Bimba down rifiutata da tutti, la adotta un uomo

Una storia perfetta per il rotocalco televisivo del pomeriggio, scandalizzato o moralisticheggiante a seconda dell’inquadratura. A Napoli una bimba affetta da sindrome di down, abbandonata dalla madre dopo la nascita e dichiarata adottabile, è stata «rifiutata» – questo il termine usato, e in effetti tant’è – «rifiutata» da sette famiglie, contattate fra quelle in lista d’attesa che hanno concluso positivamente l’estenuante iter burocratico. Una situazione drammatica, ma dalla conclusione lieta. Il tribunale dei minori infatti, scorrendo i nomi di coloro che avevano inoltrato domanda di adozione, s’è imbattuto in un uomo che espressamente chiedeva di potersi occupare di un piccolo disabile. E però è un “single”, mica una “famiglia tradizionale”: in genere in questi casi l’autorizzazione non viene concessa.

Ma tra le troppe leggi del nostro labirintico codice, cen’è una – la 184 del 1983 – che, interpretata in modo estensivo, consente di giudicare idoneo all’adozione anche chi non vive in coppia. E dunque inizia ora, per la piccola e l’aspirante papà, un periodo di prova, il “pre-affidamento”, al termine del quale i giudici valuteranno l’inserimento definitivo della bambina nella nuova “famiglia monoparentale”, per seguire il linguaggio da scartoffia.

Eviteremo di riportare di seguito, cosa ormai diventata una sorta di genere giornalistico, i pareri bercianti dello stramaledetto “popolo del web”, con i vari Luca79 e Popi55 a fronteggiarsi a suon di «VERGOGNAAA!!!». E però la vicenda stimola la discussione. Da una parte c’è l’annosa questione della difficoltà di adozione in Italia, nonostante le tante richeiste e i numerosi bambini in atte-
sa. Gli ultimi dati disponibili risalgono al 2014 e raccontano di 1.397 minori dichiarati adottabili, di cui 278 abbandonati alla nascita, a fronte di ben 9.657 famiglie che hanno presentato richiesta. Un sistema iper burocratizzato che non riesce a tenere il ritmo delle richieste. Risultato: sempre nel 2014 i decreti di idoneità sono stati 1.072, oltre 300 in meno rispetto ai bimbi in attesa, e dal 2000 al 2014 i minori adottabili sono aumentati del 19,2%, le famiglie disponibili diminuite del 13,2%.

Ma questo poco c’entra con la vicenda di Napoli, e con quelle sette famiglie che hanno preferito non adottare la bimba down, sulle quali qualche moralista da tastiera si è divertito a tranciare giudizi irriferibili. In questo senso, istruttivo è leggere la lettera di un «padre adottivo di una bimba disabile», come lui stesso si firma, pubblicata sul forum telematico
di Ai.Bi. Lettera in cui racconta la drammaticità della scelta, le difficoltà. L’impulso «di rinunciare, di tornare indietro», e l’onestà di riconoscere che «ce lo ha impedito soprattutto la compassione» nei confronti della piccola incolpevole. E poi naturalmente le gioie più intense proprio perché così sofferte, e la schietta domanda finale: «Se potessimo tornare indietro, sapendo quello che ci aspetta, lo rifaremmo? No, non lo rifaremmo».

Ecco, nessuno può sentirsi in diritto di alzare il ditino e giudicare chi non si sente in grado di farsi carico di una vita complicata, di sentimenti contradditori, di difficoltà a volte insormontabili. E però questo rimanda, senza voler arrivare alla filosofia da due soldi, ai motivi per cui si sceglie di adottare un bimbo, al senso stesso di essere genitori. Quanto è il desiderio puro e semplice di prendersi cura di qualcuno, e quanto quello di “avere in cambio” qualcosa? Quanto c’è di egoistico e quanto contano le aspettative personali e sociali? Considerazioni che, riferite al caso di Napoli, restituiscono la spiacevole impressione del rifiuto di un “prodotto” ritenuto scadente, non all’altezza.

Nel 2014 erano circa 300 i minori disabili che attendevano invano di essere adottati. E poi ecco che arriva il “single”. La famiglia “monoparentale”. E ci sarà certo qualcuno che storcerà il naso, ipotizzando sciagure presenti e future per via di un cavillo che – orrore! – in qualche modo permette l’adozione anche a soggetti giuridici diversi dalla famiglia tradizionale. «E chi sarà mai questo ignoto benefattore che vuole prendersi cura da solo di un piccolo disabile? E se fosse un pervertito? Magari un gay?». Non è questa la sede per inoltrarsi in un discorso delicato e controverso. In un anno sarà verificato se effettivamente questa persona è in grado di garantire un futuro felice alla piccola bimba down. Se così sarà, potremo davvero considerarla una storia d’amore a lieto fine. E al diavolo tutto il resto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.