Bologna, Ragazza rasata a zero, la sorella: “l’Islam non c’entra”

È incredibile quanto accaduto a Bologna dove una madre ha rasato i capelli alla figlia di 14 anni dopo aver scoperto che la figlia appena fuori casa era solita togliere il velo dal capo passeggiando con i capelli scoperti per poi indossarlo soltanto poco prima di entrare in casa. E’ questo quanto accaduto a Bologna dove una ragazzina originaria del Bangladesh ma da anni residente in Italia, sembra aver pagato a caro prezzo la sua ribellione nei confronti delle imposizioni religiose da parte dei familiari; la ragazza pare non volesse più vestire il velo ma faceva finta di indossarlo per rispetto della cultura islamica dei genitori di origini bengalesi.

Protagonista di questa vicenda è una ragazza di 14 anni di Bologna che frequenta la terza media, la quale ha raccontato ai suoi insegnanti il motivo di quel taglio dei capelli così improvviso, ed è stato proprio questo che ha insospettito le insegnanti le quali si sono rivolte alla preside che ha deciso di informare i carabinieri e subito dopo la Procura è intervenuta per sottrarre la ragazza alla famiglia. La minore dunque è stata allontanata dalla famiglia di origine, così come le sorelle che sono state affidate tutte ad una comunità e i genitori sono stati denunciati per maltrattamenti ai carabinieri di Borgo Panigale, dalla scuola frequentata dalla minorenne.

La 14enne si rifiutava di portare il velo, le piaceva usare il cellulare, chattare nonostante non avesse un proprio telefonino e le piaceva parlare anche con i ragazzi, tutte attività non accettate dalla sua famiglia e proprio per questo, come punizione la madre ha deciso di tagliarle completamente capelli. Come abbiamo già anticipato ,la giovane si è presentata in classe nella giornata di giovedì, con un taglio completo dei capelli, tanto che le insegnanti insospettiti per questo improvviso cambio di look le hanno chiesto delle spiegazioni è solo a quel punto la quattordicenne ha raccontato loro quanto accaduto, aggiungendo che oltre al taglio di capelli i genitori le avevano anche vietato per due settimane di frequentare le amiche al di fuori della scuola.

Al termine del racconto la ragazzina non è riuscita a trattenere le lacrime, chiedendo aiuto alle insegnanti. Avrebbe raccontato loro che ogni mattina quando andava a scuola indossava il velo così come voleva la madre, ma poi una volta uscita da casa lo toglieva perché soltanto così ti sentiva come tutti i suoi coetanei. “La preside ha fatto bene a fare denuncia in Procura. Questo è un tema di maternità e paternità responsabile, ma se si vuole essere italiani bisogna adattarsi alle nostre leggi e alla nostra Costituzione, non è possibile avere atteggiamenti diversi. Mi sembra una questione familiare, c’è una responsabilità genitoriale. E’ un caso simbolico e concreto”, ha detto il sindaco di Bologna Virginio Merola, commentando il caso della ragazzina rasata a zero.

Le sorelle di Fatima difendono i genitori «L’islam non c’entra»

Fatima è nata a Bologna. Ha sangue bengalese come i genitori. Ma quel che ha visto fin da quando è venuta al mondo (14 anni fa) in una delle case umili di Borgo Panigale, non è il Bangladesh. Bensì quella periferia d’Italia che ha le proprie regole e i suoi cittadini. E quelle regole e quel popolo, lei li incontrava per strada, alla gelateria, all’oratorio e a scuola. Dove una mattina è stata costretta a presentarsi senza i capelli.

Derubata della sua identità, privata dell’immagine che aveva di sé; punita dalla mamma perché ha osato rifiutare il velo preteso da Allah. Rasata a zero perché, quel velo, lo toglieva una volta uscita di casa per poi rimetterlo al rientro. Fatima è stata castigata dai genitori perché agli insegnanti che le insegnavano le regole di casa nostra, lei si è presentata secondo queste stesse regole. Allo stesso modo dei suoi coetanei. Si chiama integrazione. Ma per i suoi genitori e per la loro religione, tutto ciò andava rifiutato.

A costo d’imprigionare Fatima dentro una cultura e una religione estranei al mondo in cui l’hanno fatta crescere. E dove essi stessi hanno scelto di vivere. L’hanno portata in occidente e lei voleva vivere da occidentale, con i suoi capelli, la sua identità e un codice di regole valide per la gente e il luogo dove lei si è trovata e le hanno detto di vivere. Fatima è stata punita per avere rispettato la regola e il costume usati dai suoi simili. Perché si era integrata.
«Non ti voglio più come figlia, non sei una brava musulmana» le ha detto la madre prendendo le forbici. A scuola lo ha raccontato.

Da qui la denuncia della preside e il provvedimento del giudice dei minori, che ha allontanato la ragazza dai genitori affidandola a una struttura protetta. Restano le due sorelle maggiori di 16 e 17 anni. La prima dice: «non è vero che Fatima è stata rasata perché non voleva mettere il velo. La religione non c’entra. Si è tagliata i capelli da sola e siccome non le piacevano la mamma l’ha rasata». Paura? Il procuratore Silvia Marzocchi accusa i familiari di maltrattamenti e ha ordinato accertamenti anche sulle altre due sorelle senza però allontanarle. Loro, dicono i carabinieri «non rifiutavano il velo».

«Non è stato per il velo che è stata rasata, ma perché si era tagliata i capelli da sola e le sue amiche le avevano detto che non stava bene». A scagliarsi contro il racconto della quattordicenne del Bangladesh residente a Bologna che ha affermato di essere stata rasata dalla madre perché non voleva portare il velo, ieri, è stata la maggiore delle sue sorelle.

A motivare il taglio, secondo la giovane che ha sedici anni, non sarebbe stata alcuna punizione o costrizione, ma anzi l’affetto di una madre decisa ad aiutare la figlia. E comunque, sottolinea la sedicenne, lei «non ha detto alla mamma: no, non mi rasare. Anche la mamma stava piangendo, perché pure lei era dispiaciuta di tagliarle i capelli. Poi è andata a scuola, ha pianto e tutti i suoi amici l’hanno consolata».

Sarebbe stato quel pianto, secondo la sua ricostruzione, a far scoppiare il caso. Perché la ragazzina «portava il velo, a scuola lo toglieva, poi lo rimetteva. Forse è per questo che tutti hanno capito che era perché non voleva e la mamma la stava costringendo. Però non è vero. Io porto il velo, e lo metto a scelta mia e se voglio lo posso togliere».

La versione della sedicenne riprende quella dei genitori, che, denunciati per maltrattamenti, hanno negato o minimizzato i fatti, sostenendo poi che quel taglio a zero sarebbe stata una specifica richiesta della figlia. Insomma, il desiderio di una adolescente assecondato da genitori pronti a lasciarla libera di scegliere.

Già. Eppure, tra le lacrime, la quattordicenne ha raccontato una storia di violenze psicologiche reiterate tanto forte da spingere la preside a denunciare la situazione e la procura minorile di Bologna ad allontanarla da casa. Le sue sorelle sono ancora in famiglia, nonostante il ricorso della Procura riguardi tutte le minori. Il caso ha acceso il dibattito. Ha applaudito alla scelta dell’allontanamento l’ex-premier Matteo Renzi. «Sto dalla parte delle ragazze e delle donne sempre. Ogni forma di sopraffazione va rifiutata sempre», dice la presidente della Camera Laura Boldrini.

Critici pure esponenti del mondo arabo e islamico. «Ogni azione obbligata, secondo l’islam, è invalidata – commenta Foad Aodi, presidente Comunità del mondo arabo in Italia – Per il Corano l’uso del velo non è obbligatorio, è una libera scelta». Il problema delle imposizioni non è da sottovalutare.

«Alcune famiglie, tra il 3 e il 5%, quando si trasferiscono in Occidente diventano molto osservanti – prosegue – questo accade più spesso nelle realtà di non laureati con genitori over 50. È qui che si acutizzano atteggiamenti estremi soprattutto per volere del padre. Le madri sono spesso vittime». Ribadisce la libertà di scelta l’Unione delle comunità islamiche italiane: «Obbligare al velo non ha nulla di religioso». Per alcuni iman, però, «chi non lo porta commette peccato». Difficile la posizione delle donne. «Io non lo indosso per mia libera scelta – dice Rami Badia, Coordinatrice Commissione Donne Co-Mai – purtroppo è vero che alcune ragazze sono costrette dai genitori a usarlo. Oggi però sono molte giovani a volerlo portare ma senza rinunciare a jeans stretti, magliette corte, trucco. È diventato una moda».

Tolta ai genitori che volevano imporle il velo

Che cos’è la violenza sui figli? Non è soltanto un ceffone. Per una ragazza adolescente di 14 anni è anche obbligarla a rasarsi i capelli a zero: perdere la femminilità può essere la pesante croce da portare quando si nasce figlia di genitori che ritengono che questa sia una grave infrazione delle regole religiose. Delle regole musulmane.

Essere donna, avere capelli lunghi e profumati: quello che anni di lotte femministe hanno in occidente sdoganato come normalità – sarebbe bello nel 2017 non doverlo ricordare – diventa un fardello da far fuori.

Succede dunque a Bologna, località Borgo Panigale, di incontrare una madre “kapò” originaria del Bangladesh, islamica radicale (anche se la comunità religiosa di Bologna ne nega la radicalità), che per l’appunto punisce la figlia che si rifiuta di indossare il velo proprio rasandole a zero i capelli. Peraltro, a quanto è dato sapere, non per mancanza di fede l’adolescente si rifiutava di indossare il velo: solo per essere uguale alle altre sue amiche, che probabilmente a 14 anni, a Bologna, imitano lo stile punk, quello hipster o chissà quale altro, e se li tingono pure questi capelli che hanno quel poetico profumo di libertà, adolescenza e sudore di corse per strada.

Fatima (nome di finzione) però lo faceva di nascosto, così come si fanno le marachelle a quell’età, con la differenza che lei era nel giusto: e quando era fuori casa si toglieva il velo. La madre l’ha saputo, l’ha prima “ammonita” tagliandole alcune ciocche. Poi le ha rasato i capelli. Per fortuna però la ragazza è stata messa in salvo da alcuni insegnanti illuminati: di quelli che ancora hanno a cuore, prima della formazione – e Fatima è una studentessa brillante – i ragazzi come esseri umani e futuri adulti. Come quelli della scuola di Bologna frequentata da Fatima.

E così il giorno dopo quell’atto violento la ragazzina ha confessato all’insegnante l’accaduto, aggiungendo anche di avere paura, e di temere di essere rispedita nel Bangladesh. Dove chissà che cosa la aspetterebbe, in quanto “ribelle”. «Non voglio più stare nella mia famiglia, mi pressano in continuazione, mi dicono che non sono una buona figlia. Anche le mie sorelle non vorrebbero portarlo, ma si adeguano all’imposizione». Così dicendo Fatima è andata dai professori. I genitori, nell’ultimo periodo, le impedivano di parlare al cellulare
con altri ragazzi, di avere amiche. «Non mi riconosco con quel velo».

La preside della scuola ha allora avuto il coraggio di riferire l’accaduto ai carabinieri. Sulla base della denuncia della preside, trasmessa alla procura dei minori, i carabinieri hanno preso subito in mano la situazione. E così ora Fatima e e le sue sorelle sono state tolte alla famiglia e a quei genitori, si trova in una struttura protetta. Per il momento i genitori sono stati denunciati per maltrattamenti e non per violenza, perché non ci sono segni di percosse. Però che cosa bisogna fare per rasare i capelli a zero a una ragazza, se non violentarla? Bisogna tenerla ferma. Bisogna tapparle la bocca se grida, per non attirare l’attenzione dei vicini. Bisogna cominciare prima con le forbici per disfarsi dei capelli lunghi, e poi passare alla macchinetta. Fatima, non vuoi metterti il velo perché vuoi mostrare i capelli? Allora tagliamo i capelli, così assomiglierai a un maschio. Se si riflette su come si suppone debbano essersi svolti i fatti, si ha un quadro in cui la vio – lenza psicologica sconfina in quella fisica: l’atto di tagliare i capelli è un atto concreto, che violenta la persona per come vuole apparire, e dunque, essere. Una violenza che non può essere inflitta a una ragazzina di 14 anni. Non in questo Paese.

Ringraziamo il cielo di essere nate occidentali

Giornate vissute all’insegna della precarietà, del nostro mondo violentato dall’islam, un affronto che ormai appartiene al quotidiano. Le misure di sicurezza decuplicate, al punto che quasi non le avvertiamo più, ci siamo abituati. La nostra salvezza cercata nel rifugio degli affetti, nel commentare con i vicini di casa, persino nello sguardo gentile di un signore che al posteggio dei taxi che tardano ad arrivare, può capitare di fare tardi per lavoro a tarda sera, ti cede il posto in coda dicendo «Vada lei signora, così poi non resta sola ad aspettare».

Già, gli uomini occidentali, i nostri uomini, quelli che la maggior parte delle donne attacca ogni giorno per partito preso, e non c’è neppure più bisogno di cavalcare la tigre femminista.
Quelli che alcune definiscono «stronzi» a prescindere, dimenticando tutti ipassi che abbiamo fatto insieme, loro quanto noi capaci di soffrire per i dolori della vita. Quelli che a volte hanno anche idolatrato le donne, vedi secoli di letteratura, dal dolce stil novo al romanticismo e pure con l’avvento del rock e del rap.

Coloro che vivono in parallelo con noi, e qualche volta si soffre, da ambedue le parti, nella ricerca di una comprensione, in nome dei sentimenti reciproci. Perché è questo che accade in una società democratica evoluta, nella parità dei rapporti Ira i sessi. Insomma, quella degli uomini occidentali.

Ed è riflettendo su di loro che ho scoperto una sensazione fantastica, una certezza da tradurre in ringraziamento a Dio, il nostro, e vale anche per quelle che sono atee. Quasi tutte
le mattine, con il caffè e il primo Tg, mi dico quanto sono stata fortunata a nascere occidentale. Da ragazzina a volte sognavo di essere rapita da uno sceicco arabo che mi portava via con lui in sella a un cavallo focoso. Musiche, veli, prolumi, gelsomini in giardini stile Alhambra.

Oggi quel mondo ha fatto spargere il sangue, il nostro, e ci ha aperto gli occhi: gli harem delle Mille e una notte furono luoghi di torture e vessazioni, per non parlare della realtà quotidiana di una qualsiasi donna musulmana, quelle che ormai incontri ogni giorno per strada, e non capisci che cosa ci sia in quegli occhi che spuntano dalla fessura del velo pesante, rassegnazione, mitezza, a volte persino sfida nei nostri confronti.

Un esempio da far venire la pelle d’oca, che ha aggiunto ragioni concrete al ringraziamento quotidiano: giovedì 23 marzo scorso, a “Piazza pulita” in onda su La7, la giornalista Sara Giudice ha intervistato a Bari tale Alfredo Mohammed, autotrasportatore, italiano convertito all’Islam integralista, di recente indagato perterro- rismo. Il quale, per concedere l’intervista, le ha imposto di indossare la hijab, di non truccarsi (a parte che non si sarebbe visto un tubo) e di non mettere il profumo. Il microfono che spuntava, in tutto quel nero, impugnato dalla giornalista era diventato il confine simbolico tra due mondi.

E lui le ha spiegato perché le mogli devono concedersi anche «fossero in un forno», che la verginità prima del matrimonio è un dovere assoluto, che il tradimento delle donne merita la pena di morte, che non ha nulla in contrario a dare in sposa sua figlia ancora quasi bambina, e che la sottoporrà a infibulazione così come è stato fatto a sua moglie. Alla quale ogni tanto dà qualche piccolo spintone, cosa da niente per carità, mica pesante, se non si ricorda di pregare al momento giusto.

Ecco, basta immaginare questa orrenda pratica, l’infibulazione, finalizzata a privare le donne del piacere in un rapporto sessuale, per constatare che l’inferno è in quel mondo, e visto che aumentano gli italiani convertiti, speriamo non tocchi alle nostre bimbe delle prossime generazioni subire un tale affronto. L’infibulazione ha vari gradi (le vittime non possono neppure urlare, la bocca viene sigillata e le gambe legate) può anche andare oltre l’asportazione del clitoride e coinvolgere le piccole e grandi labbra, e arrivare in certi casi alla cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro. Immaginate lo strazio, nei rapporti e nelle successive maternità. Non basta e avanza per ringraziare Dio ogni mattina di essere nate occidentali?

Riguardo all‘abbigliamento della donna musulmana, le fonti dell‘Islâm, il Corano e la Sunna, comportano molto chiaramente l‘obbligo di portare il velo. A questo proposito conviene ricordare che esistono due interpretazioni dei testi: l‘una considerante che la donna può mostrare il suo viso, l‘altra affermante che ella debba al contrario coprirlo. Non si tratta, quindi, di una tradizione culturale locale, bensì di insegnamenti derivanti dall‘Islâm. Oggi, un‘ampia polemica è nutrita attorno a questa seconda interpretazione, qualificata di estremista e integralista. Tuttavia, nel mondo musulmano, dai primi tempi dell‘Islâm, e fino ai nostri giorni, delle donne hanno applicato questi precetti senza che la loro fondatezza fosse messa in dubbio dai sapienti più autorevoli. A questo titolo, è il caso di fare le seguenti osservazioni: Innanzitutto, occorre assolutamente mettere da parte certe ―fatâwâ‖ (opinioni giuridiche) dei sapienti che sono condizionati dal potere. Le dichiarazioni dello Shaykh AtTantawi sul niqâb non sono accettabili, non più di quella, dello stesso autore, che tendeva a legittimare la costruzione di un muro tra l‘Egitto e Gaza. Secondariamente, l‘opinione di quelle donne e quegli uomini che si esprimono in nome dell‘Islâm senza disporre delle referenze e delle conoscenze sufficienti non può servire in alcun caso da argomento in questo dibattito. L‘origine musulmana di una deputata al Parlamento Italiano non ne fa la portavoce delle donne musulmane che desiderano semplicemente praticare la loro religione secondo le loro convinzioni.

In terzo luogo, infine, in uno Stato di diritto e secondo i princìpi della dichiarazione universale dei diritti dell‘uomo, un essere umano, foss‘anche musulmano, dovrebbe avere la possibilità di vivere la sua fede in tutta libertà. Alcune femministe incorrono in una contraddizione evidente quando si accaniscono contro il codice di abbigliamento della musulmana praticante e rispettosa delle ingiunzioni coraniche. Il loro discorso consiste nel dire alla musulmana: ―Tu sei libera di essere libera a modo mio!‖. Giudicate voi quale grado di arroganza e di vanità occorra avere per tenere simili discorsi. Che Allah benedica gli sforzi di nostra sorella Umm Yahyâ, così come tutte le donne e gli uomini che senza ipocrisia rivendicano che ciascuno possa, nel reciproco rispetto, beneficiare della propria libertà!

I non-musulmani, per lo più, considerano l’hijâb una “violenta imposizione” dell’uomo nei confronti della donna. Quando una Musulmana spiega loro che non si tratta di un obbligo “umano”, ma di un precetto divino chiaramente espresso nel Sublime Corano, e dettagliatamente spiegato nella Sunnah del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) gli occidentali dapprima restano ammutoliti, poi qualcuno di loro obietta, seguendo i suoi schemi mentali laici, che, in ogni caso, una legge religiosa non dovrebbe essere “imposta” per legge.

All’inizio delle battaglie condotte nei Paesi europei per il diritto di portare il velo a scuola, sulle fotografie dei documenti d’identità, in ufficio, ecc., le donne europee, culturalmente indotte a considerarsi libere solo se spogliate, attaccavano duramente le Musulmane per il loro hijâb, considerandole “schiave” del marito o del padre. Ma, dopo essere state smentite da innumerevoli sorelle, che spiegavano loro di aver scelto il velo, a volte anche contro il parere della loro famiglia, che magari non era religiosa (soprattutto nei casi delle migliaia di convertite!), le femministe più “furbe” hanno cambiato tattica. Ora dicono: “In quanto femminista (o: liberale, democratica, ecc.), sostengo il tuo diritto di portare il velo. Ma, se io rispetto questa scelta, tu non ritieni che le donne che non lo vogliono portare dovrebbero avere il diritto di NON indossarlo, anche in Paesi come l’Iran, l’Arabia Saudita, l’Afghanistan, dove invece l’hijâb è imposto per legge?”.

A questo punto, ci sono purtroppo tante sorelle che cadono nella trappola, difendendosi: “Sì, è vero, quei Paesi sbagliano… Chiunque ha il diritto di vestirsi come vuole…” Va detto, innanzitutto, che il Musulmano e la Musulmana hanno il dovere di presentare l’Islâm così com’è, e dal punto di vista islamico si commette un peccato gravissimo quando si cerca di occultare alcuni aspetti della religione solo per “rendere l’Islam accettabile” dal punto di vista dei non musulmani! Per esempio, vediamo ogni giorno fratelli musulmani che si affannano a negare che l’Islâm comprenda le pene corporali, come il taglio della mano per il ladro, la flagellazione per i fornicatori e la lapidazione per gli adulteri, ecc. Certamente, occorre spiegare che tali pene sono state istituite principalmente per far comprendere all’uomo la gravità di tali comportamenti (cioè a scopo dissuasivo), e bisogna far notare che esse devono essere applicate all’interno di una società islamica, nella quale l’individuo sia stato educato ai valori di giustizia e al pudore. Inoltre, occorre notare che le condizioni per l’applicazione di tali pene sono tali da rendere estremamente difficile l‘inflizione di queste punizioni. Detto questo, però, in quanto Musulmani abbiamo il dovere di dire che esse sono obbligatorie quando si presentino tutte le condizioni prescritte dalla Shari‗ah (la Legge Islamica).

Secondo la dottrina islamica, il Sublime Corano è la Parola di Allah trasmessa al Profeta Muhammad tramite l‘Angelo Jibrîl (Gabriele, su di lui la pace). Allah (SubhânaHu waTa‗ala) ha garantito ai destinatari del Messaggio Coranico (tutta l’umanità) la conservazione della integrità del testo nella sua formulazione originaria. A tal fine il Sublime Corano fu messo per iscritto tutto durante la vita del Profeta Muhammad (sallAllahu ‗alayhi waSallam), adoperandosi a questo scopo pietre e altri materiali, su cui venivano annotate le varie Sure. Il Testo Coranico venne inoltre imparato a memoria da un gran numero di Sahaba (radiAllahu ‗anhum), i Compagni del Profeta (sallAllahu ‗alayhi waSallam). Abu Bakr (radiAllahu ‗anhu), durante il suo Califfato, su suggerimento di ‘Umar (radiAllahu ‗anhu), ordinò allo scrivano-capo e segretario del Profeta (sallAllahu ‗alayhi waSallam), Zayd ibn Thabit (radiAllahu ‗anhu), di raccogliere in volume la Rivelazione. Questo volume rimase presso Abu Bakr (radiAllahu ‗anhu) fino alla morte e venne poi custodito dal secondo Califfo, ‘Umar ibn al-Khattab (radiAllahu ‗anhu). Alla morte di questi, il grande onore di divenirne la custode spettò alla Madre dei Credenti, vedova del Messaggero di Allah (sallAllahu ‗alayhi waSallam), Hafsah (radiAllahu ‗anha). Da questo originale conservato dalla Sposa del Profeta (sallAllahu ‗alayhi waSallam), il terzo Califfo, ‘Uthman ibn ‘Affan (che Allah sia soddisfatto di lui), fece redigere un certo numero di copie conformi all’originale, ciascuna delle quali venne mandata ad un capoluogo delle province del Califfato. Da ciascuna di quelle copie conformi all’originale vennero redatte altre copie, ognuna delle quali ricevette l’autenticazione della sua conformità alla prima copia ufficiale dell’originale fatta redigere da ‘Uthman (radiAllahu ‗anhu). In tutte le copie, fino ad oggi, esiste la certificazione della conformità di tutte le copie precedenti fino a quella redatta da Zayd ibn Thabit (radiAllahu ‗anhu) sulla base dei documenti e delle testimonianze risalenti alle singole occasioni della discesa delle Rivelazioni Coraniche al Profeta Muhammad (sallAllahu ‗alayhi waSallam). Ma ciò che è più importante è che il testo completo della Rivelazione ha sempre continuato e continua ad essere imparato interamente a memoria da migliaia e migliaia di Musulmani in tutto il mondo, gli Huffâz (―custodi‖ del Corano). Il Testo Coranico è stato conservato con religiosa meticolosità poiché esso è il testo della Guida Divina per l’umanità in tutti i luoghi e in tutti i tempi a venire2. È dunque dovere di ogni Musulmano conformarsi ad ogni singolo ordine contenuto nel Libro di Allah.

Anche nel caso dell’hijâb, il musulmano non deve cadere nella trappola della mentalità occidentale, secondo cui ognuno avrebbe “il diritto di fare quello che gli pare”, prima di tutto perché nell’Islam non è così, e poi facendo notare che anche in occidente non è affatto così. Per quanto riguarda l’Islâm, un Musulmano non può, per dimostrarsi “aperto”, incoraggiare i suoi fratelli e sorelle ad ignorare un preciso precetto coranico. Per i nonmusulmani, portare o no il velo è “lo stesso”. Un Musulmano invece deve spiegare che, all’interno di una società islamica, è normale che i valori dell’Islâm (e tra questi il pudore) siano tutelati. Quando, poi, si parla di “libera scelta”, dobbiamo sottolineare che in Italia, per esempio, nessuno può andare completamente nudo per la strada (anche se ci manca poco).

Se una donna andasse in topless davanti a Montecitorio, verrebbe sicuramente fermata dai carabinieri e sarebbe considerata folle. Che poi sulla spiaggia le donne siano quasi tutte in topless, significa solo che il senso del pudore in questo paese è mutevole, infatti, se guardiamo all’Italia di cinquant’anni fa, le donne erano più coperte di adesso. I non-musulmani ritengono che i costumi si “evolvano” con il passare del tempo, ma le donne occidentali, in realtà, vanno in giro seminude da meno di un secolo. Insieme al pudore l’occidente ha perso anche tanti altri valori morali, ed è per questo che oggi in occidente vengono ritenuti “normali” l’adulterio, l’omosessualità, la nascita di figli illegittimi, ecc., mentre mezzo secolo fa tutto ciò era reato.

E la legislazione si “adegua”. Ma la Legge di Allah (Gloria a Lui, l‘Altissimo) non si deve adeguare a questa anarchia. Ciò prova una volta di più che in un Paese Islamico, dove il senso del pudore è ancora presente (ringraziando Allah), le donne, naturalmente, siano velate. Per tutelare la loro morale, i Paesi Islamici hanno il dovere di educare la popolazione ai valori dell’Islam, promuovendo un ritorno alla Fede (Imân), per mezzo della quale per le donne sarà naturale portare il velo, così come fare la preghiera e il digiuno del Ramadan. Purtroppo, in molti Paesi l’occidentalizzazione dei costumi imposta dal colonialismo prima e dal “colonialismo pseudo-culturale” poi, ha fatto sì che tante persone non abbiano più un’identità islamica, anzi qualche volta non abbiano proprio più nessuna identità, non essendo più Musulmani praticanti, ma al tempo stesso non potendosi trasformare in “occidentali”.

Quelle Musulmane che hanno veramente capito il valore dell’hijâb, tra le quali quelle sorelle convertite o quelle donne arabe che si sono velate in occidente (e che a casa loro non avevano mai avuto un’educazione islamica) inshaAllah non devono stancarsi di fare ogni sforzo possibile per difendere l’hijâb, che è un bellissimo aspetto della nostra religione, da tutti gli attacchi dei nemici dell‘Islam. Per quanto riguarda il niqâb (velo che copre il viso), prima di tutto non è imposto in nessun Paese. Chi ha avuto la grazia di recarsi all’Hajj (Pellegrinaggio a Makkah), avrà visto che le donne saudite si velano completamente, ma questo è assolutamente normale, non significa per forza che venga loro imposto dal marito o dal padre. Infatti, anche in Arabia Saudita vi sono donne col semplice foulard, e nessuno le obbliga a coprire il viso. La maggioranza lo fa perché è stata educata in un contesto islamico. Anche in Afghanistan, non è mai stato obbligatorio il burqâ‘!

Queste sono le solite menzogne della stampa antiislamica. E la prova sta nel fatto che, alla TV, anche prima della guerra, abbiamo visto donne occidentali  (giornaliste, e anche alcune detenute) che portavano un semplice foulard (con le ciocche di capelli che uscivano da tutte le parti!) e nessun Taliban le ha picchiate o frustate nella strada, come vorrebbero far credere quei campioni della democrazia pronti a salvare le afghane della schiavitù del burqâ‘… a suon di bombe! In un articolo su Repubblica, pubblicato all‘inizio della guerra contro l‘Afghanistan, una giornalista si stupiva di aver visto un documentario in cui una sua collega era entrata in Afghanistan con un paio di pantaloni e un semplice foulard, senza essere neanche fermata dai Talibani…

La giornalista faceva notare che le sembrava molto più credibile il film di un regista iraniano che mostrava le donne afghane prigioniere forzate del burqâ‘… Ma se i non-musulmani sono abituati a farsi indottrinare dalla fiction, almeno noi Musulmani cerchiamo di salvarci da questa trappola!!! Inoltre, perché oggi si parla tanto del burqâ‘, quando le donne afghane l’hanno sempre indossato?… Anche sotto l’occupazione sovietica, anche quando i russi cercavano di imporre l’ateismo, le afghane non hanno abbandonato il loro pudore, e sono state ben poche quelle che hanno accettato di svelarsi, nonostante l’oppressione. E poi, se fosse vero che sono i Talibani ad imporre il burqa‘, come mai le donne filmate nei campi profughi nei Paesi confinanti lo portavano ancora?… Non erano forse sfuggite ai fanatici oscurantisti? E come mai anche sotto l‘attuale governo fantoccio imposto dagli Usa le donne afghane sono sempre coperte, esattamente come prima? Qualche giornalista, evidentemente incapace anche solo di immaginare che vi siano donne che la pensano, semplicemente, diversamente da lei, ha addirittura adombrato che quelle donne che portano l‘hijâb o il niqâb in Pakistan (senza alcun ―obbligo‖ imposto dallo Stato) lo fanno solo perché “a furia di vivere imprigionate, alla fine ci si abitua”… Signore femministe, anch’io penso che voi siate imprigionate, prima di tutto dai vostri pregiudizi.

La maggior parte delle giornaliste che mi è capitato di incontrare non sapeva nulla dell’hijâb. Non hanno mai nemmeno letto il Sublime Corano, eppure si dicono pronte a “salvare” le povere donne Musulmane dalla “schiavitù del velo”. Grazie mille, non abbiamo bisogno del vostro interessamento ipocrita. Noi ringraziamo ogni giorno il nostro Creatore per averci chiamato all’Islam e Gli chiediamo di guidarci sempre sulla Retta Via. Gli chiediamo di farci praticare l’Islâm così come ci è stato comandato da Lui (che Egli sia Esaltato), e come ci è stato trasmesso dal Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e dai Sahabah (i Compagni del Profeta, che Allah sia compiaciuto di tutti loro) e non nella versione “annacquata” che piacerebbe ai non musulmani.

Inoltre, vorremmo sapere da queste campionesse della democrazia, pronte a “difendere il diritto di scelta”, come mai non vanno a protestare contro il governo tunisino che opprime le nostre sorelle impedendo loro di indossare anche un semplice fazzolettino. Forse non sanno che le nostre sorelle musulmane in Tunisia vengono regolarmente perquisite, picchiate, violentate?… Anche queste cose sono riportate nei rapporti di Amnesty International, ma evidentemente non interessano alle signore femministe… Anche le diverse interpretazioni giuridiche riguardo al niqâb vengono abilmente strumentalizzate dai nemici dell‘Islam, e purtroppo vediamo che tante sorelle cadono con tutti e due i piedi nella trappola… Avendo infatti dovuto constatare la presenza di sempre più Musulmane velate, alcuni cosiddetti intellettuali hanno cominciato a dire (e a scrivere sui libri) che il foulard sarebbe “accettabile” (perché ormai disperano di sconfiggerlo!), ma il niqâb sarebbe “esagerato”…

Cercano in tutti i modi di creare attrito tra le sorelle che coprono il viso e quelle che non lo fanno, così come prima cercavano di far apparire “integraliste” le sorelle col foulard agli occhi delle cosiddette “arabe moderne” in minigonna… A parte il fatto che non sono i non musulmani a dover decidere cosa sia islamico e cosa no, è incredibile che vi siano Musulmani che arrivano ad “attaccare” le sorelle che si coprono completamente, sostenendo che esse fanno paura, che rendono inaccettabile l’Islam agli occhi dei miscredenti che andrebbero ―avvicinati con diplomazia‖, ecc.

Se il discorso dell’hijâb venisse spiegato serenamente, se la campagna massmediatica contro il velo finisse, nessuno avrebbe paura del niqâb. La paura è indotta dalla campagna d’odio della stampa che associa sempre il velo sul viso al “terrorismo”, mentre si tratta semplicemente di uno dei tantissimi aspetti della nostra pratica religiosa. Un secolo fa, in tutti i Paesi Islamici, le donne uscivano normalmente di casa completamente velate… Sono stati i colonialisti a combattere prima il velo integrale, per poi via via spingere le Musulmane a scoprirsi sempre di più. Anche accettando l’opinione giuridica che considera la copertura del viso non obbligatoria, ma semplicemente raccomandata, come si può combattere il niqâb? Anche la preghiera della notte non è obbligatoria, ma semplicemente raccomandata. Avete mai visto qualcuno criticare chi prega la notte? No. Infatti sarebbe assurdo. Anche combattere il niqâb è assurdo.

One comment

  1. Mi sembra che si faccia troppa retorica su tutto questo, la soluzione sarebbe semplice, il cittadino extracomunitario ( e non parlo di religione ) che non rispetta le nostre leggi, deve essere espulso.

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