Boss Graviano il mafioso intercettato in cella le sue accuse folli: “Berlusca mi ha chiesto..”

“Berlusca mi ha chiesto questa cortesia… per questo c’è stata l’urgenza di… Ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni in Sicilia… Lui voleva scendere… Però in quel periodo c’erano i vecchi, e lui mi ha detto “ci vorrebbe una bella cosa”, parlava in questo modo il 10 aprile 2013, durante l’ora d’aria nel cortile del carcere di Ascoli Piceno, il boss mafioso Giuseppe Graviano, il quale è stato già condannato per le stragi del 1992 e del 1993, chiacchierando con il detenuto suo compagno di passeggio. Ed ancora non sapendo di essere intercettato il boss Giuseppe Graviano racconta ad un compagno di cella quella che ora si sospetta essere stata la trattativa stato mafia è che per i Pm, è dimostrata proprio dal suo discorso. Nello specifico nell’intercettazione Graviano dice al compagno: “Nel ’93 ci sono state altre stragi, ma non era la mafia”, spiegando infatti che allora il governo avrebbe deciso di allentare il 41 bis e poi hanno levato pure 450, ovvero la revoca del carcere duro per 450 mafiosi.

Come già detto, Giuseppe Graviano indagato per la trattativa stato mafia è stato intercettato per quasi un anno dai pm di Palermo mentre parla a ruota libera con Umberto Adinolfi, un compagno di detenzione nel supercarcere di Ascoli Piceno, e dopo essere stato interrogato dai magistrati gli viene contestato il reato di minaccia a corpo politico dello Stato in concorso con altri boss.

Graviano dallo scorso febbraio del 2016 fino al marzo 2017, è stato ascoltato dalle microspie e secondo quanto riferito, i pm pare abbiano ritenuto rilevanti ai fini del processo le intercettazioni rilevate ma, nonostante le accuse il vostro palermitano ha sempre rivendicato alla sua innocenza.“Io mi ritrovo con tutti questi ergastoli senza aver fatto nulla perché io non ho mai fatto un reato nella mia vita“, è questo quanto dichiarato dal boss palermitano.

Intanto le parole del boss pare siano finite tutte agli atti del processo sulla trattativa stato mafia. Sono circa 32 le conversazioni con Umberto Adinolfi registrate dalle microspie ritenute rilevanti dalla Procura che le ha depositate agli atti del processo sulla trattativa stato mafia. Nel corso di un intercettazione il boss parla con Adinolfi raccontando anche della moglie dicendo: “Lei aveva 25 anni. Gli ho detto ‘vatti a fare una vita, lasciami e dimenticati di me. Devi creare una famiglia’. Abbiamo passato più di dieci anni insieme, belli, però basta. Lo sai che mi ha risposto? ‘Noi due possiamo andare a vivere sotto terra. A me non interessa niente. Io ci sto bene sotto terra’”. Non solo Cosa Nostra e Berlusconi, nelle sue chiacchierate con il vicino di cella il Boss è tornato a parlare anche della reazione di quello che allora era il Premio Ciampi alle pompe di Milano del luglio 1993 e ATA riguardo avrebbe riferito: “Quella notte si sono spaventati, temevano il colpo di Stato e lui (il premier Ciampi, ndr) se n’è andato subito a palazzo Chigi assieme ai suoi vertici. Loro non volevano nemmeno resistere, avevano già deciso di non resistere al colpo di Stato”.

La migliore smentita alle calunnie del boss Giuseppe Graviano contro Berlusconi sta forse nelle affermazioni che lo stesso mafioso rilascia ai pm lo scorso 28 marzo, mentre provano a interrogarlo in carcere: «Io sono distrutto psicologicamente e fisicamente, perché da 24 anni subisco vessazioni… Non sono in grado di affrontare un interrogatorio finché non sarò in condizione». Un uomo distrutto nella psiche e nel fisico, dunque non pienamente padrone delle sue facoltà, diventa ciononostante -agli occhi dei pm -fonte attendibile per indicare in Silvio Berlusconi il colpevole pressoché di tutti i mali che si sono consumati nel biennio tra 1992 e 1994.

All’ex Cavaliere vengono addebitate dal boss mafioso, nell’ordine, la responsabilità delle stragi del ’92, la conduzione della trattativa Stato-mafia, la richiesta ai mafiosi di un appoggio elettorale per vincere le elezioni nel ’94, infine il tradimento delle promesse una volta al governo, da cui il risentimento dello stesso boss. Ce n’è abbastanza per imbastire una bella fiction di fantapolitica, a cui crederanno i soliti ideologi e giornalisti accecati dall’antiberlusconismo (gli stessi magari che si sono fidati delle tesi di un Massimo Ciancimino…).

Ma andiamo nel merito, cercando di smontare punto per punto le affermazioni di Graviano. Dalle intercettazioni ambientali, effettuate nel carcere di Ascoli dal febbraio 2016 all’aprile 2017, e relative alle conversazioni tra Graviano e il codetenuto Umberto Adinolfi, emergerebbe innanzitutto che «lui (cioè Berlusconi, almeno secondo i pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi che hanno depositato le trascrizioni di quei dialoghi, ndr) voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa».

Quel periodo, dicono i pm, sarebbe il 1992, lo «scendere» si riferirebbe all’intenzione di Berlusconi di entrare in politica, la «bella cosa» indicherebbe invece la necessità di un gesto forte in grado di sovvertire l’ordine del Paese. Ipotesi tuttavia già smentita da un punto di vista giudiziario (l’iscrizione di Berlusconi nel registro degli indagati per le stragi di Capaci e via D’Amelio fu archiviata nel 2002 dal gip di Caltanissetta) e piuttosto inverosimile da un punto di vista politico: che l’ex Cavaliere tifasse per il sovvertimento dello status quo con un atto clamoroso viene contraddetto dalla sua stessa storia, figlia della Prima Repubblica, in continuità con essa, erede del craxismo e protesi della Dc, e non certo in loro contrapposizione (chi provò a segnare una cesura, in quegli anni, furono semmai i giudici di Tangentopoli.).

Ma anche da un punto di vista logico, le affermazioni di Graviano paiono non avere alcuna fondatezza. Dopo aver additato nell’ex Cav l’ispiratore della stagione stragista, il boss lo considera il mediatore capace di fermare le stragi grazie alla promessa di un allentamento del 41 bis, cioè del carcere duro per i mafiosi. «Berlusconi», sostiene Graviano, «mi ha chiesto questa cortesia. per questo c’è stata l’urgenza di. ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni in Sicilia». In pratica, all’alba della sua discesa in campo, il fondatore di Forza Italia avrebbe chiesto a Cosa Nostra un appoggio elettorale in Sicilia, in cambio di un suo impegno per mitigare il 41 bis. Ma delle due l’una: o Silvio tifava per le stragi o prometteva di farle cessare. Tesi ancora più contraddittoria dal momento che nel 1993 non fu certo Berlusconi a dare un colpo di spugna sul 41 bis, ma l’allora governo di centrosinistra guidato da Carlo Azeglio Ciampi.

A maggior ragione, l’allora Cavaliere non potè mai mantenere quelle presunte promesse (che evidentemente non erano mai state fatte). E Graviano se ne dice risentito in un’altra intercettazione: «Quando lui si è ritrovato un partito così nel ’94 si è ubriacato e ha detto “Non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato”. Pigliò le distanze e ha fatto il traditore». Il che dimostra semmai che Berlusconi non aiutò mai i mafiosi, neanche quando avrebbe potuto farlo, cioè quando era al governo.

A proposito di governo è curioso che, in un’altra intercettazione, Graviano se la prenda con un certo «signor Crasto (cioè cornuto, ndr)» assicurandogli di volergli far fare «la mala vecchiaia» e aggiungendo: «pezzo di crasto che non sei altro, ma vagli a dire com’è che sei al governo, che hai fatto cose vergognose, ingiuste». Per i pm il riferimento è indubbiamente a Berlusconi, sebbene l’intercettazione risalga a un periodo – il 2016 – in cui il leader di Forza Italia non era affatto a Palazzo Chigi e neppure in Parlamento. Ma si vede che per loro conta di più l’associazione logica Cornuto-Berlusconi. Piuttosto dovrebbe valere il concetto contrario: non appena l’ex Cavaliere torna a contare in politica e rischia di avere un ruolo decisivo nel nuovo governo, si scatena nei suoi confronti una gogna mediatico-giudiziaria. Poi vai a vedere chi sono veramente i «crasti».

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