Maria Elena Boschi e Laura Boldrini al funerale di Totò Riina? Fake news diventa virale

L’immagine, diffusa su Facebook, mostrerebbe alcuni esponenti politici di governo e parlamento al funerale di Totò Riina. Peccato che il funerale pubblico del Capo dei Capi non si sia mai svolto e che quella foto risalga alle esequie di Emmanuel Namdi, il migrante nigeriano ucciso a sprangate a Fermo lo scorso anno.

Sta facendo il giro del Web la foto che mostra la presidente della Camera Laura Boldrini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi e i parlamentari David Sassoli e Francesco Verducci ai funerali di Totò Riina, ma quell’immagine è – ovviamente – assolutamente falsa. Nonostante tutti i giornali abbiano riportato per giorni la notizia relativa al diniego dei pubblici funerali per il boss di Cosa Nostra morto pochi giorni fa, la fotografia che mostrava alcuni esponenti del Parlamento e del Governo in carica partecipare all’ultimo saluto al Capo dei Capi è stata percepita come veritiera da moltissimi utenti, che si sono scagliati con epiteti irripetibili contro gli esponenti politici ritratti in foto.

La bufala è stata diffusa da un contatto Facebook di nome Mario De Luise, recante tra le immagini del profilo il simbolo del Movimento 5 Stelle e in bacheca decine e decine di condivisioni di notizie false su argomenti di qualsiasi titpo. La falsa fotografia, che in realtà risale ai funeralidi Emmanuel Chidi Namdi, il migrante nigeriano ucciso a sprangate a Fermo la scorsa estate sotto gli occhi della moglie, ha totalizzato oltre 1600 condivisioni nel giro di pochissime ore e rimbalzando di profilo in profilo, è finita davanti agli occhi di numerosi esponenti del Pd e della stessa Maria Elena Boschi.

“Guardate questo profilo, spero falso. Guardate questa schifezza.  Persone che hanno il simbolo dei Cinque Stelle nel profilo arrivano a scrivere questa enorme e assurda vergogna.  Io credo che si debba dire basta alle fake news, all’odio, alle falsità. Sono mesi che subisco e subiamo di tutto, ma qui si passa il limite.  Tirano in ballo persino il capo della mafia contro di noi. È ora di dire basta, basta, basta alle falsità e allo squallore. C’è gente che crede a queste assurdità. Dobbiamo difendere la verità”, ha commentato il sottosegretario Boschi, smentendo l’ovvia bufala.

Perchè sporcare con la verità un così bel racconto?…» ironizzava il Pulitzer Bob Woodward. Il quale riteneva che nel giornalismo – sin dai tempi delle Hoax, i reportage/ frottola del cronista Mark Twain- la verità assoluta non esistesse; e che, al massimo, il giornalista potesse impegnarsi nella «miglior versione possibile della verità». Woodward non conosceva il network di Giancarlo Colono.
Colono è titolare della Web365, azienda a conduzione familiare composta da sei persone più un team di giornalistiper diffondere in maniera deliberata bufale, notizie copiate e disinformazione. Un vero network di 170 domini Internet e diverse pagine che fa i soldi spacciando per notizie le bufale, i pezzi di carattere religioso oppure post che puntano sul sensazionalismo anti immigrati e sul clickbai- ting, (la tecnica di costruire titoli sensazionali- stici per attrarre clic dagli utenti). Un’inchiesta di BuzzFed ha smascherato il business. Ma ha anche illuminato la fragilità di noi paladini della libera stampa. Solo l’altro giorno, autorevoli testate nazionali sono cascate nell’inganno della bambina islamica picchiata dal padre e nella cancellazione totale della Domenica in delle Parodi. Non c’è da puntare il ditino, ci saremmo potuti cascare tutti. Il filosofo Maurizio Ferraris nel saggio Postverità e altri enigmi (Il Mulino) ritiene che la predisposizione all’informazione striata di menzogna sia «un’emergenza che definisce una caratteristica essenziale del mondo contemporaneo: l’alleanza tra la potenza modernissima del web e il più antico desiderio umano, quello di aver ragione a tutti i costi». Infatti, Ferraris ha ragione.

Certo, noi tutti cronisti di mezz’età, l’ultima generazione cresciuta sul sudore da suole di scarpe e sul riscontro quasi ossessivo delle fonti, potremmo chiudere il discorso imputando l’omesso controllo ai colleghi più giovani inchiodati al desk e alle fatiche del copia- e incolla. Ma sarebbe una soluzione semplicistica al problema. La colpa è molto più diffusa. Ed è vero che le fake news, le bufale, sono sempre esistite. Io stesso, nel 1998, ad una Mostra del Cinema di Venezia lanciai nel deserto di notizie, una fake con la complicità dei colleghi delle agenzie di stampa, su una presunta associazione pseudo religiosa di maschilisti che voleva mettere a ferro e fuoco il Lido per l’eccessiva presenza di attrice donne. L’associazione Ri. Ma., Rifondazione maschilista, esisteva (ne facevo parte); ma non aveva la minima intenzione di fare dichiarazioni bellicose.

Ricordo che quella sòla fu ripresa da tutti i quotidiani nazionali;il Tg2 ci aprì perfino il suo approfondimento. Quella goliardata, oggi , è caduta in prescrizione, ma le redazioni potevano evitarla. Oggi è diverso. Oggi vige il “giornalismo a rete” (definizione di Charlie Beckett): chiunque può accedere a molte fonti di informazione e allo stesso tempo «creare un contenuto informativo con bassi costi e alte potenzialità di distribuzione». Le fake sono un’industria, il fenomeno oramai è incontrollabile. Chi usa notizie false per influenzare le opinioni politiche o per motivi commerciali può, per esempio, contare sull’ «effetto-bolla» dei social network;e Facebook e Google News impaginano le notizie in una modalità omogenea, uguale sia per il Washington Post che per i siti terribili, appunto, di Giancarlo Colono. Quindi la capacità di controllo delle fonti da parte di noi giornalisti è messa a durissima prova.

E molti di noi si rendono complici involontari disinformazione, cioè di condivisione di informazioni false. Altro problema è che i giovani colleghi, privati della consuetudine all’inviatura e inchiodati al pc in un’impaginazione talora ai limiti delle catatonia, sempre più spesso difettano di capacità di factchecking, di controllo immediato dei fatti (figuriamoci, non lo facciamo più, ormai demoralizzati, noi vecchi). Tutto questo ci porta ad un concetto di verità molto più lasco di quello di Bob Wooward…

LOTTA ALLE FAKE NEWS

Picchi ha aperto i lavori spiegando come il Centro Studi Machiavelli miri a produrre idee utili a una piattaforma di governo alternativa, di centro-Destra, che riporti al centro i cittadini. Il tema delle “fake news” è attuale e delicato; questo convegno fornisce elementi di riflessione all’opinione pubblica e in particolare ai legislatori, affinché non cadano nel tranello della censura. Di particolare rilievo è la presenza nel panel di un rappresentante di “Breitbart”, unica grande testata che ha sostenuto Donald Trump nella sua campagna elettorale ma è stata accusata di produrre o rilanciare fake news: questa è l’occasione per sentire la difesa dei diretti interessati.

Dario Citati – Il tema delle fake news, ha spiegato nella sua introduzione il rappresentante del centro Studi Machiavelli Dario Citati, coinvolge numerosi temi, come la libertà d’opinione, espressione e informazione nell’era di Internet. Sospetta è la tempistica con cui viene lanciato l’allarme circa la “post-verità”, dal momento che le false notizie non sono certo nate con Internet o con Trump. La disinformazione è sempre stata una strumento di propaganda o persino guerra, come ci rammenta il più eclatante caso di fake news della storia recente, quello riguardo all’inesistente arsenale di armi chimiche dell’Iraq. Nessuno ha però mai pensato a misure punitive o censorie per chi diffuse quella falsa notizia. L’emergenza fake news è stata proclamata solo dopo l’elezione alla Presidenza degli Usa di Donald Trump. Da allora è cominciata la sua delegittimazione, imputandone l’elezione all’ingerenza della Russia e all’influenza di false notizie. Particolarmente pericolosa è l’estensione del concetto di fake news al hate speech, o incitamento all’odio, che è categoria arbitraria la quale si presta a strumentalizzazioni per censurare opinioni minoritarie.

È altresì vero che esiste un problema di circolazione di false notizie, rispetto al quale bisognerebbe però interrogarsi sulla credulità e carenza di senso critico in una parte cospicua dell’opinione pubblica. Nella società post-moderna si è decretato che non esistano verità oggettive ma solo interpretazioni e punti di vista. Questa abdicazione dalla logica, dal rigore analitico, dai criteri di razionalità plasma le fattezze della coscienza collettiva, di cui le fake news in Rete fanno da specchio. Cornice di questo specchio sono i social network, che spesso da strumenti neutri di comunicazione si trasformano in tornei di narcisismo e sensazionalismo in cui solo metro di valore sono i like.

Misure coercitive finirebbero col delimitare il campo delle opinioni legittime in base alle preferenze della classe dirigente di turno; il contrasto alle “bufale” andrebbe invece impostato a partire dall’istruzione. L’unico filtro per discernere se una notizia sia vera o falsa, distorta o attendibile, può essere solo il senso critico dell’individuo. Questo deve prima di tutto distinguere tra fatti e opinioni, e non avere paura delle opinioni anche se molto distanti dalle proprie, nella consapevolezza che il dibattito dà un contributo importante alla ricerca della verità.

Thomas D. Williams – Il rapporto tra giornalismo e verità è il tema dell’intervento di Thomas D. Williams, corrispondente a Roma della testata americana “Breitbart”.
Le fake news sono notizie prive di fondamento, il cui oggetto non ha rapporto con la verità. Esse possono assumere cinque forme. La prima è quella classica dei tabloid: chi legge simili testate cerca volontariamente notizie sensazionali anche se non vere, e chi le produce sa di mentire. I social media hanno ingigantito questa dimensione. La seconda forma è quella delle notizie satiriche prese per veritiere. La terza forma è la misinformazione, ossia la diffusione di notizie errate ma senza malizia, senza la volontà di ingannare il pubblico.

La quarta forma sono le notizie fondate nella realtà ma riportate in modo ingannevole e tendenzioso. Rientrano in questa categoria anche pratiche comuni, come quella di selezionare quale portavoce di una posizione sgradita un personaggio poco presentabile, oppure suggerire come se fossero conclamate caratterizzazioni in realtà controverse (è il caso della falsa accusa di razzismo comunemente rivolta a Steve Bannon). la quinta e ultima forma è quella che si manifesta laddove l’interpretazione o spiegazione di un fatto siano fonte di controversia.

Il gruppo che nutre un’idea diversa da quella maggioritaria viene delegittimato e fatto oggetto di etichette denigratorie. Sebbene il buon giornalismo debba cercare di attenersi costantemente ai fatti, c’è una dimensione soggettiva che è inestirpabile. L’imparzialità del giudizio è un ideale che non si manifesta mai nella realtà, dove pesano i valori, la visione del mondo e i pregiudizi del giornalista. Non è accettabile l’ipotesi che esistano media davvero imparziali e oggettivi.

La soggettività nei media si può manifestare in vari modi. Il primo è la selezione delle storie che vengono riportate al pubblico, e con maggiore o minore rilievo. Il secondo è l’inquadramento della storia, che cosa viene sottolineato di una notizia e da che prospettiva. Il terzo è la scelta dei titoli, che riassumono l’articolo non sempre in maniera fedele, ma sono spesso letti al posto dell’articolo completo. Il quarto è rappresentato dalle opinioni che sono poste a priori, come assiomi dell’articolo, alla stregua di verità condivise da tutti (ad esempio, parlare sempre e solo dei “pericoli” della Brexit ma mai dei benefici).

Il quinto è la selezione dei dati, essendo impossibile citare sempre tutti quelli inerenti una notizia. Il sesto è la selezione delle immagini, che costituscono una forma di comunicazione non verbale. Il settimo è il tono che si manifesta nelle parole utilizzate, che recano con sé implicazioni implicite (ad esempio l’abuso del suffisso “-fobia” per trattare come patologiche e irrazionali quelle che sono semplici opinioni diverse).

Come si combatte dunque il problema delle fake news, tra l’altro di così difficile definizione? La censura è la soluzione apparentemente più facile, ma solleva l’enorme problema di chi giudicherà la verità delle notizie. La storia insegna come la censura sia sovente utilizzata come arma contro i nemici. L’intento censorio palesa inoltre paternalismo e sfiducia verso le capacità critiche dei cittadini: ma se questo è il reale problema, allora la vera soluzione va trovata nell’educazione. Bisogna coltivare il senso critico ma custodire gelosamente la libertà d’espressione, basilare in una democrazia.

Piero Vietti – Oggi in tanti giornali liberal, nota il caporedattore del “Foglio” Piero Vietti, si osserva un grande fermento attorno all’idea di verità. Testate come BBC o “New York Times” hanno recentemente inserito la parola “verità” nei loro claim. Frastornate- dall’imprevista vittoria di Trump, si fanno paladine della verità testate che dell’essere schierate ideologicamente avevano fatto il proprio marchio di fabbrica.

Il presupposto da cui bisogna partire è che i giornali non raccontano la verità. Arriviamo da decenni in cui la filosofia è esplosa in un’apoteosi di post-modernismo, la concezione secondo cui è fallito ogni tentativo di ergere la ragione a garante della verità. Non esistono i fatti ma solo le interpretazioni, e per anni si è spiegato che ciò era una cosa buona; parlare di “verità” o “realtà” era indice di autoritarismo e violenza. Tutto il pensiero moderno è immerso nell’ arbitrarietà dell ’ interpretazione. Improvvisamente, però, la verità è tornata di moda. Oggi il “New York Times” si appella, addirittura, a una verità che non può essere interpretata. Il paradosso è esemplificato dalle ultime due copertine di “Time”: la prima esalta il superamento degli schemi sessuali, la proliferazione di generi e continua mutevolezza secondo l’auto-percezione individuale, la libera interpretazione della realtà; la seconda si chiede preoccupata se la verità sia morta, uccisa da Donald Trump che fa circolare interpretazioni dei fatti. Nel giro di una settimana, il “Time” prima nega l’esistenza di una verità oggettiva e poi la rivendica.

La recente esaltazione della verità porta a un nuovo determinismo: non ci sono più interpretazioni ma solo fatti (meglio se prevedibili coi “big data”, quindi definibili da un algoritmo). Eppure la storia del giornalismo è una storia di notizie tendenziose per confermare i pregiudizi di chi legge (spesso creati in origine dal giornale stesso). Anche oggi le fake news finiscono nella casistica del confirmation bias. Esse si rivolgono a chi già condivide le conclusioni cui tendono, ma non fanno cambiare idea a nessuno. Le fake news non sono in grado di cambiare l’idea dell’opinione pubblica né tanto meno di determinare il risultato di un’elezione.
Bisogna credere nella possibilità di conoscere la realtà, ma avendo un metodo per farlo. La realtà “grezza” dice poco. Per capire una notizia bisogna essere realisti, ragionevoli e morali: guardare la cosa per ciò che è e senza tralasciarne alcun aspetto (compreso il quadro contestuale).

“Fake news”, algoritmi, Facebook e noi di Marco Nurra

La settimana scorsa l’ideatore di Google News ha proposto in un post pubblicato su Medium un metodo per affrontare il problema della diffusione virale delle cosiddette ‘fake news’. Secondo Krishna Bharat, i social media dovrebbero adottare un approccio misto, che combini le segnalazioni degli utenti, l’uso di algoritmi, il machine learning e l’intervento umano (quindi editoriale), per individuare le storie potenzialmente false e intervenire prima che esse diventino virali. Concretamente: se Facebook dovesse decidere di agire editorialmente su tutte le ‘fake news’ che superano la soglia delle 10mila condivisioni, scrive Bharat, dovrebbe iniziare ad analizzare le notizie segnalate dagli utenti che abbiano più di mille condivisioni. In questo modo i suoi “editor” avrebbero il tempo di esaminare la notizia e decidere se e come intervenire.

Una sorta di giornalismo preventivo

Ricorrendo a un caso ormai celebre, il creatore di Google News ricorda la storia del falso endorsement di Papa Francesco a Donald Trump durante la campagna elettorale americana. Un sistema automatizzato attraverso algoritmi sarebbe stato in grado individuare la bufala a partire dalla sua pubblicazione su alcune fonti riconosciute come controverse. Allo stesso tempo, avrebbe selezionato le parole chiave (in questo caso “Papa”, “Trump”, “endorsement”) che gli avrebbero permesso di seguirne l’evoluzione dentro e fuori dal social network e di creare una sorta di contenitore di articoli, in modo da avere un controllo completo sulla copertura della “notizia” e conoscere sia le fonti che l’hanno pubblicata che le pagine che l’hanno diffusa. Bharat precisa che questo tipo di selezione, conosciuta col nome di “document clustering”, non è tecnicamente complessa ed è già utilizzata con successo da Google News e Bing News per raggruppare articoli di diverse fonti sulla stessa storia. Una volta raccolti questi dati e stabilito il potenziale virale della notizia “sospetta”, l’algoritmo avrebbe passato la palla a una squadra di “esseri umani” che avrebbero dovuto stabilire se l’endorsement del Papa a Trump era una ‘fake news’. Il team editoriale che ha in mente Bharat avrebbe verificato la veridicità della notizia mettendosi in contatto con i diretti interessati (ufficio stampa del Vaticano, in questo caso) o contrastando la notizia con altre fonti (ritenute affidabili). In altre parole, dopo che l’algoritmo ha determinato la necessità dell’intervento editoriale, si tratta di un lavoro essenzialmente giornalistico. Una volta accertato che il Papa non aveva fatto nessun endorsement a Trump, e avendo sottomano tutte le informazioni per prevedere la diffusione virale della notizia, il team di Facebook avrebbe potuto segnalare come ‘fake news’ tutti gli articoli che riportavano quella storia. La tempestività dell’intervento, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe limitato la diffusione a macchia d’olio della bufala (anche se, è bene precisare, la bufala dell’endorsement a Trump da parte del Papa è stata resa famosa più dagli articoli che affrontano la questione delle ‘fake news’, che dalle persone che l’hanno effettivamente condivisa credendola vera). La soluzione di Krishna Bharat presenta caratteristiche molto simili all’attuale sistema di verifica dei contenuti che Facebook ha esternalizzato ad ABC News, Associated Press, FactCheck.org, Politifact e Snopes, responsabili del ‘fact checking’ sulle notizie che superano una certa soglia di segnalazioni da parte della community. Potremmo quindi dire che si tratta di un’evoluzione della situazione attuale, partendo però da una visione diversa del ruolo di Facebook. La differenza sostanziale sta nel maggior coinvolgimento editoriale del social network e, per quanto pragmatica, questa idea presenta alcune criticità.

Facebook e l’intervento umano: un anno di controversie

Fino a oggi Facebook ha cercato di limitare il più possibile l’intervento umano per tutelare la presunta neutralità della piattaforma. Salvo alcune occasioni che hanno richiesto una presa di posizione della compagnia in un senso o nell’altro. E quelle occasioni hanno puntualmente riacceso un dibattito che conosciamo bene: Facebook è o non è un editore? Nonostante la piattaforma abbia ribadito in diverse occasioni il suo status di compagnia tecnologica e non editoriale (non crea contenuti, non commissiona contenuti specifici, ma offre una piattaforma agli utenti per esprimersi), molti attribuiscono un potere editoriale alle decisioni che Mark Zuckerberg ha dovuto prendere negli ultimi mesi. A maggio del 2016, prima che il problema delle notizie false sui social diventasse uno degli argomenti centrali del dibattito giornalistico e politico, Facebook si è ritrovato al centro della polemica per aver influenzato in maniera editoriale la sua sezione di “trending news”. Per chi non lo ricordasse, grazie alla testimonianza anonima di alcuni ex impiegati della compagnia, il sito di notizie tecnologiche Gizmodo aveva rivelato che la sezione “Trending” non era uno strumento totalmente automatizzato, ma si serviva di un team di giornalisti per filtrare gli argomenti più rilevanti. Questo filtro umano, secondo le accuse, avrebbe privilegiato le notizie progressiste a danno di quelle repubblicane. L’effetto immediato della polemica ha fatto sì che il controllo della sezione tornasse a essere automatizzato, sotto la supervisione (minima) di una nuova squadra composta principalmente dagli ingegneri che avevano curato l’algoritmo. L’esordio di questa soluzione “non-giornalistica” è stato disastroso: in diverse occasioni le bufale hanno scalato la classifica degli argomenti più discussi, evidenziando la complessità del problema e l’importanza di un controllo umano. Soprattutto se consideriamo che lo scopo della sezione “Trending” dovrebbe essere prettamente informativo. Il dibattito sulla convenienza o meno di lasciare nelle mani di un algoritmo (quindi senza filtro umano) la curation delle notizie è da allora evoluto verso aspetti che inizialmente non erano stati presi in considerazione. Se appena un anno fa, l’oggetto del contendere era la sezione dei trending topic, oggi al centro di questa discussione troviamo tutti i contenuti condivisi sulla piattaforma. C’è stato un episodio a settembre 2016, di cui abbiamo scritto su Valigia Blu, che potremmo considerare il punto di svolta nel dibattito: la censura dal social network della fotografia storica di Associated Press—vincitrice di un premio Pulitzer—che mostra una bambina vietnamita di 9 anni nuda in fuga assieme ad altri bambini dopo l’esplosione di una bomba al napalm.
Dopo qualche giorno, Facebook ha ripristinato la foto per via della sua importanza storica, ma in un primo momento la compagnia aveva giustificato la sua rimozione reiterata appellandosi alle linee guida sui contenuti e al funzionamento tecnico della piattaforma. L’algoritmo, non avendo gli strumenti per riconoscere il valore giornalistico e storico di quello scatto, aveva identificato la foto come il nudo di un minore e l’aveva quindi rimossa. Rispondendo al giornale norvegese che aveva sollevato la questione, un portavoce di Facebook aveva dichiarato: «Se da una parte riconosciamo che la foto è iconica, rimane difficile stabilire quando si dovrebbe o non si dovrebbe pubblicare una foto di una bambina nuda». Si riferiva a una difficoltà tecnica: quella di creare un algoritmo capace di valutare caso per caso. E prendere una decisione. Ecco perché, in quei giorni, molti giornalisti del settore hanno avanzato come soluzione un filtro umano di tipo editoriale, o almeno la presenza di un public editor nella compagnia, una figura responsabile a cui rivolgersi in situazioni come queste.

Ed ecco perché, sempre in seguito a quell’episodio, molti hanno iniziato a identificare Facebook come una media company, a prescindere da cosa sostenesse il suo creatore.
È durante la campagna elettorale americana, però, che i giornalisti americani hanno scoperto l’esistenza delle ‘fake news’ (un concetto che risale al 1925, non proprio una novità). Secondo alcuni, le bufale su Facebook sarebbero addirittura la causa della vittoria di Trump. Poco importa se questa affermazione non trova nessun riscontro nei dati. Da quel momento in poi, le notizie false sono diventate la principale preoccupazione di giornalisti e politici che vorrebbero addirittura intervenire per via legislativa. Molte testate hanno spiegato queste problematiche in una maniera approssimativa e semplicista, riducendo la complessità del fenomeno, insistendo sugli aspetti sensazionalistici non dimostrati e diffondendo allarmismo: l’esatto contrario di quello che dovrebbe fare il buon giornalismo. Il “problema delle fake news” è esso stesso ‘fake news’. Lo è nella misura in cui, invece di cercare dati a sostegno di una tesi, si decide piuttosto di alimentare una narrazione basata sull’approssimazione e sul pregiudizio. Dall’elezione di Trump a oggi, Facebook ha implementato diverse soluzioni, tecnologiche e non, per frenare la diffusione delle notizie false, insistendo però sul suo ruolo di piattaforma e quindi sulla sua posizione neutrale rispetto alle notizie condivise dai suoi utenti. “Facebook non vuole essere l’arbitro del vero e del falso”, è stato detto in diverse occasioni.

Le criticità di un maggior coinvolgimento editoriale di Facebook

Un sistema di controllo come quello proposto obbligherebbe il social network a creare innanzitutto un database (pubblico?) di fonti affidabili e non: una scelta di per sé sufficiente per occupare il posto vacante (almeno nelle democrazie) di “arbitro del vero e del falso”. Altra perplessità che riguarda la selezione delle fonti è il criterio da seguire per giudicare l’affidabilità di una testata. Tutti i media mainstream sono affidabili? E lo sono sempre a prescindere? È una selezione che verrà aggiornata costantemente? Chi è responsabile di questa selezione? Pensiamo all’Italia: è Libero una fonte affidabile per il solo fatto di essere una testata registrata? Questo è chiaramente un esempio limite, ma potremmo interrogarci anche sulla reputazione dei giornali nazionali più venduti che prendono quotidianamente “dalla rete” video e notizie non verificate con l’obiettivo di massimizzare i click dei lettori. Inoltre, se si decide di considerare come fonti affidabili solo i ‘media mainstream’, questo sistema non sarebbe in grado di individuare le ‘fake news’ che si propagano attraverso quegli stessi media. Il suo raggio d’azione sarebbe limitato a una tipologia molto precisa di bufale: quelle che non appaiono sui giornali e che vengono pubblicate solo da siti considerati sospetti in partenza. Nei fatti non sarebbe una soluzione orientata a ostacolare le notizie false in quanto tali, ma un modo di restituire ai media il monopolio sulla ‘fake news’ che tanto sembrano rimpiangere. È anche un problema di definizione: si fa presto a dire ‘fake news’, ma la disinformazione più pericolosa è quella che coinvolge i media mainstream e la politica. Un altro aspetto problematico sarebbero poi le scelte editoriali. Sebbene l’intervento umano sembra acquisire sempre maggior importanza, soprattutto dopo l’annuncio di Mark Zuckerberg di aver assunto 3mila persone per controllare che i contenuti trasmessi con Facebook Live rispettino la policy (in questo caso le notizie false non c’entrano nulla), ci potremmo interrogare su quanto sia auspicabile un Facebook che funzioni più come editore che come piattaforma. Se Facebook dovesse decidere di rispondere in prima persona alla diffusione di bufale online seguendo criteri giornalistico-editoriali e prendendo decisioni quotidiane di selezione delle notizie, ci troveremmo inevitabilmente davanti all’editore più potente del mondo. Alcuni specialisti del settore sono convinti che questa sia già la situazione attuale e anzi, soprattutto negli Stati Uniti, molti giornalisti chiedono a gran voce che il social network ammetta di essere un’impresa editoriale. Ma se Facebook dovesse iniziare a funzionare *realmente* come una “media company” le conseguenze negative potrebbero essere maggiori di quelle positive. Facciamo un esempio concreto: dopo aver riconosciuto il suo status di media company (“finalmente”, aggiungerebbe il coro) e abbandonato la pretesa di essere una piattaforma neutrale (“non lo è mai stata”, sottolineerebbe qualcuno), Facebook potrebbe decidere di sostenere attraverso scelte editoriali un candidato presidente piuttosto che un altro, potrebbe stravolgere i propri algoritmi (che alcuni definiscono già, a ragione, “gatekeeper moderni”) con l’obiettivo di dare maggior rilievo alle notizie che più si avvicinano alla sua agenda politica, anzi, alla sua ‘linea editoriale’. Non è forse questo che fanno gli editori di tutto il mondo? E quali sarebbero gli effetti sulla democrazia? “Attenti a ciò che chiediamo”, metteva in guardia Jeff Jarvis all’indomani delle elezioni americane. La verità è che Facebook è molto di più di un’impresa tecnologica ed è molto di più di un’impresa editoriale. E le sue responsabilità sono, allo stesso modo, più grandi e complesse. Non possono e non devono essere le stesse di un editore, dobbiamo pretendere di più. Così come abbiamo chiesto a Zuckerberg di risolvere un problema più vecchio di internet (le bufale), dovremmo esercitare la stessa pressione per pretendere più trasparenza sull’uso dei nostri dati, su come ci vengono presentate le notizie, su cosa sappiamo dei criteri di selezione algoritmica dei contenuti a cui siamo esposti.

La pallottola d’argento contro le notizie false

Le recenti inquietudini dell’opinione pubblica hanno portato Facebook a cambiare il suo algoritmo con cadenza periodica (l’ultima novità è di questa settimana) e a introdurre strumenti che aiutino gli utenti a riconoscere le fonti poco attendibili e a segnalarle. Ma queste iniziative sembrano avere un esito limitato, anzi in alcuni casi si sarebbero rivelate controproducenti. Esistono pagine di destra in America che si dedicano a diffondere proprio gli articoli che il social network ha etichettato come possibili notizie false, al grido di “Ehi, vogliono censurare questo blog” o “Non vogliono che lo sappiamo, fate subito girare!” Il fatto, come scrive la ricercatrice danah boyd, è che le compagnie tecnologiche non possono semplicemente “risolvere” il problema delle notizie false su internet. È un problema più grande di loro e che riguarda tutti noi.
“Non voglio sollevare le aziende dalla responsabilità che hanno in questo ecosistema. Ma non produrranno la pallottola d’argento che gli è stata chiesto di produrre. Credo che la maggior parte delle critiche mosse nei loro confronti siano davvero ingenue se pensano che si tratti di un problema facile da risolvere.”
Interpretare una realtà nuova usando categorie che appartengono al passato e strumenti legislativi inadeguati sarebbe un passo indietro irresponsabile. Non possiamo sfuggire alla complessità, non ci sono scorciatoie. Le notizie false continueranno a esistere, ma questa può essere un’occasione per migliorare. Migliorare la qualità dei nostri mezzi di informazione, migliorare la nostra cultura informativa (sin da piccoli), accettare le nostre responsabilità in quanto lettori non più passivi ma parte integrante dell’ecosistema mediatico.

Le organizzazioni giornalistiche sono tenute a svolgere un ruolo decisivo nella trasmissione di notizie precise e di qualità all’interno della società. E una compito divenuto ancora più difficile a causa della grande quantità di falsi, informazioni errate e altri tipi di contenuti imprecisi che circolano costantemente tra le piattaforme digitali. E i giornalisti oggi hanno l’obbligo – e l’opportunità – di setacciare la massa di contenuti che vengono creati e condivisi per separare il vero dal falso e per aiutare la diffusione della verità.
Sfortunatamente, come mostrerà questa ricerca, non è questo il modo con cui attualmente le imprese giornalistiche trattano le notizie non verificate, le voci che circolano online e i contenuti virali. Le falsità arrivano molto più lontano della verità e i media giocano un ruolo importante nel favorire che accada.
I siti di news dedicano infatti molto più tempo e risorse a diffondere informazioni discutibili e spesso false, di quanti ne impieghino a verificare e/o smontare contenuti virali e voci diffuse su internet. Invece di comportarsi come fonti informative affidabili, spesso i media online promuovono la disinformazione nel tentativo di guadagnare traffico e social engagement.

Queste conclusioni sono il frutto di diversi mesi passati raccogliendo dati qualitativi e quantitativi sul modo in cui le organizzazioni giornalistiche si occupano delle notizie non verificate e lavorano alla correzione delle informazioni false online. Lavoro costituito da interviste con giornalisti e altri addetti all’informazione, dallo studio della letteratura scientifica esistente e dall’analisi di oltre 1.500 articoli su più di cento rumors online circolati sui giornali online tra agosto e dicembre 2014.

Da sempre i giornalisti scovano notizie nuove (spesso non verificate), e da sempre seguono i resoconti delle altre organizzazioni giornalistiche. Ma oggi l’asticella che indica cosa sia degno di attenzione sembra essere molto più bassa. Inoltre, esiste una serie di pratiche ampiamente diffuse tra i siti di news che confondono e ingannano il pubblico. Sono abitudini che riflettono un pensiero a breve termine che, in fin dei conti, non è in grado di comunicare il pieno valore di una notizia.

Quali sono queste pratiche scorrette?
– Molti siti di news aggiungono poche – o nessuna – verifiche elementari alle notizie che riportano. Al contrario, si affidano a link ad articoli di altre testate, che spesso a loro volta citano altri siti. Andando a ritroso nella catena di link, se si cerca il punto di origine di una storia, si scopre che spesso consiste semplicemente in qualcosa pubblicato sui social media o nella dichiarazione di una persona o di un’entità basata su fonti fragili.

Oltre a causare altri problemi, questa assenza di verifica fa anche sì che i giornalisti siano facili complici di impostori e falsificatori che, per guadagnare credibilità e traffico, cercano di ottenere che la stampa citi le loro dichiarazioni e i loro contenuti.

— Le organizzazioni giornalistiche sono, nel migliore dei casi, discontinue nel seguire gli sviluppi delle voci e delle ipotesi alle quali hanno fornito un’attenzione iniziale. Questo è probabilmente in relazione con l’abitudine di riportarli senza aggiungere ulteriori informazioni o un qualche maggiore valore. Con uno sforzo iniziale di confezione giornalistica tanto modesto, le motivazioni per monitorare e controllare successivamente una voce saranno ancora più scarse. Inoltre, il potenziale di traffico è al suo massimo quando una voce o un’ipotesi sono nuove. Pertanto i giornalisti fanno assalti veloci e frequenti per accaparrarsi il traffico. E poi passano ad altro.

— Le organizzazioni giornalistiche che riportano voci e ipotesi non verificate, spesso lo fanno con una modalità che induce il lettore a pensare che le affermazioni siano invece vere. In molti casi associano a un articolo che riferisce una voce o un’ipotesi non verificata un titolo che piuttosto ne afferma l’esattezza. Questa è, sostanzialmente, una pratica disonesta.
— Le organizzazioni giornalistiche si avvalgono di un linguaggio rituale e di una serie di formule di attribuzione («pare che», «risulta», virgolettati generici, eccetera) per indicare che le notizie che stanno riferendo non sono state verificate. Spesso utilizzano titoli che esprimono la notizia non verificata in forma di domanda («Una donna si è fatta impiantare un terzo seno?»). Ma queste sottigliezze finiscono per creare un pubblico disinformato. Sono approcci privi di efficacia e raramente i giornalisti utilizzano termini e linguaggi che indichino chiaramente quali sono gli elementi non verificati e perché abbiano scelto di riportarli.

Molte di queste cose sono il risultato di una combinazione di fattori economici, culturali, temporali, tecnologici e competitivi. Ma nessuno di questi giustifica la diffusione di racconti equivoci nati dai social media, la propagazione di bufale, o l’esaltazione di ipotesi discutibili con il solo scopo di ottenere un grande traffico di lettori. Questi sono comportamenti che rappresentano il contrario del ruolo che i giornalisti hanno il dovere di svolgere nell’ecosistema dell’informazione. Eppure sono la regola di come molte redazioni affrontano i contenuti virali e generati dagli utenti, e i rumor che circolano online.

E un circolo vizioso eppure ben noto: una storia si fa spazio sui social media o in altri luoghi della rete. Uno o più siti di news scelgono di riprenderla. Alcuni usano titoli che la dichiarano vera per incoraggiare le condivisioni e i clic, mentre altri utilizzano formule difensive come «a quanto pare». Una volta che la stampa le ha attribuito il suo sigillo di credibilità, la storia è quindi pronta per essere ripresa e replicata da altri siti di news, che citeranno i primi siti come fonte. Alla fine, la sua fonte originaria sarà oscurata da una massa di articoli che si linkano tra loro, pochi (se non nessuno) dei quali aggiungeranno maggiori contenuti o un qualche tipo di contestualizzazione a beneficio del lettore.

Nel giro di qualche minuto o di qualche ora, una storia può così trasformarsi da singolo tweet o racconto infondato a notizia ripetuta da dozzine di siti di news, che genera decine di migliaia di condivisioni. E una volta raggiunta una certa massa critica, la sua ripetizione comincia a esercitare un effetto significativo sulla persuasione: agli occhi dei lettori, il rumor diventa attendibile semplicemente in virtù della sua ubiquità.

Nel frattempo, le organizzazioni giornalistiche che mantengono standard più alti sui contenuti che pubblicano restano prudenti e in silenzio. Non si avventano sui contenuti virali e sulle storie appena nate: ma, di solito, non fanno nemmeno uno sforzo strutturato per smontare o correggere le falsità o le notizie infondate.
Ed è questa probabilmente la mia raccomandazione più importante: le organizzazioni giornalistiche dovrebbero progressivamente occupare quella terra di nessuno che separa la diffusione incosciente dalla muta cautela. Purtroppo, oggi, i giornalisti dedicati a verificare, arricchire o, quando necessario, smontare i contenuti virali e le storie che circolano sono ancora troppo pochi. Quei pochi si trovano a doversi opporre ai contenuti sospetti sfornati in grande quantità dai colleghi e dai concorrenti. I progetti di debunking sono sparpagliati e non si basano ancora su pratiche efficaci e condivise che siano state identificate da giornalisti o altri ricercatori.

Il risultato è che oggi i media di news online costituiscono una parte del problema della disinformazione in rete piuttosto che esserne una soluzione. Risultato deprimente e vergognoso. Ma che apre anche le porte a nuovi approcci, alcuni dei quali stanno timidamente prendendo piede tra le redazioni. Un primo, essenziale passo verso il progresso consiste nell’interrompere le pratiche sbagliate che conducono a disinformare e ingannare il pubblico.

Un’altra opportunità di miglioramento è quella di rendere prioritaria una verifica e un’aggiunta di valore ai rumor e alle notizie prima di procedere alla loro pubblicazione e diffusione. In molti casi questo richiederà un investimento di minuti, non di ore, e aiuterà a spingere la storia. Ed è una pratica che permetterà di dimostrare la falsità di alcune notizie prima che possano attecchire nella coscienza collettiva. Farà sì che ci siano meno lettori disinformati, consentirà alle notizie nuove e più importanti con maggiore velocità, e, soprattutto, sarà vero giornalismo.

La mia speranza è che le organizzazioni giornalistiche comincino a rendersi conto che stanno inquinando il flusso dell’informazione, e che possono e devono smettere di farlo. Le organizzazioni che seguono già buone pratiche dovrebbero invece riconoscere che possono – e devono – impegnarsi di più con le notizie e i rumor emergenti per aiutare a creare una conoscenza reale e a diffondere la verità. Non ci sono scuse. Possiamo e dobbiamo fare di meglio.

Il nuovo mondo delle notizie emergenti

“E tutto là fuori”, disse una volta il fondatore di Gawker Media, Nick Denton, in un’intervista a Playboy sul panorama contemporaneo di news e informazione: “Metà è vero, metà è falso. E non sai quale metà sia quale”.
Superando abbondantemente i cento milioni di visitatori unici al mese, la società di Denton è tra le più popolari e potenti di una nuova generazione di media online. Il sito campione e omonimo del gruppo aggrega regolarmente contenuti che sono già stati condivisi e discussi online, o che hanno il potenziale per diventare virali. Gawker dà quindi spazio a quelle voci “là fuori” descritte da Denton.
Spesso, quei contenuti si rivelano falsi, o diversi da quel che sembravano.

“Parte del nostro lavoro è assicurarci di scrivere di quello di cui parla la gente su internet, e il sistema di incentivi di questa azienda è organizzato per garantire che governiamo le cose che diventano virali”, spiegò John Cook, allora direttore di Gawker, in una successiva discussione sui contenuti virali non verificati. “Siamo tenuti sia a rafforzare il patrimonio che Gawker ha sempre posseduto – un’onestà sfacciata – che a seguire affidabilmente e rapidamente la cultura online raccogliendo tonnellate di traffico. Questi obiettivi a volte sono in contraddizione tra loro”.
Un’estesa varietà di organizzazioni giornalistiche sente questa contraddizione, che si tratti di editori tradizionali in cerca di un radicamento in rete, o delle nuove schiere di media online. Quello che condividono è un’aspirazione ad agganciarsi a quello che funziona e ottiene attenzione online, e a riprodurlo (monetizzando) attraverso i loro spazi digitali.
Al tempo stesso sia i nativi digitali sia i media tradizionali cercano entrambi di costruire o mantenere un brand credibile e di essere riconosciuti come fonti di informazione di qualità. Ma andare a caccia di clic abbordando storie troppo-belle-per- controllare-che-siano-vere entra in conflitto con l’obiettivo della costruzione di un seguito da parte dei lettori.
Succede infatti troppo spesso che le organizzazioni giornalistiche svolgano un ruolo prevalente nella diffusione di bufale, ipotesi false, voci discutibili e contenuti virali dubbi, inquinando così il flusso dell’informazione digitale. E certo che alcuni cosiddetti contenuti virali non diventano davvero virali se non quando i siti di news scelgono di riprenderli.
Lanciandosi su informazioni non verificate e pubblicandole insieme a formule di attribuzione come “pare che”, “sarebbe”, le organizzazioni giornalistiche forniscono una significativa visibilità alle notizie false, conferendo al contempo credibilità al loro contenuto. E questo è in conflitto con l’essenza stessa del giornalismo come “disciplina della verifica” e con il suo ruolo di fornitore affidabile di informazioni alla società.
Una ragione della contraddizione tra la rincorsa ai clic e la costruzione della credibilità consiste nell’abbondanza di notizie non verificate, o vere solo in parte, o prive di fonte, o non chiare, che nella nostra epoca digitale circolano costantemente “in tempo reale”. E uno dei risultati della santa trinità fatta di accesso universale a internet, dell’esplosione dei social network, e della massiccia penetrazione nel mercato da parte degli smartphone.
Oggi, le voci e le notizie non verificate si fanno strada online e trovano rapidamente un pubblico. Accade con una velocità e un grado di abbondanza assolutamente inediti nella storia del giornalismo e della comunicazione.
I rumors emergono costantemente a proposito delle situazioni di guerra, di atleti e celebrità, di politici, campagne elettorali e programmi di governo, di aziende di tecnologia e loro prodotti, di fusioni e acquisizioni, di indicatori economici, e di ogni genere di argomento. Vengono twittate, condivise, approvate tramite like e discusse su Reddit e altrove. Queste notizie sono reperibili pubblicamente e spesso hanno già abbondantemente circolato nel momento in cui un giornalista le scopre.
Stiamo assistendo a un importante cambiamento nel flusso e nella vita delle notizie non verificate, un cambiamento che ha reso necessaria un’evoluzione del modo in cui le organizzazioni giornalistiche e i giornalisti maneggiano i contenuti. In parte, questa evoluzione è consapevole, frutto di una riflessione dei giornalisti su come riferire e trasmettere storie in questo nuovo ecosistema. Altri invece si comportano come se non avessero riflettuto affatto, diventando grandi propagatori di notizie false e informazioni sbagliate.
Questo saggio esamina la diffusione in rete delle notizie e dei contenuti non verificati, e il modo in cui le redazioni giornalistiche oggi gestiscono questo tipo di informazioni. Offre inoltre consigli pratici per trattare al meglio le storie emergenti e per smontare la disinformazione che ne è il prodotto inevitabile. L’intenzione di questa ricerca è di esporre procedure ottimali e consigli argomentati su come i giornalisti dovrebbero operare in un ambiente digitale in via di sviluppo: e su come farlo in un modo di migliorare il valore del loro filtro, invece di svilirlo.

L’opportunità e la sfida dei rumors online
Per natura, i giornalisti amano le voci e le notizie non verificate. La notizia in formazione è una tentazione non solo per la promessa di poter essere vera, ma anche per il suo essere ancora sconosciuta su larga scala. E conoscenza nascosta: è uno scoop.
Se è al suo meglio, la voce è il canarino nella miniera di carbone, l’annuncio di qualcosa di grosso. Ma può anche essere il segnale anticipatore di una bufala, di un fraintendimento, o una conseguenza di paure, di speranze, e di pregiudizi di un individuo o di un gruppo di persone.
Le voci e le notizie non verificate spesso si presentano prive di contesto o di un’informazione chiave, come ad esempio la loro fonte originale. E un aspetto talmente rilevante per i giornalisti contemporanei, che oggi esiste un’azienda come Storyful (ed è stata acquistata da News Corp): un’agenzia di stampa per i social media, che impiega i suoi giornalisti per setacciare la massa di contenuti dei social network e verificare cosa sia fondato e mettere in guardia i propri utenti da contenuti falsi e non verificati.
Una delle sfide più difficili delle notizie nascenti è rappresentata dal fatto che gli esseri umani non sono preparati a gestire informazioni in conflitto tra loro, ambigue, o non verificate in qualche altra misura. La ricerca esposta in questo studio mostra che i nostri cervelli preferiscono ricevere informazioni che si conformino a ciò che già conosciamo e in cui già crediamo. L’idea che una situazione sia in evoluzione, ancora informe e priva di certezze, e probabilmente fatta di sentiti dire, è frustrante. Vogliamo chiarezza, ma veniamo catapultati nel grigio dell’incertezza.

La reazione umana e cognitiva a questa situazione è di fare del nostro meglio per trovare un senso in quello che vediamo e persino in quello che ancora non conosciamo. Il risultato è che finiamo per rifugiarci nelle nostre conoscenze già esistenti e nei pregiudizi. Interpretiamo e assimiliamo le nuove informazioni in modo che vadano a rinforzare ciò che già crediamo, e possiamo anche arrivare a inventare possibili risvolti basandoci su ciò che speriamo o temiamo possa accadere. E proprio così che nascono le voci. In quanto esseri intrinsecamente sociali, cerchiamo di trovare un senso all’insieme delle cose e di trasmettere e condividere ciò che sappiamo.
Come si dice oggi, “c’è un app per questo”.

La teoria dei rumors e la stampa
E un’offerta molto semplice: tu ci paghi e noi ti diamo delle voci.
Per il sito della rete televisiva ESPN, funziona. Le voci che circolano sono il cuore della strategia di adescamento per la vendita degli abbonamenti “Insider”: che promettono ai membri l’accesso esclusivo a “Rumor Central”, una sezione del sito in cui ESPN elenca e analizza le ultime indiscrezioni sulle squadre, sui giocatori e su altri aspetti dei vari sport.
ESPN non è l’unica a monetizzare e promuovere le voci. I media finanziari e tecnologici prosperano sui sentiti dire, andando a cercare ipotesi su guadagni, nuovi prodotti, fusioni e acquisizioni, assunzioni e licenziamenti: da poi pubblicare, a volte dopo insufficienti verifiche. Niente di nuovo, conoscendo il vecchio detto dei trader “compra le voci e vendi i fatti”. Nel mondo della tecnologia, è nata persino una piccola industria intorno alle sole voci che circolano sui prodotti Apple. Siti web come MacRumors, Cult of Mac, AppleInsider, The Boy Genius Report, e altri, si sfidano a scovare e riferire per primi le voci riguardanti i prossimi iPhone, iPad e Apple Watch.
Quello che scrivono non è privo di conseguenze. Uno studio del 2014 sulle voci di fusioni pubblicate dalla stampa finanziaria afferma che “le voci riferite dalla stampa influenzano grandemente le quotazioni dei titoli finanziari”. Compagnie come J.C. Penney hanno visto le quotazioni delle proprie azioni crollare dopo che alcune voci si erano diffuse sui forum, nelle borse, su Twitter e altrove. I ricercatori Kenneth R. Ahern e Denis Sosyura hanno verificato che “i mercati hanno reazioni esagerate rispetto a una qualunque voce su una fusione, e questo dimostra che gli investitori non sono in grado di riconoscere l’affidabilità delle voci sulle fusioni riferite dalla stampa”.
Una ragione per cui gli investitori non sono in grado di comprendere appieno il valore di una voce, secondo i due autori, è che “non tengono conto dell’incentivo che i media hanno a pubblicare notizie sensazionalistiche”.x Sensazionalistiche o meno, le voci sono una caratteristica costante del lavoro giornalistico. I giornalisti scovano le voci, se le scambiano tra loro, e spesso le riferiscono e le propagano, arrivando persino a monetizzarle.
Per comprendere il contesto più ampio dei temi a cui questo saggio si dedica sulla modalità di gestione delle voci e delle notizie non verificate da parte dei media online, è importante esplorare la storia più longeva dei rumors e dei loro meccanismi. Per quasi un secolo psicologi, sociologi e altri studiosi hanno condotto ricerche sulla natura e le cause delle voci messe in circolazione. Il loro lavoro offre un buon contributo per aiutare i giornalisti a valutare e comprendere il modo in cui le voci vengono inventate e diffuse, e l’importante ruolo dei mezzi di informazione nel far sì che le persone ci credano.

1. CONDIVIDI SOLO NOTIZIE CHE HAI VERIFICATO.

Chi mette in giro notizie false, e magari trae anche guadagno dalla loro circolazione, conta sul nostro istinto a condividerle, senza rifletterci troppo. 0 sul fatto che siamo portati a credere che una notizia sia vera solo perché ci arriva da qualcuno che conosciamo. Se non ci assicuriamo che una notizia sia vera prima di condividerla, però, contribuiamo alla circolazione incontrollata di informazioni false, che possono anche creare rischi per la società e diventare pericolose per le persone. Perciò non condividere se prima non hai verificato, resisti alle catene e non farti imbrogliare.

2. USA GLI STRUMENTI DI INTERNET PER VERIFICARE LE NOTIZIE.

Cerca informazioni su chi è che pubblica e diffonde ogni notizia, verifica se si tratta di una fonte autorevole o meno. Guarda bene il nome del sito che pubblica la notizia che stai leggendo: magari è una storpiatura o la parodia di un sito più famoso, pensata per ingannarti. Controlla l’autenticità e la data delle foto usando i motori di ricerca: magari la foto è vera, ma riferita a un altro evento passato. Ricorda che sui social puoi sempre controllare il giorno e l’ora in cui un video è stato caricato. Cerca la fonte originale di una notizia scrivendo su un motore di ricerca, fra virgolette, un nome di persona o di luogo citato dalla notizia. Cerca quel nome anche sui siti antibufala e su siti autorevoli (per esempio quelli di giornali e TV di qualità). Guarda se il profilo social di chi pubblica la notizia ha il bollino di autenticità. Bastano pochi clic per fermare una bufala.

3. CHIEDI LE FONTI E LE PROVE.

Controlla sempre la provenienza di ogni notizia: chi la pubblica e come la presenta. Guarda se la notizia indica bene le fonti dei dati, le date e luoghi precisi in cui avvengono i fatti. Se non lo fa, forse la notizia è falsa o sbagliata. Chiedere le fonti a chiunque è un tuo diritto: fallo valere. Chi non ti risponde ha probabilmente qualcosa da nascondere e non merita la tua fiducia.

4. CHIEDI AIUTO A UNA PERSONA ESPERTA O A UN ENTE DAVVERO COMPETENTE.

Internet è piena di utenti che credono o fingono di sapere tutto. E anche i giornalisti a volte possono sbagliare. Controlla se chi pubblica una notizia è realmente competente in materia, cerca degli esperti fra chi conosci, su Internet o fuori da Internet, a cui chiedere conferme indipendenti.

5. RICORDA CHE ANCHE INTERNET E I SOCIAL NETWORK SONO MANIPOLABILI.

La Rete è una grande opportunità, un importante strumento di conoscenza, ma vi operano tante organizzazioni e tanti truffatori che usano strumenti informatici potenti per creare eserciti di follower e Like finti e per seminare notizie false che generano soldi o manipolano le opinioni. Non fidarti di chi non conosci soltanto perché ti piace quello che dice, non è detto che dica la verità.

6. RICONOSCI I VARI TIPI E GLI STILI DELLE NOTIZIE FALSE.

Sono in tanti a pubblicare notizie false o manipolate, intenzionalmente o per errore: complottisti, bufalari’ per denaro, burloni, gente in cerca di fama, pubblicitari scorretti, propagandisti, provocatori e semplici utenti incompetenti. Spesso li puoi riconoscere perché usano titoli drammatici e allarmisti, scrivono con tanti punti esclamativi, dicono cose esagerate o incredibili o hanno pagine confuse e piene di pubblicità.

7. HAI UN POTERE ENORME: USALO BENE.

Il tuo clic, il tuo Like, la tua condivisione possono diventare denaro per i fabbricanti di notizie false: ricordalo ogni volta. Ma soprattutto ricordati che diffondere o condividere una notizia falsa può avere conseguenze pesanti: potresti spaventare, diffamare, umiliare, istigare odio e violenza o creare angoscia inutile. E, una volta messa in giro, una menzogna non si ferma più.

8. DAI IL BUON ESEMPIO: NON LAMENTARTI DEL BUIO,

MA ACCENDI UNA LUCE.

Crea anche tu, magari con gli amici, una pagina social, un blog, un sito per segnalare le notizie false che hai scoperto e mostrare come le hai smascherate. Ispirati allo stile di chi fa buon giornalismo. Aiuterà te e chi ti legge a capire come e perché nasce una notizia, come la si racconta bene e come la si critica, senza strillare o insultare. Sarà la tua palestra di giornalismo e sarà visibile nei motori di ricerca per aiutare gli altri a non farsi ingannare dalle bufale.

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