Blu Whale le confessioni shock del 21enne russo

Si chiama Philipp Budeikin il giovane russo detenuto in Russia perché considerato l’ideatore delle gioco della morte balena azzurra.  In effetti il giovane avrebbe confessato di aver istigato almeno 16 ragazzi adolescenti al suicidio per purificare la società.  Sarebbero queste le parole shock pronunciate dal ventunenne studente di psicologia, nel corso di un interrogatorio nel centro di detenzione preventiva di Kresty,  a San Pietroburgo dove attualmente si trova in custodia cautelare. “Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società”, ha spiegato Budeikin che ha aggiunto di non essere affatto pentito: “Un giorno ringrazierete”.

Ma cos’è il blue whale ovvero Balena Blu?  Trattati di un gioco nato in Russia che ha già portato alla morte purtroppo 150 adolescenti;  questo consiste nel seguire delle regole estreme per 50 giorni e poi nell’ultimo giorno arrampicarsi su di un palazzo e gettarsi nel vuoto.  Nel corso di questi 50 giorni, i giocatori quasi tutti i giovani adescati sui social network, devono sottoporsi a 50 prove sempre più dure che partono dalla sveglia alle ore 4:20 di ogni mattina a guardare film horror tutto il giorno fino a incidere sì le braccia disegnando alla balena e poi l’ultima prova corrisponderebbe a quella già anticipata ovvero salire sul palazzo più alto della città e buttarsi giù.

Come ho già anticipato, ad oggi purtroppo sono circa 130 i suicidi di adolescenti  avvenuti negli ultimi sei mesi nel paese,  tutti i giovani istigati proprio da questo terribile gioco che purtroppo sembra essere arrivato anche in Italia.  In realtà questo gioco sembra essere giunto in tanti altri paesi e tra i quali Brasile, Nuova Zelanda, Cina, Gran Bretagna e anche l’Italia,  tanto che le autorità stanno indagando a tappeto per cercare delle connessioni.  Di questo gioco sia anche parlato nel corso  di alcune edizioni andate in onda dalla BBC e El Pais.

Ritornando al  giovane russo, che al momento si trova  nel centro di detenzione preventiva a San Pietroburgo, secondo gli inquirenti non vi sarebbe alcun dubbio e nello specifico a parlare è stato Anton Breido,  alto funzionario della Commissione investigativa russa, il quale ha dichiarato che il giovane sapeva benissimo come ottenere i risultati che voleva.. “Ha iniziato nel 2013 e da allora ha affinato sempre di più le tecniche. Lui e i suoi ‘aiutanti’ attiravano i ragazzi su VKontakte attraverso video spaventosi. Il suo scopo era quello di attirare un gran numero di bambini e adolescenti per poi selezionare quelli più manipolabili”, ha aggiunto ancora l’Alto funzionario della Commissione investigativa russa.

Il videogioco che uccide: per vincere devi suicidarti

L’ultima prova, la cinquantesima, prevede il suicidio. Ad oggi, nel mondo, in 160 ce l’hanno “fatta”, nel senso che si sono uccisi. Compreso il ragazzo di Livorno, 15 anni, che si è buttato giù da un palazzo. Vittima anche lui, si lasceranno scappare alcuni amici, del “Blue Whale Game”, il gioco della balena di cui Libero si è occupato qualche settimana fa.

Cinquanta giorni e cinquanta prove che prevedono, per esempio, tagli sulla pelle fino a formare una balena, scritte sulla mano fatte con un rasoio, fingere di stare bene, non parlare del gioco, sveglia alle 4,20 del mattino per guardare film horror anche per tutto il giorno, tagliarsi un labbro o, addirittura, un braccio, fino a gettarsi nel vuoto.

Le vittime sono tutte adolescenti: vengono addescati sui social con messaggi all’apparenza innocua, poi manipolati, minacciati e ricattati con la scusa della diffusione dei loro dati, e quindi “accompagnati” a sottostare alle regole del gioco, che prevede ogni volta una “prova” delle prove eseguite con foto e video da spedire al “curatore”.

Philipp Budeikin, ideatore del gioco mortale, è stato arrestato in Russia. Studente di psicologia, è ora accusato di aver istigato al suicidio almeno una quindicina di persone attraverso VKontakte, il Facebook russo. Sulle altre morti, per ora, non si hanno prove sufficienti. Non si dice affatto pentito. Anzi, è convinto di aver fatto un favore a chi non c’è più: «Ci sono le persone e gli scarti biologici.

Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società», le sue parole. Oppure: «Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza». Adesso, in cella, riceve lettere d’amore.

Così va il mondo, «modificato in un modo talmente veloce che facciamo fatica ad assestarci con modelli comportamentali adeguati», osserva Riccardo Zerbetto, specialista in neuropsichiatria infantile e per adulti, e dirigente del Centro Studi di Terapia della Gestalt di Siena e Milano. Spiega: «L’uomo è mosso da due istinti: uno è la sicurezza», quella che può dare la mamma, una casa, «l’altro è quello dell’esplorazione, dell’ignoto». Ed ecco la sfida, quell’andare oltre il limite – nulla a che vedere con quelli sani – quel «flirtare» con la morte per capire (spesso troppo tardi) che la vita «ha un valore di fronte (solo) ad una sua possibile fine», dice ancora Zerbetto.

Una sorta di anoressia o di gioco d’azzardo via social, una navigazione nell’inesplorato dove la componente del rischio affascina. «Spinta demoniaca», la chiama Zerbetto in un gioco che implica un elemento «eroico-tragico», lo stesso che spinge le persone a passare con il rosso, a drogarsi, a fare sesso senza protezione. A sentirsi invincibili. Il tutto nella società del «senza limiti» (ce lo ricordano diverse pubblicità), in cui ci si dimentica che è proprio «il limite che dà il valore alla vita», e in cui pesa la mancanza di un rito di passaggio all’età adulta. Le “spinte” adolescenziali che un tempo «venivano canalizzate e codificate attraverso una ritualizzazione» oggi avvengono «attraverso modalità che spesso si configurano come rischiose e poco utili alla crescita». «L’età di mezzo», aggiunge Francesca Maisano, psicoterapeuta dell’Età evolutiva, «crea già di per se un disorientamento.

Non si è né adulti, né bambini. C’è sì una spinta ad andare avanti, ma anche una forza di regressione». Per cui «nei soggetti con maggiore fragilità e disagio sociale o familiare, rischio è di legarsi al monitor a caccia di rapporti virtuali che diano benessere». E chi “intrappola”, come il giovane russo arrestato, «si sente onnipotente, ma anche quello fa parte della fase adolescenziale che nasconde una fragilità».

Genitori, attenzione ai figli che non trovano sfogo con lo sport, con gli amici, con le sane abitudini. Attenzione a quelle porte chiuse, ai silenzi, agli sbalzi d’umore. Ecco i consigli degli esperti, certi di quanto gli adolescenti abbiano bisogni di una «bussola». E, come osserva Luca Bernardo, studioso del fenomeno e a capo del dipartimento Materno-infantile del Fatebenefratelli Sacco a Milano, «il rischio di emulazione è altissimo».

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