Bruxelles contro Amazon Stangata da 250 milioni

Parte l’offensiva fiscale di Bruxelles contro le regine del web «made in Usa». Il piatto forte del menù è rappresentato dalla nuova tassa sui proventi legati a internet di cui molto si parla in Europa in queste settimane. Già l’aperitivo comunque si annuncia piuttosto robusto. A servirlo è Margrethe Vestager, commissario Ue alla concorrenza, che ha presentato ad Amazon un conto da 250 milioni di euro per imposte non pagate in Lussemburgo. Il Granducato, secondo la vestale danese dellla concorrenza Ue, avrebbe concesso al colosso del commercio elettronico vantaggi fiscali ingiusti dal 2003.

Adesso Amazon dovrà rimborsare il fisco del Granducato per quello che, secondo la Vestager si configura come un aiuto di Stato vietato dalle regole comunitarie. Come spesso accade anche questa storia contiene un retroscena decisamente gustoso. A stipulare l’accordo fiscale con Amazon era stato Jean-Claude Juncker, ai tempi capo del governo del Granducato. Quattordici anni dopo ci sarà ancora la sua firma, in quanto presidente della Commissione Ue, nell’atto che rinnega il patto fiscale di quattordici anni fa. Uno sdoppiamento della personalità, per Juncker, che farebbe felice qualunque neuropsichiatra.

La Commissione ha contestualmente citato presso la Corte Europea l’Irlanda per non essersi fatta pagare da Apple 13 miliardi di euro di tasse dovute. L’esecutivo Ue aveva ordinato al colosso di Cupertino di pagare le imposte arretrate nell’agosto 2016, avendo stabilito che il gruppo aveva ricevuto aiuti di Stato illegali. «A oltre un anno dalla decisione della Commissione, l’Irlanda non ha ancora ricevuto il denaro, neppure in parte», ha annunciato la Vestager in una nota. La scadenza era il 3 gennaio. L’Irlanda ha detto di essere pienamente impegnata per recuperare i fondi da Apple definendo «estremamente deludente» che la Commissione abbia deciso di agire adesso. C’è anche da aggiungere che il governo di Dublino probabilmente non è proprio mobilitato nella riscossione del suo credito. I vantaggi fiscali concessi alle multinazionali sono stati il brodo di coltura che ha consentito la nascita della “tigre celtica”. Privata delle aliquote di favore anche la “tigre” perde i denti. E questo, veramente piace poco.

BRUXELLES E’ stato un doppio colpo quello inferto dalla Commissione europea alle multinazionali Usa, le stesse sotto tiro per la webtax che la maggioranza degli stati Ue vuole introdurre rapidamente. L’esecutivo Ue ha stabilito formalmente che Amazon deve restituire circa 250 milioni di euro al Lussemburgo: i vantaggi fiscali concessi dal Granducato sono illegali secondo le norme degli aiuti di Stato. Contemporaneamente ha deferito l’irlanda alla Corte di giustizia per non aver recuperato i 13 miliardi di aiuto pubblico concesso illegalmente ad Apple. Aiuto concesso seguendo lo stesso schema praticato da Amazon e da tante società multinazionali europee, che le ha permesso di pagare meno imposte del dovuto. La scadenza del rimborso era il 3 gennaio scorso, ma nulla è successo.

Nel caso Amazon, il Granducato, vera e propria piattaforma di elusione fiscale, ha permesso attraverso un accordo preventivo (fiscal ruling) alla più grande Internet Company del mondo di evitare la tassazione di quasi tre quarti degli utili generati nella Ue. «Amazon ha pagato quattro volte meno imposte rispetto ad altre imprese locali soggette alle stesse regole», ha indicato la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager. Il fiscal ruling definito dal Lussemburgo nel 2003 e rinnovato nel 2011 ha ridotto le imposte versate da Amazon permettendo «di trasferire la maggior parte degli utili da una società del gruppo soggetta a tassazione in Lussemburgo (Amazon EU) a una società che non lo è (Amazon Europe Holding Technologies)». Autorizzando il pagamento di una royalty da parte di Amazon EU ad Amazon Europe Holding sono stati ridotti «in misura significativa gli utili imponibili di Amazon EU».

Accusata negli Usa di avere un pregiudizio antiamericano, Vestager ha rivendicato l’imparzialità delle sue decisioni: «Non c’è un problema di nazionalità, poco mi interessa la bandiera». E, infatti, nelle maglie comunitarie sono finite anche multinazionali non Usa: Fiat Finance and Trade, beneficiata da una regalia fiscale sempre dal Lussemburgo, una trentina di multinazionali europee, complice il Fisco belga. Americani sono Starbucks (beneficiata dall’Olanda) ed Apple, naturalmente. Ora rischiano di fare la stessa fine McDonald’s e GDF Suez (Engie), che è francese: controparte sempre il Lussemburgo.

A dimostrazione che le regole fiscali Ue si restringeranno ancora di più, la Commissione ha proposto ieri di rivoluzionare il sistema Iva tassando le vendite dei beni a partire da un paese della Ue verso gli altri, come se i beni fossero venduti all’interno di un solo Stato membro. Lo Stato di ‘origine’ trasferirà poi l’entrata allo Stato in cui il bene è destinato. L’Iva sarà versata allo Stato del consumatore finale secondo l’aliquota in vigore in quello Stato. E’ un rovesciamento del principio attuale che si fonda sull’esonero nel paese di origine e sul versamento dell’Iva nel paese di destinazione. Motivo: contrastare le frodi che nel 2015 ha implicato un mancato gettito di 150 miliardi nella Ue. In Italia il valore assoluto più alto: 35 miliardi di Iva non pagata.

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