Scopre il bruco mangia-plastica si trova adesso disoccupata

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Nelle prove è stato verificato che, se aggredito dal verme della cera ‘Galleria mellonella’, la busta si disintegra. In natura, le tarme vivono come parassiti nei favi delle api. Da quando è stata inventata, 150 anni fa, la plastica è stata usata per produrre gran parte degli oggetti che ci circondano. A scoprire l’insaziabile appetito dellla larva di bruco per la plastica comune, il polietilene, impiegata per realizzare le buste da supermercato è stato il caso. La larva della farfalla Galleria mellonella è in grado di degradare il polietilene, una delle plastiche più utilizzate e diffuse anche nelle buste shopper, difficile da smaltire.

La ricerca scientifica in questo settore aveva già visto fare dei passi avanti con il team nipponico degli scienziati del Kyoto Institute of Technology, che avevano scoperto che il batterio Ideonella sakaiensis è capace di degradare un altro tipo di plastica, il polietilene tereftalato (PET), grazie a due enzimi. La ricerca, coordinata dall’Università di Cambridge in collaborazione con l’Istituto di biomedicina e biotecnologia della Cantabria (Spagna) è avvenuta per caso, quando Bertocchini, apicultrice amatoriale, ha cominciato a pulire le sue arnie dai parassiti della cera delle api. Gli esperimenti hanno mostrato come posizionando le larve su una normale busta di plastica dopo 40 minuti apparivano i primi fori. Così si è messa in contatto con Paolo Bombelli e Christopher Howe, del dipartimento di Biochimica dell’università di Cambridge e insieme hanno programmato un esperimento.

“La scoperta potrebbe essere uno strumento importante per liberare acque e suoli dalla grandissima quantità di buste di plastica finora accumulata”. I ricercatori hanno anche prodotto un estratto dai bruchi e l’hanno applicato sui sacchetti per capire se la plastica fosse degradata anche senza che l’insetto la masticasse. “Il prossimo passo sarà cercare di identificare i processi molecolari di questa reazione e vedere se possiamo isolare l’enzima responsabile”. Se l’inquinamento da plastica rappresenta per la nostra società un problema decisamente serio, soprattutto per il ciclo vitale di questo materiale che sembra essere “eterno”, questo piccolo bruco è in grado di degradarla in tempi rapidi e potrebbe salvare l’ambiente.

La capacità di queste larve potrebbe essere dovuta alla loro particolare dieta: “La cera è un polimero, una sorta di ‘plastica naturale’, ed ha una struttura non molto diversa da quella del polietilene [di cui sono fatti i sacchetti]” spiega l’autrice dello studio.

La quarantanovenne Bertocchini – “Però se scrive 39 non mi offendo, eh!” ha scherzosamente commentato al telefono – al momento è tornata nella sua Piombino.

Come mai l’autrice di una scoperta che ha fatto così scalpore, si trova adesso disoccupata?
Le due cose non sono correlate. C’è stata una coincidenza tra la scaduta del mio contratto (che aveva la formula di 5 anni più due del CNR spagnolo, anni di contratto nei quali si può continuare a fare concorsi) e la pubblicazione di questa ricerca sul bruco mangiaplastica. Il vero problema è che negli ultimi sette anni, dal 2010, ci sono stati tagli brutali alla ricerca spagnola e molto pochi concorsi: uno ogni 12 o 18 mesi.

Tanti candidati e pochi posti?
Esatto. Per di più il mio ambito di ricerca, la biologia dello sviluppo, nei concorsi è sempre accorpato a settori frequentatissimi, come le neuroscienze o la ricerca sul cancro. Io di questi concorsi ne ho fatti diversi, e mi sono accorta che alla fine siamo sempre gli stessi a farli: così o ci si mette in fila o si va all’estero.

E adesso?
Attualmente mi trovo a Piombino per motivi personali, ma tra qualche giorno sarò di nuovo a Santander. Potrò usufruire ancora per un annetto dei laboratori e cercare di continuare la mia ricerca sulla plastica.

Retribuita?
In realtà ho l’assegno di disoccupazione, che in Spagna è piuttosto buono. E certo, teoricamente, usufruendone non potrei entrare nella struttura lavorativa. Ma l’università potrebbe permettermi di accedere ai locali in maniera sporadica come tecnica di laboratorio. Vedremo.

Quali prospettive vede all’orizzonte?
Con Paolo Bombelli stiamo cercando finanziamenti e/o interessamento da parte di istituti di ricerca per proseguire la ricerca sul bruco mangiaplastica.

Tornerebbe in Italia?
Se ricevo qualche proposta interessante, più che volentieri.

La larva di Galleria mellonella, chiamata anche Camola del miele, è un bruco che raggiunge una taglia massima di circa 3 cm color bianco panna con la testa color marrone. Come cibo vivo costituisce una vera leccornia per tutti gli animali insettivori grazie al suo gusto dolciastro che gli viene dal miele. Lungo l’arco della loro breve vita da larve, le camole del miele vivono un primo periodo in cui il diametro del corpo è uniforme per tutta la lunghezza. A questo stadio usano le energie per crescere. Le larve che si trovano in commercio per l’uso alieutico subiscono un trattamento termico che ne impedisce l’imbozzolamento e quindi la riproduzione.

Scoperto un bruco che “mangia” la plastica, uno dei materiali più inquinanti al mondo. Si tratta di un bruco comunemente usato come esca dai pescatori, in grado di mangiare e degradare il polietilene, ossia una delle plastiche più utilizzate e diffuse anche nelle buste shopper. Il suo nome è larva della tarma della cera o Galleria mellonella. E’ un parassita degli alveari, e la sua nuova identità di ‘mangia-plastica’ è descritta per la prima volta nella rivista Current Biology in una ricerca coordinata dall’università britannica di Cambridge e condotta in collaborazione con l’Istituto spagnolo di Biomedicina e Biotecnologia della Cantabria (Csic).

La scoperta è avvenuta per caso grazie a un’osservazione dell’apicoltrice Federica Bertocchini, dello Csic. Mentre stava rimuovendo i parassiti dalle sue arnie, li aveva messi temporaneamente in una busta di plastica, che in poco tempo si è riempita di buchi. Così la ricercatrice si è messa in contatto con Paolo Bombelli e Christopher Howe, del dipartimento di Biochimica dell’università di Cambridge, e insieme hanno programmato un esperimento.
Un centinaio di larve dono state poste vicino a una busta di plastica nella quale, già a distanza di 40 minuti, sono comparsi i primi buchi. Dopo 12 ore la massa della busta si era ridotta di 92 milligrammi: un tasso di degradazione che i ricercatori hanno giudicato estremamente rapido, rispetto a quello finora osservato in altri microrganismi capaci di digerire la plastica, come alcune specie di batteri che nell’arco di una giornata riescono a degradare 0,13 milligrammi.

“Se alla base di questo processo chimico ci fosse un unico enzima, la sua riproduzione su larga scala utilizzando le biotecnologie sarebbe possibile”, ha osservato Bombelli. “La scoperta – ha aggiunto – potrebbe essere uno strumento importante per liberare acque e suoli dalla grandissima quantità di buste di plastica finora accumulata”.

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