa arrugginirsi. Recentemente inoltre è stato dimostrato che, accanto a fenomeni di perdita – di cellule e di collegamenti – nel cervello senescente sono conservate capacità riparative e rigenerative; questa proprietà, nota col termine di plasticità neuronale, potremmo immaginarla come quella di un orologiaio che interviene a riparare alcuni danni. La plasticità è il meccanismo del cervello che ne regola la caratteristica di essere continuamente modificato e modificabile dal prodotto della sua stessa attività. L’invecchiamento cerebrale non è un processo monolitico, a senso unico, di logoramento, dominato dalla perdita, ma è influenzato da variabili complesse che possono, al contrario, nell’equilibrio instabile tra logoramento e plasticità, favorire un invecchiamento di successo. Proseguendo nella metafora, come possiamo aiutare l’orologiaio e come consentire un buon funzionamento dell’orologio? In altri termini, com’è possibile conservare, ottimizzare o amplificare la plasticità neuronale? L’attività mentale e fisica rappresentano potenti mezzi per amplificare i meccanismi di difesa dell’organismo e del cervello. È stato dimostrato che un ambiente stimolante e l’opportunità di un maggior esercizio producono un aumento di spessore e peso del cervello, un aumento dei collegamenti tra neuroni nonché un miglioramento delle performance generali. Numerose osservazioni, ottenute prevalentemente in laboratorio, suggeriscono l’evidenza di un effetto protettivo della stimolazione: “Usalo o lo perderai” titolava un recente articolo riferendosi al cervello; dovrebbe essere il motto per tutta la vita. Sono numerosi gli anziani che in età avanzata conservano la capacità di svolgere compiti complessi (con l’esclusione naturalmente di quelli che comportano agilità o forza fisica, che iniziano a declinare, per effetto dell’invecchiamento, attorno ai 30 anni) e di rivestire incarichi sociali impegnativi. Numerosi sono gli artisti che nella vecchiaia hanno prodotto capolavori; altrettanto numerosi sono gli scrittori ed i politici che in vecchiaia mantengono un’intensa attività. È stato dimostrato infine, in un gruppo di anziani che svolgevano regolarmente attività fisica anche dopo il pensionamento, che la circolazione.

LA MEMORIA DELL’ANZIANO I disturbi della memoria rappresentano uno dei motivi che più frequentemente inducono l’anziano a rivolgersi ad un geriatra. Tuttavia spesso ciò avviene solo quando la smemoratezza è tale da interferire pesantemente con la possibilità di una vita autonoma; in questo caso, abitualmente, il paziente non è consapevole delle proprie disabilità e sono i familiari a richiedere l’aiuto di un esperto. È ancora troppo diffusa, infatti, la convinzione che l’età comporti, inesorabilmente, una riduzione più o meno evidente della memoria; è così che disturbi lievi, ritenuti, erroneamente, inevitabili ed incurabili, vengono spesso trascurati. È opportuno chiarire fin d’ora una regola generale che si applica a numerose malattie tipiche dell’anziano: l’efficacia di un intervento terapeutico, e quindi la possibilità di ottenere una guarigione o comunque un controllo adeguato, è condizionata dalla tempestività con la quale si riconosce una malattia. Anche nel caso dei disturbi di memoria vale questa regola.

COS’È LA MEMORIA E COME FUNZIONA La memoria è, accanto all’intelligenza, una delle funzioni più complesse dell’attività umana e può essere definita come la capacità di riprodurre nella propria mente un’esperienza precedente; in altri termini, è quell’insieme di funzioni localizzate nel cervello che ci consentono di registrare messaggi o informazioni grazie alla collaborazione degli organi di senso (udito, vista, tatto, gusto) e di rievocarli quando lo desideriamo. Quotidianamente, tramite i nostri sensi, il cervello riceve enormi quantità di segnali di vario genere, dei quali siamo più o meno consapevoli, la maggior parte dei quali non lascia traccia. I sensi sono essenziali per l’acquisizione di nuove informazioni, che poi vengono immagazzinate nella memoria. Ad esempio, una persona che soffre di presbiacusia (cioè della incapacità di sentire i suoni di frequenza elevata) può con facilità non sentire lo squillo del telefono, può avere difficoltà nell’ascoltare la voce delle persone, specialmente delle donne, e può avere problemi nell’interpretare le parole ricche di consonanti come F, S e Z. Le persone affette da questo disturbo possono sembrare “smemorate”, quando, invece, il vero problema è la mancanza di corrette informazioni. In modo analogo anche i disturbi della vista possono provocare, seppure indirettamente, deficit della memoria. Il buon funzionamento della memoria dipende oltre che dal livello di integrità degli organi di senso, anche dal grado di attenzione che il soggetto rivolge ad un dato evento, dalla risonanza affettiva che quest’ultimo esercita, nonché dalle circostanze in cui l’evento deve essere richiamato. Una persona può, per esempio, avere a disposizione un tempo adeguato per richiamare un’informazione o essere forzato a rispondere molto rapidamente; può essere rilassato oppure trovarsi in uno stato di apprensione o ansia, che influenzano negativamente la memoria; e ancora può trovarsi in un ambiente accogliente e distensivo oppure affollato, caotico e ricco di distrazioni. La memoria è influenzata dalla presenza di malattie (endocrine, infettive, tumori), la cui cura consente un completo recupero delle capacità di ricordare. Anche l’uso improprio di farmaci, per esempio i sonniferi, può compromettere il buon funzionamento della memoria. La depressione e l’ansia costituiscono una causa frequente, potenzialmente reversibile, di disturbo della memoria. A loro volta la depressione (“l’esaurimento nervoso” del gergo popolare) e l’ansia possono essere scatenate o favorite dalla riduzione dei rapporti sociali, dal pensionamento, dalla perdita di persone care, oppure da condizioni di malattia che limitano l’autonomia o provocano dolore. Una percentuale minoritaria di anziani (6-8% degli ultra65enni) soffre di disturbi della memoria progressivamente sempre più gravi e tali da comportare la perdita dell’autosufficienza; in queste situazioni la causa è da attribuire, nella maggioranza dei pazienti, alla Malattia di Alzheimer oppure alla demenza vascolare (in passato definita arteriosclerotica). È opportuno però sottolineare che oltre il 90% degli anziani non è demente ed ha un cervello in grado di funzionare a patto che lo tenga in allenamento. Negli anziani l’apprendimento e le capacità di memoria nel loro complesso rimangono relativamente normali. Alcuni studiosi ritengono che la memoria inizi a diminuire poiché una persona cessa di usare i metodi utilizzati in passato per ricordare meglio. L’abilità non sfruttata viene perduta. Quando una persona presenta disturbi di memoria che interferiscono con la capacità di vita indipendente o che riguardano informazioni importanti è opportuno consultare il medico curante.

E’ opportuno sottolineare che in alcuni soggetti anziani normali si può manifestare un disturbo della memoria connesso all’età che però non compromette le abituali attività quotidiane; è pertanto importante non drammatizzare. Si tratta di sintomi non patologici, come lo sono la presbiopia e la diminuzione della forza muscolare.

COME CONSERVARE LA MEMORIA Esistono metodi ed esercizi che possono aiutare a mantenere giovane la memoria oppure a compensarne le lacune. Molti usano semplici espedienti per ricordare il nome di qualcuno o altri dati; se anche l’anziano organizza le informazioni nuove che riceve, le ripete ad alta voce o le associa a qualche immagine visiva, la sua capacità di memoria migliora. L’efficacia dell’esercizio è nota fin dai tempi di Cicerone. L’esercizio può essere costituito da riassunti di letture o di programmi televisivi, mentalmente oppure ad alta voce, almeno una volta al giorno; un’alternativa è la ripetizione, che ricorda i tempi della scuola, di filastrocche, poesie o storielle. La creazione di collegamenti tra nomi, oggetti o fatti, oppure la loro trasposizione in immagini, colori o numeri richiedono l’elaborazione del contenuto di una cosa da ricordare e costituiscono un altro metodo diffusamente impiegato per facilitare il ricordo. In alternativa è utile aumentare interessi ed attività in modo da esercitare indirettamente e spontaneamente anche la memoria. Se non ci si fida della memoria, è possibile aiutarla ricorrendo ad alcuni ausili (calendari, bloc-notes o agende, elenchi di articoli da acquistare, etc.). Per coloro che hanno problemi di vista non correggibili, è possibile ricorrere a registratori sui quali incidere i messaggi e gli appuntamenti; esistono oggi apparecchi di piccole dimensioni ed economici. Un problema frequente, soprattutto fra gli anziani, è costituito dalla perdita degli oggetti: chiavi, penne, forbici, utensili. Per ovviare a questo inconveniente è importante cercare di essere organizzati assegnando a ciascun oggetto una collocazione stabile; è utile rendere più visibili i piccoli oggetti che si nascondono facilmente: un nastro rosso legato alle forbici, il cordoncino per assicurare gli occhiali al collo. Un altro consiglio importante consiste nel portare a termine le azioni cominciate per non rischiare di lasciarle in sospeso: dimenticare il gas oppure le luci accesi.

CENNI SUL QUADRO CLINICO E NOTE STORICHE Con il termine di demenza si indica una malattia del cervello che comporta la compromissione delle funzioni cognitive (quali la memoria, il ragionamento, il linguaggio, la capacità di orientarsi, di svolgere compiti motori complessi), tale da pregiudicare la possibilità di una vita autonoma. Ai sintomi che riguardano le funzioni cognitive si accompagnano quasi sempre alterazioni della personalità e del comportamento che possono essere comunque di entità piuttosto varia nel singolo paziente. Tra questi i più caratteristici sono sintomi psichici (quali ansia, depressione, ideazione delirante, allucinazioni), irritabilità o vera aggressività (più spesso solo verbale, raramente fisica), insonnia, apatia, tendenza a comportamenti ripetitivi e senza uno scopo apparente, riduzione dell’appetito e modificazioni del comportamento sessuale. Ai deficit cognitivi e ai sintomi non cognitivi, uniti alle malattie del corpo che sono frequenti, si associa una progressiva alterazione dello stato funzionale. Nelle fasi iniziali si assiste al deterioramento della funzioni relazionali più complesse nelle quali è maggiore la competenza cognitiva (sono le cosiddette funzioni strumentali, quali gestire le finanze, utilizzare i mezzi di trasporto e di comunicazione, gestire la casa ed i farmaci) e con la progressione della demenza vengono compromesse anche le attività quotidiane di base (igiene personale, abbigliamento, bagno e mobilità, continenza). Nelle fasi avanzate compaiono complicanze, quali cadute, malnutrizione, infezioni, che compromettono ulteriormente lo stato funzionale e che possono essere fatali al paziente. La demenza ha una durata variabile, generalmente comunque intorno a 10-12 anni, nel corso dei quali, in modo spesso graduale, o invece con bruschi peggioramenti alternati a lunghe fasi di stabilità, si assiste alla progressione dei sintomi.

La demenza rappresenta un problema rilevante, in particolare nella popolazione anziana la cui numerosità, rispetto alla popolazione generale, è sensibilmente aumentata nel corso degli ultimi decenni. Fino alla seconda metà di questo secolo, tuttavia, l’interesse per gli aspetti diagnostici e clinici è restato piuttosto scarso e la demenza è stata considerata sia la via finale comune di svariate condizioni, che un processo inevitabile legato alla senescenza. La maggiore disponibilità di tecniche di studio del funzionamento del sistema nervoso centrale, in vivo e in modelli sperimentali, una più chiara conoscenza dei processi neuropsicologici ed una maggiore disponibilità di strumenti di analisi psicometrica e psicologica, l’avanzamento delle tecniche e conoscenze neuropatologiche hanno portato, a partire dagli anni ’60, ad una maggiore caratterizzazione clinica delle demenze ed alla loro distinzione sia dalle psicosi in generale che dalle modificazioni delle funzioni cognitive riscontrabili con l’invecchiamento. L’introduzione di criteri clinici definiti ha rappresentato un ulteriore avanzamento nella caratterizzazione clinica della demenza, permettendo una più chiara e riproducibile differenziazione dalle altre condizioni patologiche nelle quali è possibile riscontrare un decadimento cognitivo.

LE DIVERSE FORME DI DEMENZA La demenza è una sindrome, ossia un insieme di sintomi, che può essere provocata da un lungo elenco di malattie, alcune molto frequenti, altre rare. In oltre il 50% circa dei casi la causa della demenza è la malattia di Alzheimer. Nel 10% dei casi la demenza è dovuta all’arteriosclerosi cerebrale ed, in particolare, a lesioni cerebrali multiple (lesioni ischemiche) provocate dall’interruzione del flusso di sangue: è la demenza vascolare ischemica. Questa malattia è nota anche con il termine che in passato veniva impiegato per indicare la quasi totalità dei disturbi mentali dell’anziano: arteriosclerosi cerebrale. Nel 10% dei casi la demenza è dovuta alla contemporanea presenza di malattia di Alzheimer e di lesioni ischemiche: questa condizione si indica con il termine di demenza mista. Vi sono poi altre malattie degenerative cerebrali che possono causare demenza, quali la malattia di Pick e le demenze fronto-temporali, la malattia a corpi di Lewy, la degenerazione cortico-basale. Si tratta di condizioni la cui frequenza esatta è poco nota (complessivamente probabilmente costituiscono circa il 15-20% delle demenze), con caratteristiche cliniche e neuropatologiche distintive. Il restante 10-15% dei pazienti presenta una demenza sostenuta da malattie suscettibili di guarigione se curate in tempo e correttamente (tra le altre, malattie endocrine, farmaci, idrocefalo normoteso, depressione). Il deterioramento delle funzioni cognitive, infatti, non è sempre sinonimo di demenza. Per questo motivo una diagnosi precisa richiede una valutazione accurata ed è necessaria in ogni soggetto nel quali si sospetti una demenza. Sintomi simili alla demenza possono infatti manifestarsi nel corso di malattie acute febbrili oppure come conseguenza di malattie croniche non ben controllate, in particolare disturbi di cuore e dei polmoni. L’uso scorretto di alcuni farmaci (tranquillanti, sonniferi, farmaci per il mal d’auto, antispastici ed altri) può essere responsabile di disturbi di memoria o confusione. Un’altra frequente causa di decadimento delle funzioni cognitive è rappresentata dalla depressione (esaurimento nervoso), la malattia psichica più diffusa nella popolazione anziana; soprattutto nelle sue forme più severe può apparire indistinguibile da una demenza grave. D’altra parte, anche espressioni più lievi di depressione possono provocare disturbi della memoria e confusione. Infine, il trasferimento in ambienti quali l’ospedale o la struttura residenziale (casa protetta/RSA) può provocare uno stress tale da produrre una condizione di apparente demenza.

LA MALATTIA DI ALZHEIMER La Malattia di Alzheimer rappresenta la più frequente forma di demenza nei paesi occidentali (50-60% dei casi). È stato stimato che in Italia i soggetti affetti da malattia di Alzheimer siano oltre 500.000. Le caratteristiche cliniche della malattia possono variare notevolmente da soggetto a soggetto; tuttavia l’inizio è generalmente insidioso e subdolo ed il decorso progressivo. I sintomi iniziali dell’Alzheimer sono spesso attribuiti all’invecchiamento, allo stress oppure a depressione. L’anziano può presentare modificazioni del carattere, essere meno interessato ai propri hobby o al proprio lavoro, oppure essere ripetitivo. Talvolta l’inizio della malattia è contrassegnato dalla sospettosità nei confronti di altre persone, accusate di sottrarre oggetti o cose che il malato non sa trovare. Altre volte ancora la malattia può iniziare in seguito ad un trauma automobilistico, oppure manifestarsi durante un ricovero ospedaliero o nei giorni che seguono un intervento chirurgico. Spesso i familiari tendono ad attribuire ad un evento – un trauma o un intervento chirurgico – la causa della malattia. In realtà queste evenienze costituiscono, nel caso della malattia di Alzheimer, eventi stressanti che rendono evidente e manifesta una malattia cerebrale già presente.

Al bar, caffè e tè si contendono le preferenze degli italiani. Il primo è apprezzato per il suo aroma intenso e il suo effetto stimolante, il secondo piace per il gusto delicato e le proprietà salutari. Ecco, in un confronto diretto, tutti i “pregi” e i “difetti” di queste due eccellenti bevande. Fino a qualche anno fa, chiedere a un italiano di scegliere tra il caffè e il tè sarebbe stato un po’ come domandare a un tedesco se preferisce la birra o la sangria. Da sempre, la tradizione dell’“espresso” è un punto fermo della nostra cultura alimentare e la tazzina fumante, dopo i pasti e nelle pause di lavoro, rimane ancora oggi il modo più classico per scandire piacevolmente i ritmi della giornata. Da qualche tempo, però, sta crescendo anche nel nostro paese la schiera degli estimatori del tè, bevanda della quale si scoprono ogni giorno nuove proprietà salutari. I gusti non si discutono, ma gli effetti sulla salute sì: cosa hanno in comune, da questo punto di vista, tè e caffè? Fanno bene allo stesso modo? Quali sono i pregi dell’uno e dell’altro? E le controindicazioni?

Nervine, cioè? Tanto il caffè quanto il tè sono de finite “bevande nervine”, a sottolineare la principale caratteristica comune: esercitano entrambi un effetto stimolante sul sistema nervoso. Il merito è nel contenuto di caffeina (nel tè viene chiamata teina), che, assunta in dosi sufficienti, agisce bene fisicamente sui centri nervosi: migliora i tempi di reazione, assicura superiori capacità di memorizzazione e svolge anche un’azione positiva sul meccanismo della visione. Sono molti gli esperimenti, anche curiosi, a sostegno di questi dati (si è osservato, per esempio, che dopo una tazzina di caffè le dattilografe scrivono più speditamente e fanno meno errori, mentre chi guida è meno soggetto a incidenti), ma è necessario tener presente che la risposta alla caffeina varia molto da persona a persona: c’è chi dopo un caffè alla sera fa fatica ad addormentarsi e chi, invece, ha bisogno di dosi ben più alte per sentirne l’effetto. In genere, il massimo dell’azione stimolante si ha sempre tra i 15 e i 45 minuti dopo l’assunzione, ma poi è molto soggettiva la durata nel tempo di questa azione. Per alcune persone si può esaurire nel giro di un paio d’ore (sono soprattutto i fumatori a bruciare più in fretta la caffeina), mentre può prolungarsi anche per 8-12 ore, nei soggetti più sensibili.

I pregi del tè… Più ancora che la caffeina, sono altre le sostanze che conferiscono al tè caratteristiche molto positive per la salute. • Combatte le carie Grazie alla presenza abbondante di tannino, una sostanza ad attività antibatterica capace di ostacolare la fermentazione degli zuccheri. Secondo alcuni ricercatori giapponesi basterebbe una tazza di infuso al giorno per dimezzare il rischio di carie nei bambini. • Migliora il funzionamento dei va si sanguigni Lo ha dimostrato uno studio svolto all’Università di Bo ston, che ha attribuito questa azione benefi ca agli antiossidanti naturali di cui il tè è ricco. • È considerato tra i più effi caci antitumorali Per il suo contenuto di principi attivi ad azione protettiva, antiossidante e stimolante delle difese immunitarie. Primi fra tutti sono da ricordare i fl avonoidi, la cui concentrazione è particolarmente elevata nel tè verde (a causa della fermentazione che subisce, il tè nero ne contiene fi no a 1/4 di meno). Inoltre nel tè verde, l’azione protettiva dei fl avonoidi è resa più intensa da altre sostanze, chiamate catechine, importanti anch’esse nella prevenzione dei tumori e delle infezioni. • Previene l’osteoporosi Lo hanno messo in evidenza alcuni studi della Cambridge University e della University of Washington: le donne che bevono regolarmente il tè nero (una tazza al giorno) presenta no una maggior concentrazione di minerali nelle ossa, con un pericolo in feriore di fratture. • Mantiene elastica la pelle Sempre per effetto dei principi antiossidanti che contiene. Per questa sua azione protettiva, il tè verde compare come ingrediente in molti cosmetici. E le virtù del caffè… La caffeina è il composto che caratterizza maggiormente gli effetti del caffè sull’organismo, ma non mancano altri componenti utili che conferiscono anche a questa bevanda prerogative interessanti. • Protegge dall’invecchiamento Per l’azione dei polifenoli, effi caci contro l’azione dei radicali liberi e nella prevenzione dei danni dell’età. Una ricerca apparsa sulla rivista Neuro logy attribuisce al caffè anche la capacità di ridurre il rischio di morbo di Parkinson nelle persone anziane. • Aiuta contro il mal di testa Lo hanno dimostrato innumerevoli studi (tra i quali uno condotto presso il Centro per la cu ra delle cefalee di Parma): il caffè esercita un’azione vasocostrittrice, utile per alleviare l’emicrania. • Facilita la digestione Grazie alla presenza di acido clorogenico che stimola la secrezione acida e i movimenti dello stomaco. • È effi cace contro la stipsi In particolare per chi soffre di stitichezza da intestino pigro, in quanto il caffè stimola i movimenti intestinali (peristalsi) e favorisce l’evacuazione. Buoni anche per dimagrire? La caffeina aiuta anche a smaltire i chili di troppo. 6-7 tazzine di espresso al giorno, accelerano il metabolismo portando l’organismo a bruciare 80-150 Calorie in più. Nel tè, poi, all’effetto della caffeina si somma quello delle catechine, che ostacolano l’assimilazione dei grassi. Rimane il fatto, comunque, che né il tè né il caffè possono essere un effi cace sostituto dell’attività fi sica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.