Bologna, Barista reagisce a una rapina, viene ucciso davanti la moglie

Una lotta furibonda fra due uomini e tre colpi d’arma da fuoco interrompono il silenzio di questo posto nel nulla delle campagne di Budrio, vicino Bologna. Sono quasi le dieci di sabato sera e nella frazione di Riccardina succede un fatto da cui non si torna più indietro. Un rapinatore armato di un fucile da caccia entra nel bar Gallo, il solo della zona, e chiede i soldi al proprietario che sta dietro il bancone, Davie Fabbri, 52 anni. Lui reagisce, afferra la canna del fucile, la sposta di lato e verso il basso e parte un primo colpo. Qualcuno dei pallini finisce nella gamba di uno dei due clienti del bar, un signore anziano che poi sarà medicato e mandato a casa con ferite lievi.

La lotta continua per un tempo che sembra infinito. Davide quasi sfila il fucile dalle mani del rapinatore e quello reagisce sempre peggio. I due si azzuffano, parte un secondo colpo che raggiunge una vetrata. La telecamera di sorveglianza montata nel locale mostra la colluttazione che si sposta fino a uscire dalla scena. È perché i due sono ormai in fondo al bar e si spostano poi in un passaggio che porta nel negozio di alimentari accanto, dello stesso proprietario. Da lì arrivano fino alla piccola cucina collegata al negozio ed è lì che succede il peggio. Davide non può sapere che quell’uomo ha in tasca una pistola, probabilmente sta per avere la meglio quando l’altro prende l’arma, gliela punta al petto e spara. Davide muore praticamente subito, proprio mentre sua moglie, allarmata dai rumori, scende con una scopa in mano per vedere cosa sta succedendo.

L’uomo la nota, le si avvicina e le punta la pistola alla gola. «Vuoi ammazzare anche me?» grida lei. E lui corre via. Le immagini registrate lo riprendono mentre ripassa dal bar per uscire e lo registrano una terza volta mentre torna indietro: deve scappare, sì, ma ha abbastanza sangue freddo per tornare a prendere il fucile dimenticato per terra. I due clienti, che nel frattempo erano usciti, racconteranno poi che ha attraversato la strada, è scappato lungo l’argine del fiume che scorre proprio davanti al bar. Aveva il volto coperto da una sciarpa, il cappuccio della tuta in testa, una giacca da cacciatore e nessun segno particolare di riconoscimento. Nessun identikit possibile ma indizi buoni. Il primo: fuori dal bar ci sono tracce di sangue che potrebbero essere le sue. Un altro: dopo poche ore le indagini portano a una rapina di alcuni giorni fa a una guardia giurata. Un tizio fisicamente simile al rapinatore di sabato ha preteso la pistola (simile a quella usata contro Davide Fabbri) puntando contro la guardia un fucile.

Quanto basta per provare a restringere il campo e ipotizzare una pista. Di più. Il pm che sta seguendo l’indagine, Marco Forte, dice che «un sospetto c’è e una pista c’è, ma sarei più che cauto. Abbiamo fatto girare i dadi, vediamo che numeri ci danno nelle prossime ore».

Maria che scende le scale con il cuore che batte veloce per la paura. Maria che afferra una scopa perché «almeno avevo qualcosa per difendermi». Maria che arriva all’ultimo gradino e incrocia l’uomo dei suoi futuri incubi. Quello ha una sciarpa avvolta sul viso, il cappello di una felpa calato in testa ma gli occhi si vedono («Non c’era nessuna pietà in quegli occhi»). E il coraggio arriva all’improvviso davanti a quello sguardo. Lui le punta al collo la pistola e lei gli urla in faccia: «Che fai? Vuoi ammazzare anche me?».

Forse è il suo tono, forse la testa alta davanti alla pistola. Qualcosa della sua reazione disinnesca la miccia già accesa della morte e l’uomo scappa via senza dire una parola, senza premere il grilletto. Maria rimane lì in piedi, a tremare e a pregare il cielo che Davide, l’uomo della sua vita, per terra in mezzo al sangue, sia ancora vivo. Non le ci vuole molto a capire che ogni preghiera è vana. Davide non respira più.

Tutto questo sabato sera, soltanto due giorni fa per il mondo intero, una vita fa per lei perché senza più il suo Davide l’esistenza non è la stessa. «Dio dov’era ieri sera, eh? Dov’era mentre lui moriva?»,«So che state facendo di tutto per prenderlo, ma le cose in questo Paese vanno così…» ha chiesto a una delle amiche che ieri mattina è passata ad abbracciarla. Maria, dice chiunque passi da quella casa, sembra invecchiata di colpo di dieci anni.

Il maresciallo della stazione dei carabinieri locale ha provato a dirle più volte «vedrà che lo prenderemo, e lei: “Lo so che siete bravi, so che state facendo il possibile ma tanto anche se lo prendete…». Parole sospese e altre buttate lì contro «il sistema che non va in questo Paese», contro le pene mai certe: «Questa è l’Italia, così vano le cose…». Qualcuno le ha detto della fiaccolata. Lei ha capito che la stessero invitando: «Io non mi muovo. Voglio restare qui dove c’è la mia vita, in questa casa dove c’era lui e dov’è suo padre che ora più di sempre ha bisogno di me».

Assistere gli altri, soprattutto gli anziani, per Maria (campana originaria di Sarno e un tempo infermiera) è una specie di missione e non importa che sia suo suocero o qualcuno dei vecchi che hanno fatto del suo bar una specie di casa. Questo è sempre stato, il bar Gallo: un po’ più di un punto di ritrovo — l’unico tra l’altro — in un posto in mezzo al verde scintillante dell’erba. Venivano dalle frazioni vicine per bere un caffè, giocare a carte, fare due chiacchiere. Lei era dietro il banco di giorno, lui di sera. Giornate spese a servire caffè o a i clienti del negozio di famiglia, proprio accanto al bar. Un solo svago, la domenica. Davide era collezionista di orologi e spesso girava per fiere e mercatini, qualche volta lei lo accompagnava.

Una vita che più anonima non si può, fino a sabato sera, fino a quello sparo e alle gambe di Maria che tremano mentre scendeva dalle scale. Ha fatto in tempo a vedere lo sconosciuto che gli ha cambiato la vita mentre si rialzava dopo aver lottato furiosamente con Davide. L’ha affrontato, l’ha visto scappare via, ha fissato la sua sagoma nella memoria.
«Non è giusto. Perché ci è capitato tutto questo?», chiedeva ieri a se stessa e agli amici questa donna disperata. «Perché ammazzare così il mio Davide che era un uomo buono e non ha mai fatto niente di male nella vita?».

Ha lavorato e lavorato, Davide Fabbri. Praticamente nient’altro. Da queste parti tutti lo conoscevano soltanto come «il barista». Era il figlio del barista da piccolo, era dietro il banco da grande ed è morto nel bar che è stato il luogo della sua vita. Maria ieri chiedeva a se stessa: «E adesso io cosa faccio?». La risposta: «Per me finisce tutto qui».

Gli unici che dormono sonni tranquilli sembrano essere i politici del Pd. Gli italiani, in casa loro, a bottega o al lavoro, proprio sereni non sembrano essere. E se provano a difendersi, e a proteggere i propri cari o la «roba», rischiano di finire nei guai. Magari in galera, sicuramente in un tribunale. E mentre aumentano furti ed effrazioni, alla Camera delle 4 proposte di legge che fanno la spoletta tra Aula e Commissione Giustizia, da quasi 2 anni, non ce n’è una che riesca ad andare in porto.

I fatti di cronaca rimettono ciclicamente sotto i riflettori la materia, ma è dal 2015 che se ne discute senza trovare un’intesa. Tanto che la Lega a Verona per il prossimo 25 aprile, ha pure organizzato una manifestazione («La difesa è sempre legittima»), facendo infuriare i partigiani che non vogliono altri «cappelli» sulla Festa di Liberazione.

Matteo Salvini ieri ha ribadito da che parte vuole stare: «Se muore un rapinatore non mi dispiace». Sottolineando che l’altra notte «a Budrio è morta la persona sbagliata». E torna a reclamare un rapido aggiornamento della legislazione. La riforma del 2006, che prevede oggi che la difesa debba essere, comunque, «proporzionata all’offesa», viene reputata insufficiente. E infatti la Lega da anni (primo firmatario Nicola Molteni), sta portando avanti la riforma che preveda «la legittima difesa in tutti i casi di violazione dell’abitazione o del luogo in cui si svolge il proprio lavoro», prendendo a modello il codice penale francese.

In sostanza la Lega vuole modificare l’articolo 52 del codice di procedura penale, introducendo la facoltà, per il cittadino, di difendersi appellandosi al presupposto che l’aggredito «abbia agito per difesa legittima». Ovvero «per respingere l’ingresso, mediante effrazione o contro la volontà del proprietario, con violenza o minaccia di uso di armi da parte di persona travisata o di più persone riunite, in un’abitazione privata, o in ogni altro luogo ove sia esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale».

Ma al Pd la proposta leghista non è va giù, e infatti ha riscritto un altro pdl durante la discussione in commissione Giustizia, approvando un proprio emendamento a firma di David Ermini. Il Pd non vuole mettere mano all’articolo 52 del codice penale (legittima difesa), ma al 59 (Circostanze non conosciute o erroneamente supposte), e ipotizza che «è sempre esclusa la colpa di colui che, legittimamente presente in un domicilio, usa un’arma legittimamente detenuta contro l’aggressore, se si verificano contemporaneamente», e qui cominciano i sofismi, «due condizioni: se l’errore nel valutare la situazione di pericolo è conseguenza di «un grave turbamento psichico, e se è stato causato, volontariamente o colposamente, dalla persona contro cui è diretto il fatto».

Per esempio, «se si rientra in casa la sera e si trova un estraneo che si dirige verso la stanza da letto di un minore presente nella stanza stessa, è considerato errore, quindi circostanza che esclude la pena».

Differenze non da poco che lo scorso 23 marzo hanno fatto infuriare proprio gli esponenti leghisti in commissione. Ma sono sulle barricate anche quelli di Fratelli d’Italia. Nona caso ieri il presidente di Fdi, Giorgia Meloni, ha sposato pienamente la linea leghista, cogliendo il fatto di cronaca per criticare l’immobilismo a sinistra: «Nel nome di Davide (il barista morto durante la rapina a Budrio, ndr), Fratelli d’Italia continuerà a battersi per chiedere più sicurezza e una legge che sancisca un principio sacrosanto: la difesa è sempre legittima. Alle anime belle della sinistra che si scandalizzano quando i cittadini si difendono da soli», scandisce su Facebook la Meloni, «la storia di Davide racconta il destino tragico al quale spesso va incontro chi non riesce a difendersi».

Se alla Camera l’iter di riforma sembra impantanato, al Senato si discute solo di “stretta sui furti in casa” nel ddl di riforma del processo penale. Sulla carta si prevedono pene maggiori per questi reati, senza alcun riferimento alla legittima difesa di chi subisce il furto. E comunque questo testo, se mai approvato, dovrà tornare a Montecitorio per una nuova lettura. Insomma, si spara e si muore. Ma i politici ronfano, sereni, sulle scartoffie.

Proposta di legge di iniziativa popolare contenente “Disposizioni per la tutela dell’inviolabilità del domicilio e in materia di difesa legittima”.

Relazione. Recenti fatti di cronaca hanno messo in evidenza l’esistenza di criminali sempre più spietati e spericolati che si introducono nelle altrui abitazioni o altri luoghi di privata dimora, compresi quelli ove viene esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale. Questa criminalità, per lo più volta a commettere delitti di rapina o di furto, pone costantemente a repentaglio l’altrui e la propria incolumità, talora determinando legittime reazioni a difesa delle persone e dei beni.

Siffatta criminalità, sempre più pericolosa e in continua crescita, da luogo ormai ad una situazione che genera fortissimo allarme sociale e fa lievitare la richiesta di rassicurazione. Mentre si auspica vivamente il rafforzamento delle misure collettive e individuali di protezione, anche attraverso il potenziamento delle forze di polizia e dell’”intelligence” trattandosi per lo più di bande e associazioni criminali, è ormai ineludibile ed urgente intervenire legislativamente nel senso di punire più severamente la violazione del domicilio col raddoppio delle pene (articolo 1, lettere a) e c)), escludendosi altresì qualsiasi responsabilità per danni subiti da chi volontariamente si è introdotto nelle sfere di privata dimora, e di accrescere la possibilità di difesa legittima senza incorrere nell’eccesso colposo (articolo 1, lettera d)), mentre il delitto sarà sempre punibile d’ufficio quando funzionale al compimento di altri delitti perseguibili d’ufficio, come la rapina o il furto..

Siffatto ampliamento legislativo della tutela, volto anche ad evitare il rischio di alimentare la cultura dello “sceriffo fai da te” cavalcata da forze politiche estremiste nei toni, ma improduttive nelle soluzioni, vuole invece costituire un più forte deterrente verso la categoria di criminali dediti a furti e rapine nei luoghi di privata dimora, i quali così sapranno di non poter più beneficiare di scappatoie giuridiche e di non poter più volgere a proprio profitto norme dettate a tutela di persone per bene, quale la risarcibilità del danno. Chi si introdurrà nei privati domicili saprà, dunque, di pagare più severamente e di non potersi trasformare da aggressore in vittima chiedendo il risarcimento di danni: “imputet sibi” ogni possibile conseguenza del proprio iniziale agire criminale (articolo 1).

Per le stesse ragioni chi difende l’incolumità o i beni propri o altrui all’interno del proprio domicilio non potrà rispondere della propria condotta, neppure a titolo di eccesso colposo in legittima difesa (articolo 2)

PROPOSTA DI LEGGE Articolo 1. (Modifiche all’articolo 614 del codice penale) 1. All’articolo 614 del codice penale sono apportate le seguenti modifiche: a) Al primo comma le parole “da sei mesi a tre anni” sono sostituite dalle seguenti ”da uno a sei anni”; b) Al terzo comma sono aggiunte le seguenti parole:”Ma si procede d’ufficio se il fatto è stato commesso per eseguire un delitto perseguibile d’ufficio”: c) Al quarto comma le parole “da uno a cinque anni” sono sostituite dalle seguenti “da due a sette anni”; d) Dopo il quarto comma è inserito il seguente: “Colui che ha posto in essere una condotta prevista dai commi precedenti non può chiedere il risarcimento di qualsivoglia danno subìto in occasione della sua introduzione nei luoghi di cui al primo comma”. Articolo 2 (Modifiche all’articolo 55 del codice penale) 1. All’articolo 55 del codice penale, in fine, è aggiunto il seguente paragrafo: “Non sussiste eccesso colposo in legittima difesa quando la condotta è diretta alla salvaguardia della propria o altrui incolumità o dei beni propri o altrui nei casi previsti dal secondo e dal terzo comma dell’articolo 52”.

Davanti al bar-tabacchi Gallo, una casetta marrone in mezzo ai campi, c’è una scia di sangue. Le persiane al primo piano sono sigillate, qui abitavano Davide Fabbri, 52 anni, e la moglie Maria Sirica. Adesso è rimasta solo lei, chiusa dentro a ricevere la visita di un vecchio zio e di qualche parente. E’ stata risparmiata dal killer che sabato sera verso le nove e mezza è entrato nel locale con un fucile da caccia e una pistola, ha chiesto i soldi e dopo una trattativa finita in una lotta corpo a corpo ha sparato al petto al barista. Maria ha sentito i rumori ed è scesa con la scopa in mano, lui le ha puntato la pistola in faccia ed è scappato. «Non lo dimenticherò mai», racconta ai carabinieri tra le lacrime.
«DAMMI LA CASSA»Adesso l’assassino è in fuga, gli danno la caccia le unità speciali e un elicottero dell’esercito con sofisticate apparecchiature per rintracciare le persone al buio e dentro i casolari, i Ris hanno setacciato il locale e i sommozzatori hanno scandagliato il vicino fiume Idice. «E’ spietato e molto pericoloso, pronto a tutto», dicono gli investigatori. Lo dimostra la ferocia con cui due sere fa è entrato nel bar dei Fabbri: «Sapeva come muoversi, come usare le armi e terrorizzare le vittime». Quel tabacchi frequentato da avventori di passaggio, sulla strada tra Budrio e Mezzalora, gli deve essere sembrato un buon bersaglio per una rapina lampo. Un po’ fuori dal paese, con poche case e tanti prati tutti attonro per far perdere le tracce.
LA DESCRIZIONEIl killer è ben equipaggiato: indossa pantaloni e felpa mimetici da cacciatore, un cappello floscio e un passamontagna, impugna una doppietta e in tasca ha una pistola. E’ robusto, non troppo alto, chi l’ha sentito parlare non sa dire si sia italiano o straniero, forse ha un’inflessione dell’est europeo. Quando sabato sera fa irruzione nel locale, seduti a un tavolino ci sono un paio di clienti. Lui non perde tempo, prima spara un colpo a terra per mettere in chiaro le sue intenzioni poi urla a Davide Fabbri: «Dammi la cassa». I pallini da caccia rimbalzano a terra, un avventore viene copito di striscio. A questo punto il killer costringe il barista ad andare nel retrobottega, pretende l’incasso. Fabbri prova a farlo ragionare: «Guarda che non ho niente, non so proprio cosa darti». Ma il killer non è uomo da trattative. Vuole i soldi, il barista resiste e lo affronta a mani nude, riuscendo a strappargli il fucile dal quale parte un secondo colpo. Per difendersi, il tabaccaio usa l’arma come un bastone e non sa che il killer ha una pistola in tasca. Che non esita a usare: la carica, la punta al cuore di Fabbri e spara da pochi centimetri di distanza. Poi la punta in faccia a Maria, pochi istanti di terrore prima di rimetterla in tasca e uscire dal locale. Salvo rientrare subito, con grande freddezza criminale, per riprendersi la doppietta rimasta a terra. E’ un professionista, non vuole lasciare tracce. Ma non ha certo tempo di ripulire tutto. Se sul pavimento del locale c’è anche il suo sangue, oltre a quello del tabaccaio, i Ris hanno già il dna dell’assassino.
RAPINATORE SERIALEPerò bisogna trovarlo. In zona non ci sono telecamere, sulle modalità di fuga si rincorrono le versioni: chi l’ha visto scappare in bicicletta, chi a piedi, forse c’era qualcuno appostato nel buio ad aspettarlo con un’auto. Al Gallo arrivano gli investigatori in tuta bianca, i vigili del fuoco e il pm Marco Forte. Si repertano i proiettili, uno dei quali è rimasto conficcato nella vetrina, e si contano i bossoli. Ogni appiglio è prezioso per dare un nome e un volto all’uomo in fuga. Che in zona potrebbe avere già colpito non molto tempo fa: la tuta mimetica, le sembianze dell’uomo e la doppietta con cui ha sparato riconducono al colpo compiuto la sera tra il 29 e il 30 marzo nel non lontano paesino di Consandolo, in provincia di Ferrara.
IL BANDITOUn bandito assai somigliante al killer sparò qualche colpo alla Fiat Panda di una guardia giurata della Securpol subito dopo un controllo in una piadineria, per poi farlo sdraiare e strappargli la pistola d’ordinanza, una Smith&Wesson argentata e semiautomatica. Un’arma argentata e molto simile è quella che ha ucciso il barista, come l’hanno descritta i testimoni. Adesso i carabinieri che indagano su quell’aggressione con furto di pistola collegano i due delitti e inseguono un’idea precisa. Quel bandito potrebbe venire effettivamente dall’Est, come forse l’uomo che ha colpito a sabato sera. Lo stanno ricercando da tempo, per altri delitti. L’omicidio a sangue freddo di Davide Fabbri potrebbe essere la sua ultima, terribile impresa.

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