Blitz nella Corte d’Appello reggina Pornografia minorile, giudice in carcere

giudice Gaetano Maria Amato, in servizio alla Corte d’Appello di Reggio Calabria, è finito in carcere per pornografia minorile. Nei suoi confronti il Gip di Messina, su richiesta del procuratore Maurizio De Lucia e dell’aggiunto Giovannella Scarninoci, ha dato mandato alla polizia di condurre in cella il togato, che da gennaio presta servizio alla sezione penale, dopo avere trascorso dieci anni alla sezione Civile. Dettagli sull’operazione non vengono dati per tutelare l’identità della vittima. Non si sa neanche se sia stato trovato in possesso di materiale o se abbia contribuito a procurarlo.


Gaetano Maria Amato, 57 anni, nato a Messina, ha iniziato la sua carriera giudiziaria come pretore a Naso. Si era poi spostato a Messina, prima al tribunale civile e poi a quello fallimentare. Inline, nel 2009, il trasferimento alla corte d’Appello di Reggio Calabria. È padre di tre figli.
Il giudice Amato nel 2009, quando era in servizio a Messina, subì un procedimento del Consiglio superiore della magistratura per presunti ritardi nel deposito degli atti. Nella contestazione si rilevava come ci fossero troppe sentenze del magistrato depositate oltre i termini. Per questi ritardi il Csm lo aveva dichiarato colpevole e sanzionato con l’ammonizione.

PORNOGRAFIA MINORILE:

Il testo attualmente vigente è stato introdotto dalla novella legislativa 1.10.2012 n. 172, che ha ratificato la Convenzione Europea di Lanzarote ed ha introdotto norme di adeguamento interno.
In via generale occorre rilevare che tali innovazioni legislative hanno anzitutto introdotto novità in tema di prescrizione del reato, essendo stato raddoppiato il termine ordinario stabilito dal I comma dell’art. 157 C.P. ed infatti l’art. 157 VI comma C.P. fa espresso richiamo dei delitti contemplati nella Sez. II del Capo III del Titolo XII del libro II C.P., tra i quali si inseriscono tanto l’art. 600 ter quanto gli artt. 600 quater e 600 quater.1 C.P.
Passando all’esame strutturale della norma in esame va subito evidenziato che la nuova formulazione legislativa, analoga a quella dettata in tema di prostituzione minorile (art. 600 bis C.P.), risulta tale da far ritenere che si sia in presenza di una cosiddetta norma a più fattispecie, essendo suddivise le condotte rilevanti secondo un’elencazione distinta anche attraverso l’utilizzo di una numerazione progressiva di identificazione.
Se tale ricostruzione si deve ritenere corretta, ne deriva che si potrà configurare un concorso di più reati nel caso in cui si pongano in essere le diverse condotte contemplate, mentre, come appare ovvio, si sarà in presenza di un unico reato nel caso in cui i comportamenti illeciti oggetto di accertamento siano riconducibili e sussumibili nell’ambito di una sola delle disposizioni indicate dal legislatore.
A questo ultimo proposito occorre sottolineare che, nella vigenza della precedente formulazione normativa, la giurisprudenza della Corte di Cassazione si è ripetutamente espressa, a volte riconoscendo l’unicità del reato (ad es. sent. n. 43414 del 28.10.2010 III Sez.) ed altre volte propendendo per il concorso dei reati (ad es. sent. 21335 del 15.4.2010 III Sez.).
In via di mera prospettazione interpretativa si reputa, allo stato, che sia maggiormente rispondente alla ratio delle norme, così come rimodellate, l’orientamento che individua in tali precetti (felle “norme a più fattispecie”, soprattutto in considerazione dell’obiettivo perseguito dal legislatore, che è quello di assicurare una maggiormente compiuta e pregnante tutela del bene primario rappresentato dalla libertà del soggetto con riferimento alla sua sfera sessuale, da tutelare con più stringente attenzione nel momento in cui si è in presenza di un individuo la cui personalità attraversi la delicata fase della formazione.
Risultando quindi necessario approntare uno schema di protezione quanto più capillare possibile, per giungere al perseguimento ed alla punizione di ogni comportamento che si inserisca nel complessivo quadro delle varie tipologie di aggressione del bene stesso.
Ecco perché appare possibile ed opportuno distinguere e ritenere sussistenti diverse fattispecie di reato nel momento in cui, a titolo meramente esemplificativo, non solo per ipotesi si “realizzino” esibizioni o spettacoli pornografici attraverso l’utilizzo di minorenni, ma anche nel caso in cui si “produca” materiale pornografico sia pure in un medesimo contesto spazio temporale (è intuitivopensare al caso in cui chi realizzi l’esibizione illecita provveda anche a riprodurla filmandola in modo tale da rendere probabile la successiva diffusione).
Passando ad esaminare il contenuto della norma richiamata occorre, anche raffrontandola alla precedente formulazione, sottolineare che attualmente l’art. 600 ter C.P. I comma n° 1) prende in considerazione la realizzazione sia di ESIBIZIONI che di SPETTACOLI pornografici in cui siano utilizzati minorenni, ovvero la produzione di materiale pornografico in cui risultino utilizzati tali soggetti, ed in particolare introduce ex novo il termine “SPETTACOLO”.
Tale specificazione consente di trarre ulteriori spunti a fini interpretativi in ordine alla rilevanza delle condotte individuate dal legislatore.
In particolare mentre il termine “esibizione” rinvia semanticamente ad una rappresentazione anche non pubblica che può essere destinata e fruita anche da un solo soggetto, il termine spettacolo richiama all’evidenza il concetto di rappresentazione pubblica o pubblicizzata destinata in via ordinaria ad un numero indeterminato di soggetti, salvo che poi in concreto sia fruita da un numero limitato di essi.
In altri termini tale puntualizzazione legislativa consente di superare quelle difficoltà ermeneutiche di cui si erano fatte carico tanto la dottrina quanto la giurisprudenza nella individuazione dei fatti penalmente rilevanti nel caso in cui lo spettacolo fosse destinato “ab origine” ad un solo soggetto. Tale ultima evenienza in verità non va certo ritenuta remota, basta pensare alla esibizione attuata attraverso collegamenti telematici che spesso avvengono tra singoli interlocutori.
Attraverso il nuovo dettato legislativo appare possibile quindi configurare, senza operare salti interpretativi azzardati, il reato di cui al predetto articolo nel caso in cui l’autore del reato appronti od inserisca, in collegamenti telematici con singoli fruitori, minorenni che si esibiscono in rappresentazioni pornografiche.
Le ulteriori fattispecie previste dall’art. 600 ter I comma C.P. sono quelle indicate dal n. 2) della norma, in cui si fa riferimento da un lato alle condotte di induzione e reclutamento di minorenni per la loro partecipazione ad esibizioni o spettacoli pornografici ed in seconda battuta si prende in considerazione l’attività di trarre profitto in qualsivoglia modo da tali spettacoli.
Quanto alla prima parte della norma, che adotta la stessa terminologia usata con riferimento al delitto di prostituzione minorile (art. 600 bis I comma C.P.), il legislatore prende in considerazione sia l’ “induzione” che il “reclutamento” e la giurisprudenza ha avuto modo di chiarire cosa debba intendersi per l’una e per l’altro, specificando che, traslando ovviamente quanto riferito in tema di induzione\sfruttamento della prostituzione, si può parlare di “reclutamento” quando l’autore del reato si attiva per “collocare” la vittima minorenne nella sfera di disponibilità di chi intende realizzare le rappresentazioni pornografiche ovvero trarre vantaggio dalle stesse, mentre rientrano nell’ipotesi di “induzione” tutte le condotte di persuasione della vittima o di rafforzamento del suo iniziale proposito (V. sent. Cass. n. 11835\08 del 4.12.2007 III Sez.).
Di problematica interpretazione appare la formulazione dell’ultima parte del n. ora richiamato. In effetti sebbene il dettato normativo testualmente faccia riferimento a “trarre altrimenti profitto dagli spettacoli” pornografici che vedono coinvolti minorenni, tuttavia ciò non dovrebbe comportare come conseguenza che, ai fini della rilevanza penale della condotta, anche gli atti di reclutamento od induzione debbano essere caratterizzati dalla lucrosità, che non può rappresentare elemento intrinseco alla fattispecie, come d’altro canto suggerisce in primo luogo la stessa formulazione della norma, che direttamente prende in considerazione per incriminarle le condotte richiamate al n. 1) del citato articolo.
Peraltro sul punto soccorre l’ormai consolidata elaborazione anche giurisprudenziale riferibile al tema contiguo della prostituzione, ove si distingue in modo puntuale e non suscettibile di incertezze tra induzione, favoreggiamento e sfruttamento della stessa, risultando le prime, a differenza della seconda, del tutto autonomamente rilevanti al di là dell’eventuale mancanza di vantaggi per colui che le pone in essere.
Pertanto l’avverbio “altrimenti” appare congruo che sia interpretato non in senso puramente e strettamente avversativo, ma piuttosto quale sinonimo di “comunque”.
Parimenti problematico appare poi lo specifico riferimento alla lucrosità riferita solo agli spettacoli e non anche alle esibizioni. Tale scelta appare in verità poco comprensibile, ma tuttavia deve essere presa in considerazione ed allo stato appaiono impraticabili interpretazioni che in un tentativo di coerenza rischiano poi di entrare in aperta collisione con il principio di legalità\tassatività vigente nel nostro sistema.
Il II comma dell’art. 600 ter C.P. punisce chi fa commercio del materiale pornografico realizzato attraverso l’utilizzo di minorenni e tale norma deve essere interpretata nel senso di attribuire rilevanza penale alla “predisposizione di un’attività di impresa, con adeguati strumenti di distribuzione nella prospettiva di un’offerta del prodotto (pedopornografico) destinata a durare nel tempo” (V. sent. Cass. n. 2421 del 13.6.2000 III Sez.). Tale interpretazione deriva non solo dal tenore letterale del termine usato, ma anche dalla scelta punitiva operata dal legislatore che parifica la gravità di tale condotta a quella presa in considerazione nel I comma del citato articolo.
I successivi commi III e IV individuano fattispecie sussidiarie rispetto a quelle indicate nei commi precedenti, ciò comporta naturalmente che le ipotesi residuali non possono trovare applicazione ove ricorrano i requisiti di operatività delle ipotesi più gravi.
Segnatamente si fa riferimento (III comma) alla “distribuzione”, “divulgazione”, “diffusione” o “pubblicizzazione” con qualsiasi mezzo, anche telematico, di materiale pedopornografico ovvero alla distribuzione o divulgazione di notizie od informazioni finalizzate all’adescamento od allo sfruttamento sessuale di minorenni.
Entrando nello specifico:
– per distribuzione si deve intendere la diffusione fisica di materiale pedopornografico mediante invio ad un numero definito od indefinito di destinatari (si pensi all’invio reiterato a diversi soggetti di tale materiale);
– per diffusione, divulgazione o pubblicizzazione si deve intendere in buona sostanza la messa a disposizione di un numero indeterminato di soggetti del materiale suddetto (si pensi alla messa in condivisione telematica del materiale attraverso i programmi di file-sharing), e tali condotte presuppongono l’utilizzo di mezzi che rendano tale disponibilità accessibile a pluralità indeterminate di soggetti;
– per distribuzione o divulgazione di notizie od informazioni finalizzate all’adescamento od allo sfruttamento sessuale di minori si deve intendere la comunicazione ad un numero di soggetti indeterminato di propalazioni attraverso cui si possa pervenire ai suddetti risultati; la giurisprudenza di recente ha precisato che le notizie od informazioni non devono necessariamente rivestire il carattere della verità (V. sent. Cass. n 5692 del 17.12.2013 III Sez.)
II IV comma dell’art. 600 ter prevede poi, sempre con formulazione in termini di sussidiarietà, l’ipotesi di cessione a qualsiasi titolo di materiale pedopornografico. Questa ipotesi meno grave ricorre nel caso di cessione singola ad un singolo destinatario (V. sent. Cass. n. 593 del 7.12.2006
III Sez).
Continuando nella disamina della norma si rileva la presenza dell’aggravante connessa alla ingente quantità del materiale pedopornografico oggetto della condotta illecita (V comma) e sul punto la giurisprudenza non si è molto intrattenuta non offrendo significativi spunti per approfondimenti interpetrativi.
E’ rinvenibile una sola sentenza che esclude la sussistenza dell’aggravante solo ove ci si trovi di fronte a poche decine di immagini, che peraltro devono essere considerate singolarmente, mentre non si può evincere la esiguità del materiale solo prendendo in considerazione il numero dei file che contengono tale materiale, essendo notorio che file compressi possono contenere immagini in numero considerevole (sent. n. 17211 del 31.3.2011 III Sez.).
Il VI comma dell’art. 600 ter C.P. introduce poi una nuova ipotesi di delitto, sanzionando la condotta dello “spettatore” di rappresentazioni pornografiche ove risultino “coinvolti” dei minori.
In proposito, oltre a rilevare che tale norma introduce un’ipotesi di reato del tutto allineata alla politica criminale intrapresa dal legislatore italiano di perseguire condotte che interferiscano negativamente ad ogni livello con il bene della libertà sessuale del minore (basti pensare alla speculare norma dettata in tema di prostituzione minorile ove si prevede la punibilità del soggetto che richieda ed ottenga dal minore prestazioni sessuali a pagamento), occorre aggiungere che, in base all’insegnamento dettato dalla giurisprudenza, per coinvolgimento deve intendersi qualsivoglia partecipazione anche meramente passiva del minore alla rappresentazione, intendendosi per tale anche la semplice funzione di spettatore, che rappresenta una condizione da considerarsi pregiuzievole della sfera di libertà sessuale del medesimo, potendosi ritenere che l’assistere a scene di carattere pornografico destinate ad essere fruite da terzi soggetti rechi comunque pregiudizio alla sua integrità etica ed alla sua salvaguardia (sent. n. 10068 del 12.12.2008 III Sez.).
L’ultimo comma della norma in esame stabilisce cosa si debba intendere per pornografia minorile, ed in particolare stabilisce che: “per pornografia minorile si intende ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali”.
Premesso che per considerevole tempo il legislatore si è volutamente astenuto dal fornire un’indicazione di tipo definitorio sul punto, in ragione della difficoltà di elaborare un esaustivo concetto di pornografia, che rischiava per più versi di essere insoddisfacente, non potendosi prescindere dal contesto e dal profilo concreto dei comportamenti di volta in volta presi in considerazione, da ultimo si è invece verificato un mutamento di rotta che ha condotto alla elaborazione sopra richiamata, perseguendo il fine di offrire una nozione quanto più oggettiva possibile, e tuttavia tale, per sostanziale genericità, da consentire di adeguarla e renderla compatibile con le specificità del caso concreto.
Si è scelta dunque la suddetta elaborazione, corrispondente a quella dettata dalla Convenzione, che dopo aver fatto riferimento alla attività sessuale esplicita, vera o simulata, nella quale sia coinvolto un minore, fissa un criterio oggettivo, la rappresentazione degli organi sessuali del minore, per così dire mitigato nella sua portata oggettivizzante dal riferimento all’elemento di contestualizzazione insito nella finalizzazione di tale rappresentazione a scopi sessuali.
Per intenderci, in via estremamente esemplificativa, la rappresentazione del minore nudo potrà costituire substrato oggettivo dei reati in esame solo se la stessa sia diretta e sia in grado di suscitare o stimolare eccitamento erotico in chi la percepisca.
Occorre infine aggiungere sul punto che la giurisprudenza della Cassazione (sent. n. 3113 del 20.11.2013 III Sez.) ha precisato che all’esito della modifica legislativa risulta ormai superato il criterio dettato in precedenza sul punto, essendo stato introdotto un parametro di maggiore rigore all’orientamento che richiedeva ai fini della qualificazione di pornografia quanto meno l’ esibizione lasciva degli organi genitali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.